Per il governo gli stupri nei campi ragusani non sono un fenomeno significativo

violenza

Avevo affrontato la squallida vicenda delle braccianti ridotte in schiavitù e violentate nei campi del ragusano, accogliendola come il più grave episodio delle pagine di cronaca italiane.

Circa un anno fa è partita un’inchiesta riportata sul giornale L’Espresso. Donne costrette a subire violenze sessuali in silenzio dai propri datori di lavoro, in cambio del mantenimento del posto di lavoro.

Paghe pessime, condizioni disumane. E’ un’inchiesta che ha fatto scalpore e a far nascere tanti dubbi è il numero enorme di interruzioni volontarie di gravidanze nella sola provincia.

Donne-schiave accompagnate da uomini, i loro sfruttatori. Uomini che parlano al loro posto. Donne costrette ad abortire perché gli uomini le violentano ma che nella “perfetta mentalità italiana” non vogliono nemmeno madri lavoratrici, anche se non hanno scelto loro di essere madri. Donne disperate che cercano ospedali che rispettino la legge 194 e consentire di interrompere gravidanze indesiderate, poiché frutto di terribili stupri.

Tutta questa situazione, oltre all’indifferenza del paese, ha trovato anche l’indifferenza del governo italiano che ha considerato inopportuno intervenire in quanto il numero degli stupri è troppo basso, dunque il fenomeno non sarebbe poi così grave. «Un fenomeno non significativamente esteso e stabile». Dopo cinque mesi dalla richiesta di intervento da parte di alcuni parlamentari, il governo risponde così.

E’ assurdo questo. Anche un solo stupro in un posto di lavoro dovrebbe far salire l’indignazione, far scattare le manette e costringere ad avviare un’interrogazione parlamentare.

Come dichiara all’Espresso l’onorevole Celeste Costantino, una delle firmatarie dell’interrogazione parlamentare, «Chi vive in stato di segregazione si sente sotto minaccia e fatica a denunciare le violenze». E’ la situazione di donne povere e immigrate da una parte minacciate e dall’altra accusate dal paese di essere delle puttane, perché donne, perché dell’est Europa. Si legge su L’Espresso:

La curiosità di questi mesi ha aumentato la diffidenza delle donne. La sfiducia non è immotivata. Pratiche ferme, lentezze burocratiche, difficoltà di ogni tipo. Infine, una vittima deve trovare il coraggio di rendere pubbliche questioni così delicate. E quando accusa il datore di lavoro deve produrre prove in sede giudiziaria. Altrimenti rischia a sua volta la condanna per calunnia, osservano i legali.

Come può denunciare una donna se così facendo ancora oggi si trasforma in un’imputata? Come fa una donna a denunciare se uno stupro viene considerato un reato minore?

E in un periodo dove voci politiche, sicuramente le stesse che hanno ignorato il grido di dolore di queste donne, affermano con forza e pregiudizio che i problemi degli italiani sono più importanti, che aiuto riceveranno queste donne?

Nessuno si scandalizza per lo sfruttamento e violenze sul lavoro, per le violenze alle quali molte persone sono costrette a subire, nessuno si scandalizza del numero di obiettori di coscienza che affligge sempre più la sanità pubblica. Sempre su L’Espresso si legge che il fenomeno è più esteso di quanto si pensi:

Nel frattempo, il fenomeno sembra allargarsi alla provincia di Catania. È di qualche giorno fa l’inchiesta “Slave” della Procura etnea. Un’organizzazione di romeni e italiani riduceva in schiavitù i lavoratori impegnati nella raccolta delle arance. Secondo i giudici, un filone dell’indagine ancora in corso riguarderebbe le donne dell’Est costrette a prostituirsi.

Tutta questa indifferenza rivela la condizione dei lavoratori e soprattutto delle donne in Italia, sempre più simile a quella delle donne in India, sì proprio al paese bollato come incivile dalla stampa italiana, quando accadono casi esattamente simili a questo.

Ma che razza di mafia collusa con lo Stato gestisce queste campagne per gettare questo velo fangoso di omertà? Solo io sento questa terribile puzza?

E’ una vergogna! L’unico potere che avrei come cittadina è boicottare i loro prodotti e diffondere la mia indignazione affinché questa storia emerga il più possibile.