La cattiva madre

zerbino

Originally posted on il ricciocorno schiattoso:

Proprio stamani leggevo un articolo a proposito di

quel tipo di stereotipo che conferma il più trito maschilismo che risorge dalle barzellette della settimana enigmistica e che impazza nei racconti delle pazienti nelle stanze analitiche… quella complessa costellazione reale e insieme simbolica di quello che nel gergo junghiano noi chiamiamo – la cattiva madre.”

Ci spiega Zauberei che “la cattiva madre”

“è colei la quale castra simbolicamente in figli e figlie le loro possibilità espressive, le loro opportunità emotive, l’oggetto che storicamente inibisce all’espressione di se, usurpando momenti di vita e della psiche che non le spettano…”

Sempre oggi – tu guarda le coincidenze – trovo questo:

zerbino

La storia la conosciamo tutti.

Un uomo affonda ben 5 volte il coltello nel petto della sua bambina di 18 mesi, che giace inerme nella sua culla. Ogni singola coltellata ha raggiunto organi vitali – cuore e polmoni – trapassando il…

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Mercedes: come uno spot può rafforzare credenze stereotipate

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E’ uno spot che risale a 7 anni fa ma vorrei parlarne non solo perché tutt’oggi non è cambiato nulla nella rappresentazione femminile nei media malgrado la presa di coscienza e le richieste di cambiamento, ma anche perché è lo spot che mi ha colpita parecchio per gli stereotipi e l’impatto che ha generato nell’opinione pubblica.

Ho avuto l’occasione di rivederlo su Youtube:

Nello spot vediamo alcune protagoniste femminili “vestite come uomini” che compiono atteggiamenti attribuiti agli uomini ma insoliti in un uomo perché si tratta solo di stereotipi portati all’eccesso. Alla fine dello spot c’è una bella ragazza languida e sottomessa che abbassa lo sguardo e poi sorride dolcemente ad una donna che mentre legge un quotidiano le ammicca (le vere donne leggono solo gossip e fotoromanzi?) quasi fosse un narratore che si beffa di queste “mezze donne” che fanno casino, bevono, si menano, fanno carriera, si rasano i capelli, leggono giornali, vestono da maschio e amano le donne. Sopra l’immagine della modella compare il claim “Tornate ad essere donne”. E’ chiaro che per donna, l’astuto pubblicitario vuole far intendere che si sta riferendo soltanto alla dama vestita in rosso.

Sessista e pure lesbofobo.

Attenzione, qualcuno con più potere di noi ci sta consigliando di aderire a dei canoni restrittivi che minano la nostra personalità. Possiamo percepirlo quindi solo come un consiglio o come qualcosa di più?

Nessuno si chiede se quelli dello spot possano corrispondere veramente a comportamenti maschili reali? Le donne devono comportarsi da donne sia nel modo in cui vestono, sia nel modo in cui si atteggiano, sia nel posto che occupano nella società che negli spazi che abitano.

Sono chiarissime e nitide le intenzioni dello spot. La ragazza vestita in rosso è la donna ideale perché femminile sia negli atteggiamenti che nel suo modo di vestire. Non so cosa centri uno spot simile con uno spot di automobili. Le donne “maschiaccio” ne escono ridicolizzate, caricature dell’uomo e pure lesbiche.  Quello descritto potrebbe soltanto essere un atteggiamento limitato ad alcuni casi di adolescenti. Dire che l’uomo è violento per natura poi è anche pericoloso in quanto fornisce la giustificazione verso azioni di bullismo e violenza di genere.

Lo spot quindi rafforza il solito cliché dell’uomo aggressivo e cacciatore ed esalta quello della donna oggetto e angelo del focolare. La modella in rosso rappresenta l’aspettativa che mass media formati da uomini e rivolti a uomini hanno delle donne secondo gli stereotipi (che poi li vediamo ovunque  in ogni spot). Questo spot appare solo più esplicito di molti altri ma è parte del martellamento mediatico che forma opinioni stereotipate soprattutto negli spot che reclamizzano automobili. Sorprendentemente questo spot è stato proposto per l’otto marzo del 2008 una commemorazione in cui si dovrebbe celebrare le lotte che hanno fatto le donne per ottenere molti dei diritti di cui godiamo oggi. Una trovata di marketing per rimproverare tutte quelle che l’otto marzo si lasciano andare ad atteggiamenti maschili in nome della parità? (tipo andare a vedere spogliarelli ecc…). Oppure: care signore vi abbiamo lasciato guidare  l’auto ma ciò non significa che dovete andare in giro e fare i maschiacci!

Trovo assurdo che per l’8 marzo sia stato fatto invece uno spot che riporta certe conquiste indietro di 40 anni. Non fraintendetemi. Non ho detto che le donne debbano invece riconoscersi per forza in quegli atteggiamenti alternativi etichettati come maschili dallo spot, ma suggerire che le donne sono gentili e gli uomini sono aggressivi e animali per me è roba da medioevo e francamente molto offensiva, anche per gli uomini stessi. Se una donna poi si comporta nel modo in cui si comportano le donne della prima parte dello spot perché dev’essere giudicata in quanto donna? Fosse un uomo sarebbe semplicemente un idiota e incivile, se lo fa una donna perché deve essere giudicata snaturata o lesbica?

Ho sempre parlato dell’impatto negativo che gli spot sessisti generano nella società, radicando pregiudizi e forrmando opinioni misogine. Sotto al video di youtube che riportava il celebre claim “Tornate ad essere donne” appaiono commenti come questi:

s79421  4 anni fa

 Questo spot ha un messaggio che appare molto chiaramente. Troppe donne ormai si comportano come uomini, e questo le snaturalizza… e non ditemi “per voi uomini dovremmo stare in casa a far le casalinghe col marito che ci comanda”, perché tra questo e fare l’uomo delle caverne ce ne vuole! Certo, ovvio che siete libere di atteggiarvi come volete, anzi già che ci siete perché non fate come quelle dello spot Fiat Idea che fanno la danza maori (così forse vi sentite fieramente più aggressive)?

Il commentatore critica lo spot di una casa automobilistica concorrente (che non ricordo), esaltando lo spot citato. Questo mi ricorda molto le reazioni di chi invece è favorevole alla visione della donna come un oggetto scagliandosi contro chi non la sostiene. Oppure l’episodio della rete indignata contro Laura Boldrini che ha posto in evidenza una tendenza della pubblicità italiana a rappresentare le donne sempre come delle casalinghe. Mi ha detto giustamente una lettrice: la pubblicità è specchio del nostro paese dell’immaginario sociale. E’ un condizionamento di tipo circolare. Mentre gli spot rispecchiano e rappresentano le credenze stereotipate dei pubblicitari e degli italiani, le rafforzano allo stesso tempo rendendole più difficili da estirpare.

L’aggressività non è cosa ben accetta se sei donna. Eppure l’aggressività positiva è importante che non venga repressa. Educare le donne come degli esseri sottomessi significa alimentare una società che ci vittimizza. La danza maori sarebbe utile per scaricare le tensioni. E’ documentato che l’ansia e problemi di autolesionismo come l’anoressia nervosa siano malattie tipicamente femminili dovuti maggiormente all’aggressività repressa. Se le donne non possono praticare discipline per tirare fuori l’aggressività repressa, allo stesso modo, non ci è permesso di frequentare discipline sportive, le quali richiedono una certa dose di aggressività. Anche ribellarsi ad una violenza richiede una certa dose di aggressività. Tutto richiede aggressività e tenacia.

Privare le donne dell’aggressività oltre che mettere a rischio la salute, ci predispone doppiamente al rischio di subire una violenza (di genere, bullismo ecc…) e ci porta alla necessità di essere protette da una figura identificata come più forte (un adulto o solitamente un uomo). Tenere le donne costantemente sotto minaccia e indifese rende il maschio più forte con la situazione sotto controllo. Perché le donne aggressive tendono ad essere più autonome, tendono a cercarsi più facilmente lavoro fuori casa, tendono a costruirsi una vita senza che sia necessario avere un uomo accanto che le protegga e le possegga come proprietà, tendono a non desiderare un partner fisso o una famiglia per accomodamento ad un ruolo ma lo fanno per scelta, tendono ad avere più fiducia in sé stesse, tendono a non sottostare alle decisioni di un uomo, quelle identificate come “ribelli”, tendono a farsi rispettare come a far rispettare le proprie decisioni, diritti ecc..tendono ad essere delle leader e più assertive, tendono a ribellarsi, scappare o a difendersi da una violenza. (ovviamente l’aggressività ha anche i suoi contro ma è una cosa che vale per entrambi i generi).

savether  3 anni fa
ci sono molte donne che si comportano come il peggior uomo, e non parlo di look ma di comportamento, a parte questo mi lascia perplessa il finale. non riesco a capire se entrambe sono rappresentanti di modelli femminili positivi o c’e qualche altro messaggio piu’ superficiale
 
@s79421 cosa cazzo c’entra una come si veste… perché invece una che vomita parolacce e rutta più di un camionista con l’abito Dolce & Gabbana è una vera donna? O magari lo è perché per il primo problema che ha va a rivolgersi ad un uomo? Miii quanto abbiamo le idee confuse…
 
Questo è il commento di una donna. La donna non deve ruttare e dire le parolacce. Imprecare è roba per uomini. Espletare un bisogno fisiologico è una cosa maschile. La donna non deve, la donna non deve fare, la donna deve, la donna non può. Pare che le donne anche al giorno d’oggi abbiano solo dei doveri. Doveri che le distinguano dagli uomini. E i diritti?  Tutto ciò che la donna non deve o non può è implicito che è ammesso e accettato se sei un uomo. Dai sostenitori della visione dantesca della donna, identificati negativamente, dal maschilista puro convinto di essere un’entità superiore a cui è permesso tutto, indignato con coloro che approfittano dei loro diritti che dal suo punto di vista sono solo delle gentili concessioni fatte dagli uomini.
Ma il commento migliore è questo:
 
s79421 4 anni fa in risposta a elleCDE
 Non è perché porta i pantaloni o fa la manager che una donna non è più donna, ma se vedo una vestita da metallaro, con fare da rapper e spaccamontagna (e purtroppo ce ne sono tante) la trovo snaturalizzata come un uomo con le scarpe col tacco e i gesti effeminati (che però non ce ne sono altrettanti, ecco perché non è ancora stato fatto uno spot “tornate ad essere uomini”). Se vi vedete fighe a far così affari vostri (pure le lelle son più femminili), poi non lamentatevi di questo spot.
 
Presumibilmente di un uomo con un accenno di omofobia. Non lamentatevi di questo spot, vi meritate così qualcuno con più potere di voi vi dice dall’alto come dovete essere per la società: belle, magre, sexy, eterosessuali, timide e accondiscendenti e oggetti sessuali, altrimenti siete aggressive. E ovviamente la vera donna veste con tacchi alti e scomodi in modo che l’uomo si senta sicuro che la donna non possa correre o scappare!
 
Secondo il commentatore lo spot è nato per strigliare le donne e farle tornare dentro una gabbia.  Ha ragione, infatti gli spot nascono per rinchiudere in gabbie, solo che la maggior parte degli spot lo fanno più implicitamente. Molti spot premono sulle donne proponendo vecchi stereotipi con lo scopo di cancellare anni di conquiste e farci tornare ad essere le donne di una volta, prima degli anni delle rivendicazioni femministe.
 
Stessa cosa non avviene per gli uomini, semplicemente perché sono più ancorati a rigidi ruoli di genere che nessuna rivendicazione ha scalfito ma anche perché non hanno bisogno di “emulare” ciò che è considerato positivo è più vincente dato che non vivono in un mondo dominato da donne. E poi rappresentano la maggioranza, in quanto il potere è detenuto nelle mani degli uomini. Ho immaginato chi sedeva nel tavolo per decidere quella campagna pubblicitaria. Come si parlava in questo post (QUI), il mondo pubblicitario è fatto quasi totalmente di professioni al maschile; qui la rappresentazione femminile è molto bassa e non è un caso che le narrazioni contengano stereotipi di genere sessisti volutamente studiati a tavolino affinché il consumatore si riconosca o formi dei desideri in base a quelle aspettative stereotipate.
 
Sono pochi gli uomini in Italia che accettano la parità di genere e che accolgano il femminismo non come un estremismo equivalente al maschilismo ma come un movimento che ha portato alle donne italiane a godere quasi degli stessi diritti delle altre donne europee.
Non c’è infatti bisogno di farsi domande sul perché lo spot identifica l’emancipazione femminile negativamente come se ci avesse trasformato emule dei peggiori uomini. Non è nemmeno un caso se come data abbia scelto l’8 marzo per comunicarci che abbiamo sbagliato a pretendere la parità dei sessi.
 
In una società patriarcale è importante che i ruoli vengano rispettati. L’uomo deve fare l’uomo, la donna deve fare la donna.  E’ una cosa che ti impongono fin da bambin* sottostimando e ignorando gli effetti pericolosi che i ruoli di genere provocano alla salute soprattutto quando da parte di nessuno (governi compresi) c’è volontà di contrastarli. Le scuole italiane, ad esempio, sono uno dei luoghi alternativi in cui si manifestano gli stereotipi di genere. Sulla nostra pagina un insegnante ha lasciato un commento che vale la pena di condividerlo poiché rappresenta un’utile narrazione della disparità di genere in italia:
Io che lavoro coi ragazzi posso solo confermare quanto dice l’articolo. Gli adolescenti purtroppo aderiscono a molte di queste norme innaturali per paura di apparire diversi dal ruolo sociale che dovrebbero ricoprire e ogniqualvolta ho cercato di ragionare con loro nei loro sguardi ci leggevo solo desolazione, mancanza di sicurezze a cui aggrapparsi.
Ricordo due esempi che mi hanno profondamente segnato
Il primo era un ragazzino di 7 anni, il quale si rifiutò di scrivere che un libro da lui letto l’aveva emozionato perché ora da femmine commuoversi.
E il secondo, forse più sconcertante del primo. Un ragazzo di 16 anni al quale dissi di scrivere una relazione prima a matita in modo tale da non imbrattare il foglio di penna nel caso in cui avesse fatto tanti errori: la sua risposta fu che la matita non l’avrebbe usata «perché è da ricchioni». Cioè essere ordinati e organizzati non solo non è da veri uomini rudi e scoreggioni, ma ti fa sembrare una donna, ossia un essere delicato e attento, sensibile e meticoloso…un frocio insomma, un’ umiliazione per l intero genere maschile…
E un dettaglio in particolare che ho notato fra molti dei miei studenti maschi: checché se ne dica, anche loro sono bombardati (forse non quanto le loro coetanee) da queste assurde regole sul genere.. Molti dei miei studenti sanno esprimersi bene,tuttavia ho notato che per non apparire come delle “checche” impostate e perfettine molti volte parlano volutamente in dialetto, perché questo li rende forti, meno soggetti a critiche, perché sembrare acculturati e intelligenti per loro è un’offesa alla loro mascolinita…..
 
Se sei maschietto e piangi sei femminuccia, se sei una bambina e ti piace rotolarti nel fango sei maschiaccia, se giochi con le bambole e sei un bambino sei un futuro gay, se reagisci agli insulti di un bullo non sei una vera signorina, se non vesti di rosa ti scambieranno per un maschietto, se non ti trucchi, non ti depili, non ti pettini e non metti i tacchi ma preferisci scarpe da tennis i ragazzi non ti degneranno di uno sguardo, se vuoi praticare calcio, basket, boxe o atletica anziché danza sei un maschio mancato, se studi troppo e prendi voti alti sei gay. Sono stereotipi che pesano come macigni e condizionano pericolosamente la vita dei bambini e delle bambine.
 
E’ importante che la pubblicità come la famiglia e le scuole si impegnino a promuovere una visione più paritaria nella società e di privilegiare l’aspetto individuale delle persone.

Capifamiglia: L’Italia si rifiuta di offrire strumenti per lo smantellamento dell’assetto patriarcale della società

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Sabato è avvenuta l’ennesima “strage famigliare”. Un uomo ha ammazzato la moglie e i suoi figli. Ne ha parlato ogni tg che non si è risparmiato di sottolineare la disperazione di un uomo il cui figlio soffriva di una disabilità e la salute dell’uomo che stava peggiorando.

Il giorno prima della strage il TG2 e altri numerosi tg e giornali nazionali hanno diffuso la notizia del calo di essi dovuti alla legge di Alfano.

Al TG2 di venerdi Alfano si vanta di come stia funzionando la nuova legge. Lo fa in tono propagandistico. E noi non abbiamo prove se questi delitti siano diminuiti se non abbiamo nemmeno un osservatorio che li registri. Quanto è facile censurare la stampa affinché dimostri che quella legge funzioni?

Abbiamo già parlato di quella legge e di quello che non va poiché non abbiamo letto nessuna volontà di smantellare le radici patriarcali del fenomeno. Una legge fatta da un sistema patriarcale con una concezione patriarcale del ruolo della donna.

Anche Espresso parla di calo dei delitti ma sottolinea che in Italia non c’è alcuna protezione per le vittime di violenza né considerazione del fenomeno.

Un’ informazione importante che al TG2 è stata omessa:

Calano i delitti [...]Ad occuparsi di quest’ultimo punto, nella Ue, è il Concilio d’Europa. Che oggi ha pubblicato una lunga relazione sull’attività, per l’appunto, istituzionale, di più di quaranta paesi. Dal rapporto emerge che anche l’Italia si è mossa per contrastare le botte di genere. Ma non abbastanza. Perché veniamo dopo il Portogallo, la Slovacchia, l’Albania, l’Irlanda e l’Estonia ad esempio per numero di letti a disposizione delle vittime per le emergenze: 560 nel 2013, contro i 9000 della Gran Bretagna, che ha una popolazione di poco superiore alla nostra.[...]. Ed è solo uno dei ritardi che abbiamo. Gli altri riguardano la formazione degli operatori (magistrati e poliziotti che intervengono sul posto), il coinvolgimento delle associazioni, la pubblicazione di dati e statistiche ufficiali (attraverso le informazioni delle forze dell’ordine ad esempio) sulla violenza: in Italia esistono ma non sono accessibili.[...] Solo misure immediate, processi rapidi, risposte concrete di protezione nei confronti delle vittime possono fermare i violenti. Uno degli esempi citati è l’Austria, dove gli agenti – che seguono corsi dedicati – possono imporre subito obblighi di allontanamento, e sono chiamati a controllare che i divieti siano rispettati. Funziona? Secondo i dati riportati da Redattore Sociale , i femminicidi in Italia si sarebbero dimezzati, in questi primi sei mesi dell’anno, rispetto allo scorso. Ma è un risultato ancora non ufficiale e difficile quindi da verificare. 
[...] il governo Renzi ha stanziato 17 milioni di euro. Soldi che dovrebbero servire ad aumentare la disponibilità di posti nei centri d’accoglienza e i punti di contatto con le vittime di abusi. Ma sul “come” sono stati distribuiti questo fondi è scoppiata la polemica. Il piano infatti – approvato poche settimane fa dalla Conferenza delle Regioni – prevede che la maggior parte dei finanziamenti vadano alle Regioni, che apriranno delle gare per scegliere a chi inviare i contributi. Ai centri anti-violenza esistenti, 67 solo quelli riuniti nella rete “Di.re” , non andranno che le briciole: seimila euro ciascuno se va bene. E sì che questi sono i luoghi dove negli ultimi decenni si è affrontato, nel silenzio dei governi, il problema: offrendo supporto legale, psicologico, e dando spazio alle donne che avevano la forza di allontanarsi dagli orchi. Da Bologna a Roma, sono iniziate così le proteste di volontari ed esperti del settore, preoccupati all’idea che i fondi (necessari, vista la mancanza di protezione che le strutture pubbliche possono dare oggi alle vittime) finiscano in rivoli e progetti secondo interessi più politici che ideali.

 Fonte qui

L’altro problema fondamentale é il contrasto degli stereotipi di genere nei media, che tramandano e consolidano una visione patriarcale nella nostra società. Affianco a pubblicità che raffigurano ruoli tradizionali, c’è la stampa italiana che ancora oggi utilizza toni giustificatori verso l’omicida e il movente dell’atto compiuto presentando articoli che assomigliano più a romanzi che notizie di cronaca nera.

Il tg2 sabato ha parlato delle stragi famigliari affermando che spesso avvengono per disperazione, depressione o per motivi passionali. L’anno scorso abbiamo realizzato un corto per denunciare l’utilizzo di toni giustificatori da parte della stampa italiana. Usare, ad esempio, il suffisso omicidio passionale è già una giustificazione verso il fenomeno perché secondo i dizionari:

delitto p., che ha per movente una violenta passione (nel diritto penale è considerato degno di un’attenuante di pena, anche se, per disposizione esplicita, gli stati emotivi e passionali che inducono il reo a commettere il delitto non escludono né diminuiscono l’imputabilità); dramma p., provocato dallo scontro delle passioni. ◆ Avv. passionalménte, in modo passionale, con grande passione: amare passionalmente. (treccani)

d. passionale, omicidio motivato da una violenta passione amorosa (fonte: il corriere dizionario, quello che i giornalisti consultano?).

L’omicidio passionale è quello a cui spesso la giustizia italiana dà un attenuante ma costituiscono più della metà degli omicidi che hanno come vittima una donna, i cosiddetti femminicidi che secondo la corrente mentalità italiana sono ancora atti di vero amore (o di amore malsano). L’omicidio passionale non esiste è una costruzione sociale come lo è ogni sua giustificazione quale la depressione, la malattia mentale (in assenza di una diagnosi medica) o la disperazione.

L’altro problema ricorrente è l’uso di suffissi che sembrano dare consenso ad una visione patriarcale della famiglia e al dominio dell’uomo sulla donna, causa delle violenze domestiche.

Perché anche per narrare l’ultima strage molti giornali e telegiornali hanno usato il suffisso capofamiglia proprio per l’uomo che ha preso in mano l’arma e ha fatto fuori tutti membri della famiglia e poi si è ammazzato.

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E’ il capo famiglia quindi può decidere della vita dei suoi membri in quanto subordinati a lui e alle sue cure. In quanto capofamiglia quindi si sentiva anche in qualche modo in diritto di esercitare una sorta di autorità e possesso nei confronti della famiglia sterminata?

Perché considerare ancora oggi l’uomo come un capofamiglia se sono 40 anni che il “diritto di famiglia” si è ammodernato?

Sarà per lo stesso motivo che il governo ha rimandato (causa discordie) la legge che prevede l’ultimo baluardo per abolire l’idea del capofamiglia?  (l’abolizione dell’obbligo del cognome paterno).

Perche non è strano che uno in quanto capofamiglia si senta in diritto di ammazzare tutta la famiglia in quanto proprietà?

 Per capofamiglia si intende il membro di un nucleo familiare cui si riconosce giuridicamente e socialmente autorità sugli altri membri.

In Italia, il capofamiglia è sempre stato riconosciuto come l’uomo del nucleo, marito e padre, cui si attribuiva patria potestà e potestà maritale.
Quest’ultima è in effetti la condizione di superiorità e il ruolo predominante riservato al marito rispetto alla moglie.
Secondo la potestà maritale, l’uomo ha il diritto di impartire ordini e divieti alla moglie, come anche il diritto di punirla.

fonte:Qui

Perché non possiamo non vederci un problema di tipo culturale se questo tipo di reati sono così frequenti e se un uomo “disperato” ammazza tutti e poi si suicida perché non è più in grado di prendersi cura di una famiglia dipendente economicamente da un uomo.

Sul fatto che parecchie donne vivono dipendendo economicamente dal proprio marito è dovuto dalla mancanza di politiche che favoriscono l’indipendenza economica delle donne e che quindi le espone doppiamente al pericolo di cadere vittime di stragi famigliari e di violenze domestiche oltre a quelle carenze già citate all’inizio del paragrafo.

Quello che dicevo è che le leggi securitarie non servono in mancanza di un sistema che prevenga queste stragi, che aiuta le donne ad uscire dalla sottomissione e dalla dipendenza ossia dal rischio di vittimizzazione. Non è un caso che la maggior parte di chi compie stragi e femminicidi poi si suicida e allora a cosa serve l’inasprimento delle pene?

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