Uomini che fanno finta di allattare per dire alle donne cosa fare

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Questa è la foto di un flash mob, che ha avuto luogo nel Gennaio 2013 nelle Filippine, per protestare contro il divieto di allattare in pubblico vigente nel paese. Divieti per la poppata fuori casa esistono anche nei musei italiani, nei negozi d’abbigliamento inglesi, proverbiale è ormai quello di facebook, che impazzisce alla vista di un capezzolo femminile.

Il progetto del fotografo Hector Cruz nasce per sensibilizzare sul tema dell’allattamento al seno fuori dalle mura domestiche e consiste in una raccolta di foto di uomini che tengono tra le braccia bimbe e bimbi in posizione allattamento.

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Lo scopo della campagna è quello di “aiutare le madri a prendere maggior coraggio e gli uomini a capire l’importanza dell’allattamento al seno per i neonati” (fonte qui).

In realtà non sono le donne a vergognarsi o a non avere abbastanza “coraggio” di tirar fuori una tetta sull’autobus o in palestra per allattare, solitamente sono divieti e/o sguardi di persone contagiate dalla fecebookiana paura del capezzolo, che impediscono alle donne di procedere nell’allattamento o quantomeno rendono loro poco piacevole questo momento.

Le foto in sè mi piacciono molto, trasmettono un’idea di partecipazione non solo alla genitorialità, ma quasi alla maternità, propongono un’immagine di uomo diversa da quella del super macho che siamo abituat* a vedere nelle pubblicità dei rasoi da barba, ma c’è quello slogan che mi ha subito infastidita e che mi fa dubitare della validità dell’intera campagna.

“If I Could, I Would”
Se potessi lo farei

Quel “se potessi allattare lo farei” suona un po’ paternalista. In realtà suona un bel po’ paternalista, sembra quasi un monito. Sarà pure un’immagine diversa di uomo, ma continua a pronunciarsi sul corpo delle donne.
Quella scritta, che appare più come una minaccia che come un consiglio, fa perdere il senso della campagna, quello della sensibilizzazione nei confronti dei problemi che incontrano le donne nell’allattare in pubblico, e appare una difesa dell’allattamento in sè come strada giusta per essere una buona madre.
Se tu fossi una buona madre allatteresti al seno. Sembra dire questo.

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L’allattamento in tutte le foto appare come un momento allegro. Ecco il papà che sorride mentre allatta la sua bimba.
Non tutte le donne sorridono però allattando i/le loro figli/e.

La retorica della maternità costruisce intorno alla gravidanza un aura di mistero e sacralità, diventa così difficile per molte donne ammettere che il pancione o l’allattamento costituiscono anche momenti di sofferenza. C’è il mal di schiena, c’è la stitichezza, c’è l’irritazione del capezzolo, ci sono le ragadi… ci sono ma non si dice o si dice piano e sentendosi un po’ in colpa.
Difficilmente trovano spazio pubblico racconti sulla maternità che non si conformano alla narrazione dominante del momento magico per ogni donna e intanto cresce in quelle donne che non rivedono nella loro personale esperienza tutta quella millantata magia la paura di non essere delle buone madri.

La costruzione mediatica della maternità e anche dell’allattamento come momenti magici, quasi sacri, agisce in funzione della creazione normativa dell’immagine della buona madre.
La buona madre è quella che allatta, ma fino ad una certa età, perchè, se il bimbo o la bimba superano una certa età, allora allattare al seno non va più bene.
La buona madre è continuamente monitorata, tutt* le dicono cosa fare, tutt* sono pronti a giudicarla.
Non solo le donne sono inchiodate ancora al loro “destino biologico”, ma il modo in cui questo “destino” deve essere vissuto è normato nei minimi particolari.

La gravidanza, il parto, l’allattamento, tra medicalizzaizone estrema e richiami alla mistica della naturalità, sono esperienze che si sottraggono alle singole narrazioni e al singolo vissuto di ogni donna per entrare a far parte di un dispositivo di controllo e normalizzaizone che si esercita sempre e ancora sui corpi delle donne.

“Se potessi lo farei” Ma non puoi e allora non pronunciarti sul mio corpo.

Sochi: propaganda omosessuale e sexy atlete.

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Olimpiadi di Sochi. Quanti sanno chi ha vinto le ultime medaglie?
Sicuramente meno di quanti ne hanno letto o sentito parlare per tutt’altro motivo che i meriti sportivi.

La polemica principale è nata intorno alle leggi sull’omosessualità recentemente varate in Russia.
A giugno 2013 entrava infatti in vigore la legge secondo la quale è vietata la “propaganda omosessuale”, definizione strategicamente vaga. Effusioni e manifestazioni omosessuali sono bandite dalle strade e i luoghi pubblici e i mass media del Paese, prevedendo  multe anche molto pesanti ( dai 100 euro per le persone fisiche ai 19mila-23mila euro per le aziende e le società). Sul web, le aziende potrebbero venire chiuse per 90 giorni, gli stranieri colpevoli detenuti per 15 giorni e poi espulsi.

E’ reato parlare in pubblico anche solo dei diritti dei cittadini gay. Ma soprattutto è  messa al bando putin-omofobiapreventivamente la possibilità di eventi, manifestazioni, concerti, che possano essere ritenuti a rischio di “propaganda gay”.
Alle proteste di chi sostiene che la legge sia espressione di una cultura omofoba, contro la libertà degli individui, è stato risposto da Putin stesso, che la Russia non ammette “propaganda di relazioni sessuali non tradizionali”: il governo considera infatti l’omosessualità una corruzione dei costumi tradizionali russi, compromessi dal liberalismo occidentale. L’omosessualità è “un contributo strumentale” alle proteste anti Putin.

Nelle posizioni paradossali di uno Stato impossibile da giustificare hanno sguazzato per mesi i media nostrani e  le più alte cariche delle principali potenze mondiali si sono espresse contro questa nuova legge.

Così il 7 febbraio si sono inaugurati i giochi olimpici invernali di Sochi con alcune assenze illustri sugli spalti: Barack Obama, Angela Merkel, François Hollande e James Cameron non hanno presenziato alla cerimonia, anche se Stati Uniti, Germania, Francia e Regno Unito sono tra le 88 Nazioni partecipanti ai Giochi.

Impossibile condividere le posizioni del governo russo, diritti per tutte e tutti subito, ovunque.
Eppure qualcosa di vero nelle parole di Putin c’è: l’omosessualità è stata presa a pretesto da alcune nazioni liberaliste e strumentalizzata al fine di attaccare la Russia in un clima da guerra fredda mai finita. Un gioco di specchi in cui l’ultimo a riflettersi nel mito del capitalismo è quello che vince e porta tutto a casa: soldi e retorica.

Ribadendo la sostanziale opposizione alle nuove leggi russe, non cadiamo però nella trappola dell’uso strumentale da Stati che con le retoriche dei diritti civili hanno bombardato decine di Nazioni cercando di portare democrazia, civiltà, libertà.

Per quanto Barack Obama nel suo discorso di insediamento nel 2013 dica ” Il nostro viaggio verso la libertà non potrà dirsi completo fin quando i nostri fratelli e le nostre sorelle omosessuali non saranno trattati come tutti davanti alla legge: se è vero che tutti siamo creati uguali, allora l’amore tra ciascuno di noi dev’essere trattato allo stesso modo“, oggi il matrimonio omosessuale è consentito solo in 16 stati su 50 ( California, Connecticut, Delaware, Hawaii, Illinois, Iowa, Maine, Maryland, Massachussets, Minnesota, New Hampshire, New Jersey, Rhode Island, Utah, Vermont, Whashington ).

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Dunque nemmeno gli Stati Uniti sono un Paese in cui tutti i diritti sono riconosciuti a tutti e tutte, come invece la scelta di due portabandiera lesbiche o di non presenziare alla cerimonia di apertura alluderebbe.

Sempre meglio dell’Italia, che nonostante l’articolo 3 della Costituzione, non ha una legge contro l’omofobia/lesbofobia, non sa nemmeno di dover combattere la transfobia, non riesce ad accettare nemmeno il dibattito sul matrimonio e le unioni civili omosessuali, men che meno sulle adozioni omogenitoriali e conserva come posizione più progressista un mesto “facessero quel che vogliono a casa loro”.

Certo, non è vietata la propaganda omosessuale in Italia. Ma quante sono le lesbiche che si sentono libere di baciarsi o di tenersi anche solo per mano per strada? Quanti sono gli omosessuali che vivono liberamente in ogni zona della loro città? I ragazzi e le ragazze che si sentono accettate a scuola? Le trans che hanno opportunità di lavoro diverse dalla prostituzione?

Il relativismo culturale ha mietuto molte vittime, ma spesso insegna ad evitare sì stavolta la propaganda politica.

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Manifestazione in Francia contro i matrimoni omosessuali

La soluzione della questione omosessuale non passa solo dal conquistare il diritto a sposarsi. Passa dal costruire una società pronta ad accettare e ad accettarsi, pronta ad assumersi la responsabilità del cambiamento e dell’educazione ad esso. Altrimenti al primo matrimonio omosessuale in Francia, ecco cosa succede: mentre Vincent e Bruno si sposano per la prima celebrazione omosessuale consentita a Montpellier, una delle città più “gay friendly” di Francia, fuori dal Municipio dove loro si abbracciavano commossi, un’orda di oppositori ai diritti LGBT tirava fumogeni e cercava di impedire che si compisse il rito.

Vivere barricati in luoghi sicuri, perchè il Paese reale non capisce, non accetta, non tollera.
E’ il primo passo, è sicuramente molto meglio che vietare la “propaganda omosessuale”, ma non è propaganda “occidentale” crocifiggere Russia e russi rivendicando un’apertura mentale, una democrazia e una tolleranza che invece non abbiamo?

Prendiamo questo video, che ha spopolato in rete tra gli “anti-Sochi”, la pubblicità di un rivenditore di attrezzature sportive:

E tutti a dire, che bello, bravi, gliene avete dette quattro.
Peccato che quasi sicuramente le due donne scelte per incarnare le lesbiche “tipo” piacerebbero a Putin.
Corpo da modella, femminili, sensuali, si prestano agli occhi degli atleti ( TUTTI UOMINI ) che mentre danno prova della destrezza di cui sono capaci nella loro disciplina, non lesinano occhiatine, ammiccamenti, fischi, c’è persino quello schiaffeggiato dalla moglie per gelosia, tutto sottolineato da una regia oggettivizzante che mira solo a culo, tette, labbra, come una qualsiasi altra pubblicità sessista, come un qualsiasi film porno.
C’è però il colpo di scena finale: la bonazza tutte curve è lesbica. Ahi ahi ahi, poveri maschietti.
Eppure lo spettacolo del bacetto saffico se lo godono, i guardoni.

Un filmetto per vouyeur che con la scusa dell’ironia ci mostra donne oggetto che si baciano e uomini attivi, capaci, di talento.

Quindi per andare contro a delle ingiuste leggi omofobe, dobbiamo sorbirci la più trita delle rappresentazioni sessiste che finge di non esserlo in nome del pinkwashing.

La Norvegia è stata la prima Nazione al mondo ad includere gli omosessuali nella sua legislazione anti-discriminazione nel 1981, ma come è possibile abbracciare questa rappresentazione di una questione di genere evoluta, studiata, affrontata,?

Guardiamo le foto delle atlete in lingerie rilasciate dalla squadra olimpica russa, addirittura sostenendo di rompere uno stereotipo, quello delle donne sportive tutte muscoli e mascolinità.
Volendo criticare una simile operazione, ci si scaglia contro le foto senza abiti che ritraggono le atlete russe partecipanti ai Giochi in nome di una propaganda di stereotipi eterosessuali, ma viene da chiedersi che differenza ci sia tra il promuovere delle immagini femminili di sportive solo per la loro avvenenza fisica come fanno in Russia

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o negli Stati Uniti

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o sui media nostrani, che trattano le Olimpiadi, sottolineando sempre, ad ogni edizione ( qui Londra 2012 ), avvenenza e fascino delle protagoniste, ritraendone sederi, seni e labbra come fossero quelli a portarle alla vittoria.

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Il sondaggio di Sky Sport, tutto incentrato sulla bella presenza delle atlete

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ANSA

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Repubblica.it


La risposta è: nessuna differenza.

Sebbene quindi le leggi russe siano sicuramente da criticare e da osteggiare, non è possibile farlo in maniera così retorica, senza tenere conto di due fattori: la sostanziale non risoluzione della questione di genere e della questione omosessuale nello specifico in Europa o negli Stati Uniti, nonchè la forza delle Olimpiadi come strumento geopolitico.

Basta non prevedere il carcere per “propaganda omosessuale” per essere garanti dei diritti, democratici, egualitari?

Se lo Stato in cui vivo trova normale che le donne olimpiche siano o atlete dal bell’aspetto da ritrarre in foto o mamme amorevoli di piccoli atleti, se non ha mai tutelato i diritti degli omosessuali, se i ragazzini si suicidano a quindici anni perchè non possono essere omosessuali e i neofascisti vicini ad Alba Dorata ancora sprangano “i froci” in giro, posso accettare che si barrichi dietro le retoriche anti Putin solo per sostenere che “occidentale è meglio”?

Manichini…disabili!

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Nel nostro blog abbiamo spesso trattato il tema dei manichini esposti nelle vetrine dei negozi: tutti uguali, innaturalmente magri, senza viso…e di come questi contribuiscano a veicolare un’immagine di bellezza femminile stereotipata, eterornormata e sempre uguale e se stessa. I manichini esposti nelle vetrine dei negozi implicitamente suggeriscono il modo in cui un determinato capo di abbigliamento dovrebbe essere indossato, e le loro proporzioni irreali inevitabilmente generano in noi un senso di frustrazione, malessere e insoddisfazione dal momento che il modello proposto non potrà mai essere eguagliato. Gli esempi in questo senso non mancano e ne abbiamo raccolti alcuni qui.

Recentemente American Apparel, brand americano famoso per le sue campagne pubblicitarie di dubbia reputazione, ha decorato le vetrine dei propri negozi con dei manichini “particolari”: dalle sembianze femminili, in biancheria intima trasparente o semi trasparente le cui cuciture laterali lasciano intravedere una parrucca, a simulare dei peli pubici. Sembra che lo scopo dell’iniziativa fosse quello di promuovere un ideale di bellezza femminile più reale e meno stereotipato. Tale nobiltà di intenti è stata rapidamente sconfessata dalla loro ultima campagna pubblicitaria, analizzata da Laura qui, dove viene proposta come testimonial una bellissima donna 65enne, il cui aspetto, ampiamente alterato da photoshop, risulta assai lontano da quello della maggior parte delle donne sue coetanee. Noi amiamo i nostri peli pubici e non abbiamo nessun timore a mostrarli, ma qui siamo davanti a uno stratagemma pubblicitario volto a catturare l’attenzione di potenziali clienti su articoli che probabilmente da soli non sono sufficientemente appetibili. Nulla a che fare con l’emancipazione e il superamento degli stereotipi di genere.

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Molto più interessanti sono i manichini proposti da Pro-Infirms, associazione no-profit svizzera che si occupa della tutela dei diritti delle persone affette da disabilità: si tratta di manichini che riproducono corpi portatori di handicap fisici. I manichini sono stati lanciati in alcuni negozi del centro di Zurigo nel dicembre scorso in occasione della giornata internazionale delle persone disabili, all’interno di una campagna di sensibilizzazione il cui slogan era: “Nessuno è perfetto. Avvicinatevi”.

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Pro Infirmis si impegna a garantire alle persone handicappate la possibilità di partecipare pienamente alla vita sociale e contrastare le derive discriminatorie ed emarginanti che le penalizzano. Quale modo migliore per farlo se non esponendo nelle patinate vetrine dei negozi del contro storico manichini “diversi”, dalle proporzioni più vicine a quelle delle persone reali, incluse quelle disabili? I corpi disabili sono generalmente invisibili, i loro bisogni e desideri negati. Si tratta di corpi troppo lontani da quelli che sono i canoni estetici dominanti e questa assenza di visibilità contribuisce allo stigma che le persone con handicap si trovano a dover affrontare. A noi questa iniziativa è piaciuta e speriamo di poter vedere al più presto manichini simili anche nei negozi delle nostre città.

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