#escidalsilenzio

Il blog “Esci dal silenzio” si fonderà assieme a Generazione per raccontarvi passo dopo passo cosa è il bullismo e quali effetti comporta verso chi lo subisce nella sua vita. Io ho subito bullismo dalle scuole medie e alle superiori e questo peso me lo porto ancora oggi dietro le spalle come un grosso fardello.

Purtroppo il mio paese è piccolo e io per anni ho provato un senso di vergogna nell’essere riconosciuta come un vittima di bullismo. Allora preferivo scegliere il silenzio anche se molti sapevano già tutto. Oggi la vivo in una maniera differente, non ho problemi nel raccontare la mia storia e vorrei tanto aiutare chi si trova nelle mie condizioni.

Come ripeto, sono classe ’87 e vengo da una piccola città nel nord-est della Sardegna. Il mio passato, fatto di abusi psicologici, mi ha spinta ad aprire prima un blog contro la violenza di genere e poi ad aprire un piccolo spazio sul bullismo.

La mia storia è molto complicata ed è difficile da ricostruire cercando di mettere in pezzo ricordi ormai sbiaditi anche se presenti nel mio inconscio. Non ero minimamente consapevole di non essere sola poiché il bullismo, come altre violenze, è un fenomeno molto diffuso negli ambienti scolastici.

Perché io non potevo saperlo? In Italia mancava, e manca tutt’oggi, informazione circa questo fenomeno. Anzi, si fa fatica a riconoscerlo come una forma di violenza a meno che non ti presenti all’ospedale in fin di vita.

Ma la maggior parte degli atti di bullismo non lasciano segni fisici. L’idea radicata che lo classifica come una ragazzata, lascia le vittime non solo senza alcun modo di farsi giustizia ma anche con il senso di colpa di vedersi appiccicato addosso il ruolo di colpevole, provocatore, permaloso, esagerato, esagitato, folle, stupido, emarginato. Dunque responsabile della violenza subita.

E io non reagivo e non chiedevo aiuto per questo. E’ utile che il bullismo venga riconosciuto come prevaricazione e violenza alla pari delle altre forme di violenza.

Il bullismo ha effetti devastanti nel corpo e soprattutto nella mente di chi ne è vittima. La maggior parte delle vittime di violenza si suicidano (o tentano), sperimentano autolesionismo, sviluppano problemi psichici ma anche fisici.

Più gli episodi di bullismo si protraggono nel tempo più devastanti sono gli effetti sulle vittime. Molto spesso gli effetti sono talmente devastanti che ci vogliono anni per riuscire a debellarli. Molte volte non guariranno mai.

Il mio obiettivo è quello di aiutare le vittime a rompere il silenzio, attraverso la mia storia.

Solo oggi so che i bulli sono persone ignoranti e stupide che hanno bisogno di prevaricare per sentirsi accettati.

Gli anni delle elementari potrei definirli come gli anni più dorati della mia infanzia. A parte qualche sporadico episodio di bullismo quando cambiai scuola, avevo le mie amicizie e i miei affetti. Tuttavia, durante gli anni dell’asilo e dei primi anni delle elementari ho subito violenze fisiche da parte di alcuni insegnanti.

Sono sorella gemella con la quale ho un legame molto profondo. Siamo sempre state insieme e io l’ho sempre protetta perché è buona e ingenua. Fin quando lei al momento del trasferimento fu separata da me e iscritta in un’altra sezione della scuola elementare.

Mia sorella subiva bullismo. Per vergogna e paura lei taceva, fin quando io non le vidi dei brutti lividi sulle gambe e allora le chiesi come se li fosse procurata. Le ferite che portava sul corpo erano spaventose e molto di più per una bambina di nove anni. Mi raccontò che veniva presa a calci, presa in giro e una volta buttata giù per le scale “perché grassa”. Mia sorella non ne parlò con nessuno tranne che con me.

Gli anni delle medie furono tre anni di inferno. Mi escludevano quasi tutte (e mi trattavano con sufficienza) perché si sentivano tutte signorine e io per loro ero una bamboccia. Fortunatamente io stavo in classe con mia sorella e con una mia compagna presa in giro anche lei perché in sovrappeso e perché vestiva “come un maschio”.

Le ragazze “emancipate” mi evitavano come se fossi la peste. Se provavo a rivolgerle parola nemmeno mi rispondevano. Per me questa fu una violenza atroce, più di un’accoltellata..più delle botte. Mi facevano sentire come un essere inferiore.

A Natale tutte si scambiavano i regali (anche con la mia amica) e io venivo esclusa, così come alle feste dei compleanni, io non venivo invitata quasi mai. Spesso mi dicevano cattiverie per farmi offendere. Ricordo una volta quando rivolsi una domanda ad una mia compagna di classe e mi rispose di farmi gli affari miei e che “io non parlo con  te, non sei nessuno”.

Venivo anche esclusa a causa della mia incapacità negli sport di squadra. Ricordo che ogni mattina nessuno mi salutava e qualche mia compagna entrava in aula, salutava tutti “tranne me e mia sorella”.  A periodo facevano le amiche e venivano a casa mia e fare le ruffiane con mia madre. Qualcuna di loro si era offerta per una sorta di missione, quella di  “di rendermi più femminile”. Un giorno mi ricordo-forse era il nostro dodicesimo compleanno-che mi hanno truccata e siamo uscite in giro verso l’imbrunire. Quando scoprirono che mio padre era dietro di noi per controllarci, il giorno dopo in classe ricominciò l’incubo: l’espulsione mia, di mia sorella e della mia amica perché sua madre non voleva che uscisse truccata in giro.

La mia amica ha cominciato a soffrire di anoressia perché nella mia classe era oggetto di esclusione in quanto grassa. Magicamente quando dimagrì e cambiò look tutte le erano amiche.

In quel periodo stavo cominciando a “temere tutto”. Attribuivo la colpa del bullismo alla mia presunta incapacità di legare amicizia, la timidezza.

Non era così. Io non avevo mai sofferto di timidezza in vita mia. Stavo cominciando a soffrire dei sintomi di una lunga malattia. La fobia sociale, la depressione (e problemi di autolesionismo). Sentirmi costantemente rimproverata, giudicata, derisa, isolata mi aveva portato a temere l’affronto di ogni situazione esterna dall’ambiente domestico.

Avevo paura a ricevere e rispondere al telefono, mangiare davanti agli altri, parlare davanti a tutti e avevo un controllo profondo di ogni situazione per evitare di fare brutte figure. Avevo l’ossessione di dire qualcosa di sbagliato o essere giudicata e mi veniva un’ansia indescrivibile per ogni cosa che dovevo fare anche per chiedere informazioni, per salutare qualcuno o per entrare nei negozi.

Finite le medie, volevo seguire la mia amica al liceo classico ma i miei genitori iscrissero me e mia sorella in un istituto tecnico per il turismo della mia città. La mia malattia si stava cronicizzando e, dunque, non riuscivo a farmi delle amicizie per paura di essere trattata male.

Qualcuno legò amicizia con me ma poi un giorno uno dei miei compagni di classe cominciò a bersagliarci principalmente a causa del nostro cognome e allora ci tirava dei fogli arrotolati addosso durante l’intervallo. Poi gli insulti e le prese in giro si fecero ogni giorno più pesanti fino ad essere picchiata soventemente. Prima il cognome e poi l’aspetto fisico, soprattutto quello di mia sorella che era ancora un po’ cicciottella, aveva dei brufoli e i “baffetti”. Il resto della classe mi escludeva e addirittura arrivavo a rallegrarmi quando qualcuno o qualcuna mi chiedeva in prestito qualcosa o mi chiedeva l’orario.

Gli altri giorni venivo presa in giro e più passavano le giornate e più queste prese in giro aumentavano. Molto spesso i bulli si davano il cambio. Dietro di me una mia compagna di classe per un lungo periodo mi appiccicava palline di chewingum nei capelli.

Ricordo brevi periodi in cui si fingevano amici per farsi passare i compiti, per chiedermi se gli prestavo il cellulare per fare delle chiamate ma fu un periodo che durò un paio di mesi quando cominciai a ricevere chiamate anonime e mi accorsi che si trattava di loro.

Facevo di tutto per cercare di farmi apprezzare ma ogni tentativo che facevo mi rendeva ridicola ai loro occhi. Quando i professori sgridavano i bulli loro dicevano che era colpa mia che non riuscivo a socializzare. La stessa cosa la pensavano gli altri insegnanti e pure io mi convinsi che era così ma la mia fobia sociale e il bullismo da parte di molti mi rendeva paurosa nei loro confronti.

Successivamente qualcuno mise in giro malelingue sul mio conto e cominciai a subire bullismo da mezza scuola. Ricordo il giorno in cui un mio compagno di classe si inventò che io diedi della “troia” ad una mia amica ma non era vero. Lei però gli credette e litigammo e allora lei per “darmi una lezione” chiamò da un’altra aula un’amica molto grossa che mi minacciò di picchiarmi. Lei per farsi ancora più dura chiamò tutta la sua classe. Era l’ora dell’intervallo.

Cominciò a darmi spintoni e mi fece cadere ma io non ebbi coraggio di reagire. La sua classe incitava a darmene e gridava “rissa, rissa”, “picchiala”. Gridai aiuto ma nessuno interveniva per sedare la situazione. Per fortuna entrò il professore evitando che la situazione degenerasse. Allora ebbi un attacco di panico mentre entrava il professore e scappai dall’aula. Lui si arrabbiò con loro ma non accadde nulla oltre alla ramanzina.

Io quei bulli li incontravo sempre in giro perché il paese e’ piccolo. Non avevo molti amici fuori dalla scuola. Anzi, avevo solo un’amica che una volta fidanzata mi evitava oppure mi usava come copertura per nascondere alla mamma che usciva con il suo ragazzo.

Accadeva che qualche professore stava dalla loro parte. E allora partivano le note nei miei confronti, le sgridate,gli allontanamenti dall’aula. Fu da quel giorno in cui una mia professoressa mi sbatté fuori per essermi difesa contro di loro che io chiamai mia madre e gli raccontai tutto quello che subivo a scuola. Da allora io chiamai molto spesso i miei genitori che puntualmente venivano a parlare con gli insegnanti e preside. Ma loro insistevano che non si erano accorti di nulla. Qualcun’altro osava dire che io non ero “una santa” e provocavo le loro reazioni.

Così io ebbi una reazione e mi rifiutai di andare a scuola. Mi veniva spesso mal di pancia ogni volta che pensavo che il giorno dopo dovevo andare a scuola. E cominciai a fare assenze e a “marinare”.

I miei un giorno accompagnarono me e mia sorella dai carabinieri a sporgere denuncia (lo stalking ancora non era reato) sul telefono e bullismo a scuola. Parlammo perfino con il maresciallo ma si limitò solo a registrare i nomi e ad archiviare il caso.

Il giorno dopo quando mi fecero di nuovo perdere la pazienza, in quanto mi picchiavano e mi tiravano roba addosso li minacciai che avevo informato i carabinieri. Per un po’ fecero i buoni ma durò davvero poco: avevano in mente di farmela pagare per questo.

Così mi ruppero il cellulare in modo che io non potessi più avvisare mia madre e mi dissero che ero una bambina perché non dovevo andare a piangere dai miei. Da allora gli “scherzi” diventarono più pesanti.

Si avvicinava il bullo più grosso, prendeva la mia merenda e la buttava dalla finestra oppure un’altra bulla mi buttava i quaderni o veniva a punzecchiarmi con le matite dietro la schiena o a sganciarmi il reggiseno. Le violenze fisiche si accompagnavano a quelle psicologiche poiché spesso mi prendevano in giro per il mio aspetto fisico.

Una volta durante la lezione di informatica un gruppo di bulli stavano molestando mia sorella guardandole sotto la gonna e dandole della zoccola per via dell’abbigliamento. Allora quello fu il giorno in cui mi arrabbiai e reagii per la prima volta e li presi a calci. La professoressa si arrabbiò e mi disse di “non comportarmi come un maschio” e che le signorine non prendono a calci. Poi mi avvisò che ero io a cercarmele con il mio atteggiamento da prepotente.

Anche la prof di lettere era della stessa opinione: era colpa mia se i bulli se la prendevano con me. L’ora della ricreazione o i momenti in cui i prof facevano il cambio per entrare in aula per me erano un inferno. Durante l’assenza dei professori gli “scherzi” si facevano più pesanti.

Un altro giorno uno dei bulli mi fece “la doccia” con la bottiglia dell’acqua e poi mi diede della puttana in calore. Questo è una delle tante aggressioni fisiche che subivo quasi tutti i giorni a scuola anche davanti ai professori.

Non volevo più andare a scuola e mi venne l’orzaiolo dallo stress. Fu anche quella l’occasione per prendermi in giro.

Una volta in preda ad una crisi “isterica” dissi a mia madre che non avevo più intenzione di andare a scuola e lei valutò l’idea di trasferirmi in un’altra sezione. Il preside accolse la decisione e ci trasferì. Intanto la sezione E fu abolita perché gran parte degli studenti furono bocciati e “seminati” nelle altre sezioni. Ma non fui contenta perché io volevo cambiare scuola, ma non riuscii ad impormi.

Gli ultimi quattro anni furono la solita musica. Ormai tutto l’istituto sapeva che ero io (e mia sorella) vittima di bullismo. Il bullismo era meno pesante rispetto al primo anno ma caratterizzato sempre dall’esclusione da parte di quasi tutta la classe e prese in giro quasi sempre quotidiane, con i professori che da una parte non facevano nulla, dall’altra qualcuno prendeva le loro parti. Poi il cyberbullismo sulla chat del mio paese che avveniva di frequente.

Finché al quarto anno mi ribellai picchiando una di loro. Fu un momento di liberazione per me anche se gli anni di bullismo si protrassero fino al 2009.

E per me il 2009 fu una data importantissima perché segna anche la nascita di Uagdc, questo piccolo grande blog che mi ha rafforzata e che è diventato come l’unica ragione di vita e che da oggi sarà attivo più che mai alla lotta contro il bullismo.

Del bullismo ne parlerò nella categoria “Fuori genere” e attraverso “le vostre storie“.