Bravi ragazzi dagli occhi azzurri, criminalità sui generis #2 e donne come bersaglio

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Due giorni fa un uomo ha ucciso una colf con una mannaia e si è scagliato contro la polizia che gli ha sparato uccidendolo.

C’è chi parla di ipotesi, la più accreditata è il rifiuto da parte della vittima di un rapporto sessuale, ma ancora non sono chiari i moventi del gesto e non c’era alcun legame tra la vittima e il carnefice.

Sappiamo che l’uomo indossava una divisa militare, il che mi fa pensare che probabilmente abbigliato in questo modo si sentiva più macho ad aggredire la donna.

I giornali, all’inizio, riportano la notizia usando l’aggettivo killer. Si ipotizza fosse lui l’ucraino uscito di matto. Poi si apprende che è italiano e la stampa comincia a moderare i termini. Così assistiamo alla crescita esponenziale di articoli che giustificano l’assassino.

Era depresso, era un bravo ragazzo. Un ragazzo buono. Siamo alle solite: un uomo uccide o violenta una donna ma in fondo è buono. Allora sicuramente sarà stata lei ad aver provocato il gesto?

È chiaro sia sottinteso.

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Era sconvolto da un lutto, era un ragazzo d’oro. Si riportano le parole deliranti della sorella su un giornale nazionale. Descritto dai giornali come un angelo dagli occhi azzurri. Un ragazzo d’oro è capace di uccidere a sangue freddo?

E poi cosa significa che è stato ingiusto sparargli per legittima difesa? La vita di quella povera donna valeva meno?

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Quasi nessun giornale ha parlato della vittima. Tutti quanti si concentrano sulla vita sprecata di questo depresso ucciso dalla polizia, come se la vita della sua vittima valesse meno.

Anche il Corriere parla di depressione. Si ripete la solita scenetta: i vicini che ne parlano bene, la sorella che ne parla bene. Chissà perché i depressi ammazzano sempre e solo donne. Queste donne che provocano e rompono le scatole a questi poveri uomini italiani depressi!

Guai parlare di radici culturali che generano la lunga catena dei femminicidi. Addirittura tra gente che conosco si mormora di una possibile emulazione della vicenda jihadista.

Nulla però che faccia trasparire l’intenzione di svelare e lottare contro l’idea del dominio sulle donne ancora radicata in quasi tutte le società del mondo.

 “Anche le donne uccidono e sono capaci di fare nefandezze” sono una delle tante risposte che ti danno se in Italia provi a parlare di “violenza di genere”.

Le donne uccidono, violentano e maltrattano. Questo però non giustifica le violenze sulle donne,  né attenua la gravità dei femminicidi e né è motivo per sottacere le motivazioni culturali dietro alla violenza di genere.

E’ diverso l’atteggiamento della stampa che pare rispecchiare l’atteggiamento del maschista medio negazionista, forse lo stesso che preferisce nascondere le motivazioni del violento dietro la disperazione e la depressione o la più generica “follia”.

Dunque le donne vengono uccise, certo, ma non in quanto donne. Per puro caso? O colpa loro?

Sono tanti gli articoli come questo, negli ultimi anni:

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Da MdM.

Le donne violenterebbero gli uomini non con il pene ma con i divorzi e la separazione. Ecco che vengono in un solo colpo veicolati stereotipi di genere fortissimi. Le donne non ti possono violentare sessualmente perché sono asessuali e fisicamente più deboli e perché prive di pene dunque sessualmente passive ma lo fanno in modo “femminile”, diabolico e subdolo, togliendoti casa e figli.

Tacchi e minigonna.

Il divorzio da conquista, secondo l’articolo, diventa strumento di dominio per la donna. Meglio la donna che sopporta un rapporto che non va più bene, altrimenti il rischio di vedersi etichettata alla stregua di uno stupratore è ampio.

Un articolo che non solo manca di rispetto a tutte le donne ma soprattutto le donne violentate. E inoltre tace sulle motivazioni culturali dello stupro, sminuendolo o rischiando di legittimarlo per mantenere l’ordine sociale e il controllo sulla donna.

Sono passati più di 40 anni dall’attuale legge sul divorzio e il diritto della famiglia. Malgrado ciò ancora oggi viene visto come uno strumento che mina le basi fondamentali della famiglia, dove la sottomissione della donna rappresenta un dovere per mantenere l’ordine sociale.

Puoi impedire ad una donna di lavorare ed essere indipendente economicamente ma non tollerare se poi in fase di separazione tocca a te mantenerla. Non è un caso se in Italia la povertà, al contrario di come dice l’ideologia antifemminista, colpisce soprattutto le donne separate e divorziate perché non siamo tutte Veronica Lario!

Le donne possono essere violente quanto gli uomini e credo bisogna uscire dagli stereotipi che vedono la donna prevalentamente come una vittima. Il problema è che spesso una cosa “per legge” se compiuta da una donna viene percepita come uno dei reati peggiori (come si narra in Panorama) e a parità di reato l’azione di una donna è considerata doppiamente più grave.

Prendiamo l’articolo di Leggo che ho letto sabato. Parla di una donna condannata per pedofilia.

Secondo lo stereotipo comune, le donne hanno l’istinto materno e non sono capaci di poter compiere atti così schifosi. Nulla di più falso. Sono stereotipi di genere che andrebbero sfatati. Uomini e donne sono capaci di compiere gli stessi reati.

L’unica differenza è il modo in cui vengono trattati dall’opinione pubblica.

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Riporto da Leggo (che spesso aizza veri e propri linciaggi anche su donne che non compiono alcun reato) ma la notizia è stata scritta allo stesso modo anche da fonti più autorevoli. In America due genitori pedofili sono stati condannati. Lui a 25 anni e lei  a 30 anni. Vittime della vicenda due bambine piccole di 6 e 8 anni che venivano bloccate dalla madre e violentate dal padre.

La stampa nazionale (e internazionale) ha riportato la notizia concentrandosi solo sulla madre (con tanto di foto ndr) e soprattutto concentrandosi sugli insulti del giudice che penso non siano rari di fronte a casi schifosi come questi.

E’ la prima volta che assisto ad un articolo che mette in risalto gli insulti di un pubblico ufficiale.

Abbiamo già trattato il tema della criminalità sui generis.

Riporto una parte dell’articolo di Ele:

In generale, la donna  violenta o la donna delinquente viene rappresentata dai media ed avvertita dalla società come particolarmente crudele, anormale ed imprevedibile (la c.d. strega), psicologicamente instabile e perciò subdolamente pericolosa, soggetta (a parità di gravità del reato) ad un maggior rimprovero da parte della società.

Difatti, quando una donna compie un atto violento, penalmente rilevante, in realtà – a differenza dell’uomo – sta violando due norme: una norma di carattere naturale (cioè vìola la sua natura femminile, che la vede buona, calma, sottomessa, incapace di violare coscientemente una legge); ed una norma giuridica.

La capacità di violare una legge in quanto donna, dunque sessualmente sottomessa e madre per natura, ha influenzato quindi la pena (più alta), gli articoli del giornale che si concentrano solo su di lei oscurando il suo complice e quelli del pubblico ufficiale che la etichetta come “puttana” evidenziando la gravità del fatto che è stata una donna a violare una legge.

La donna ha violato una legge e oltre che essere vista come una criminale ha violato la norma sociale della buona madre. Secondo la società patriarcale le donne sono o madri o puttane; nel calderone delle puttane (le cui antenate erano le streghe) ci finiscono anche quelle che compiono efferati e schifosi delitti come questo.

Poco importa se le puttane sono in realtà vittime e non criminali. Poco importa se le puttane di solito sono donne libere che non compiono reati ma violano solo norme sociali, il che è diverso da compiere atti di pedofilia o stupro.

Mettere una “puttana” sullo stesso piano di un/a pedofilo/a è molto grave.

Le “puttane” (prostitute) non intrecciano rapporti con persone non consenzienti ma spesso sono vittime di rapporti non consensuali. Le “puttane” amano solo il sesso con adulti consenzienti.

Andando fuori da questa vicenda, come abbiamo visto più volte le criminali ( o presunte), di sesso femminile vengono descritte come sessualmente “devianti” ossia promiscue, violatrici del ruolo di genere più forte e socialmente atteso.

Casi più famosi sono quello di Amanda Knox, Erika De Nardo e Sabrina Misseri. Articoli che descivono minuziosamente la loro vita sessuale, dando importanza a questo aspetto, anche se nulla c’entra con il delitto commesso. Come è stato descritto il caso di Amanda, che secondo le ipotesi ha ucciso Meredith durante un tentativo di stupro, non troviamo eguali descrizioni e giudizi negativi sulle abitudini sessuali di stupratori/omicida uomini o verso Sollecito, altro presunto omicida della ragazza. Amanda è stata descritta senza mezzi termini come una ragazza di facili costumi, perché andava a letto con un uomo già dal primo appuntamento, amava il sesso, usava vibratori ed era particolarmente dominante.

Sia per la stampa (Qui) che per i legali (Qui). Come se questo fosse pertinente ad un delitto, come se ogni donna che si sottrae ad una storia romantica, stabile o ad un determinato ruolo di genere che la vuole sessualmente passiva fosse una potenziale assassina. Le donne, dunque, quando sfuggono dal controllo di un uomo “addomesticatore” diventato inaffidabili, diaboliche, ribelli, pericolose e irrazionali. 

Le donne sono comunque “puttane” sia quando sono vittime di un reato sessuale sia quando ne sono colpevoli. Tutte puttane.

In generale, il grande disprezzo verso le “puttane” anche qui in Italia fa sì che viene dato loro un peso maggiore rispetto a uomini che si macchiano di manifestazioni di aggressività sessuale che però rientrano nella fattispecie di reato.

Così un uomo che aggredisce una prostituta viene percepito meno pericoloso e spregevole della sua vittima.

Così un uomo che aggredisce sessualmente una ragazza viene percepito meno colpevole della vittima avvenente o che si è fidata di lui accettando il passaggio e che dunque secondo l’opinione pubblica è più pericolosa perché lo ha istigato.

L’idea che la donna istiga l’uomo a compiere un reato è ancora molto radicata dappertutto ed è frutto di credenze millenarie. La donna pedofila ha preso una condanna maggiore, rispetto al compagno che compiva materialmente l’atto carnale, in quanto istigatrice. Allo stesso modo ad uno stupratore è concesso lo sconto di pena, l’assoluzione o una pena bassissima in quanto istigato dalla vittima.

Vien facile ora capire perché gli sconti di pena, le pene minori a parità di reato e le “ricompense sociali” verso i sex offender di sesso maschile sono più facili.

La nostra cultura identifica l’aggressività sessuale di un uomo come condizionata da cause biologiche maschili che identificano la promiscuità sessuale come espressione di virilità.

La vittima viene colpevolizzata per aver innescato la reazione dell’uomo identificato come vittima dei suoi “ormoni”.
Allo stesso modo, la donna, sulla base di stereotipi, viene vista come un essere asessuato e materno ed è questo il motivo del perché i rimproveri sociali verso una donna sono maggiori.

L’aggressività maschile viene percepita come normale. La sua reazione viene tollerata socialmente. La razionalità di un uomo tende a contenere quella reazione che secondo gli stereotipi si scatenerebbe a causa di casi esterni. Dunque colpa delle donne, colpa di un licenziamento, della depressione….

Per questo che i giornali sguinzagliano parenti, avvocati e amici che dichiarano bravi ragazzi chi violenta e uccide una donna. Mai un insulto, nessun linciaggio, solo compassione e comprensione.

Il linguaggio dei giornali (e dell’opinione pubblica) è solo frutto di una società sessista dove gli stereotipi di genere sono radicati nella società, condizionandone la parità tra uomo e donna e favorendo un terreno adatto al manifestarsi della violenza di genere.

6 commenti

  • L’omicidio dell’Ucraina non può essere considerato un femminicidio. Lui era depresso, pazzo e mal gestito dalle persone che gli stavano attorno, e lei poveraccia c’è finita in mezzo. Non l’ha uccisa in quanto donna.
    Occhio….

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    • In tutti i femminicidi si parla di follia e depressione. Le ipotesi più accreditate di questo delitto sono il tentato stupro; dimmi se l’omicidio per tentato non è fondamentalmente un femminicidio visto che come vittime ha solo le donne ed è un reato prevalentemente commesso verso le donne. Il femminicidio per stupro è il più femminicidio di tutti e lo è anche nel senso originale del termine visto che quelli di Ciudad Juarez (da cui prende nome il neologismo) hanno come movente quello sessuale. Seguono subito dopo quelli che avvengono in famiglia per gelosia, “onore”, violenza domestica e abbandono.

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  • La crisi della carta stampata andrebbe ricercata non tanto nel predominio della rete, quanto per l’idiozia di tanti pennivendoli.
    Giustificare i mostri con il fatto che soffrono di depressione, è un insulto a chi veramente è depresso.
    Lutto per quella povera donna, che ha lasciato il suo paese martoriato, per venire in Italia a fare un lavoro non certo dei più leggeri e dei più retribuiti, per imbattersi poi nel “ragazzo d’oro” con l’hobby dei coltelli.
    Poi di queste Antigoni da salotto televisivo non se ne può più: non è una colpa avere un parente assassino, piangano il loro congiunto o lo compatiscano se è in galera, ma basta giustificare i mostri! che dire della madre dell’accoltellatore della piccina che ha detto che poverino la moglie lo trattava come uno zerbino?

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  • Le molestie sono anche verbali. Magari lui ha fatto dei discorsi idioti e lei gli ha detto di piantarla…

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