La Stampa approva gli stupri di massa in Bosnia?

Pochi giorni fa tantissime donne sono scese in piazza contro gli attacchi alla 194 e contro la situazione nella quale le donne si trovano quando decidono di interrompere una gravidanza. La stampa italiana non solo ha fatto passare l’evento in sordina ma proprio il giorno dopo in cui tante donne si sono recate in piazza per rivendicare il diritto ad interrompere la gravidanza, su un giornale nazionale, La Stampa, è apparso questo titolo:

“Come in Bosnia per le donne violentate la gravidanza è un dovere”

Si tratta di un’intervista che Giacomo Galeazzi avrebbe fatto al Cardinal Sgreccia, il quale esprime il suo dissenso verso le donne violentate che intercorrono la strada dell’aborto, citando gli stupri etnici delle donne in Bosnia, che venivano violentate in massa secondo un “piano” volontario, una sorta di campagna per generale la razza perfetta serba. Quegli stupri di massa, infatti, non avvenivano per caso tanto da essere considerato un olocausto contro le donne.

La guerra di Bosnia non solo ha insegnato che le donne continuano ad essere considerate dalle truppe e dai loro genera alla stregua di un “premio di guerra” ma lo stupro veniva utilizzato come strategia per cancellare un popolo attraverso la fecondazione delle donne musulmane, costringendole a mettere al mondo figli appartenenti all’etnia serba.

Tantissime le testimonianze delle vittime dell’ ex Jugoslavia che hanno subito queste atroci violenze, donne che non potevano nemmeno abortire perché erano in guerra e non avevano un’assistenza medica e psicologica adeguata, per non parlare di un sussidio economico. Ma soprattutto perché molte di loro venivano tenute prigioniere fino al parto. (Fonte Qui)

Non solo donne ma anche ragazzine che una volta incinte si suicidavano o venivano emarginate, ripudiate. Chi ha pianificato gli assalti sessuali conoscevano molto bene i valori morali e culturali delle vittime di stupro e del contesto in cui vivevano. Sapevano che tipo di reazione avrebbe provocato l’atto di stupro nella vittima ma anche nel suo ambiente più prossimo: presso i familiari, i parenti, i vicini di casa.

Molte volte venivano torturate fino ad essere uccise. Le violenze sessuali alle quali venivano sottoposte erano atroci e cruente o  stuprate con la canna dei fucili e poi ammazzate. Tra loro anche bambine. Alcune testimonianze.

I soldati serbi presero donne incinte e squarciarono loro il ventre, pugnalando i loro bambini […] Ragazze di sedici e diciotto anni furono stuprate di fronte ai loro padri e fratelli. Due di queste ragazze, tra loro sorelle, si suicidarono dopo aver subito lo stupro (RTE, 4 maggio 1999).

“Un’altra vittima di Milan Lukić, la signora Bakira Hasečić, fu tenuta prigioniera nell’albergo “Vilina Vlas”, vicino alla città Višegrad, in Bosnia Orientale. In un rapporto delle Nazioni Unite si precisa che al “Vilina Vlas” erano detenute e maltrattate circa 200 donne. La maggior parte di loro furono uccise o sono scomparse. “Ci tenevano tutte chiuse nelle stanze. Ogni tanto ci buttavano un pezzo di pane che prendevamo con i denti perché le mani erano legate con le corde. Ci slegavano solo per stuprarci”, ha testimoniato la Hasečić”. 

[...] Non era difficile raccogliere le testimonianze. Gli stessi stupratori, infatti, si vantavano delle loro azioni. Norman Cigar, nel suo libro “Genocide in Bosnia: The Policy of Ethnic Cleansing”, scrive che “i paramilitari serbi della città di Gacko, in Erzegovina, si vantavano in pubblico di quello che facevano alle donne bosniache. Cantavano: Muslimanka sva u krvi, srbin joj je bio prvi, cioè la donna musulmana tutta insanguinata, il serbo è stato il primo per lei. Lo stesso gruppo si vantava di aver stuprato in gruppo una ragazza musulmana di tredici anni, di averla attaccata su di un carro armato e poi di aver circolato per la città finché della ragazza non era rimasto niente più che uno scheletro” (fonte Qui)

“Le famiglie di Sarajevo e delle zone vicine cercano le loro ragazze, che vengono restituite soltanto quando la maternita’ e’ avanzata.[...] Non sanno cosa le attende. Se parole di comprensione, oppure una porta chiusa. Non un lavoro, non una famiglia, non un marito, nessun altro figlio. Il problema non e’ il parto. Ma il dramma psichico. Alcune sono impazzite e vagano sulle montagne. Una ragazza, violentata da trenta uomini, e’ ricoverata in preda alla follia. Nei corridoi di questa Maternita’ , dove non compaiono alle porte fiocchi rosa o azzurri, il momento delle doglie e’ tragico. Perche’ nessuna di queste donne accetta un figlio frutto di una tragedia. E quando il piccolo nasce, i medici sono accolti con urla se tentano di far vedere alla madre la sua creatura. [...] Parla di tre, quattro ragazze partorienti che, durante le doglie, hanno rifiutato di seguire i suoi consigli nel momento delle contrazioni: “E ci sono altre che cedono sotto il dolore e ripetono, per dieci, venti volte: “questo figlio non lo voglio. Mi faccia morire”. [...]  Poche ore fa, una madre di 19 anni ha gridato, mentre la sua creatura vedeva la luce: “Portatemelo via. E’ il figlio di un assassino”. 

 QUI, Qui  e Qui  altre testimonianze.

Le vittime della violenza sessuale hanno sviluppato disturbi psicologici così gravi da sfiorare o addirittura sfociare in patologie psichiatriche,  vittime di una società che le ha dimenticate, lasciate senza medicine né sostegno dei medici. Tante sono disoccupate, senza mezzi economici per vivere. La maggior parte delle donne stuprate oggi vive ai margini della società. Molte non riescono a denunciare perché si sentono in colpa e perché raramente ottengono giustizia. (Fonte Qui

La salute mentale delle vittime di stupro è stata compromessa tantissimo dopo i ripetuti assalti sessuali. Alcune di loro hanno sviluppato gravi problemi ginecologici. Molte bambine, giovani ragazze e donne hanno l’utero devastato e non potranno diventare madri; altre vittime non desiderano mai più sposarsi e hanno disturbi nella sfera sessuale e affettiva; molte sono state abbandonate dai mariti a causa dello stupro subito e i mariti di alcune non sanno neppure oggi che sono state stuprate. Le malattie più frequenti di cui sono affette le donne vittime dello stupro vanno dalle malattie cardiovascolari, diabete, disturbi della tiroide, sindrome psico-organica, malattie del sistema osseo-muscolare, malattie del tratto genitale-urinario. (Fonte Qui)

In questo articolo lo stupro sembra diventare un diritto maschile, un’ azione generatrice di vita. E la donna? sarebbe procacciatrice di morte se decidesse di interrompere la gravidanza imposta? Non mi sorprende il fatto che un uomo di chiesa abbia pronunciato quelle parole. Non dimentichiamo quando Don Corsi, due anni fa, attribuì la violenza sulle donne al comportamento delle donne di oggi, le quali secondo la sua opinione provocherebbero gli atteggiamenti violenti degli uomini.  Un altro uomo di chiesa, Monsignor Bertoldo affermò che le donne inducono gli uomini a stuprarle e fanno più vittime dei preti pedofili. Sappiamo tutti qual’è stata la posizione delle donne secondo la Chiesa Cattolica.

Come è possibile che un giornale nazionale abbia pubblicato un’intervista in cui viene citato un gravissimo crimine dell’umanità come gli stupri etnici in Bosnia per fare propaganda antiabortista contro la L. 194? E’ molto grave che un giornale nazionale abbia dato spazio a questa intervista considerando la pratica dell’interruzione volontaria della gravidanza ad un qualcosa più grave del genocidio in Bosnia.

Il titolo è già di per se di una violenza inaudita. Sembra approvi gli stupri di massa in Bosnia attuati proprio con lo scopo di imporre gravidanze alle proprie vittime  le quali avevano, secondo la strategia serba, il dovere di dare alla luce neonati di etnia serba.

E’ già estremamente grave che si faccia passare la maternità come un dovere per una donna, come se fosse connaturato nel nostro ruolo, ma assai peggio se si tratta di donne che hanno subito una violenza. La gravidanza, dalle parole del cardinale, sembra sia una sorta di punizione. Anche se sei stata stuprata. Come uno stupratore, esso ti ricorda, che sei donna e che dunque il tuo dovere, oltre a quello di soddisfare sessualmente un uomo, è procreare.

 Subire uno stupro è la cosa più terribile che una donna possa subire da un uomo. E’ un’azione veramente ripugnante verso il corpo femminile, espressione di un disprezzo che porta a conseguenze gravissime nell’anima della donna che lo subisce. Come si può accettare che un giornale nazionale dia spazio alle parole di un cardinale che utilizza la parola “omicidio” per definire le azioni di una vittima di violenza che sceglie di non portare dietro di sé quel ricordo?

Il contenuto è anche peggio perché si parla di omicidio. Sentirsi definire assassine è una doppia violenza verso una donna che ha subito uno sfregio così grave. Prima violentata e poi considerata non solo colpevole di quella gravidanza ma anche per il fatto di non voler portarla a termine. Una gravidanza non pianificata, anche se avviene attraverso un atto di amore, è un evento che ti sconvolge la vita in tutti i sensi. Se quella gravidanza è frutto di uno stupro subentra anche il dolore di vedersi crescere dentro di sé il figlio di un uomo che ha usato il tuo corpo con disprezzo. Sentirsi dentro il seme di quella bestia, vedersi crescere la pancia e ricordarti ogni giorno nel vederla crescere che sei stata violentata.

Non ho parole per descrivere il male che mi ha fatto leggere un’intervista simile. Come reagirebbe una vittima di violenza di fronte a ciò?

La propaganda cattolica e l’ingerenza nella stampa italiana è davvero preoccupante. Nelle campagne antiabortiste si nasconde un sentimento di odio profondo verso le donne e dalla volontà di volerle sottomettere agli uomini. Tutto questo è quasi naturale che si verifichi in un Paese dove la parità di genere è un miraggio e dove la violenza sulle donne è altissima. Ma queste cose non avvengono soltanto qui ma anche nella “culla” della civiltà occidentale, dove le donne, secondo i luoghi comuni, godrebbero nella carta degli stessi diritti degli uomini.

Negli Usa perfino il Governo si mobilita per proposte aberranti come quella fatta da una deputata repubblicana del New Mexico che ha proposto il carcere per le vittime di stupro che abortiscono. La pena? Inquinamento di prove. Nell’Indianapolis, Richard Mourdock, repubblicano in corsa per il Senato ha sostenuto che qualora la vittima rimanesse incinta dopo lo stupro ciò sarebbe avvenuto per volere di Dio dunque abortire sarebbe grave. Un altro repubblicano Todd Akin affermò che Gli stupri legittimi portano raramente alla gravidanza”. Dunque ci sarebbero anche stupri legittimi. I commenti di Akin arrivano a meno di due settimane dopo il suo suggerimento di bandire la pillola del giorno dopo: La pillola del giorno dopo è una specie di aborto e credo che non dovremmo avere l’aborto in questo paese. Negli Usa ci sarebbero circa 32 mila gravidanze ogni anno a seguito di uno stupro. Immaginiamoci se non ci fosse la pillola del giorno dopo! 

Secondo gli antiabortisti le donne valgono meno di embrioni. La nostra vita vale meno, di decisioni nemmeno ne abbiamo. Ho sempre accomunato l’obiezione di coscienza e il sentimento antiabortista alla cultura dello stupro. Come un uomo impone un rapporto sessuale non desiderato alla donna, l’obiettore si insinua nell’intimità e nella sfera privata e sessuale della donna senza il proprio consenso. Come uno stupro.  E inoltre, se la donna viene privata della propria volontà di disporre del proprio corpo quanto può essere legittimo stuprarla?

Quell’articolo è cultura dello stupro, è apologia di reato, di stupro, di genocidio.

Una molestia sessuale? Ci sta!

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Se lo stupro compare in fondo alla gerarchia dei reati e percepito ancora oggi come un fatto di lieve entità, le molestie sessuali che avvengono con più frequenza (e sono anche le meno denunciate) si trovano proprio fuori la lista dei reati contro la persona e fuori dalla percezione di esse come “violazione del rispetto dei diritti della persona”.

Il fatto che esse le subiscano solo le donne e che siano più diffuse di qualsiasi altro reato di genere dovrebbe già destare scalpore e ricercare aggravanti, soprattutto perché sono parte di una cultura che continua a violare i diritti delle donne, anche nel mondo occidentale. Così, da parte dell’opinione pubblica, assistiamo a uomini (e donne) che si arrogano il diritto di ergersi a giudici della vita sessuale e del modo di vestire di una donna (soprattutto se vittima di una violenza) ma sono pronti a tollerare (e incoraggiare) il comportamento sessuale dei molestatori e/o stupratori.

Non si parla solo di persone comuni come il tuo vicino di casa, il salumiere, tuo padre, tua madre, tua nonna e la tua insegnante di religione, anzi, spesso queste credenze vengono comunicate attraverso la stampa.

Abbiamo visto gallery allegate sopra gli articoli che raccontano un episodio di molestia sessuale, accompagnato dalla pubblicazioni di dati che potrebbero risalire al nome della vittima e tutelando invece quello dell’aggressore. Gallery che si accompagnano alla descrizione sulla presunta avvenenza della vittima e, dunque, strizzando l’occhio al molestatore, affinché pure il lettore provasse empatia nei suoi riguardi.

Fermandomi alla realtà locale, quindi alla stampa sarda, ho visto fonti “autorevoli” come l’Unione Sarda descrivere un tentato stupro come un approccio da parte di un nonnino focoso che malgrado la sua età non ha resistito alla passione saltando addosso alla sua badante, la quale si è macchiata di una colpa, di un’ingiustizia ai danni del povero vecchietto: lo ha denunciato per violenza sessuale!

Abbiamo visto giornali come La Nuova Sardegna scrivere su un episodio di violenza con tali parole: “ci ha provato, gli è andata male”.  Ritenta sarai fortunato, come analizza il nostro amico Lorenzo sul suo blog. Come ribadire il concetto che l’uomo non deve chiedere mai e che essendo cacciatore ci prova, fa il primo passo. Parole come  “mai si sarebbe aspettato di pagare uno scontrino così salato per le avance nei confronti di una sua parente” che viene descritta come una che ha confidenza con lui e va a raccontarle i problemi coniugali con suo marito. Insomma, non è poi così grave, lei è in rottura con il marito dunque diventa una preda disponibile. E si sa che in Italia l’amicizia tra uomo a donna non esiste, nemmeno tra cugini. La donna o è moglie o è amante. O è santa o è puttana.

Nel resto dell’articolo viene fuori che lei doveva dimenticarsene e invece ha scelto di denunciare perché affetta da una congenita fragilità psicologica (e non perché una violenza è grave  e quello stato d’animo dipende proprio da essa). Insomma, viene fuori che se sei una donna è normale subire molestie basta farcene un abitudine, alla fine l’uomo è fatto così dovreste saperlo. Al massimo gli dai uno schiaffo ( così gli fai anche capire che se una per bene) e vedrai che non lo fa più. La violenza sessuale si paga cara, conclude. ma suvvia una violenza sessuale cosa è in fondo?

Ho scritto al signor Luigi Soriga ma non mi ha degnata di risposta né ha rettificato l’articolo.

Proprio ieri una mia amica compaesana molto interessata ai temi di genere mi ha segnalato un articolo pubblicato su Il Giornale di Olbia. Inizialmente la giornalista scriveva che il gesto di una pacca sul sedere sarebbe stato anche divertente se non fosse che la ragazza che faceva jogging sul lungomare si sia procurata delle lesioni cadendo. Poi ha rettificato sulla spinta delle lettrici ma ha bollato il gesto come “da cinepanettone” (dunque è irreale la violenza sulle donne, appartiene solo ai film goliardici di “fantasia”). I due sono stati definiti come “incoscienti” ( e sai hanno sfidato prima le leggi gravitazionali e poi la legge mica hanno mancato di rispetto ad una donna!). E ricordiamo che l’articolista è donna!

La stessa notizia è stata riportata da altri giornali che ne hanno dato una descrizione altrettanto peggiore. C’è la Nuova Sardegna, già famosa per l’articolo del Sign. Soriga, ha pubblicato questo. Anche qui si da più attenzione alla manovra incosciente (quella del giovane che si è sporto dalla finestrino) che al gesto di una molestia che non solo è una mancanza di rispetto ma ha provocato conseguenze psicologiche e la distorsione alla gamba di una ragazza che correva.

In più i ragazzi sono stati definiti sfortunati perché beccati in fragrante dalla polizia.Un articolo che non si risparmia giustificazioni nemmeno nella parte finale dove si specifica che la ragazza non li conosceva come a dire che se li avesse conosciuti il gesto sarebbe meno grave e si rimarca che lo spavento è dovuto al gesto che non si aspettava e non all’invasione della propria sfera intima e della propria libertà personale. Be’ in quanto donna te lo dovresti aspettare un giorno o l’altro e denunciarlo è un po’ da stronze!

“Sai da che mondo e mondo una pacca, un palpeggiamento non è violenza!” Questo è il pensiero diffuso in Italia da parte di gente che nemmeno si rende conto che la società si è evoluta e questo è un pensiero che risaliva quando le donne non avevano diritti.

Seguono altre fonti che fanno menzione di quanto erano ubriachi e soltanto un po’ cafoni. Come in questo giornale, dove si liquida il gesto come un fatto isolato anziché prodotto da millenni di cultura maschilista e in più nemmeno così cafone da essere considerato deprecabile. Insomma una cosa normalissima e poi poveretti erano incapaci di intendere e volere al momento.

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C’è Sassari notizie che dà un’immagine voyeuristica e provocante alla vittima allegandovi una foto di una tipa con un paio di short, perché si sa che è l’abbigliamento della vittima a causare le molestie e poi a febbraio si sa noi andiamo in giro tutte in bermuda. Poi corregge e vi allega una foto con la volante della polizia e la scritta “incidente”. Beh era solo un incidente, è caduta da sola.

Inoltre l’articolista che fa una lunga introduzione parlando di violenze sulle donne e fattori culturali (complimenti per la consapevolezza!) comincia con “l’episodio potrebbe far sorridere…dunque se fosse un caso isolato, vedere uno colpire con violenza ad una zona intima una donna fino a farle procurare delle lesioni ad una gamba fa ridere? Poniamo il caso  che non fossimo a conoscenza in questo paese ogni anno avvengono circa 200 femminicidi e nessuno conoscesse la violenza di genere. Se sentissimo che questa ragazza fosse la prima vittima a denunciare una molestia sessuale la nostra reazione sarebbe una un sorriso? Se la vittima fosse un uomo farebbe sorridere?

Bene bene. Poi l’autrice dell’articolo che non ha risparmiato i lettori di ricordare che la violenza sulle donne esiste definisce il gesto come una bravata (forse sentivano l’aria del Carnevale?) e non come atto criminale (pure chi li ha messi in libertà l’ha considerata una bravata?) e attribuisce la caduta della vittima ad un fatto accidentale e non dalla conseguenza di un colpo dato da un’auto in corsa.

Una stima recente dell’Istat rivela che la Sardegna detiene il numero più alto di violenze sessuali in Italia, malgrado le vittime denuncino di meno. Questo dipende dalla percezione che la nostra società-a pari passo di quella peninsulare-ha delle varie sfaccettature della violenza sessuale. Qui continua ad essere considerata un fatto di poco conto e la cultura attuale non insegna alle donne di denunciare. Ogni denuncia, che è utile a far uscire le donne dall’empasse che le vede come vittime (anche di casi reiterati), non viene in ogni modo incoraggiata, anzi, vi è una cultura ancora viva che in alcuni casi la considera anche ingiusta.

Quasi il 98% delle donne italiane non ha mai denunciato una violenza sessuale e questo è un dato che fa riflettere e che è direttamente collegato al victim-blaming e alle attenuanti penali e sociali che ricevono i sex offender. Le donne preferiscono tacere perché altrimenti vengono colpevolizzate e messe alla pubblica gogna.

E’ possibile che una molestia sessuale in Italia se non e’ rivolta “alle proprie donne” sia addirittura divertente? Quando si tratta della propria donna, invece, anche uno sguardo o un saluto amichevole è considerato grave. Guai a toccare il proprio territorio! Le risse del sabato sera nella mia cara terra lo dimostrano quasi settimanalmente. Altrove non so.

Questa e’ l’Italia che non ha bisogno di Pari Opportunità, quella che non punisce penalmente le molestie e che continua a giustificarle.

Denunci uno stupro? ti costringono ad abbandonare la scuola

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In Italia sono il 92% le donne che non denunciano lo stupro principalmente per paura di ritorsioni, di non essere credute e di essere giudicate sulla propria sfera sessuale.

Capita però che qualcuna trova il coraggio di farlo e invece che avere solidarietà  viene sbugiardata, riceve insulti, minacce e ritorsioni. E’ successo a Marinella insultata e minacciata da tutta Montalto di Castro e costretta con la sua famiglia ad abbandonare il paese. E’ successo anche ad Annamaria Scarfò che trovò il coraggio di denunciare anni di stupri subiti da gran parte del paese e ora vive in una località protetta sotto scorta in quanto tutto il paese la perseguitava affinché ritirasse la denuncia e all’avvocato di Rosa, la ventenne violentata e torturata in una discoteca di Pizzoli (AQ).

E’ successo ancora in questi giorni, quando una ragazzina ha trovato il coraggio di sconfiggere la vergogna e di denunciare alcuni suoi compagni per averla molestata pesantemente. Nemmeno il preside l’ha creduta e sostiene che il fatto non sussisteva e che non sia poi così grave.

Non è così grave costringere una compagna di classe ad un rapporto orale che stava anche per degenerare in altro?

Ora la ragazzina è stata costretta ad abbandonare i suoi sogni, a rinunciare alla scuola perché dopo la denuncia ha cominciato a ricevere messaggi minatori. Insulti, minacce di ogni tipo: «La pagherai, hai rovinato la loro vita», «sei un’infame ». Questi alcuni degli sms ricevuti, solo per aver messo fine a mesi e mesi di molestie che non riusciva a denunciare per vergogna.

«La ragazza non sta bene, ha abbandonato la scuola e continua a ricevere sms di insulti e minacce [...] deve superare lo choc della violenza e non è facile anche perché insistono a fargliene altre» sostiene Maria Teresa Bergamaschi, l’avvocato che difende la studentessa sedicenne vittima degli abusi sessuali commessi da altri quattro coetanei del Migliorini di Finale Ligure.
Le molestie nei suoi confronti duravano da settimane e nel pomeriggio del 31 gennaio sarebbero degenerate in vere e proprie violenze sessuali, avvenute in uno degli spogliatoi della scuola.

E questo accade nel nostro Paese e non in un villaggio dell’India, dove chi viene stuprata viene ripudiata e allontanata dalla società. Qui siamo in Italia eppure una ragazza o una donna che denuncia uno stupro viene isolata, presa di mira e insultata perché non ha scelto il silenzio.

Se la vita di una donna viene rovinata poco importa, le donne sono inferiori. Siamo nel Paese dove il diritto allo stupro è forte e dove messaggi di questo tipo vengono incitati perfino da persone di politica contro le proprie colleghe.

Fino al ’96 nel codice penale non esisteva nemmeno il concetto di stupro. Lo stupro era reato contro la morale e non contro la persona. Il Codice Rocco, fino all’81, classificava i reati di violenza sessuale rispettivamente tra i “delitti contro la moralità pubblica e il buon costume” e distingueva la violenza carnale dagli atti di libidine violenti (quelli senza penetrazione).  L’articolo 544 c.p. ammetteva il “matrimonio riparatore”: secondo questo articolo del codice, l’accusato di delitti di violenza carnale, anche su minorenne, avrebbe avuto estinto il reato nel caso di matrimonio con la donna violentata. Questo perché la vittima, una volta persa la verginità veniva percepita come disonorata e la perdita dell’onore colpiva la sua famiglia. Il rischio di non potersi più sposare era altissimo.

Nel nostro Paese lo stupro viene legittimato e giustificato in ogni modo. Alimentando la “spirale del silenzio”, colpevolizzando la vittima di essere una provocatrice e di aver vestito in modo licenzioso, accusandola di essere consenziente e di esserselo inventato. Oppure sminuendo lo stupro, come ha fatto il preside.

A meno che lo stupratore non sia straniero, in Italia una donna violentata non avrà alcun tipo di giustizia né solidarietà. Se lo stupratore fa pare della “comunità” ed è parte del gruppo allora scatta questo meccanismo contro la vittima. Così si ribalta la situazione: la carnefice diventa lei e gli stupratori passano per le vittime. Il massimo che si sono beccati è stata una nota da parte degli insegnanti, roba da matti.

Per la ragazzina la condanna, il marchio è a vita e il divieto (da parte dei bulli) di tornare a scuola. Questo evidenzia il gap tra uomini e donne ancora presente nel nostro Paese. L’autodeterminazione che viene concessa agli uomini è talmente forte da venir legittimato perfino lo stupro.

In Italia il gap tra uomini e donne è talmente ampio che nella classifica realizzata dal World Economi Forum (global gender gap) figuriamo tra gli ultimi posti del mondo. Nelle famiglie già da bambini si apprendono i ruoli di genere. I maschi si devono comportare in un certo modo e le femmine in un altro.

Dai maschietti ci si aspetta che non crescano efemminati e se sono un po’ prepotenti la famiglia attribuiscono questo come una caratteristica dell’essere maschio, l’uomo che non deve chiedere mai. I padri insegnano ai maschietti che devono manifestare molto interesse sessuale verso le ragazze per non passare per omosessuali e che per non passare per femminucce non devono piangere e pertanto alcuni cresceranno con un’anestesia emotiva che è irreparabile. Le madri insegnano loro che i compiti domestici spettano alle femmine, comportandosi da chiocce. Le femminucce invece devono crescere passive, romantiche, dedite alla cura e che per distinguersi dalle “donnacce” (quelle che servono per placare il “naturale desiderio maschile” per non apparire omosessuali) non possono manifestare desiderio sessuale o troppa femminilità ma devono accettare anche “attenzioni” sgradite.

Su Facebook gira una delle tante foto che testimoniano quanto ancora fosse forte la disparità sessuale tra maschi e femmine:

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Il corpo femminile viene visto come una proprietà. La sessualità e la riproduttività delle donne legata all’onore della famiglia. L’autodeterminazione delle ragazze (ma anche delle donne) è talmente negata che esse vengono percepite come coloro che non sono in grado nemmeno di decidere quando rimanere gravide o meno. O quando avere rapporti sessuali. Un po’ come gli animaletti domestici.

La femminilità percepita come qualcosa di sporco, oltraggioso, scandaloso. Condannata perché “colpevole” di stimolare gli impulsi degli uomini eterosessuali. E poco importa se hai solo tredici anni, in Italia la pedofilia è percepita come accettabile.

Così il corpo di una ragazzina viene percepito già come provocante anche se acerbo. Il desiderio maschile è talmente legittimato da non riuscire ad essere messo in discussione. E’ l’uomo cacciatore dunque è la “preda” che deve coprirsi.

La donna non deve fare la “troia” ma l’uomo può andare con le “troie”. Ecco la logica sessista che va avanti da millenni. La riprovazione ricade sulla donna che “si è concessa” appagando i desideri proibiti dell’uomo.

Se nemmeno una donna che viene costretta a fare sesso viene rispettata è ancora più difficile poter combattere questa cultura che legittima la disparità di desiderio e di diritti sessuali tra uomo e donna. La cultura dello stupro, inoltre si mantiene viva attraverso il mantenimento di questa disparità.

Se l’uomo è soggetto attivo e la donna è oggetto passivo allora anche lo stupro è comprensibile che accada, accompagnato dalla teoria del vis grata puellae dove la vittima viene considerata come “colei che ha provocato o che lo ha desiderato”. E allora si instaura questo meccanismo che instaura nelle vittime il senso di vergogna inibendo le denunce, incrementando gli stupri, rafforzati anche dall’induzione delle vittime al silenzio. E quanto più una donna riesce a rompere il silenzio più sarà facile porre fine agli stupri.

Percepire e denunciare uno stupro è come un po’ delegittimarlo. Ecco perché la sedicenne di Finale Ligure sta subendo ritorsioni come tante altre che hanno trovato il coraggio di rompere il silenzio.

La violenza sulle donne è la prima causa di morte, di invalidità e anche dell’alienazione sociale delle donne. Quante donne violentate, picchiate, vittime di stalking hanno (a causa delle ripercussioni psicologiche e delle minacce da parte dei violenti e complici) dovuto rinunciare al lavoro, all’istruzione, alla propria sessualità e alle proprie abitudini che le appagavano dopo le violenze?

Continuiamo ad ignorare le conseguenze della violenza di genere?

Le violenze sessuali sulle donne e il bullismo all’interno delle scuole stanno subendo proporzioni spaventose. A Bari l’anno scorso è successo un altro caso analogo.

Lo stupro non è un atto di libidine ma di sopraffazione ed è compito della società insegnare ai maschi il rispetto per le donne, insegnare alle ragazza e donne a riconoscere questi episodi e darle forza e coraggio nel denunciarli perché conteranno nella solidarietà di una grande rete di donne, di centri anti-violenza che stanno dalla loro parte.

Siamo tutti con te!

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