Boicottate da Giove Pluvio a Cascina, UAGDC intervista Valentina Lodovini

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Il 30 gennaio scorso cinque di noi sono partite con entusiasmo alla volta di Cascina, paese in provincia di Pisa, dove era previsto per la giornata successiva un evento all’interno del quale avremmo dovuto presentare il nostro lavoro a studenti di media superiore. Lorella Zanardo, infatti, ci aveva scelto per “Fermi un giro”, lasciando il suo testimone a noi.

Purtroppo, come avrete appreso dalle notizie lasciate sulla pagina facebook e su twitter, il 31 gennaio, dopo giorni di pioggia ininterrotta, è stato dato l’allarme per il pericolo di esondazione dell’Arno. La città è rimasta chiusa, i ponti bloccati e i/le 240 ragazz* che avrebbero dovuto riempire il teatro per seguire la nostra presentazione non hanno potuto muoversi dalle loro abitazioni. L’evento è quindi saltato, con nostro profondo rammarico.

Fortunatamente gli eventuali danni sono stati arginati e l’allarme è velocemente rientrato. Nulla da fare per l’evento, che prevedeva anche la partecipazione di Valeria Solarino (rimasta bloccata a Roma) e Valentina Lodovini, giunta insieme a noi alla Città del Teatro di Cascina, perché interessata a partecipare al nostro intervento. Anche Lorella ci ha raggiunto il giorno successivo e abbiamo quindi piacevolmente trascorso ore a chiacchierare e confrontarci.

Questi tre giorni sono stati per noi un modo di incontrare persone, ascoltarne le storie e le esperienze e raccontare anche un poco di noi. Abbiamo respirato l’atmosfera del teatro, che ci ha profondamente colpito, abbiamo apprezzato l’ospitalità di Donatella Diamanti e di tutto il suo meraviglioso staff e ci siamo emozionate ascoltando Valentina Bischi, presentata da Valentina Lodovini, recitare all’interno del suo spettacolo, “Insabbiati”.

Nello specifico, Valentina ci ha colpito per la sua grinta e disponibilità. Parlando con lei abbiamo avuto modo di toccare diversi temi che riguardano il nostro blog e le questioni di genere, in particolare la stigmatizzazione che molto spesso possono subire le giovani attrici in Italia. Pertanto abbiamo deciso di intervistarla, constatando l’entusiasmo con cui è stata accolta la nostra proposta. Di seguito vi proponiamo con piacere le risposte di Valentina alle nostre domande, sperando possano divenire uno spunto di riflessione per tutt*.

Per quanto riguarda l’evento, speriamo di poterlo riproporre in primavera!

Chiacchierando con te è venuto fuori come le giovani attrici vengano spesso stigmatizzate in Italia. Ce lo racconti?

Parlo della mia esperienza, non generalizzo. Per quello che ho vissuto io siamo molto “oggetto”, magari anche oggetto del desiderio, che può sembrare una cosa bella. Sei un sogno, sei “pellicola”, sei un qualcosa che sta lì sullo schermo. Questo però poi fa sì che diventi un oggetto anche come donna, per cui capita che si approccino a te in maniera squallida, viscida, anche molto ambigua.

A chi ti riferisci?

Agli uomini, in generale. Addetti ai lavori e non, purtroppo. Dai non-addetti me lo potrei aspettare, perché non conoscono le dinamiche che stanno dietro al mio lavoro, mentre dagli addetti ai lavori – dai colleghi alla troupe tecnica – mi dà molto fastidio essere considerata come un oggetto, perché io sono una persona che lavora insieme a loro. Penso ad esempio alle persone del mio settore, a chi crede di avere potere. Ovviamente le persone che hanno più “potere” si sentono più avvantaggiate, pensano che ci puoi “cascare” perché sei ingenua, perché non c’è lavoro o per far carriera. Credono che debbano avere qualcosa in cambio. Io non sono una che ha molti pregiudizi però rimango fedele a me stessa. E mi rendo conto che l’approccio non è mai palese – che è peggio. Preferirei una persona chiara, invece si nascondono dietro all’essere intellettuale, artista, sensibile. In realtà c’è un approccio da millantatore. Perché spesso vieni vista quasi come se non fossi una persona. Questo è l’approccio più semplice, proprio perché non sono diretti. E’ come se l’attrice dovesse essere “facile”, come se si dovesse vendere. Forse perché noi usiamo il nostro corpo, le nostre emozioni e lo facciamo per mestiere. Però lo utilizziamo in una forma che non è quella della merce di scambio.

Come affronti questo aspetto del tuo lavoro?

Quando mi capita di cominciare una collaborazione chiarisco che per me è un onore essere lì, che da parte mia c’è stima, ma tendo a precisare che per me è lavoro. A me piace la chiarezza, bisogna proteggersi sempre dall’ambiguità, più che dal dolore. Quindi credo sia giusto chiarire per evitare incomprensioni, perché spesso scambiano la gentilezza per altro. Magari sei gentile e disponibile, ti senti grata e fortunata, sorridi e allora si permettono “di più”.  Io tratto tutti con rispetto, perché il cinema e il teatro si fanno insieme, è un lavoro di gruppo. E allora penso ad alcune mie colleghe, che magari arrivano a non salutare, a non sapere i nomi delle persone con cui lavorano, stanno sui camper o nei camerini, vanno in scena e poi tornano subito dentro, mentre io sono una che sta sempre in mezzo, la vivo “da camerata”, mi sento a casa. Credo che alcune colleghe con questo atteggiamento, che potrebbero sembrare altezzose, in realtà cerchino di “proteggersi”. Poi non c’è solo questo, ho incontrato anche persone meravigliose e straordinarie.

Come ritroviamo la stigmatizzazione nel tuo mestiere?

Non ci vuole molto a farci caso. In una sceneggiatura, in una storia, siamo sempre l’oggetto dell’uomo, siamo sempre raccontate così. Anche in questo caso non me la sento di generalizzare, perché ci sono registi che hanno avuto il “coraggio” di raccontare la donna in maniera diversa. Però spessissimo, soprattutto di recente, la donna è pensata come funzione dell’uomo, come la parte morale. Se si deve, ad esempio, raccontare un uomo che è una “merda” non si può raccontare solo che è una “merda” o che è “amorale”. Alla famiglia, e quindi alla moglie, viene data la funzione morale e se ci si pensa questa è una cosa assurda. Oppure, il più delle volte per un film scelgono prima l’uomo e poi si trovano nella condizione di dover decidere chi sarà la sua compagna. Scelgono quasi sempre in base a lui, quasi mai in base a lei. Nel caso, sei tu che non sei adatta ad un uomo. Anche in questo caso è qualcosa che fa capire come per una donna sia un contesto più faticoso.

E sul set come affronti questa discriminazione?

Ovviamente dipende dal contesto e dalla storia, non puoi fare le cose completamente di testa tua. Ma esistono donne con una personalità, non sono tutte isteriche, insicure, piagnone, spaventate, “piccole fiammiferaie”. Anche per quanto riguarda la sceneggiatura fai un favore anche alla figura maschile a raccontarle come persone, perché anche il suo personaggio ci guadagna. Perché nella vita non si è, o comunque non si dovrebbe essere, “la fidanzata di”, “la moglie di”. Io sono Valentina. Fondamentalmente mi capita di cambiare le intenzioni, mi dicono di piangere e io rido. Molto spesso quella della donna è anche una figura “clichéttata”, come se non si avesse voglia di andare a fondo, di conoscerla, di raccontarla. Poi ci sono stati in passato anche tanti importanti incontri di personaggi femminili, tutti raccontati da uomini. Esiste anche altro però questa è la tendenza. Si fa più fatica, bisogna urlarle – le cose – per farci ascoltare, bisogna lottare.

I colleghi uomini si rapportano “da pari” con te?

Quelli intelligenti sì, e fortunatamente ne ho incontrati tanti. Sono curiosi e hanno voglia di capire chi hanno davanti. Però, così come ci sono gli intelligenti, ce ne sono anche tanti che non lo sono. In generale fai più fatica ad essere presa sul serio, ad esempio quando porti la tua opinione. Perché ognuno deve essere consapevole del proprio lavoro ma il teatro e il cinema sono anche collaborazione, perché ti ritrovi a dover dare respiro ad una storia, ad un essere umano. E magari tu ci ragioni, fai un’analisi, porti delle proposte, o lotti per ottenere qualcosa – rispettando sempre il lavoro di tutti – e automaticamente sei capricciosa, quella che rompe i coglioni, sei la prima donna, sei la diva. A volte ci soffro, perché ti capita di essere a tavola con regista e attore che parlano e te non esisti, non ci sei. Anche il fatto che magari vuoi essere indipendente, viaggiare, stare sola: da una parte viene utilizzato a loro favore, dall’altra non è qualcosa che piace. E’ una cosa che allontana come essere umano, è come se non avessi sentimenti, perché una donna deve mettersi in una condizione di dipendenza. Per gli uomini è diverso e senti spesso colleghi, che magari viaggiano molto, dire che cercano una santa che stia a casa a crescere i figli. Sono scelte. Però spaventa sentire questo da parte loro.

Credi che questi problemi siano dovuti anche alla scarsa presenza femminile nel mondo del teatro e del cinema?

Anche. Tra le figure tecniche, ad esempio, ci sono pochissime donne. E’ molto difficile per una donna. E’ raro incontrarle. Un conto se sei attrice, “butti lì la bambolina”. Ma una macchina da presa non gliela dai in mano. Leggendo le percentuali di montatrici, sceneggiatrici, scenografe ecc. scopri che c’è un divario enorme tra uomini e donne. C’è da porsi qualche domanda. Vengo da una scuola dove c’erano tantissime donne che studiavano per lavorare nell’ambito tecnico e non ne ho ritrovata neanche una. Incontro tanti miei ex compagni sui set, ma mai una donna. Sono cose che dico anche da spettatrice esterna, da cittadina, coi dati in mano.

Hai un interesse particolare nei confronti delle tematiche di genere o hai maturato queste considerazioni con il tuo lavoro?

Mi interessano molto, ma magari quello che ho vissuto prima di cominciare a lavorare non mi ha permesso di fare tutte queste distinzioni e ho iniziato a farle dopo. Forse perché devi stare “all’erta” e non puoi abbassare la guardia. A volte sono stata anche troppo sulle difensive, immaginando che le persone pensassero di avvicinarsi all’”attricetta”. Frequentando, al di fuori del lavoro, per lo più persone che non fanno il mio mestiere ho sentito quello che si pensa delle attrici. Sono piccole cose che noto ma fortunatamente ho avuto sempre la libertà di esprimermi.

Come si rapportano con te invece i non-colleghi?

Spesso con sufficienza e superficialità. Un giorno successe un fatto particolare. In quel periodo portavo in scena a teatro il monologo di una donna libanese che racconta la sua vita, tutta la sua formazione, la sua crescita, il rapporto col padre, le violenze subite in guerra, i tradimenti da parte della famiglia e l’esperienza del manicomio. Una storia autobiografica che tratta anche di violenza sulle donne. Un giornale, dopo avermi richiesto insistentemente un’intervista, voleva parlare di altro. Io tornavo su quell’argomento, perché ero in scena con quello spettacolo e perché volevo sottolineare che non c’è nessuna differenza con l’Italia, il femminicidio in Italia non ha nulla di diverso. La matrice e il risultato sono gli stessi: la donna viene violentata, la donna viene picchiata, la donna viene ammazzata, la donna viene rinchiusa. E questo disturbava tantissimo il giornalista, tanto che poi il pezzo è magicamente scomparso, non è mai stato pubblicato.

Ringraziamo ancora Valentina Lodivini per la gentilezza, la disponibilità e l’interesse dimostrato per il lavoro del nostro blog.

Io sono più femminista di te

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Io sono più femminista di te.
Perché sono una mediattivista, perché sono più radicale, perché sono più preparata.
Perché tu sei vetero e io sono oltre.
Perché non sono sposata, non avrò mai dei figli.
Perché faccio le azioni, perché scrivo su un blog.

Io sono più femminista di te perché sputo su Carla Lonzi che sputa su Hegel.
Perché sputo su Virginia Woolf, su Judith Butler, su Laurie Penny.
Perché sputo su tutte le femministe che non sono femministe quanto me.

Sono più femminista di te perché ho un progetto, perché voglio entrare in parlamento e fare la rivoluzione riformista e “diddiellista”.

Sono più femminista di te perché ho un progetto, perché non entrerei  mai in parlamento, voglio la rivoluzione massimalista e a votare nemmeno ci vado.

No, non voglio dire che tutte le femministe sono uguali. Ci mancherebbe.
O tanto meno che dovremmo tutte stare a braccetto per il solo fatto di essere portatrici di vagina.

Che il discorso “donne di tutto il mondo unitevi” non convince, sarebbe già meglio “femministe di tutto il mondo unitevi”, sarebbe chieder troppo “femministe intersezioniste di tutto il mondo unitevi e non giudicatevi a vicenda”.
Rimanete aderenti alla realtà, invece.

Che a vivere online, ci rimanete secche.

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Che vuol dire femminista?
Vuol dire propugnare la parità di diritti tra donna e uomo, preferibilmente tra tutti i generi, più che i sessi.
Vuol dire lottare per la libera espressione dei corpi, dei desideri, dell’orientamento sessuale, in nome delle differenti identità. “Differenze” solo relative, perché la norma è etero, bianca, abbiente, ma le “differenze” non dovrebbero diventare alternative minoritarie, gabbiette tutte vicine.

No, non voglio dire che basta dirsi femministe per poter collaborare.
“Femminista” non ha pieno significato senza qualcos altro vicino: può ridursi anche spesso e volentieri al fenomeno di costume, a Sex and The City, alla pole dance fatta in palestra, a “50 sfumature di grigio”.
Femminista” ha bisogno di una teoria economica a cui guardare. Di proposte concrete.

Se scrive sul quotidiano di centrosinistra e, mala tempora currunt, si preoccupa del malcostume giovanile non è femminismo, non propugna la parità, marcia nella retorica, non libera i corpi, impone nuovi giudizi.
Se si barrica dietro trincee altissime e incomprensibili, dietro tempi ormai scomparsi e si autodefinisce appendice di un movimento più ampio, non è femminismo, non riuscirà mai a autodeterminarsi perché vivrà sempre in nome di qualcun altro.
Se dichiara le escort di Berlusconi “nemiche di classe” e muove mari e monti per dire che in Italia ci sono “altre donne” non è femminismo, è antiberlusconismo, e fatto pure male perchè il vero nemico di classe è lui e tutti coloro che sguazzano nel sistema liberista. Quello sì, basato sulle differenze.

“Sheet Closet” by Sandra Orgel in 1972

“Sheet Closet” by Sandra Orgel in 1972

Dallo sguardo di chi è nata molto dopo i tempi d’oro delle streghe son tornate, e che  è cresciuta tra il G8 di Genova e la crisi, non esiste “io sono più femminista di te”. Esiste “io sono femminista”.
Non perchè basti dirsi tale, ma perchè, al contrario, le femministe non esistono più, quando ti definisci così in ambienti non dichiaratamente amici, diventi immediatamente una pazza invasata dai peli lunghi, una ninfomane ambigua, una mangiatrice di bambini. Per carità, sempre meglio che sembrare una brava donnina sottomessa, ma si rimane schiacciate tra gli stereotipi e la superficialità dei conflitti interni e non si arriva mai alla proposta vera, quella socio-economica.

Perchè dire di essere contro la violenza sulle donne non vuol dire essere femminista.
Dire che c’è bisogno di investire in centri antiviolenza, sportelli e luoghi di accoglienza sì.
Dire che tutte devono essere libere di vivere la propria femminilità come vogliono diventa femminista solo se si distrugge il “modello unico” di femminilità così come venduto dal triangolo delle industrie più ricche al mondo, cosmesi-moda-alimentazione.
Dire che il gap retributivo e professionale sta crescendo, è femminista solo se alla semplice considerazione – unita sempre più all’esaltazione delle donne multitasking – si aggiunge la richiesta di reddito, lavoro e indipendenza.

Tutto ciò per dire che, nel marasma di diatribe online e reali tra chi è più femminista ( che somiglia tanto a chi ce l’ha più lungo! ) quello che manca è la rete tra femministe reali. Quelle che fanno proposte politiche e non di costume, quelle che antepongono la collettività al proprio ego, quelle che mettono a disposizione le proprie capacità per un lavoro più ampio.

Ma allora una volta che abbiamo identificato chi è femminista e chi no in base alla realtà dei fatti, una volta che le proposte economiche coincidono, una volta che si sono escluse tutte le chiacchierone da salotto che si alimentano dello stesso sistema capitalista di cui si alimenta il patriarcato ( perchè, ecco, non si può essere femministe e amanti del capitalismo insieme, sarebbe bello ricordarlo ), una volta che abbiamo cercato di mediare tra tutte le nostre anime e abbiamo scelto quella che più ci convince… perchè continuiamo a rimanere sole?

Multitasking: la nuova schiavitù delle donne

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Oggi non esiste quotidiano online che non abbia il suo bel ghetto rosa. Nei ghetti rosa si parla di “cose da donne”, tipo la famiglia, i figli, i femminicidi. Sono le donne che curano la famiglia, sono le donne che fanno i figli, sono le donne che vengono ammazzate.

Cose da donne, appunto, che trovano spazio in sezioni separate, quelle che gli uomini non leggono, quelle che non riguardano gli uomini, quelle in cui si parla di violenza contro le donne, cosa vuoi che c’entrino gli uomini?

Nei ghetti rosa c’è una netta separazione tra maschile e femminile, non si mischia niente, i ruoli sono quelli dati e non si mettono in discussione, al massimo si cercano strategie per stare più comod* in questo status quo. Ad esempio, il fatto che siano le donne a doversi occupare di casa e figli è un dato insindacabile, ma dal momento che siamo donne emancipate e progressiste lavoriamo pure fuori di casa, disoccupazione e precariato permettendo, e dobbiamo quindi trovare un modo per riuscire a fare splendidamente bene tutte e due le cose.

Conciliazione. E’ questa la parolina magica.

La conciliazione è un diritto, scrivono in questo post della 27esima ora, spazio “rosa” del corriere.it, nato proprio per aiutare quelle donne che devono riuscire a fare tutto, quelle a cui la giornata intera non basta, che hanno bisogno di qualche ora in più, perché è faticoso essere mamme, mogli, cuoche, cameriere, badanti, lavoratrici.

Ma le donne possono continuare ad essere tutto ciò, l’importante è che imparino a conciliare.

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Come? Una soluzione potrebbe essere quella di smettere di dormire, non in senso figurato, ma letterale. E’ sempre la 27esima ora a proporci questa, sembrerebbe poco salutare, soluzione, attraverso l’esempio di una donna che è arrivata ai piani alti privandosi del sonno e di una vita. Giovanna di Rosa, consigliera del consiglio superiore della Magistratura, parla di se stessa e del ruolo che è riuscita a raggiungere in questi termini:

“È  il trucco di noi donne che abbiamo a cuore la professione, dormiamo pochissimo. Registriamo fisiologici rallentamenti di carriera per seguire i figli e le notti ci servono per recuperare”

Aggiunge poi che le donne riescono comunque ad essere più brave degli uomini sul posto di lavoro nonostante i “doveri” di cura; a questo punto la giornalista si sente autorizzata a intervenire con questa perla:

“O forse dovremmo dire che sono più brave grazie a quegli oneri che loro sottotraccia, aiutate dall’istinto, riescono a trasformare da vincolo in risorsa.”

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effetti collaterali della privazione del sonno in nome del multitasking

Non solo non si mette in discussione il fatto che a prendersi cura di casa, famiglia, figli ecc. debba essere la donna, ma addirittura si ha il coraggio di far passare questo come un vantaggio per le stesse donne, una loro forza.

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Non è un dovere, non è una mazzata che ricade solo sulle spalle femminili, è una risorsa! Cambiare i pannolini, svegliarsi la notte per cullare il bebè, assistere l’anziano genitore/suocer*, lucidare le stoviglie, stirare, cucinare, andare a fare la spesa, si chiamano risorse, noi donne abbiamo l’istinto che trasforma questi compiti gravosi in risorse. Teniamocela stretta questa risorsa, che il marito non ci sottragga il piatto da lavare, che il figlio maschio non apparecchi la tavola, che il fidanzato non si stiri la camicia da solo, perché come sanno fare queste cose le donne non le sa fare nessun uomo, noi c’abbiamo l’istinto per queste cose.

Trasformano le nostre catene in risorsa e il gioco è fatto. Non solo le cose non cambieranno, ma verranno così delegittimate tutte quelle voci che vorrebbero che le cose cambiassero, insensate verranno definite le battaglie delle donne: avete la famiglia e avete il lavoro, di cosa vi lamentate?

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Conciliare è la soluzione, conciliare non è difficile per le donne. Ce lo insegnano le ricerche dei non meglio identificati studiosi di varia provenienza geografica. Sono inglesi quelli di Repubblica.it e lo hanno provato che le donne sono più multitasking degli uomini, sono israeliani quelli della 27esima ora, ma sostengono la stessa cosa, le donne hanno una innata capacità di fare contemporaneamente più cose. L’uomo avrebbe delle parti del cervello un po’ addormentate e questo intorpidimento di aree cerebrali li renderebbe incapace di dedicarsi contemporaneamente a più compiti. Noi donne invece rimaniamo incastrate in questa favoletta del multitasking, legittimata da studi neurosessisti, scrupolosamente riportati nei ghetti rosa delle varie testate giornalistiche e alimentata dal concetto di “naturalità” – le donne sono nate per questi compiti – fino ad arrivare a parlare in termini positivi di un “tempo delle donne”, intrinsecamente diverso da quello degli uomini.

Il “tempo delle donne” è anche il titolo di un progetto, che coinvolge la 27esimaora, IoDonna e ValoreD. Al centro naturalmente c’è il concetto di conciliazione, intorno al quale donne di destra, di “sinistra”, del pd, del pdl, giornaliste, ecc. si riuniscono tutte e fanno proposte, tra cui quella dello smart working, o telelavoro.

Il telelavoro andrebbe favorito con una legge, dicono, perché il telelavoro si adatta alla perfezione al “tempo delle donne”. Per lavorare le donne non dovranno più mettere piede fuori di casa, grazie alle loro innate capacità multitasking potranno lavorare al telefono e nel frattempo girare il sugo, non dovranno più lasciare il loro regno, perché se c’è un “tempo delle donne” ci sarà anche uno “spazio delle donne” e questo spazio è la casa. Chiameranno “spazio delle donne” quella che è in realtà una prigione, manterranno lo status quo e delegittimeranno i dissensi, sminuiranno le lotte.

Ad un uomo il telelavoro non serve, i suoi neuroni non saprebbero comunque coinciliare famiglia e carriera, no? E poi, comunque, è l’ambito del successo lavorativo quello che le donne vogliono esaltare del proprio marito/figlio/compagno, non certo vederlo alle prese con i pannolini e il detersivo.

Allora, donne, avete la famiglia e il telelavoro e il marito che può fare carriera, ma di cosa vi lamentate?

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