Massacrata e gettata nei rifiuti, uccisa per un bicchiere d’acqua, segregata in casa da tutta la famiglia: le donne in Italia sono schiave!

Le cronache del nostro paese riportano episodi sempre più agghiaccianti, raccontando una condizione femminile che va peggiorando. In questi giorni si sono consumati i più odiosi episodi, quelli che forse alcune persone ottuse attribuiscono a persone di altre culture.

Ieri a Napoli una donna è stata massacrata di botte perché si opponeva che il suo compagno, italiano, scappasse con i suoi figli e la sua amica con la quale faceva parte al racket di schiavitù sessuale. Dopo averla massacrata l’ha gettata come una bestia, tra i rifiuti dentro ad un sacco nero di plastica. La donna è ricoverata in gravi condizioni. I sanitari hanno trovato la ragazza con il viso tumefatto, l’addome spappolato.
Sempre a Napoli, si è compiuto l’ennesimo femminicidio. Un uomo d 28 anni ha ammazzato sua madre perché non gli portava un bicchiere d’acqua. 

Oggi le cronache sarde riportano il caso di una donna segregata da marito, suoceri e cognati i quali la maltrattavano, impedendole di prendersi cura dei propri figli e di uscire con le amiche. La donna era stata anche denunciata per sottrazione di minori quando tentò di scappare con i figli. 

Eppure c’è ancora gente che ancora oggi nega la triste condizione delle donne in Italia, trattate come schiave in un paese ancora molto arretrato e maschilista.

Fonti: qui, qui, qui

Lo stupro

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Ho titolato così questo post in ricordo del monologo di Franca Rame sullo stupro subito da parte di un branco di fascisti, quel monologo del 1979 a cui non è stato dato molto spazio in tv malgrado il suo successo. Infatti nessun programma Mediaset ne ha parlato (a parte TGCOM).

Sulla Rai invece, ricordiamo il Tg2 con il suo servizio che rappresentava pienamente il clima misogino di questo paese che da una parte nega la violenza sulle donne, dall’altra criminalizza le donne che la subiscono.

Di (presunto) stupro però se ne è voluto parlare (malgrado la delicatezza della vicenda) il 2 giugno scorso quando il programma “Le iene”, nato per smascherare truffatori, ladri, malfattori di ogni genere, ha messo in onda un servizio in cui due uomini condannati in appello in primo grado a 5 anni di carcere per stupro di gruppo, venivano intervistati per dimostrare davanti un pubblico di 5 milioni di persone la loro innocenza.

Il servizio de Le Iene, rappresenta l’ennesimo episodio di sciacallaggio televisivo, indice di un servizio televisivo di bassa qualità che tratta gli studi televisivi come aule dei tribunali, indipendentemente se chi compare è colpevole o meno. Quante volte abbiamo visto scenari simili? Tantissime volte. Citiamo il caso Sarah Scazzi, quando tre anni fa Michele Misseri, indagato in primo momento e poi rilasciato, fu intervistato in tv per descrivere in che modo uccise la bambina e si sbarazzò del suo corpo. Questa vicenda è l’esempio di come la tv genera “mostri”.

Quel servizio sul presunto stupro è stato a mio avviso fastidiosissimo, volgarissimo, esplicito. Forse perchè ho subito molestie o sicuramente e quasi certo per altri motivi. Sicuramente il fatto di averlo visto in prima serata in un paese dove parlare di sessualità, dell’educazione sessuale, di omosessualità, di contraccettivi fa ancora scandalo; dove ti impongono la censura di fronte a questi temi. Però di stupro o sesso in modo esplicito e screditante per le donne (rischiando di rafforzare stereotipi sessisti) se ne può parlare. Il problema non è il fatto che si è parlato di un presunto stupro (ben venga la sensibilizzazione), ma il modo in cui se n’è parlato.

Non si trattava di sensibilizzazione ma di sciacallaggio mediatico, un processo televisivo contro una presunta vittima di stupro.

E’ pericoloso mettere in onda un servizio simile e spiego il perché. Di violenza contro le donne se ne parla spesso male oppure se ne parla troppo poco. E’ come se il problema secondo i media non esistesse o esistesse solo quando si deve sfruttare l’occasione per vendere una copia o un programma televisivo. Sappiamo benissimo cosa porta la disinformazione. Si cade nell’oblio. Può portare a pensare che un problema non esiste, perché se non appari in tv non esisti. O può portare alla completa distorsione percettiva di un fenomeno come accadde quando i media amplificavano l’emergenza stupri da parte di immigrati, portando ad  un escalation di odio xenofobo. Questo succede spesso quando i media vogliono mostrarti come sono accadono le cose secondo la propria opinione, attraverso un processo manipolatorio.

Abbiamo visto tante volte come i giornali trattano casi anche molto gravi di donne maltrattate o uccise. Il problema è il linguaggio. Sbagliando linguaggio si può trasmettere un messaggio distorto e pericoloso. Io lo so benissimo, perché ieri ho sbagliato anche io e sono stata fraintesa. Ieri, infatti, abbiamo ricevuto alcune critiche. E’ difficile non agire di impulso quando ogni tre giorni viene ammazzata una donna e quando pochissime donne vittime di violenza ricevono giustizia. E’ difficile non essere impulsive quando hai provato sulla tua pelle cosa significa subire una molestia sessuale: l’umiliazione, la sensazione di impotenza, di sentirsi sporche o di sentirti addirittura colpevole perché già da bambina ti educano a vedere il tuo corpo come sbagliato, come provocante o come oggetto sessuale. Molte donne per questo maturano un rapporto conflittuale con esso. E’ importante non disinformare e sensibilizzare molto. Il corpo appartiene a noi donne. E’ difficile non indignarsi mentre si ascoltano due tizi che anche se il rapporto fosse davvero consensuale raccontano le loro prodezze in modo maschista, convinti che il piacere sessuale di una donna si realizza con l’eiaculazione di un uomo.

Non sappiamo come sono andate le cose, ma in un paese che non parla mai di stupro, dove non si fa alcuna sensibilizzazione, presentare una storia simile senza aspettare la fine di un processo non fa certo bene. Esistono di sicuro gli stupri falsi (come accaduto da poco a Napoli) o le false accuse ma devono essere i giudici a stabilirlo non le televisioni, non la folla a cui le Iene ha dato in pasto la vicenda e lasciato che insultassero la ragazza senza sapere come sono realmente andate le cose.

Non sappiamo chi sono i due uomini, non sappiamo chi è la ragazza e non abbiamo in mano tutti i fasciscoli della magistratura, della Questura e i referti medici. La vicenda, anche fosse avvenuta con il consenso della presunta vittima, come sottintendono a Le Iene, è gravissima inserita in un contesto come il nostro con una concezione della sessualità quasi medioevale, con poca informazione per quanto riguarda la violenza sulle donne e su come avviene un processo, ma è gravissima sopratutto perchè noi non sappiamo chi sono “i personaggi” coinvolti e siamo contro ogni strumentalizzazione televisiva. Voi non siete Iene ma sciacalli!

Il sessismo istituzionale

Pochi giorni fa è stata votata la Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne. C’è da chiedersi quali interventi sarebbe disposto ad approvare il nostro paese per prevenire e contrastare il fenomeno. Noi abbiamo scritto una lettera aperta affinché il Governo italiano si impegni ad agire alla radice, ovvero alla cultura che determina il fenomeno.  Molti politici già da tempo parlano dell’inasprimento delle pene contro il femminicidio e reati di genere come se con un deterrente si risolvesse un problema che dipende dalla cultura italiana, dove la donna è considerata subordinata all’uomo sin dalla nascita.

Il femminicidio come le botte e lo stupro, sono ultime di una serie di discriminazioni che le donne subiscono in quanto donne, generate da una cultura che ci nega diritti, libertà e rispetto. La violenza sulle donne non nasce solo in famiglia ma è anche sopratutto istituzionale. Noi donne la subiamo con la complicità delle istituzioni, non solo quando non puniscono i violenti, ma anche quando vengono operate tutte quelle discriminazioni che escludono le donne dalla partecipazione pubblica.

L’aula della Camera vuota quando la Presidente della Camera Laura Boldrini era impegnata a parlare del femminicidio, i parlamentari che usavano i cellulari mentre veniva discussa e votata la Convenzione, la tv di stato Rai che annunciando la morte di Franca Rame dichiarava che “sfruttava la bellezza finché non fu stuprata” sono esempi di come la violenza sulle donne venga ancora accettata nel nostro Paese.

Ieri, Paolo Becchi del M5S in una intervista a Radio 24, senza vergogna, ha dichiarato che “oggi se guardi il culo ad una donna ti accusano di femminicidio”. Una dichiarazione gravissima che si somma alle battute da bar di un leader politico che per vent’anni ha umiliato le donne. Come se umiliare le donne fosse un modo per affermare la propria mascolinità. Parole del genere richiamano la cultura dello stupro, fondata sulla manifestazione di una sessualità aggressiva e dominante per affermare la propria virilità. Esse si fondano sulla mancanza di rispetto, sulla considerazione della donna come oggetto che non ha diritto di manifestare la propria autodeterminazione sessuale e sociale (e questo avviene tanto con lo stupro e l’oggettivazione sessuale, quanto con la stigmatizzazione della nostra sessualità): l’anticamera del femminicidio. Parole che minimizzano gravemente il femminicidio, come se fosse un destino o meglio una punizione per le donne in quanto tali, in quanto desiderabili, quasi fosse una colpa delle donne.

Spesso il sessismo politico fa da scuola agli italiani e tristemente lo abbiamo visto con Berlusconi che per anni ha svilito l’immagine femminile insegnando agli uomini italiani che le donne non valgono nulla, che sono solo oggetti sessuali. E che dire del fatto che tagliò i fondi destinati ai centri anti-violenza? Che firmò una legge che consente alle aziende di licenziare le donne incinte mediante le dimissioni in bianco?

Qualche anno fa, per contrastare l’immigrazione il governo strumentalizzò la violenza sulle donne tirando fuori l’idea delle ronde cittadine, mentre le donne venivano massacrate dentro le mura di casa. Durante un’intervista Berlusconi esclamò che “ci vogliono molti soldati perché le ragazze italiane sono troppo belle”, come se lo stupro fosse un’omaggio alla bellezza. Questo provvedimento fece emergere l’opinione di una donna da proteggere in quanto oggetto sessuale, in quanto debole e sottomessa all’uomo.

La violenza sessista istituzionale coinvolge anche le forze dell’ordine. Ieri sono stati arrestati alcuni agenti che stupravano alcune vittime del racket. Vogliamo affidare la sicurezza delle donne vittime di violenza nelle mani di stupratori? Oppure di forze dell’ordine impreparate che riconsegnano le donne nelle mani dei mariti violenti accusandole di essere esagerate o che si trattava solo  di uno schiaffetto.

Nessun paese europeo tollererebbe ogni forma di sessismo all’interno delle istituzioni. Anche se le leggi della Convenzione di Istanbul fossero approvate, cosa cambierebbe in un paese dove il sessismo viene proprio dall’alto e dove i primi a non rispettare le leggi sono chi le fa?

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