Stipendio alle casalinghe: palliativi, violenza di genere e mariti dal reddito alto

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Salario alle casalinghe: argomento vecchio, nuove proposte.
L’ultima viene da Giulia Bongiorno, nota per essere stata parte del collegio di difesa di Giulio Andreotti, eletta nelle file del PDL e poi fondatrice insieme a Michelle Hunziker di Doppia Difesa , una onlus per l’assistenza alle vittime di violenza di genere.

Renzi sta preparando le misure contro la disoccupazione e la Bongiorno propone: per restituire dignità sociale al lavoro dei 5 milioni di casalinghe italiane ( e a quella esigua minoranza di uomini casalinghi ), serve riconoscere loro un salario perchè queste donne non siano cittadine di serie B.

Inoltre, sostiene sempre Bongiorno, una retribuzione fissa alle donne di casa procurerebbe loro quella autonomia economica che ora manca loro e che impedisce dunque di ribellarsi a situazioni di violenza domestica.

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La proposta di uno stipendio alle casalinghe apre un dibattito intenso.
Prima di tutto, bisogna considerare i presupposti del nostro Paese: secondo i dati relativi all’anno 2011 dell’ufficio statistico Ue, il tasso di occupazione delle donne senza figli tra i 25 e i 54 anni è pari al 63,9% mentre il tasso di occupazione delle donne totali scende al 46,7%.
Inoltre, secondo una statistica dell’Istat dello stesso anno, il 76% del lavoro domestico è svolto dalle donne. Rispetto al 2003, gli uomini italiani hanno prolungato di soli 9 minuti al giorno la loro disponibilità al lavoro dentro casa con la famiglia. Le donne lavoratrici invece rimangono costanti intorno alle 5 ore.

Questo già dimostra quanto limitato sia parlare di casalinghe vs. lavoratrici: le donne, tutte, sono obbligate a lavorare a casa, a prendersi quasi totale carico delle responsabilità domestiche e familiari.
Per tutte le donne con un doppio lavoro, fuori e dentro casa, ci sarà una doppia retribuzione? Ovviamente no.

Per le donne che lavorano è garantita l’autonomia dal nucleo familiare? Nemmeno.
Non è così semplice fare una distinzione tra chi lavora e chi no in un Paese con un tasso di disoccupazione giovanile e femminile altissimo e con una cultura patriarcale della famiglia e della maternità intrisa di morale cattolica.
Il lavoro è ancora uno spazio di libertà femminile, non è un diritto acquisito, ma una conquista giornaliera: lo dimostra il gap salariale tra uomini e donne, la scarsa occupazione femminile in settori di responsabilità, la continua discriminazione, le dimissioni in bianco.
Il lavoro femminile è ancora un optional perchè le donne risentono doppiamente della crisi economica:fuori e dentro casa.
La crisi mette a rischio il lavoro, ma anche asili nido, welfare e  sostegno familiare.
Chi è che deve sopperire a queste mancanze? Le donne, lavoratrici o meno.

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Chi sono le casalinghe italiane? Sono donne che per scelta o per necessità lavorano dentro casa.
Sono quelle donne che non hanno trovato o hanno perso il lavoro o quelle che non lo hanno mai cercato o magari lo hanno lasciato alla nascita di un figlio.
E poi tutte quelle che hanno trovato la realizzazione del proprio ruolo sociale tra le quattro mura domestiche.
Seppure nel totale rispetto delle scelte individuali, viene da chiedersi: perchè  le donne obbligate a rimanere a casa dovrebbero percepire un salario in quanto casalinghe e non, invece, riconoscersi come disoccupate, inoccupate, e chiedere diritti e reddito in base a questa condizione collettiva?

Dare un assegno a milioni di donne c perchè possano restare a casa a badare al focolare e alla prole è un modo per relegarle a un luogo “biologico” senza dover più risolvere il problema della disoccupazione e dei diritti.
Un buon modo per lo Stato di dire alle donne: “Non trovate lavoro? Non è un problema, vi diamo un salario per gestire la casa”. E invece no, il problema c’è e va risolto parlando di lavoro, non facendo finta che la soluzione sia virare verso la dimensione domestica.

Se invece essere casalinga è una scelta, viene da chiedersi provocatoriamente se non sia lo stesso lavoro domestico a ripagare il nucleo familiare del tempo di chi invece lavora ( nella stragrande maggioranza l’uomo ).

L’argomentazione fondamentale di chi propone il reddito alle casalinghe però è, come detto, la concessione  di un’indipendenza economica che dia loro la possibilità di uscire dalla violenza domestica.
Può darsi si tratti di un intento nobile, sebbene l’idea che a subire violenza domestica siano solo donne dipendenti dal marito e inermi sia comunque un falso. Sono tantissime le donne vittime di femminicidio che lavorano e che per la crisi e per la cultura patriarcale dominante in Italia, non si sentono comunque libere di uscire dalle spirali violente.
Perché, oltre al fatto che probabilmente questi soldi non sarebbero nemmeno sufficienti ad una donna per rifarsi una casa, una vita e occuparsi anche del sostentamento dei figli lontano da un marito violento, non è solo uno stipendio che consente di uscire da meccanismi di dipendenza psicologica, di vittimizzazione, svilimento, violenza fisica e sessuale che dipendono molto di più dalla cultura inculcata a donne e uomini che non da quanto guadagnano.

C’è poi un paradosso inquietante nelle rivendicazioni di Bongiorno:

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Il Corriere del 14 marzo 2014

Lo stipendio alle casalinghe lo pagherebbero i mariti con un buon reddito, oppure lo Stato.
Oppure. L’uomo di casa come istituzione alternativa addirittura a quella statale. Sempre ordinante, assistenziale, l’esatto contrario di quello che da anni auspichiamo: un cambiamento radicale della cultura italiana verso la divisione dei lavori domestici, la genitorialità condivisa, l’autonomia vera delle donne dal ruolo tradizionale.

Si evidenzia, inoltre, un paradosso: la donna dovrebbe uscire dalla violenza facendosi mantenere dallo stesso marito violento a cui si vorrebbe ribellare? Oppure trovandosi in una situazione in cui il consorte possa sentirsi legittimato a pretendere che sua moglie abbia ramazzato a dovere e gli serva la cena calda, in quanto percipiente uno stipendio?

Non si esce dalla violenza e dalla condizione di sottomissione in cui ci si trova legittimando un ruolo patriarcale e di subordinazione, poiché i soldi sono necessari ma non sufficienti se ad una donna non vengono dati gli strumenti adeguati per autodeterminarsi ma solo un palliativo che la tiene in una condizione di impasse.

Che tipo di autonomia può essere per le donne casalinghe quella che viene dal reddito alto dei propri mariti?

Retribuire il lavoro delle casalinghe, per di più con queste modalità patriarcali, sembra un modo per scaricare lo Stato dalle responsabilità di affrontare il problema del lavoro femminile e ricondurlo invece alla casa, alla famiglia.
E’ un processo dai risvolti pericolosi: vogliamo davvero essere incentivate a rimanere dentro casa?

Certo, Bongiorno chiarisce che la proposta è valida anche per uomini casalinghi e per incentivare la divisione del lavoro domestico. Eppure, quando poi pensa alle forme di retribuzione, non immagina che un uomo sia pagato da una moglie con un alto reddito.

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Retribuire il lavoro domestico non tiene in considerazione la realtà dei fatti per cui in Italia a svolgerlo sono comunque le donne, anche lavoratrici, e che nemmeno queste posseggono una reale autonomia economica o di diritto.
Si veda solo il costante attacco alla legge 194, portato avanti negli anni proprio anche dal partito con cui è stata eletta Bongiorno: limitare la possibilità di scelta delle donne e costringerle ad accettare il ruolo di madre è anche quella una limitazione dell’autonomia femminile, sempre comunque dipendente dal nucleo familiare.

Le donne non dovrebbero trovarsi nella condizione di dover sostituite il welfare di un Paese e assolvere a questa mancanza ma dovrebbero essere messe nella condizione di poter scegliere davvero. Sentiamo tutti i giorni il solito ritornello dei soldi che in Italia non bastano mai. Ma se si riuscisse a tirarne fuori almeno un po’ crediamo piuttosto che dovrebbero essere investiti nel welfare, per sostenere l’emancipazione di entrambi i generi, la genitorialità condivisa e la collaborazione nella cura di casa e famiglia.

Laura e Alessia

Nuovo governo in salsa democristiana e il grande assente: il Ministero per le Pari Opportunità

La squadra di Renzi, 16 ministri metà donne

Risulta fondamentale porsi una domanda preliminare: la presenza di donne al governo si traduce sempre e comunque in una politica che si occupi delle reali istanze (anche) delle donne?

La risposta è scontata: no.

Si parla tanto di quote rosa, tra chi le considera la panacea, chi le rifugge e chi invece le ritiene un male necessario.

La logica del 50 e 50 sicuramente non è la panacea. Sarebbe meglio vivere in un Paese in cui il problema dei numeri e delle quote non sussistesse proprio. Ma tant’é.

Quello che sta succedendo al governo ora, però, non si esaurisce nemmeno in una semplice questione di quote rosa (la pacca paternalista sulla spalla, “dai che ce la puoi fare anche tu, anche se sei donna”).

Perché tanto il nuovo governo bigotto democristiano (+ destra) ce lo troviamo lo stesso.

Piuttosto ci sarebbe da concentrarsi sulla sponsorizzazione del governo, in stile campagna elettorale, posta in essere da Renzi, che punta alle sue otto donne per “farsi bello” sulle questioni di genere.

Donne per “vendere”, la solfa non cambia.

Stavolta da vendere è il “prodotto-governo”. Tanto che c’è la necessità, per Renzi, di vantarsi del suo harem con tanto di foto ad hoc. Lui, il leader, attorniato dalle 8 donne prescelte.

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E allora c’è chi è felice per la parità così raggiunta e chi invece deve fare le pulci alle ministre.

Perché è vero, ci ritroviamo Marianna Madia, che anni fa dichiarava che “l’aborto è il fallimento della politica, un fallimento etico, economico, sociale e culturale”, che le donne “se si offrisse loro il giusto sostegno sceglierebbero tutte per la vita”, di essere una “cattolica praticante” perché “la vita la dà e la toglie Dio, noi non abbiamo diritto di farlo”, dicendo così il suo no all’eutanasia, e che se si parla di famiglia pensa “a un uomo e una donna che si sposano e fanno dei figli. Scegliendo per la vita”.

Oppure possiamo guardare al Ministero dell’Istruzione, affidato a una montiana convinta privatizzatrice.

Ma non possiamo nemmeno esimerci dal fare lo stesso per gli uomini, dal momento che ci ritroviamo Graziano Delrio, fervente cattolico idolatrato per i suoi 9 figli, o Franceschini che sostiene che le coppie di fatto siano una cosa diversa rispetto alla famiglia. Ci ritroviamo Alfano, Lupi. Solo per fare qualche esempio.

Ma ci basta guardare il nostro nuovo premier, che si fa immortalare in foto tattiche in cui, insieme alla moglie, prende la comunione a Messa.

Allora forse non è tanto il problema dei numeri e dei sessi quello di questo governo, ma dei diritti.

Attraverso un’operazione di facciata, di pinkwashing, si è cercato di dare il messaggio di come, con otto ministre donne (sì, gli altri 8 sono uomini!), il Ministero per le Pari Opportunità sia superfluo, perché la discriminazione va combattuta coi fatti, non con le parole. Perché il fifty-fifty è un fatto.

Eppure a noi sembra che questa scelta sia un chiaro messaggio, di chi ai diritti non è interessato.

Comprendo bene che la questione di genere e dei diritti sia trasversale ad una Paese e alla sua politica e non vada ghettizzato. Ma in questo preciso momento storico italiano è un bene aver levato il Ministero per le Pari Opportunità come nulla fosse? Può starci la scusa che tanto questo ministero sarebbe un “salottino rosa”, così come dimostrato da tutti gli anni passati in cui è stato continuamente bistrattato?

In Italia la questione di genere non è ancora stata sdoganata. Non ci vuole poi molto ad immaginare che le realtà impegnate su questi temi faranno ancora più fatica a interagire con le istituzioni. Che poi non si tratta solo dei “diritti delle donne”, ma dei diritti di tutt*, donne, uomini, eterosessuali, omosessuali, transessuali, al fine di combattere le discriminazioni, che riguardino il genere, l’omo-lesbo-transfobia o qualsiasi altro atteggiamento stigmatizzante, per garantire a tutt* il diritto ad una cittadinanza attiva.

E’ quindi possibile eliminare il Ministero delle Pari Opportunità perché “tanto siamo in Italia, cosa ci aspettiamo? Le cose sarebbero ridicole a prescindere”? Per quanto ancora dovremo sorbirci questa cultura?

Allora, visto che la parità si gioca sul piano dei fatti, dovremmo lasciare il compito della tutela dei diritti a questo governo in salsa democristiana solo perché abbiamo 8 ministre e 8 ministri?

Scusate ma c’è qualcosa che non torna.

Tutt* auspicheremmo ad un Paese in cui il Ministero delle Pari Opportunità fosse inutile. Significherebbe che il problema delle discriminazioni non è così pressante.

Ma non è così oggi in Italia, purtroppo, e dobbiamo pretendere che vi sia un Ministero e che questo venga organizzato BENE e coerentemente con le necessità di un Paese e de* cittadin*.

Se no teniamoci il nostro perbenismo di facciata, il nostro “politicamente corretto”, le nostre gallery sull’abbigliamento, le scarpe e le curve delle nuove ministre o sullo sconvolgente (sic!) stato di gravidanza della ministra della Pubblica Amministrazione. E le immagini della nostra first lady in beige. Altro che diritti.

Tanto la parità è stata raggiunta, no?

#25Novembre tra passerelle politiche e riappropriazioni

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25 Novembre 2013. Giornata mondiale contro la violenza sulle donne.

Letta: “Noi vogliamo dichiarare guerra alla violenza contro le donne ed è una determinazione, uno sforzo, a tutto campo. Il decreto legge e la legge poi approvata dà strumenti perché questa azione di contrasto e di prevenzione sia efficace e possa dare risultati”

Alfano: “Oggi le donne italiane sono più tutelate perché abbiamo lavorato per avere maggiori strumenti mirati a punire il reato e a prevenire il fenomeno.”

Boldrini: “Ogni anno in questo nostro Paese a causa delle violenze sulle donne si spendono 17 miliardi di euro tra assistenza medica psicologica, giudiziaria, mancato lavoro e il danno subito dalla donna.”

Renzi: “Come politici e come padri abbiamo il dovere di difendere le donne, le nostre figlie e insieme abbiamo il dovere di educare i nostri figli al rispetto dell’essere umano sopratutto se lo riteniamo più debole.”

Il 25 Novembre è diventata anche la giornata in cui viene data la possibilità ai personaggi politici italiani di esprimersi in questi termini.

537725_430410753681297_1777577131_nLetta, che ci aveva ricordato non troppi giorni fa di possedere maschi attributi d’acciaio, non può che ricorrere ad una maschia immagine guerrafondaia: “Si dichiari guerra alla violenza!”

Alfano loda il lavoro del governo che, con il ddl impropriamente detto contro il femminicidio, ha messo in sicurezza le donne, a meno che queste non pretendano di rivendicare diritti o di lottare perchè il proprio territorio non venga devastato.

Renzi vuole proteggere le donne. Donne che considera fragili creature che il padre-padrone ha il dovere di difendere.

Boldrini ci fa i conti in tasca e prova a buttarla sull’economia. Magari ne venisse fuori qualche fondo in più per i centri antiviolenza, quelli che parlano di violenza contro le donne tutti i giorni, non solo il 25 Novembre e l’8 Marzo.

Dal Ministero delle Pari Opportunità arriva questa dichiarazione: “………..
Ops non abbiamo un/una Ministr* delle pari Opportunità.

Però alle 17:00 abbiamo la diretta streaming dalla Camera della lettura dei monologhi “Ferite a morte” di Serena Dandini.
Ci stanno le attrici e le cantanti, tipo Ambra e Geppi Cucciari. Ci stanno le ministre e le parlamentari tipo Paola Binetti, sì la prolife con il cilicio che considera le persone omosessuali deviate, e Valeria Fedeli, sì proprio quella che vuole istituzionalizzare la lotta al contrasto degli immaginari sessisti con codici regolamentativi, salvo poi sbracciarci e affaticarsi con interrogazioni parlamentari in difesa di Miss Italia, tanto le miss hanno il costume intero, casto e pudico, che salvaguarda la “dignità”.

Teatrini vomitevoli, corpi di donne che continuano ad essere usati come oggetti, oggetti anche nei discorsi contro la violenza.
Così come la pubblicità del tale prodotto usa il mio corpo reificato per invogliare all’acquisto, così questa politica delle passerelle usa i corpi delle donne, definiti deboli, vittimizzati, per vincere le primarie, per propaganda verso l’operato schifoso del proprio governo, perchè è il 25 Novembre e queste cose un po’ retoriche bisogna dirle.

Sguardi tristi e contriti, parole vuote, parole sbagliate. I nostri corpi sempre oggetti, sia da vive che da morte.

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Rispondere a tutto ciò riprendendosi la narrazione delle violenze, perchè le voci di ogni singola donna, di ogni unico racconto, non vengano banalizzate in clichè narrativi; trovare nella solidarietà tra donne, quella che ci dicono che non esiste – ma non è vero – un terreno comune di azione e liberazione; trascinare in questa rete di solidarietà anche gli uomini; ma soprattutto imparare a riconoscere la violenza nelle sue forme meno evidenti, quella quotidiana, quella che non si chiama stalking o femminicidio, che non è così eclatante, ma proprio per questo è più sudbola e pervasiva e forse non c’è donna al mondo che non l’abbia sperimentata sulla propria pelle.
Partiamo da noi, riprendiamoci gli immaginari, i linguaggi, e la lotta.

Fonti delle citazioni:
Huffingtonpost
Repubblica
Camera.it

 

 

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