“Chiamarlo amore non si può”

libro

In questo 25 novembre, voglio parlare di violenza.

Non lo farò riportando casi di cronaca, o indagando sulle cause, come facciamo sempre dalle pagine di questo blog.

Lo farò parlando ai giovani, o meglio, lasciando che  lo facciano le parole di un libro che esce oggi in libreria, ma che ho già avuto l’occasione di leggere, in anteprima.

libro

E già il titolo promette bene. A dispetto di tutti i giornali che quando narrano di violenza insistono ad utilizzare i termini “amore”, “gelosia”, “passione”, questo libro si intitola “Chiamarlo amore non si può” e la promessa del titolo rispettoso e veritiero, viene mantenuta nei racconti che contiene.

Sono ventitré racconti, scritti da ventitré diverse autrici.

Ognuna con il suo modo di scrivere, la sua capacità narrativa, ognuna con uno sguardo diverso, ognuna con un suo stile.

Ventitré modi di vedere la violenza, ventitré sfaccettature, come è giusto che sia, perché la violenza ha tanti volti e in tanti modi la si può riconoscere e vedere.

Il libro si rivolge ai giovani e a me, che scrivo in questo blog, attento alla comunicazione, non sfugge che in copertina vi è stampato: “23 autrici raccontano ai ragazzi e alle ragazze la violenza contro le donne”.

Non aspettatevi un linguaggio eccessivamente edulcorato, ma nemmeno sangue e vittimismo. Non aspettatevi toni forti, toni gridati, scandalistici, ma nemmeno favolette. Ci sono emozioni.

Ci sono emozioni al maschile e al femminile. Emozioni che colpiscono anche un’adulta come me.

E sono le emozioni di chi vive la violenza, ma anche di chi la vede in un’amica, in una madre, di chi la ricorda, di chi vi ha assistito, di chi la teme.

Le storie sono diverse e parlano di ogni tipo di violenza che una donna può subire: stalking, stupro, mutilazioni genitali femminili, violenza psicologica, violenza fisica, femminicidio, turismo sessuale, schiavitù ai canoni di bellezza imposti da altri, anche bullismo, quel bullismo che nasce dalla maldicenze e dalle etichette che si appioppano alle ragazze che non si comportano come vorrebbero le leggi del patriarcato.

I protagonisti dei racconti sono donne adulte, ragazze, ragazzi, bambini e bambine e anche uomini (aguzzini, ma anche vittime di padri violenti, o anche figure positive, come il maestro o come il marito che risolve i litigi con la moglie, facendo attenzione alla sensibilità dei figli). Di volta in volta raccontano i turbamenti dei primi amori, le dinamiche violente nelle relazioni di coppia, le vicende di amiche e genitori, le proprie emozioni, le proprie storie.

Intorno ai protagonisti si muovono varie figure, in molti casi positive, un’apertura alla speranza, un evidenziare che anche quando si è vittime di violenza, qualcuno intorno a noi che potrebbe aiutarci c’è.

Un bel libro, insomma. Un libro che parla di realtà, non di fiabe. Che parla di cultura patriarcale, che la rimarca, la fa notare. Alcuni racconti sono a lieto fine. Altri aprono alla speranza. Alcuni ancora terminano male. E, se v’è qualche piccolissimo cliché, glielo perdoniamo facilmente, perché ha l’enorme merito di non puntare mai dita accusatrici verso chi, nei racconti, subisce la violenza. Nel primo racconto, che parla di uno stupro, i colpevoli sono chiaramente gli stupratori (pur senza – e questa è una delle cose che del libro mi piace – alcuna descrizione di atti violenti), non la ragazzina che è uscita con loro, tanto più grandi di lei, per sentirsi, lei stessa, grande.

Un linguaggio rispettoso delle vittime e del giovane pubblico cui è indirizzato il libro (non prima dei 15/16 anni, comunque), un linguaggio che arriva al punto attraverso le emozioni dei protagonisti. E vi arriva diretto, lucido, consapevole.

Ciliegine sulla torta. Due.

Un passaggio dell’introduzione che qui riporto:

Come possiamo mai sperare che le nostre bambine e le nostre ragazze siano donne determinate nelle relazioni, sicure di sé e delle proprie scelte (…) se diamo loro solo un certo tipo di modelli? (…) A che serve ridurre la soluzione a mero problema penale, affannarsi a discutere sull’irrevocabilità della querela penale (…) se non si lavora invece sull’educazione? Sulla prevenzione? Se sin da bambine le circondiamo di libri scolastici pieni di stereotipi, di immagini di abuso del corpo femminile, con un linguaggio declinato al maschile che mortifica le donne è davvero inutile. Quanto ai ragazzi, sarebbe più efficace provare a decostruire i modelli familiari, sociali mediatici (…). E riflettiamo anche sul perché la violenza contro le donne sia  così diffusa proprio ora che le donne sono apparentemente più forti, più libere, più ricche di opportunità.”

E il fatto che i proventi del libro sono interamente devoluti all’AIDOS che si occupa di sostegno allo sviluppo femminile, in tutti i campi.

Non si lucra, perciò, sulla violenza contro le donne.

 

Fabio Volo e la sessualità femminile

VanityFair-fabio-volo

Qualche settimana fa su Vanity Fair è uscita un’intervista a Fabio Volo, dove ci ha deliziate con le sue “perle di saggezza” su alcuni errori che le donne commettono nell’intimità.

Fabio Volo viene considerato lo scrittore italiano del momento. Certo usare la parola scrittore per un personaggio come lui mi fa quasi venire le fitte allo stomaco, ma considerando che in Italia hanno lasciato fare libri a Totti e a Moccia -che hanno riscosso anche parecchio successo- e considerando che in Italia il libro più venduto del 2010 è stato il ricettario di “una nota sorella di “, Fabio Volo almeno sa usare i congiuntivi e parla degli amorazzi di trentenni con turbe mentali e non di quattordicenni e dei loro lucchetti che fanno cascare ponti e lampioni.

Ma andiamo avanti e concentriamoci sulla sua intervista. Premetto che parlerò di quelle botte e risposta che sono riuscita a recuperare sul web, figuriamoci se vado a comprare Vanity Fair, per leggere Volo poi men che meno, preferisco comprare Libero per vedere fino a che punto può arrivare la psicopatia umana e farmi due risate.

Devo dire che la giornalista che l’ha intervistato non ha molto più spessore di lui e in quanto a luoghi comuni e banalità, questa intervista ne è la fiera!

L’intervista si apre cone le novità circa la sua situazione sentimentale, dopodichè la giornlalista gli ricorda un episodio dove lui andò ad una riunione di Rai Cinema con un pacchetto di un sexy-shop -capirai che scandalo, possibile che ancora si abbiano tutti questi pudori e risatine cretine circa l’erotismo e la sessualità? – così gli chiede se secondo lui -dalla sua esperienza- alle donne piace giocare (sessualmente).

F.Volo : “Piace alle donne che hanno un buon rapporto con il loro corpo, quelle che si toccano, che sanno anche cercarsi il piacere in proprio. Molte altre sono piene di paranoie. Perché le donne, attraverso il sesso, vogliono dirti chi sono, in senso lato, quindi niente autoreggenti, altrimenti lui pensa che io sia una puttana“.

E guarda un po’ di chi è la colpa di queste remore che le donne hanno nella sessualità? Ma Fabio Volo che ne sa della società patriarcale e maschilista in cui viviamo?

Non potevamo mica aspettarci da lui, così preso a scrivere le sue frasi ad effetto -per italiani qualunquisti e analfabeti che fingono di saper leggere-che collegasse i pudori di alcune donne  alla cultura sessuale che c’è in Italia, dove queste ultime sono mutilate sessualmente a livello mentale, perchè ad esempio se una donna parla apertamente di sesso e delle sue esperienze viene subito etichettata troia.

La donna in questa società è solo preda, un essere subordianto che deve tenere le gambe strette altrimenti poi tra giornali, tv e Vaticano la persecuzione tipo “caccia alle streghe” è assicurata! Ma ovviamente lui deve riempire spazi bianchi e dice le cose che dicono tutti, senza farsi domande, senza studiare la società, ecco perchè Volo piace a tanti: perchè dice solo cose -omettendone molte altre- che gli italiani vogliono sentire.

Lui che parla di pudori sessuali femminili forse non sa che esistono ancora famiglie che impongono -come in Afghanistan- test periodici di verginità alle proprie figlie (vedi finto stupro a Torino). Non sa che in Italia siamo ritornati alle propagande anti-aborto e alla diffusione a macchia d’olio degli obiettori di coscienza (negli ospedali e addritura nelle farmacie).

Volo ovviamente se afferma ciò, non sa quanto ancora sia censurato e criticato l’autoerotismo femminile.  Proprio in questo blog abbiamo avuto modo di parlare di alcune immagini pubblicitarie che richiamavano lontanamente questo atto che sono state ritirate immediatamente, mentre quelle che richiamano scene di violenza sessuale e domestica o di stupri non sono state mai prese in considerazione se non da blog come il nostro che si occupano di questi argomenti e quando invece vengono diffuse lo si fa solo per stuzzicare il piacere maschile, perchè una donna ancora nel 2012 in Italia viene vista come un mezzo di piacere alla sessualità maschile.

Non sa che ad esempio noi donne veniamo incolpate anche quando veniamo stuprate di essere vestite troppo scollate e quindi di aver provocato.

Fabio Volo non sa nemmeno che in Italia le donne vengono ancora divise in sante o puttane, forse anche per questo molte donne hanno  remore a vivere una piacevole attività sessuale e ad indossare autoreggenti (che possono anche non essere indossate per una questione di comodità o gusto).

Non sa nemmeno che in Italia sembra di vivere in un porno ma ovviamente solo per gli uomini, liberi di far battute svilenti e dementi su donne un po’ più svestite o libere, collegando poi l’aspetto fisico di esse alle loro capacità amatorie.

In Italia si parla tanto di sesso, moltissimo, ma in modo sbagliato. Nove persone su dieci in Italia non sanno neanche lontanamente cosa sia il sesso, che troppo spesso viene fatto passare come sopraffazione o viene confrontato ai porno, che mediamente sono incentrati sulla sessualità esclusivamente maschile (basti notare i titoli di essi!).

Andando avanti con la piccola intervista che si può trovare sul web, ho notato anche un’altra cosa, la giornalista gli chiede:

“Altre tipologie di donne che a letto l’hanno delusa?”

F. Volo: Quelle che pensano che la loro patata sia una specie di rivale

Patata?  Perchè non chiamare l’organo sessuale femminile con il proprio nome? Perchè l’organo maschile viene chiamato pene e l’organo sessuale femminile viene in qualche modo sempre svilito dietro nomignoli alla “patata” o “topa” ? Ecco che anche lui in questo momento ha alimentato quelle situazioni per il quale poi le donne non si sentono libere nella sessualità e non si lasciano andare.

Per concludere guardate il tenore di domande e affermazioni della giornalista :

Non lo sa che per le donne un bacio sulla bocca è l’apostrofo rosa, il gesto sentimentale per eccellenza?

Come ho già detto ad apertura post la banalità e i luoghi comuni che possiamo notare in queste poche righe sono numerosissime e svilenti.

Ma la vogliono smettere di far passare le donne sempre come delle imbecilli sognanti e romanticone, che muoiono all’idea di essere baciate (ovviamente non di baciare, non sia mai che le donne prendano iniziative )! Ma non hanno capito che gli uomini e le donne sono uguali e che molte donne magari trovano che il gesto sentimentale per eccellenza possa essere vedere un film insieme o condividere passioni e interessi?

Vi prego basta, quando dovete parlare di cose così stupide non tirate in ballo tutte le donne ma ognuno parli per sè, ci offendete!

E soprattutto caro Fabio Volo lascia parlare le donne consapevoli e informate della sessualità femminile. Ma ti sei mai chiesto se per caso alcune donne non hanno fatto certe cose con te perchè forse non le ispiravi molto? Insomma, mai montarsi troppo la testa, ammettiamo i nostri limiti, io ad esempio non lo trovo nè figo, nè brillante e non leggerei un suo libro neanche sotto tortura!

Fabio Vola…il più lontano possibile!

Faby

Stop al machismo!

STOP_al__machismo

Da molto volevo scrivere un post su uno degli aspetti più odiosi della società italiana vale a dire: il machismo.

Molto spesso il termine machismo in tv ci viene servito in modo simpatico, ironico e spesso anche come modello da seguire, ma il machismo è purtroppo uno dei mali sociali che affligge vari Paesi e tra questi ovviamente l’Italia.

Prima di scrivere questo post mi sono documentata un po’ sul web e ho letto diversi pareri a riguardo di vari professionisti quali psicologi e sociologi – soprattutto di uomini -, che mi hanno fatto riflettere abbastanza.

Ho trovato un’intervista del 2008 ad una psicoterapeuta messicana di nome Marina Castañeda autrice del libro “El Machismo Invisible“.

Di seguito posto qualche passo di questa interessantissima intervista.

Il machismo è una serie di credenze, atteggiamenti e azioni che hanno la funzione di conservare un rapporto di superiorità degli uomini nei confronti delle donne. Il machismo non ha nulla a che vedere con l’essere uomini quanto piuttosto con il voler dimostrare di esserlo. In una società machista dimostrare di essere uomini significa in primo luogo dimostrare di essere l’opposto di una donna, di non avere nulla di femmineo.Il machista tenta di respingere da se stesso e dagli altri uomini tutto ciò che è associato all’universo femminile. Dal momento che il machista mantiene un atteggiamento di sufficienza nei confronti della sfera femminile, tutto ciò che è femminile va bene solo nella misura in cui è associato a una donna. Non va bene se è associato a un uomo. Ed è per questo che machismo ed omofobia vanno spesso d’accordo.”

Quanta verità in queste parole, e soprattutto quanti comportamenti machisti riusciamo ad individuare intorno a noi dopo aver letto un’analisi così precisa e chiara?

Io, ad esempio, ho sempre notato certi comportamenti e devo dire che mi hanno sempre provocato un forte fastidio.

Per la visione machista la donna quindi è un essere da proteggere e guidare, non per amore ma per senso di appartanenenza.

Per il machista l’uomo deve fare l’uomo il che significa che non deve avere interessi per nulla se non quelli di sostare al bar (o di recente sono molto in voga come punti di ritrovo e svago le agenzie di scommesse), quindi se un uomo invece preferisce passare il suo tempo a suonare uno strumento o a scrivere è un frocio – dico questo termine perchè usato nel loro linguaggio- che non si dichiara o uno alla buona e un po’ toccato.

Quindi l’uomo per il macho deve o non deve:

- NON DEVE piangere e commuoversi è roba da donne o gay

- NON DEVE avere interessi come ad esempio la letteratura, il cinema, la poesia, la musica

- DEVE farsi rispettare dalla moglie (il che significa scenate umilianti o violenza fisica)

- DEVE fare battute volgari e braccetti ai suo degni compari al passare di ogni donna per strada

- tutti i suoi comportamenti DEVONO essere un’ostentazione della mascolinità

Quindi, a quanto pare il machismo è dannoso anche per gli uomini che devono – per questa visione sociale- essere degli esseri privi di sentimenti, intelligenza, interessi e debolezze .

Vi posto un altro passo dell’intervista

“…L’uomo deve essere virile. Puro y duro. L’essere uomini si dimostra disprezzando le donne, squalificandole, tentando di dimostrarne l’inadeguatezza in ogni campo. Quindi si passa a dimostrare di non avere nulla di femminile in sé. Poi si passa a confrontarsi su questo piano con gli altri uomini. Il machismo implica questi sottili meccanismi di controllo e di potere. E succede che i maschi imparino fin dalla più tenera età a squalificare gli altri, a imporre le loro regole, a far valere il loro punto di vista, a negare di ammettere un errore, a spuntarla sempre. Un uomo vero non ha ragione solo qualche volta, ha ragione sempre”.

Anche su questo passo ne sappiamo qualcosa. Per il macho italiano ad esempio, ancora oggi quasi nel 2012 il compito di una donna è quello di accudire lui e i suoi figli. Quindi per un macho una donna non può e non deve interessarsi all’economia, al lavoro, alla politica e all’informazione se lo fa ovviamente verrà o etichettata come troia o perseguitata e umiliata perchè ogni qual volta una donna professionista per lui sbaglierà qualcosa – come ha anche detto la dott.ssa: per lui sempre- per lei ci sarà solo e soltanto la parola “troia” o “questo è un compito da maschi”!

“Fin dalla più tenera età i maschi sono atendidos, assistiti da una schiera di donne. Che si assicurano che ciascuno dei loro desideri venga soddisfatto. La mamma, le zie, le nonne, le sorelle, la balia, … tutte donne che mettono il bambino al centro della loro attenzione. Un bambino abituato a questo, a vedere realizzati i suoi desideri, a ricevere cure 24 ore al giorno, a non essere criticato, ad avere ragione, a ricevere ascolto, crescerà e diventerà un certo tipo di uomo, quel tipo di uomo che chiamiamo machista, un macho. Che, come adulto, pretende di restare al centro dell’attenzione e di avere ragione”.

Cosa sbagliatissima è quello di imporre ai bambini questi comportamenti. Molte volte in questo blog abbiamo denunciato ad esempio l’errore di molti genitori di non voler acquistare al-alla propri* figli* un giocattolo non adatto al proprio sesso di appartanenza.

E’ proprio qui che si vengono a creare la divisione dei ruoli e le differenziazioni tra i sessi. Il machismo infantile troppo spesso viene alimentato dai genitori, che invece di correre ai ripari ed educare il proprio figlio secondo una visione più giusta e aperta, spalleggiano  orgogliosi  il proprio figlio bullo o sciupafemmine.

Troppo spesso alcune mamme italiane crescono i propri figli come bamboccioni non responsabilizzandoli mai, a cominciare dai compiti più semplici e banali -come rifarsi il letto, tenere in ordine la propria stanza- con la buona scusa che non sono capaci di farlo e attribuendo le colpe di certi errori sempre agli altri -alle altre soprattutto-, tirando così sù un adulto incapace, maschista e non responsabile.

Per quanto riguarda il nostro Paese la dottoressa dichiara :

“L’ultima volta ci ho trascorso tre settimane, tre anni fa. Posso dire che è una società maschilista in termini di divisione dei compiti, sia nella dimensione domestica che nelle interazioni sociali. Gli uomini interagiscono nella loro cerchia, le donne hanno la loro. Basta dare un’occhiata all’interno di un locale pubblico. Si percepisce il pregiudizio maschile nei confronti delle donne”.

Altra cosa verissima. A quanto pare in Italia non si riesce neanche a concepire l’amicizia tra uomo e donna, non esiste la concezione di essa. Proprio come ha dichiarato Marina Castañeda spesso nei locali o per strada si vedono questi interi gruppi composti da soli uomini o sole donne. Questo è un altro aspetto allarmante, perchè in una società se si ha con l’altro sesso solo un approccio sentimentale o di attrazione fisica e non si vede un possibile rapporto di amicizia e di fiducia, beh forse quella società non è poi così libera e aperta come molti ci vogliono far credere.

Personalmente ad esempio posso dichiarare di non avere mai avuto un amico maschio o di aver avuto la possibilità di coltivare un’amicizia maschile, proprio perchè -forse negli uomini ancora di più- c’è questa concezione dell’amicizia solo ed esclusivamente con persone dello stesso sesso.

Molti uomini vedono nell’amicizia uno scambio di dialoghi e interessi goliardici – altra cosa che io non amo- per molti di essi non esiste parlare di una donna con un’amica, non esiste parlare di calcio con una ragazza (sport ahimè prettamente maschile).

Non ci sono ruoli da uomini e ruoli da donna, non ci sono mestieri da uomini e da donna e soprattutto gli scambi di interessi, il passare il tempo libero può benissimo avvenire tra uomo e donna pur non essendo uniti tra loro da “vincoli” quali i sentimenti o il sesso.

Se davvero vogliamo creare una società più libera e democratica dovremmo abbattere questi stereotipi e soprattutto dovremmo abbattere il machismo che porta pregiudizi e danni nell’intera società sia per il genere femminile, per gli omosessuali/lesbiche e anche e soprattutto per gli stessi uomini.

(Immagine presa da : qui).

Faby

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