Provvidenza, la ragazza morta a Messina? Una puttana #TROIOFOBIA

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Una sera di luglio a Messina scompare una ragazza di circa 27 anni e solo dopo sette mesi viene ritrovata morta dentro la sua auto giù da una scarpata. L’ipotesi più accreditata è stata quella dell’incidente stradale ma non è esclusa nemmeno la pista dell’omicidio e del sequestro di persona secondo le ultime indagini. Ora l’autopsia stabilirà la vera causa del decesso della giovane che aveva un nome e un volto: Provvidenza Grassi.

Perché nessuno l’ha cercata? Sono le stesse domande che si rivolto il padre che ha sempre scartato l’ipotesi dell’allontanamento volontario della figlia ed ha sempre puntato l’indice contro gli investigatori perché non l’avrebbero cercata a sufficienza dopo la sua denuncia.

Il caso è stato trattato a Chi l’ha visto. Un giallo che ancora dovrà essere ricostruito tassello per tassello. Tra cui le intercettazioni di una telefonata che vanno in onda in diretta. Sono due carabinieri che le danno della puttana. “Quella è una puttana, una zoccola” “Suo padre è un coglione”. Si rivolgono alla povera ragazza e a suo padre che si era rivolto a loro per cercarla ma è stato cacciato via e liquidato poiché per loro è stato solo un allontanamento volontario. 

Quelle parole lasciano increduli milioni di telespettatori che si chiedono perché si sono rifiutati di cercarla e sopratutto perchè hanno usato quelle parole contro una ragazza, morta magari probabilmente uccisa nelle circostanze che tutte conosciamo.

Me lo chiedo anche io con tutto il cuore. Mioddio come è possibile. E’ possibile, certo che lo è. In un paese dove diversi casi ci hanno dimostrato che noi donne contiamo la metà di un uomo non vale la pena nemmeno di cercarci perché tanto la nostra esistenza non conta, nemmeno quando è un genitore ad implorarla.

Potrebbe anche essere stata uccisa. Non si esclude nessuna ipotesi. E se cosi fosse questo non è altro che stringere la mano alla stessa cultura violenta che uccide ogni giorno le donne. Un circolo di violenza che nasce da una parola che racchiude tutto il disprezzo per le donne. Donne, tante come lei probabilmente che hanno cercato invano di invocarsi alle forze dell’ordine per denunciare ma sono state riconsegnate ai carnefici e probabilmente offese anch’esse.

Probabilmente mi sbaglio perché non è giusto dipingere tutte le divise o tutta la società come il male. Ma troppi casi ci hanno dimostrato che per la giustizia le donne sono solo un peso o non contano nulla malgrado il Governo italiano ha sempre puntato sull’azione poliziesca per salvare le donne dalle conseguenze del maschilismo. Ma di maschilismo ne sono pregne anche le istituzioni e molti casi ce lo hanno dimostrato. Come l’ultimo caso accaduto in parlamento quando una deputata M5S, Loredana Lupo, è stata colpita da uno schiaffo dal questore di Scelta Civica, Stefano Dambruoso (Qui).  

A quel gesto di violenza a Montecitorio di mercoledì sera non sono mancati nemmeno gli insulti sessisti. Sembra siano stati rivolti alle deputate Pd riunite in commissione Giustizia da parte del deputato M5s Massimo Felice De Rosa: «siete solo capaci di fare sesso orale».

Ma anche troppi casi isolati ci hanno dimostrato l’aggressività di una cultura misogina che si scaglia contro le donne, considerate come degli esseri inferiori. In ogni caso, anche senza che il nemico rappresenti le istituzioni.

Come un commento razzista, un commento omofobo è stato rivolto tale epiteto ad una donna, in quanto tale. E questo non segna solo la miseria di due individui, di una parte del sistema poliziesco ma il fallimento della società tutta, una società che ancora fatica a rapportarsi con le donne. Ma se il rispetto per le donne manca già dalle istituzioni come si può pretendere che il singolo cittadino ci rispetti quotidianamente?

Il “Corriere della Sera” non conosce il femminicidio né le sue cause.

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Il nuovo anno si apre male per le donne in Italia.

Con l’orrore dell’ennesimo femminicidio compiuto nel nostro Paese, a Collegno, in provincia di Torino. Un uomo che ha ammazzato la suocera, la moglie e la figlia, prima di uccidersi a sua volta.

Abbiamo spiegato moltissime volte quale sia la matrice del femmicidio e perché per questo tipo di delitto occorra una parola ad hoc: la cultura del possesso, il patriarcato che punisce ogni donna che non “rispetta le sue regole” e che vede la donna come un oggetto a disposizione del maschio, una persona che vale meno, in quanto donna, in quanto non-uomo.

Abbiamo anche molte volte messo in evidenza come questa cultura che oggettifica le donne, rappresentandole come “meno umane”, “disumanizzandole” rendendone così meno grave l’eliminazione (se, infatti, una persona è “meno persona” di un’altra, la sua eliminazione risulta meno grave) sia mantenuta anche a causa della rappresentazione mediatica delle donne, nelle pubblicità, nelle trasmissioni televisive sempre ridotta ad uno dei due stereotipi della donna-oggetto (sessuale) o della donna ridotta alla sua funzione biologica (la madre) rinchiusa nel ruolo della casalinga.

E, cosa non meno grave, abbiamo anche moltissime volte parlato del linguaggio giornalistico che troppo spesso appare del tutto inadeguato quando si tratta di femminicidi.

Un ennesimo esempio di linguaggio sbagliato, fuorviante, giustificatorio nei confronti dell’assassino, lo troviamo in questo articolo del Corriere della Sera.

Vediamolo, punto per punto, iniziando da titolo.

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Eh no. Non è una tragedia famigliare. E’ un femminicidio. Anzi. Sono TRE femminicidi e la causa non è ignota. E’ sempre la stessa. Il patriarcato. La cultura del possesso. Ormai l’abbiamo detto tante di quelle volte che mi trovo noiosa da sola.

Ma repetita juvant, dicono. Quindi lo voglio ribadire con forza: quando un uomo ammazza una donna, o più donne proprio perché sono donne, perché le reputa un suo possesso, una sua proprietà e dunque pensa di poterne disporre come vuole, decidendone anche della vita e della morte, allora si chiama FEMMINICIDIO e le cause sono note.

Il Corriere poi, visto che “le cause sono ignote” ci prova e fa delle ipotesi.

Ma non ci azzecca! La sola ipotesi corretta, che poi nemmeno è un’ipotesi, ma una certezza, non la nomina.

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Queste non sono ipotesi di motivazioni, queste si chiamano “giustificazioni” ed è molto, molto grave che un quotidiano nazionale come il “Corriere della Sera” le utilizzi. Si tratta di una fonte autorevole e una fonte autorevole non dovrebbe dare informazioni distorte, non dovrebbe giustificare un assassino. Il “Corriere” sta manipolando l’opinione del lettore. Lo sta portando ad empatizzare con l’assassino, lo sta conducendo per mano mostrandogli le miserie e i guai di un omicida plurimo, dimenticando le vittime, lasciandole in ombra e portando in primo piano il colpevole, dipingendolo come un uomo infelice e degno di compassione.

Un lettore poco consapevole empatizza subito con l’omicida, specialmente in tempo di crisi economica.

In seguito si ribadisce che l’assassino era “disoccupato da ottobre” e che si è trattato di una “tragedia famigliare”.

Errare humanum est, perseverare autem diabolicum. Insomma, un errore ripetuto non è più giustificabile in nessun modo (specialmente in questo contesto) e il Corriere in questo articolo sbaglia a più riprese.

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Non possono mancare le altre, classiche giustificazioni che sempre accompagnano le descrizioni di fatti come questo nei nostri giornali:

«Era una famiglia modello», è la descrizione emersa dalle prime testimonianze.

La classica “famiglia modello”, col “buon padre di famiglia”, della classica “famiglia tradizionale”. Che sconforto.

Se queste sono le “famiglie modello” sono ben felice di far parte di una famiglia imperfetta e piena di difetti.

Nella pagina web si inserisce poi un video, che riporta la seguente didascalia:

“Dramma famigliare: Daniele disperato per aver perso il lavoro”

Se uno si fermasse a queste sole parole non saprebbe nemmeno che sono morte tre donne.

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Il peggio, però, deve ancora venire, anche se sembra incredibile.

Le testimonianze raccontate dall’articolo:

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La famiglia era normalissima. L’uomo, mite, era preoccupato. Ed era anche malato.

Malattia e disoccupazione. Un uomo, ci dice il Corriere, se non ha vigore e salute e se non fa “l’uomo” portando a casa i soldi per la sua famiglia, ha diritto ad un po’ di compassione se poi ammazza tre donne. 

Non importa se la moglie aveva un reddito, lui non era più “l’uomo di famiglia”, lui e la moglie non rispettavano più le regole del patriarcato, in cui l’uomo vive fuori di casa e la donna in casa. Questa donna, oltretutto, aveva una vita extracasalinga ricchissima. Un’aggravante, forse?

Ma l’influenza del patriarcato è chiara ed evidentissima in uno degli ultimi passaggi dell’articolo del Corriere:

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Eccola là, l’ombra del patriarcato. Chiarissima: l’assassino e la sua cultura del possesso e del controllo della donna, in questo caso la figlia che aveva 21 anni ed era, dunque, libera di uscire e frequentare chi volesse. Ma no, il padre non gradiva. Voleva che lei tornasse a casa presto anche se la ragazza era a disagio per questo suo atteggiamento. Il patriarcato se ne frega. Il patriarcato controlla e limita, reprime e rinchiude le donne, viste come una proprietà esclusiva di un uomo.

Stride anche tantissimo il fatto che il ragazzo sia definito “fidanzatino” anche se era un uomo fatto: una infantilizzazione e una minimizzazione del suo rapporto con la ragazza uccisa.

Avrà, la giornalista, finalmente scoperto quali sono i motivi di quella che per lei era una “tragedia famigliare” dalle cause ignote?

A quanto pare no, se l’articolo si conclude con queste parole:

«Daniele era una bravissima persona, un uomo buono che non ha mai litigato con nessuno» spiega un pensionato. E ancora una signora: «Non abbiamo mai sentito grida da quella casa. Ho incontrato Daniele al supermercato. Stava comperando delle cose per la cena di Capodanno, l’avrebbe festeggiato in casa. Mai avrei pensato che sarebbe finita così».

La gravità di questo fatto è enorme. E gravissimo anche il modo in cui il “Corriere della Sera” ne ha parlato.

Un’offesa alle centinaia di donne uccise per femminicidio in Italia e non solo per le vittime di questo. Una giustificazione che non ha scusanti. Una manipolazione dell’opinione pubblica imperdonabile.

Le donne in Italia continuano a morire anche a causa di questo modo di narrare che consolida l’opinione comune che vede gli assassini delle donne come “poveri uomini pieni di problemi” che, tutto sommato, non hanno colpa, gravati come sono da malattie, dispiaceri e miserie.

PS.  Probabilmente farò seguire a questo post una lettera per il Corriere. Chi volesse partecipare o portarsi avanti in tal senso, si faccia pure parte attiva.

Femminicidio e victim blaming, ma c’è chi dice “No”: il Comitato “Uniti per Titti”

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Sono molte, purtroppo, le donne uccise nel 2012.

Di alcune abbiamo parlato dalle pagine di questo blog (per esempio: qui) e di una di loro (ma soprattutto di quello che ha “lasciato in eredità”) voglio raccontarvi oggi.

Lei si chiamava Tiziana Olivieri, lui, il suo assassino, Ivan. Lei era la sua compagna, avevano un bambino nato dalla loro relazione.

Il 19 aprile 2012 nel Comune di Rubiera, nel reggiano, pochi giorni prima che Tiziana compisse 41 anni, Ivan la strangola e poi, lucido e consapevole, inscena un incidente: un incendio. 

Trascina il corpo della donna in camera, lasciandolo accanto al letto e dà fuoco al materasso. Poi prende il bambino di 11 mesi, esce di casa e simula un incidente in piena regola, dando l’allarme ai vicini di casa, in piena notte e raccontando di essere riuscito a mettere in salvo il piccolo, ma non la compagna.

Il suo racconto pare subito poco credibile e non solo agli inquirenti. Anche agli amici di Tiziana.

L’assassino ha raccontato che Tiziana aveva lasciato accese delle candele profumate, in camera e che si era addormentata. Ma Tiziana era allergica a molte cose, le davano fastidio i profumi, il fumo… ed infatti, il 21 aprile, due giorni dopo il femminicidio, Ivan Forte confessa. Ha ucciso lui la compagna.

2344619-forte((Ivan Forte)

La giustizia inizia il suo lento corso. Forte, reo confesso, viene messo in carcere, in detenzione preventiva, in attesa del giudizio.

Intanto nel paese, gli amici e i parenti di Tiziana soffrono, si prendono cura del bambino affidato alla nonna materna e allo zio, sebbene il tutore legale sia il Sindaco di Modena, Giorgio Pighi.

Per un errore tecnico, dopo solo un anno di detenzione preventiva, Ivan Forte viene scarcerato (ed è tutt’ora libero) ed ha il solo obbligo di dimora, nel comune di Castrovillari con il dovere di firmare in caserma tre volte al giorno.

Fino a qui sembra una storia come ce ne sono tante, anche se è doloroso ammetterlo.

Ma in questa vicenda segnata dal dolore, si intravvede un raggio di speranza.

Infatti, un gruppo di amici e di colleghi di Tiziana, decide di reagire e si costituisce in un Comitato dal nome “Uniti per Titti”.

Ho conosciuto, grazie ad un’amica, il Comitato e ho deciso di scriverne qui perché lo trovo un esempio grandissimo di cittadinanza attiva, di coinvolgimento positivo anche da parte delle Istituzioni locali. Entrando in contatto con il Comitato, ho avuto una prova tangibile della reazione civile, ma battagliera e determinata, della gente, di alcune Italiane e alcuni Italiani che dicono “no” alla cultura del possesso che sottostà al femminicidio, che si battono per la tutela della vittima e dei suoi cari.

Il Comitato “Uniti per Titti” fin da subito vuole avere un ruolo attivo nella prevenzione e nel contrasto alla violenza di genere e, come spiegano coloro che ne fanno parte hanno intenzione di usare tutti i mezzi democratici a loro disposizione, nel loro operato.

Sono tanti, quelli del Comitato. Tanti e attivi. Scrivono alla stampa, vanno in televisione, coinvolgono le istituzioni locali. Incidono fortemente sul loro territorio, ma non solo.

Emettono immediatamente un comunicato stampa e, davanti agli organi di informazione si presentano: vogliono che venga al più presto approvata una norma che, nei casi di gravi delitti con reo confesso, come il caso del femminicidio di Tiziana, impedisca la scarcerazione per decorrenza di termini. Inoltre chiedono un intervento perché le forze dell’ordine prestino maggiore attenzione alle denunce di maltrattamenti e stalking, in modo che lo Stato possa attivarsi immediatamente con strumenti adeguati a tutelare chi è vittima di queste violenze.

Scrivono, i membri del Comitato, parlano, si muovono, si mettono in gioco in prima persona. Si rivolgono alla Presidente della Camera, ai Ministri.

Vanno in televisione, su Rete 4 e, nella trasmissione “Quarto grado”, nel maggio del 2013, discutono con la giornalista che vorrebbe, con loro, indagare il rapporto tra Tiziana e Ivan.

Non è quello che interessa al Comitato. Non speculano sul dolore della gente, non vanno in TV a “piangere” a creare un clima di “vittimismo” o, peggio, di “morbosità” sulla vicenda. Vogliono parlare di loro, dei loro scopi, della loro battaglia. E la spuntano (!!!).

Le istituzioni locali lavorano bene con il Comitato. Il sindaco di Rubiera, Lorena Baccari, ascolta gli amici di Tiziana (pochi giorni dopo in Consiglio comunale viene approvato un ordine del giorno integrato con il testo su femminicidio, stalking e modifica della legge sulla carcerazione preventiva presentato dal Comitato) e accoglie la loro richiesta di organizzare una fiaccolata per le vie del Comune, per commemorare Tiziana (fiaccolata che si svolge il 6 giugno del 2013) e vede la partecipazione di oltre 300 persone e la presenza di Sonia Masini, Presidente della Provincia di Reggio Emilia, Roberta Mori, Presidente Nazionale delle Commissioni Regionali di Parità e il sindaco di Rubiera, Lorena Baccarani.

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In seguito ad un colloquio con il Sindaco e l’assessore alle pari opportunità di Modena, il Comune di Modena e il Sindaco (Pighi) si costituiscono parte civile nel processo a carico di Ivan Forte e un paio di giorni dopo anche il Sindaco di Rubiera e il Comune.

(Nella prima udienza del processo, viene ammessa solo la richiesta del Comune di Modena, perché il sindaco è il tutore legale del bambino di Tiziana).

E ancora il Comitato fa sentire la sua voce, in modo civile, corretto, ma chiaro, fermo e incisivo. Non possono partecipare alla prima udienza e decidono di non recarsi nemmeno fuori dal tribunale, per non turbare quanto avviene all’interno.

Scrivono alla stampa:

Quando siamo stati informati che neanche una delegazione del Comitato “Uniti per Titti” avrebbe potuto partecipare alla seduta, abbiamo deciso di non essere presenti neanche fuori dal tribunale per permettere in tutta serenità che all’interno di quella corte di giustizia si procedesse senza possibili tensioni. Comprendiamo in parte, la scelta del giudice di svolgere questa prima udienza del processo a porte chiuse anche se questo però un po’ che ne dispiace. Soprattutto perché impedire che anche solo una delegazione del Comitato potesse partecipare, crediamo non sia il modo migliore per riparare ad un errore commesso tra le carte e in quegli uffici.

L’udienza di oggi, comunque, ha evidenziato decisioni importanti anche se speriamo che l’accettazione del rito abbreviato non consenta all’imputato di ridursi la pena per un assassinio senza senso. Confidiamo sempre nel massimo della pena come minimo risarcimento per la famiglia e per tutta la comunità.
Ci dispiace altresì, che sia stata respinta dal Giudice Angela Baraldi la richiesta di Parte Civile del comune di Rubiera perché, come il Sindaco Baccarani, riteniamo che sia stata ferita tutta la comunità che mai aveva visto una tale brutalità. Altro modo siamo soddisfatti però, della mancata accettazione di una perizia psichiatrica presentata dall’avvocato di Ivan Forte, Fabio Lombardi, perchè ritenere psicologicamente instabile o affetto da doppia personalità un assassino che medita come far scomparire, per uscirne impunito, le tracce della sua aggressione, tutto può sembrare ma non certamente “matto”.

Attendiamo con apprensione le prossime udienze fissate per l’8 e 16 luglio dove finalmente si entrerà nel vivo del processo e pur non potendo assistere all’interno dell’aula, non faremo certamente mancare la nostra presenza nei pressi del tribunale non solo come amici della famiglia ma come cittadini che chiedono in nome “delle tante Tiziana”   una giusta e severa pena.

Organizzano una cena di solidarietà i cui fondi sono destinati ad aiutare la mamma di Tiziana per mantenere il bambino e per le spese legali. Alla cena partecipano oltre 400 persone, tra cui il vicesindaco di Rubiera.

Prendono parte attiva anche ad un paio di conferenze in tema di femminicidio durante l’estate, dove portano avanti con coraggio e correttezza, le loro istanze.

Dopo l’udienza del 23 settembre u.s., questo meraviglioso Comitato mi sorprende di nuovo. Di fronte ad una azione di “Victim blaming” si erge ed afferma il suo “no”.

L’avvocato di Ivan Forte fa, in tribunale, alcune affermazioni su Tiziana e il suo rapporto con Forte.

L’immagine che egli vorrebbe mostrare è quella di una Tiziana “dominante” (Ivan Forte era più giovane di lei di alcuni anni) che prevaricava il compagno, impedendogli un rapporto corretto col figlio ed arrivando addirittura ad affermare che Forte, quella sciagurata sera, avrebbe avuto un “raptus”, un momento di rabbia, perché, durante un litigio con la compagna, ella avrebbe afferrato il piccolo che piangeva e l’avrebbe fatto cadere a terra.

Insomma, è sempre colpa della donna che provoca, storia vecchia anche questa. Se è giovane, il compagno è geloso, lei provoca e fa scattare la reazione di lui. Se la compagna è più vecchia, allora diventa una specie di mostro che schiaccia il compagno. Il raptus, poi, è fuori discussione. Non esiste (quasi mai, in questi casi) il raptus. Tanto più che Ivan Forte, dopo aver strangolato Tiziana, è stato così lucido da mettere in scena il finto incidente, incendiando il materasso. 

La stampa  riporta le parole dell’avvocato (qui e qui) . Il victim blaming, la macchina del fango che vuole giustificare la violenza, gettando ombre sulla vittima, si mette in moto.

Ma il Comitato “Uniti per Titti” risponde.

Ecco la loro risposta all’articolo de “Il resto del Carlino”

 Certamente il processo a carico di Ivan Forte per l’omicidio di Tiziana Olivieri, da lui strangolata dopo l’ennesima discussione, ha fatto più scalpore per il suo rilascio, a causa di un errore procedurale che ha portato alla scadenza dei termini di carcerazione preventiva, che per l’assassinio stesso dell’ennesima donna che aveva deciso di ribellarsi a uno stato inaccettabile di convivenza.

Un dramma sociale che anche con le altre purtroppo “tante Tiziana”sembra ormai entrata nella gestione quotidiana della violenza. Pura e semplice descrizione macabra di cronaca nera. Un bollettino di guerra sociale mai dichiarata ma che produce inesorabilmente le sue inevitabili vittime.
Questo sembra emergere dalle dichiarazione rilasciate a questo giornale da Fabio Lombardi, avvocato difensore di Ivan Forte, l’assassino di Tiziana.
Le parole certo possono ferire più di una lama ma è bene che chiamiamo le “cose e i fatti” con il loro giusto nome. Soprattutto per la responsabilità sociale che a volte siano, volenti o non, costretti a sostenere.
Dobbiamo innanzitutto smetterla di paragonare le vittime ai loro carnefici o peggio giustificare azioni violente e omicide come gesti di eccesso d’amore o sfoghi da eccessiva pressione psicologica. Attaccando magari pubblicamente le dichiarazioni di una madre che, caro avvocato Lombardi, le ricordo ha perso una figlia. Il bene più prezioso che possa essere donato a una famiglia. Ivan è anche lui un figlio e non oso pensare, e me ne dispiaccio, il rammarico dei suoi genitori, i loro interrogativi e forse anche il senso di colpa che li può attanagliare in questo momento. Ma il fatto resta: un omicidio che deve essere punito e due famiglie distrutte. Una donna uccisa e un bambino senza madre a causa di suo padre. Una tragedia che nessun pianto in aula o atteggiamento giustificativo, anche da lei sostenuto, riporterà in vita Tiziana.
Come si fa a giustificare il suo gesto e il suo non ricordare come “normali conseguenze del raptus che lo ha colto a causa di un prolungato accumulo di aggressività nella dinamica del rapporto di coppia”.   Potrebbe anche essere ma non bastano singhiozzi senza lacrime in aula per rappresentare un pentimento. Non bastano mortificazioni senza scuse rivolte pubblicamente alla madre e al fratello di Tiziana. Non basta rivendicare un diritto di sangue verso il proprio figlio senza preoccuparsi delle conseguenze dell’assassinio di sua madre.
Vede caro avvocato, comprendo ma non posso giustificare le sue dichiarazioni fatte con la volontà di riprendere la mamma di Tiziana perché, se no, noi abbiamo tutto il diritto di sostenere ed interpretare che quegli atteggiamenti del Forte, al contrario di voi difensori, sono figli della paura della giustizia, del possibile riconoscimento del massimo della pena che, mi perdoni, si conviene a chi dopo aver ucciso Tiziana, ha inscenato un incidente cercando di omettere con il fuoco, tale efferato delitto.
Come si fa a credere alle dichiarazioni di chi l’ha uccisa, che Tiziana avesse “gettato a terra il bambino” e “La sua rabbia è poi esplosa”. Perchè, caro avvocato, non convoca a testimoniare tutte le amiche di Tiziana, i genitori dei bambini che frequentano l’asilo di Nicolò, i colleghi di lavoro o i suoi vicini di casa, su come Tiziana desiderasse quel figlio e su come lo amasse?
Se si gira tra le celle e si parla con i detenuti, tutti dichiarano di essere innocenti o di essere stati fregati da qualcun’altro. Oggi è certamente giunto il momento di interrogarsi sulla violenza sociale, sulla superficialità con cui la si utilizza legalmente la violenza contro altri popoli attraverso l’uso della guerra umanitaria ma credo anche, che sia veramente giunto il momento di applicare davvero la “giusta pena” a chi commette un grave reato come l’omicidio. E questo lo si può ottenere solo smettendo di considerare i carnefici vittime, alla stregua delle “vere” vittime ormai non più in vita.

Il prossimo 23 ottobre ci sarà un’altra udienza in tribunale (Ivan Forte è ancora libero). Il Comitato “Uniti per Titti” sarà lì. Civile, rispettoso, ma presente.

Un esempio che ho raccontato volentieri. Esempio di un’Italia che mostra, finalmente, di avere a cuore i casi di femminicidio, che non li manipola per strumentalizzarli o per fare retorica o vittimismo. Gente attiva, feconda.

Ringrazio Isabella, amica di Tiziana, che mi ha narrato la storia di Titti e del Comitato, di cui è stata la “mamma”, Cecilia, che mi ha messa in contatto col Comitato e tutti coloro che ne fanno parte. Mi sento anche di ringraziare i rappresentanti delle Istituzioni locali che tanto bene collaborano col Comitato. Grazie. Perché di gente come voi non ce n’è mai abbastanza.

Sarebbe bello che si potessero raccogliere altre storie come questa. Invito pertanto chi ci legge a raccontare, se ne sono a conoscenza, di altri “Comitati” in giro per l’Italia.

 (il Comitato “Uniti per Titti”)993067_601325156555850_359772416_n

 

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