L’atleta che fa sollevamento pesi

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ImmagineSi sono scatenate polemiche di ogni genere dopo che Lea Ann Ellison ha pubblicato sul suo profilo Facebook le sue foto mentre si allena (è una sollevatrice di pesi professionista) con il suo pancione in bella vista (è incinta di nove mesi del suo terzo figlio).

Le viene rimproverato di tutto: “non si cura del nascituro” (madre degenere!), “le donne dovrebbero stare tranquille in gravidanza e fare solo attività leggere” (una buona occasione per stare a casa!), “i pesi vanno bene, ma questo è stupidità” (a meno che siano le borse della spesa o gli altri figli, che quelli sì che son pesi buoni e giusti da portare!).

Io la guardo e vedo una donna incinta, in ottima salute, che fa le cose normali che fa una persona normale; tra le altre, si dedica al suo sport preferito.

Dal momento che essere incinte non si traduce nell’essere malate, dal momento che certamente avrà accesso a cure e visite mediche (al contrario di tante donne delle quali non si cura nessuno, pesi o non pesi) non vedo davvero cosa ci sia da scandalizzarsi.

Siamo sempre lì, sul corpo delle donne: se sono vestite, svestite, incinte, non incinte, alte, basse, magre, grasse…

E infatti il Corriere della Sera titola “bella, incinta al nono mese e appassionata di pesi“.

fonti qui e qui

Violenza sulle donne: sempre di moda per aumentare le vendite e le visite alle pagine web

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Cosa non si fa per vendere un prodotto o per aumentare i click ad una pagina web!

Dall’accostamento di donne (o pezzi di donna) in pose sensuali, fortemente eroticizzate e oggettificate, alle campagne pubblicitarie che, cavalcando l’onda della “moda del momento”,  (mai come in questo periodo parlare di violenza contro le donne è stato di moda) sfruttano il tema, a scopo commerciale, utilizzando immagini di donne con l’occhio nero per farsi pubblicità.

Abbiamo più volte denunciato come queste campagne siano di pessimo gusto, come l’immagine  dell’occhio nero o della donna che si copre il volto, rappresentata come una vittima (spesso rannicchiata, o in posizioni di resa) già non ci piaccia quando usata per campagne contro la violenza (qui), figuriamoci quando diventa strumento di marketing, per indurre ad acquistare un prodotto (vedere ad esempio qui e qui), nel tentativo (pessimo) di darsi “un volto etico” per essere accattivanti agli occhi del consumatore (o della consumatrice).

Spesso, purtroppo, l’immagine di una donna picchiata, o fatta oggetto di altre violenze, è stata usata anche in casi di campagne di marketing che non volevano “darsi una veste etica” come Yamamay e Coconuda di cui ci siamo occupate recentemente.

Donne prese a calci, strupri simulati, donne molestate, donne infilzate, legate, calpestate, donne buttate dalle scale, accoltellate…. sono immagini pubblicitarie che abbiamo visto tutt* e che qui abbiamo sempre denunciato.

Queste immagini ci comunicano la “normalità” della violenza contro una donna. 

Bombardati da campagne come questa, finiamo per non vederne più la brutalità. Immagini come queste ci dicono che con una donna si può fare qualunque cosa: anche stuprarla, anche ucciderla.

Ci lamentiamo sovente di come questo genere di immagini siano utilizzate in modo abnorme nel nostro Paese, ma questa volta non siamo soli.

Anche negli USA, nel Texas, una ditta che produce decalcomanie per vetture, ha avuto la pensata di utilizzare l’immagine di una donna legata, gettata a terra, col volto coperto dai capelli,  per pubblicizzare la sua attività.

Come l’ho saputo?

Semplice… perché uno zelante “giornalista” ci ha informato di questa bella idea dalle pagine web di Repubblica.it, come se alla notizia occorresse dare rilievo.

Ecco qui:

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Ancora una volta, il tema della violenza contro le donne viene utilizzato per aumentare le vendite, o – come nel caso di Repubblica.it – per aumentare i click, sfruttando il tema tanto “di moda” del sessismo in pubblicità e della violenza contro le donne.

Diana vendica le donne uccise e stuprate a Ciudad Juárez

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Ciudad Juárez, città messacana al confine con gli Stati Uniti, è tristemente nota come la “città che uccide le donne”.
Questa città, creata come muro per bloccare l’emigrazione messicana, è uno dei posti peggiori dove nascere donna. Un altissimo tasso di criminalità, legato principalmente al narcotraffico, fa di Ciudad Juàrez uno dei posti più pericolosi del mondo, un posto dove a pagare sono soprattutto le donne. Altissimo il tasso dei femminicidi, altissimo il numero di donne e bambine desaparecidos. Vengono rapite, torturate, violentate, uccise. Quotidianamente vengono ritrovati corpi di donna gettati nelle aree desertiche, nelle discariche a cielo aperto.

Le donne a Ciudad Juárez lavorano principalmente nelle maquilladoras, fabbriche messe lì dalle multinazionali americane e canadesi. Le operaie sono manodopera a basso costo. Molte donne arrivano nella città con la speranza di varcare il confine, ma il più delle volte vi rimangono bloccate, trovando lavoro in queste fabbriche.
E’ proprio l’andare a lavoro, l’attraversare in autobus il deserto, che le espone ai più grandi rischi. La maggior parte delle violenze, dei sequestri e degli stupri si registrano in questa fase di transito da e per il luogo di lavoro.

E’ di qualche giorno fa la notizia dell’uccisione di due autisti di autobus da parte di una donna, una donna che si rivendica il diritto di agire in nome delle tante donne uccise e stuprate durante il tragitto che le portava a lavoro. Diana si fa chiamare, Diana La Cazadora de Choferes, ovvero la vendicatrice di autisti, e queste sono le sue parole, giunte come rivendicazione degli omicidi al giornale messicano La Polaka:

“Pensano che poiché siamo donne siamo deboli e abbiamo bisogno di lavorare fino a tarda notte per mantenere le nostre famiglie non possiamo far altro che tacere questi atti che ci riempiono di rabbia; le mie compagne hanno sofferto in silenzio, ma non possiamo tacere di più, siamo state vittime di violenze sessuali da parte dei conducenti che coprono il turno di notte qui a Juárez e nessuno difende o fa nulla per proteggerci, quindi io sono uno strumento per vendicare diverse donne che apparentemente siamo deboli per la società, ma non lo siamo veramente, noi siamo coraggiose e noi ci faremo rispettare per mano nostra. Le donne di Juarez sono forti”.

I giornali la definiscono la “serial killer” bionda in gonna scura. Sembrano quasi chiedersi ” ma sarà bona o non sarà bona questa killer?”
Bionda o meno Diana ha sparato un colpo di pistola a Roberto Flores Carrera autista di autobus e ha fatto lo stesso con Freddy Zarate, anche lui autista. Leggo che Diana non è la prima donna che impugna un’arma e si ribella al silenzio sulle morti e le violenze subite dalle donne a Juàrez.

“Ni una Mas” è lo slogan delle mamme delle tantissime donne uccise o scomparse. Nessuna donna venga più uccisa.

In un paese in cui l’impunità è al 100%, in cui non si fa nulla per indagare su queste morti, in cui non si muove un dito per cercare di prevenire questa cerneficina, in cui la polizia e le autorità politiche, spesso colluse con i narcottrafficanti, non solo coprono i colpevoli ma potrebbero partecipare attivamente alle scomparse e alle uccisioni, non mi stupisce che esista Diana, non mi stupisce che le donne siano passate ad armarsi e a rivendicare la loro forza.

Adesso dovrei dire che non si risponde alla violenza con la violenza, che uccidere è sempre sbagliato. Certamente è così. Non ho mai invocato forche o pene esemplari per nessuno. Anche per questo motivo non mi sento per nulla complice nel dire che provo simpatia per questa donna.

Per approfondire, due documentari, sottotitolati in italiano, sui femminicidi a Ciudad Juárez

Ni Una Mas – Ciudad Juárez

Juarez, la città dove le donne sono usa e getta

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