Vodafone e Mellin genitorialità (stereotipata)

papà

Oggi guardando la televisione ho scoperto il nuovo spot della Vodafone. Sul sito dell’operatore telefonico ho scoperto che è uscito in questi giorni. Lo spot è questo:

Protagonista dello spot è uno sportivo che deve badare a sua nipotina. Già dall’inizio noto degli stereotipi. Non è il padre, ci mancherebbe un papà che si occupa di un bambino è inconcepibile, per questo c’è la mamma! (permettetemi il sarcasmo)

Gli stereotipi di genere di questo spot ricordano molto quelli di Kinder Maxi, il padre imbranato alle prese con il figlioletto appena nato. Vi ricordate?

Ovviamente, la scena è la stessa: il momento del cambio, quel momento che pare risultare troppo difficile per gli uomini italiani! D’altronde anche Vodafone ci fa sapere attraverso un post su Facebook che ci vuole una 4g “Per affrontare anche le sfide più difficili”!

Se sei uomo è difficile che tu sappia come occuparti di un bebè perché quello è istinto materno che gli uomini non possiedono, allora ti affidi ad un tutorial per imparare a cambiare un pannolino!

E la bambina che lo chiama “mamma” il finale che rende lo spot ancora più sessista di Kinder Maxi (che pareva più caricaturiale e ironico al confronto).

Insomma, pare che per la Vodafone siano solo le donne ad essere in grado per natura di occuparsi dei bambini. Gli uomini lo possono fare ma solo se aiutati da qualcuno o con l’ausilio della “virile” tecnologia (altro accessorio sempre associato agli uomini). E se riescono bene nell’intento allora sono donne!

Subito dopo (coincidenza?) è stato trasmesso lo spot di Mellin. Quello che è balzato subito all’occhio è che se gli uomini di solito hanno una professione, spesso sportiva, le donne sono solo mamme.

Ho letto un’analisi approfondita sul blog di Simona Sforza, la quale analizza proprio gli stereotipi presenti su questo nuovo spot targato Mellin.

Come in tutti i prodotti dei bambini compaiono solo donne ma la cosa peggiore è che in questo ultimo spot si parla di istinto materno come una cosa naturale di qualsiasi individuo che possiede un organo riproduttivo femminile e che dunque può restare incinta.

Come dice Simona, il messaggio è pericolosissimo. Tutte le donne che scoprono di restare incinte, volenti o nolenti, devono rassegnarsi al destino e sottomettersi alla natura che fa il suo corso? o devono rallegrarsene?

Dunque che facciamo? criminalizziamo quelle che fanno un’interruzione di gravidanza? criminalizziamo le childfree (delle quali faccio parte)?

Se ci pensiamo bene, questa costruzione sociale della maternità è l’artefice dei giudizi che vengono fatti sulle madri che non si comportano secondo il ruolo prestabilito.

Sei una mamma in carriera? sei una cattiva madre!

Fai un piccolo errore? sei una cattiva madre!

Sei un’imbranata a badare un bambino come il ragazzo della Vodafone? Sei una cattiva madre o una futura cattiva madre!

Non vuoi figli? sei una donna incompleta!

Ma anche prendendo come riferimento il caso dell’assassinio di Loris Andrea, questo stereotipo ha permesso anche di armare la penna dei mammofili per scrivere articoli dedicati alle cattive madri.

Condivido quello che dice Simona:

Chi sbaglia deve flagellarsi e considerarsi una pessima madre? La narrazione prevalente non fa altro che caricare la donna e la madre di aspettative e significati sovradimensionati, cancellando le peculiarità e le singolarità di ciascuna di noi, includendoci tutte in un calderone unico. Sono le aspettative che pesano e distorcono la realtà, rendendoci più insicure, confuse  e incelofanate in un pacchetto di donna o di madre, da cui diventa difficile uscire o da cui è difficile prendere le distanze, per affermare il proprio modo di essere e di vivere le esperienze. Sempre in una raffigurazione che ci vuole descrivere come non siamo, ma come conviene che siamo. Una convenienza che ci assegna mansioni, ruoli, competenze, predisposizioni, inclinazioni naturali a priori

Si tratta di una costruzione culturale che pesa molto sulle donne, caricandole di responsabilità, caricandole della cura al 99% dei figli (soprattutto in Italia). Una costruzione culturale che ancora oggi è causa del licenziamento autonomo e non di molte donne incinte: perché poi chi si prende cura dei bambini? Una costruzione culturale che ha determinato un numero che va oltre l’80% di personale ospedaliero obiettore di coscienza. Una costruzione culturale che criminalizza le donne affette da depressione post partum. Una costruzione culturale che assorbe più della metà del tempo libero delle madri.

Smettiamola con l’idea che tutte le donne vogliono essere madri!

Ma i papà italiani dove sono? 

Un recente studio rivela che i papà italiani sono praticamente quasi assenti nella cura dei propri figli.

Fonte Qui:

Secondo un recente studio i papà italiani sarebbero i più assenti d’Europa. Solo 22 minuti al giorno di tempo trascorso in compagnia dei figli . In testa alla classifica dei migliori ci sono sempre gli scandinavi, non a caso detentori dei migliori record di parità di genere. Svedesi e danesi passano almeno un’ora in compagnia dei figli. Come passano il tempo i papà italiani coi loro figli? L’11 per cento degli intervistati a fare la spesa al supermarket. Solo il 7 per cento aiuta a fare i compiti, mentre il 12 per cento si reca ai colloqui scolastici.

Le motivazioni.  

Il 59 per cento, affida alla tv un ruolo educativo;

Il 30 per cento non si sente adeguato;

Il 22 per cento, dichiara di lavorare troppo;

Il 22 per cento ritiene che le mogli non vogliono interferenze nell’educazione dei figli.

Mentre il 18 per cento denuncia delle difficoltà di dialogo;

Le motivazioni con una percentuale più alta sono quelle che ritengo anche le più importanti. Il 59 per cento dei padri lascerebbe un figlio solo davanti alla tv? il 30 per cento non si sente adeguato? il 22 per cento lavora troppo? E qui dobbiamo chiamare in causa la mancanza di strutture e servizi adeguati per i neopapà e credenze culturali circa il ruolo degli uomini in famiglia, ancora molto tradizionale. Anche la percentuale dei padri che hanno difficoltà di dialogo, seppur più bassa la ritengo molto grave.

E’ o non è il ritratto paterno che riflette anche i media?

Dunque il ritratto che i media italiani fanno del papà è reale?

Sì è reale. E’ reale nel momento che è influenzato da stereotipi presenti nella società italiana, gli stessi che tengono lontani i papà dalle mura domestiche. O che portano le donne a tenere lontano i loro compagni da queste faccende “da donne” (spesso anche le donne sono condizionate da stereotipi).

Se è vero che messaggi pubblicitari troppo sessisti possono reprimere il cambiamento è anche vero che se la nostra pubblicità o filmografia o programmi entertainment sono sessisti, lo sono perché è sessista il nostro Paese. Non è un caso se nei paesi scandinavi, dove c’è maggiore parità di genere, maggiore è la presenza paterna, tanto da trovarsi in vetta alle classifiche allo stesso modo di quanto accade quando si va a misurare gli indici di parità tra uomo e donna.

Affidare un ruolo importante ai media è sicuramente fondamentale. E’ molto grave che ci sia una percentuale alta di genitori, soprattutto padri, che considerano la televisione un mezzo educativo preferendo parcheggiare il/la/i/le propri* figli* davanti ad essa anziché dialogare con lui/lei/loro.

In questo caso possiamo parlare di un cattivo maestro che si sostituisce ad un altro cattivo maestro. E se gli stereotipi di genere si apprendono in famiglia, è altrettanto vero che si apprendono anche da altri media come la tv, fruita da moltissime generazioni.

Non è un caso se la parola “mammo” per designare il papà che si prende cura dei figli è presente solo qui in Italia ed è di derivazione mediatica.

Una soluzione sarebbe ridurre l’uso di stereotipi di genere sui media in modo che non comportandosi da casse di risonanza dell’arretratezza culturale delle famiglie italiane, possano divenire buoni maestri per le nuove generazioni, che ne usufruiscono e dove apprendono la maggior parte dei loro comportamenti e convinzioni, riuscendo ad capire dove i loro genitori hanno fallito.

Un’altra soluzione sarebbe quella di sbattere in faccia ai loro genitori tutti i loro fallimenti, spesso dovuti da modelli culturali sbagliati che ancora persistono nel nostro paese.

6 commenti

  • Grazie Mary! Tra i vari punti deboli, ci sono anche gli ideatori di questi messaggi che assecondano i gusti arcaici delle aziende clienti. Purtroppo si continuano a trasmettere gli stereotipi. Questo tipo di pubblicità avrebbe potuto tranquillamente essere stato ideato trenta-quarant’anni fa. Quando si parla di mamme e di papà, di ruoli familiari, sembra che il tempo si sia fermato.

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  • Ricordo una pubblicità della Mercedes che vidi molti anni fa sulla tv austriaca (mai visto in Italia), e che aveva per protagonista (suggerito) Mika Häkkinen, il pilota di Formula Uno per il Team McLaren-Mercedes. Questo è il link https://www.youtube.com/watch?v=wqgQTO4x7l0 . E’ la dimostrazione che un’altra pubblicità è possibile.

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    • Grazie per il link…già è possibile ma solo altrove perché qui o si usa il corpo femminile o stereotipi lesivi spacciati per ironia,

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    • Un’altra pubblicità è possibile, ed è una responsabilità da parte di chi ha una voce più forte, come appunto chi si occupa di comunicazione. Io lavoro in comunicazione e una campagna ancora non mi è capitata (sono agli inizi) na se succederà non tradirò mai le mie responsabilità.

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  • Vi consiglio gli spettacoli dei Fumbles di Mrs. Spelling a teatro. Dovrebbero andarci tutti i bimbi… 31 gennaio 2015 – Spettacolo Family Fumbles al Teatro Manzoni di Milano; 8 marzo 2015 – Spettacolo Family Fumbles al Teatro Brancaccio di Roma. Per le scuole: 30 gennaio 2015 – Scolastica Fumbles al Teatro Manzoni di Milano; 26 marzo 2015 – Scolastica Fumbles al Teatro Brancaccio di Roma

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  • Un’altro specchio dei tempi è che qui la madre non è più una ragazza giovane ma una donna sicuramente sopra i 35…. questo noi già lo sapevamo ma almeno se ne sono accorti anche loro..

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