#Stupro di #Olbia: Forche, privacy e morbosità varie…

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E’  accaduta l’ennesima violenza domestica. Dopo il caso assurdo accaduto ad Olbia, dove un uomo violento che ha preso in ostaggio il figlio, sfregiato il volto della compagna a morsi e spaccato una costola ha avuto i domiciliari nella stessa casa dove vive la vittima, emerge un altro fatto che mi ha colpita parecchio.

Una ragazza appena maggiorenne veniva per mesi segregata in casa da padre e zio materno e costretta con le botte e con abusi psicologici anche a subire violenze sessuali da entrambi.Come se non bastasse dalle testimonianze della vittima, pare che suo padre le avesse imposto il fidanzamento con lo zio. Roba che sembra uscita dai tempi di “Padre padrone”.

E’ un caso che mi ha sconvolta parecchio non solo perché si tratta di un episodio di violenza di genere gravissimo ma anche un po’ per la vicinanza fisica nei confronti della vittima. E’ successo in un quartiere della mia città perchè nessuna città è esente da casi simili e questo lo sanno soprattutto i centri antiviolenza che svolgono un grandissimo lavoro per arginare un fenomeno diffusissimo, nonostante gli enti locali gli tagliano le gambe.

Nel mio paese, Olbia appunto, la gente mormora perché la città è molto piccola. A poche ore dalla diffusione della notizia molte persone hanno cominciato a chiedere ai giornali di pubblicare nome e cognome degli stupratori, non curanti del legame familiare che stringono con la vittima.

Per istinto forcaiolo, per semplice morbosità o pettegolezzo, classico dei piccoli contesti dove tutti bene o male si conoscono. Come se questo fosse un caso insolito, mentre sappiamo che la violenza domestica è un fatto sommerso e molto diffuso, anche nella mia regione.

Su qualche pagina ha cominciato a girare la foto di uno dei due stupratori. Forse del padre. “Ecco il bastardo! al rogo! lapidiamolo!” hanno esclamato. Roba d’altro mondo.

E’ anche vero che ci sono state anche molte donne ad esprimere il desiderio di sapere i nomi degli stupratori per motivi di tutela personale in caso di fallimento del sistema penale, come spesso avviene in Italia nei confronti degli stupratori tra attenuanti e assoluzioni.

Teniamo a precisare che la stampa non è tenuta a pubblicare nomi, cognomi e fotografie perché esiste una specifica legge che tutela la privacy delle persone coinvolte in un caso di violenza. Per lo stesso motivo non è possibile nemmeno pubblicare il nome della vittima. Considerando inoltre che il vincolo sanguigno tra la vittima e i due carnefici è molto saldo (sono parenti di primo grado) la vittima rischierebbe di essere riconosciuta all’istante.

Parlo del mio contesto, che penso sia lo stesso di molti piccoli paesi italiani. Dove l’omertà è molto forte, la violenza quasi difficilmente viene denunciata, soprattutto per vergogna, maggiormente se essa avviene in ambito famigliare o se di natura sessuale.

La cosa che mi ha più lasciata sconvolta di questo fatto è che per mesi si è consumata una violenza simile senza che nessuno sapesse nulla. La vittima viveva segregata, viveva da prigioniera, possibile che la gente non si sia accorta che questa ragazza non usciva mai di casa o non andava a scuola? Sono assurde le dinamiche omertose che si mettono in moto nei piccoli paesi.

Il fatto si è consumato nell’hinterland della mia città, un piccolo paese, magari un posto dove le donne non escono molto di casa.

Fatto sta che questo caso scatenerà sicuramente molta morbosità nella gente finché non cadrà nel dimenticatoio, a causa della stessa indignazione passeggera di cui soffrono gli italiani. Finché non ne verranno stuprate altre o ne verrà uccisa un’altra.

Quello che voglio far capire che la reazione dei miei conpaesani sta rischiando di danneggiare la vittima, la quale è assistita tuttora in una struttura protetta perché porta addosso i segni psicologici di quel lungo calvario. Non è certo conveniente, in un piccola cittadina, per una vittima di stupro essere identificata. Le conseguenze sono veramente molto forti.

Uscire di casa con il dito puntato addosso della gente insensibile che ormai ti identifica come quella che è stata stuprata, mostrando più compassione che solidarietà, è un danno morale molto forte verso una donna violentata, percepita spesso come “sporca”.

Per questo io penso che bisogna andarci con grossa cautela anche perché i pregiudizi contro le vittime di stupro sono molto forti, soprattutto nei contesti ristretti. E anche se riceverà tanta solidarietà così come sta accadendo da parte di moltissimi concittadini estranei che chiedono di poterla conoscere è comunque un’invasione intima e di privacy che spesso le vittime di violenza difficilmente vorrebbero in un primo momento. Spesso alcune tendono perfino a rifiutare ogni aiuto. Sono casi difficilissimi e delicati. Non è nemmeno buona cosa togliere autodeterminazione ad una vittima di una violenza con comportamenti così paternalistici.

Da vittima di violenza sessuale, anche se in confronto molto lieve, ho preferito restare in silenzio. Solo successivamente, quando mi sono sentita pronta, ho avuto la forza di confidare il mio vissuto. Trovo infatti molto importante che sia la vittima ad avere la scelta di rivelare il nome dei suoi carnefici, ma nessun istinto forcaiolo può riparare il danno che questa ragazzina ha subito. Esistono ( e se ne ha bisogno) le associazioni per assistere le vittime di violenza e darle il supporto psicologico e fisico che necessitano.

E’ molto importante che la vittima di questo gesto non resti sola e che venga assistita finchè possa trovare la forza di superare quello che ha subito e che la nostra società dia strumenti idonei per aiutare le vittime ad uscire dal silenzio e per combattere la cultura dello stupro.

Conludendo, ogni forma di solidarietà non può lasciare spazio ad istinti morbosi. Teniamoli fuori da questa storia, grazie. Non mi stancherò di ripetere questo finché non cambierà l’approccio che ha il nostro paese verso la violenza sulle donne e continuerò a farlo come ho fatto in tutti questi sei anni (oggi è l’anniversario del mio blog).

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