Vincenza Ingrassia: quando uccidere il compagno violento sembra l’unica soluzione per essere vive o libere

Recentemente è riemerso il caso di Vincenza Ingrassia, la donna che uccise il marito dopo anni di violenze. Alla donna sono stati concessi i domiciliari come misura cautelare ma la comunità la condanna senza alcuno sconto di pena.

I vicini la descrivono come un’assassina asseriscono di aver sentito spesso delle liti provenire dalla villetta. Malgrado ciò il marito di Vincenzina viene descritto come una persona gentile, anche coi loro cani, malgrado bastonasse il suo e anche la moglie con lo stesso bastone chiamandola “lurida mula”. Da una parte omertosi come se per un marito fosse normale picchiare una moglie, dall’altra puniscono la donna perché una femmina non può ribellarsi.

Sulla stessa vicenda della donna, che confessa di aver ucciso il marito dopo anni di maltrattamenti, sono stati aperti numerosi dibattiti televisivi in cui si chiedeva se fosse credibile la sua attuale confessione (dopo aver smentito la prima versione in cui parlava di una rapina). Forse è poco credibile che una donna reagisca ad una violenza? O che un marito picchi una moglie dopo tutto quello che sentiamo? Siamo cresciuti con l’idea cristiana delle donne come tendenti alla menzogna o come persone sottomesse se i mariti sono dispotici che non si è nemmeno in grado di credere alle parole di una signora disperata.

Chi ci ha creduto ha affermato che sarebbe stato meglio che denunciasse, anche se spesso le donne dopo una denuncia non ottengono sufficiente protezione dai violenti.

I media usano compassione per la donna e allo stesso tempo puntano il dito sulle donne che si rifiutano di denunciare preferendo il silenzio. Spesso la denuncia di una donna non finisce con una misura di protezione verso la vittima. Per arrivare ad una condanna le condotte violente devono essere retiterate e nemmeno la legge sullo stalking sembra essere così garantista, infatti recita che è stalking se il soggetto molesta assiduamente cagionando uno stato di forte ansia. La legge infatti non contempla la gravità dell’azione ma solo lo stato d’animo della vittima o se la condotta è continuativa. È come se il reato di stupro fosse punibile solo se la vittima si ammala di disturbo da stress post traumatico!

Ciò significa che la vittima deve dimostrare che il comportamento è persecutorio, persistente o se l’ha costretta a cambiamenti di routine e ci vorrà molto più tempo per l’applicazioni di misure cautelari che raramente si traducono nella reclusione.

I femminicidi che avvengono dopo la denuncia ripetuta delle vittime sono la dimostrazione di come la giustizia italiana è inadeguata a proteggere le vittime di violenza, così come la politica è inadempiente a programmi per tutelare le vittime, come il mancato finanziamento dei centri antiviolenza. Spesso la legge risponde allontanando il marito violento o l’ex stalker dal tetto coniugale o dalla zona frequentata dalla vittima ma ciò non impedisce che torni a minacciare la vittima, costringendola a dover cambiare abitudini, poiché condannato piede libero.

Lo stesso avviene per uno stalker e nemmeno i domiciliari sono un buon deterrente. Il caso della ragazza ammazzata ieri a Vicenza dal suo ex marito stalker già denunciato più volte e della donna ammazzata a Caserta dopo un tentato omicidio già denunciato in passato è il sintomo di un sistema che non valuta i rischi di lasciare in libertà uomini violenti o che non condanna fatti come lo stalking o il tentato omicidio. Una vittima di femminicidio su due aveva già denunciato. Ha senso accusare le vittime di sopportare troppo?

La cosa che mi ha colpita è che nonostante ciò Vincenzina viene descritta come un’assassina fredda e razionale ma non una donna in preda al raptus come invece vengono descritti i mariti che compiono omicidi contro le loro mogli, quando invece il movente è solo la disperazione.

Raramente la legge concede attenuanti a quelle donne che in mancanza di un sistema sociale e giuridico a tutela delle vittime di violenza che le isola facendole vivere nel terrore e che assolve i loro aguzzini decidono di fare il gesto estremo di ucciderli. Ricordiamo casi più celebri come quello di Santa Morina, condannata a 14 anni di carcere ( l’accusa ne aveva chiesto 21), per aver ucciso il marito che aveva picchiato e stuprato lei e sua figlia per 23 anni e aveva pianificato di ammazzarle poco prima dell’omicidio da parte della Morina.

Malgrado queste denunce raccapriccianti la legge italiana non ha riconosciuto la legittima difesa e la donna è stata condannata per omicidio volontario. Un altro caso è quello di Miranda Pereira che uccise il marito mentre la stava picchiando.
La donna è stata condannata a 16 anni per omicidio volontario senza che la legge le riconoscesse attenuanti per legittima difesa e attualmente soffre in carcere perché non le passano la terapia ormonale che prendeva in quanto transgender. L’accusa aveva chiesto l’ergastolo ma quattordici e sedici anni è la pena che in Italia comunemente viene data ad un omicida.

Se la legge italiana non solo raramente è indulgente verso una vittima di violenza che come unica via per essere libera o per sopravvivere uccide, ma protegge troppo i criminali perché io come persona non dovrei dare la mia solidarietà femminile a Vincenza Ingrassia?

In tutto il mondo le donne continuano a subire violenze fino a quelle giustificate dal delitto d’onore e anche in Italia era così fino a poco tempo fa. Accade che se una donna viene violentata si pensi che abbia provocato e i suoi stupratori spesso vengono assolti in base alla vita sessuale della vittima precedente alla violenza o quelli in cui le donne devono dimostrare che la violenza c’è stata o si suicidano perché costrette a risarcire il loro stupratore come è accaduto in Italia poco tempo fa.

Oppure le vittime di violenza domestica denunciate e condannate per sequestro di minori perché scappate coi loro figli verso un luogo sicuro o a quelle in cui hanno tolto i loro figli per aver denunciato le violenze dei loro mariti su loro o sui figli.

Oppure quegli uomini assolti dal reato di tentato omicidio perché le coltellate inferte non erano abbastanza profonde. Casi come questi dimostrano che molte volte è più conveniente il silenzio o mezzi alternativi per difendersi perché la denuncia espone ad ulteriore rivittimizzazione.

Se pure in Turchia una donna che uccide suo marito violento viene considerata un’icona per dimostrare come le donne sole di fronte ad un sistema omertose siano costrette a salvarsi la vita uccidendo, perché in Italia non si può essere solidali con una vittima di violenza che uccide per salvarsi? Perché la “femminista società occidentale”, attraverso l’opinione pubblica, è pronta a condannare queste donne disperate? Perché subire perfino appelli in tv da parte di politici e criminologi pronti a dire che le donne si inventano le violenze per avere gli alibi?

La donna in tv è considerata un oggetto, vista solo in qualità di sposa e madre o di corpo sessualizzato. Dalla tv spesso di attingono pregiudizi misogini e retrogradi secondo cui una donna per fare carriera deve essere bella o disponibile sessualmente.
Spesso anche le violenze vengono giustificate. Se lei indossava una gonna se l’è cercata o semplicemente è colpevole per non aver denunciato e sopportato troppo a lungo, anche se per vergogna o paura o perché senza strumenti. Allora una mancata denuncia diventa una grave colpa da scontare.

E’ assurdo sentire in tv dire che un omicidio è sempre un omicidio. Personalmente non me la sento di paragonare un omicidio per gelosia, stupro, “onore” o possesso, moventi comuni dei femminicidi, ad un omicidio per porre fine a delle violenze. Donne che sanno che la legge italiana raramente è garantista in materia di “difesa personale” ma preferiscono il carcere al cimitero in mancanza di un sistema sociale che assiste e le protegge dai loro aguzzini. Allora #IoStoConVincenzina