Frédéric Doazan: un corto per denunciare il nazismo estetico occidentale

Supervénus è un cortometraggio di Frédéric Doazan, selezionato in moltissimi festival di tutto il mondo, che si presenta al pubblico come strumento di critica sociale.

Ad essere denunciati sono il modello di bellezza unico che imperversa all’interno della società occidentale moderna e che deumanizza i corpi, fino a renderli feticci totalmente lontani dalla poliedricità reale, la rincorsa forsennata al seno più pieno e al labbro più turgido, l’inseguimento dei canoni di magrezza irraggiungibili.

Con sagace e grottesca satira, l’intenzione non pare certo quella di demonizzare la chirurgia estetica tout court o veicolare l’idea di una femminilità moderna poco autodeterminata e inerme, completamente succube delle regole dell’apparire e incapace di intendere e volere.

L’intento non è colpevolizzante, piuttosto risulta volto a fornire uno specchio delle costruzioni sociali attuali legate all’estetica, di cui anche il mercato si nutre, attraverso una metafora: le sapienti (si fa per dire) mani del chirurgo plastico rappresentano la società che plasma la sua idea di femminilità contraffatta dall’immaginario mainstream e che modella l’immagine della donna a suo piacere, secondo modelli artefatti e socialmente costituiti.

Tanto che alla fine anche il cervello viene “rifatto” e colorato di rosa, ad indicare la pervasività della costruzione sociale della femminilità. L’immagine rappresenta quindi non una donna in particolare, ma una certa immagine di donna in generale (nonostante qualche singulto, a ricordarci che la chirurgia e i modelli estetici dominanti hanno sempre e comunque a che fare con corpi e persone reali e non con ologrammi).

L’immagine della donna risulta quindi il risultato della costruzione collettiva della femminilità, è l’emblema del nazismo estetico mediatico che abbiamo spesso denunciato attraverso le pagine del nostro blog.

Tutto il corto si sviluppa quindi attraverso un “aspira, taglia e cuci” di grasso e parti di corpo, fino a comunicare, attraverso un ironico finale al limite dello splatter, l’insulsaggine delle pretese mediatiche, riportandoci alla loro inesorabile velleità.

 

13 commenti