Christy Mack e GQ. La satira non ride della vittima, la cronaca ( spesso ) sì

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Da un po’ di giorni a questa parte, sul web, si è scatenata una grossa polemica circa un articolo pubblicato su GQ.
Il post parlava della vicenda di Christy Mack, una nota pornostar pestata dal fidanzato–un lottatore professionista di MMA

Il post in questione è questo, reperibile solo qui perché dal sito della nota rivista su cui era stato pubblicato è stato poi rimosso. L’articolo in questione ha attirato tantissime critiche e, in particolare, quelle di una nota youtuber che qui ha spiegato le sue motivazioni.
Tra critiche e polemiche varie, l’accusa che maggiormente è stata mossa all’autore del post è che il suo articolo fosse offensivo verso la vittima e che, in qualche modo, stesse strizzando l’occhio al fidanzato violento.

Il giornale, forse intimorito dalla mole di e-mail, tweet e messaggi indignati, ha deciso non solo di oscurare il post, ma anche di licenziare l’autore.

Da quel momento in poi si sono formate due fazioni: chi appoggia Barbie Xanax e chi invece pensa che l’articolo fosse tutt’altro che offensivo verso la vittima. Per cui da una parte c’è chi festeggia per il ritiro del post e il licenziamento del blogger e, dall’altra, chi insulta pesantemente la youtuber perché responsabile di tutto ciò.

Partiamo col dire che non condividiamo la richiesta di ritirare o oscurare qualcosa, né vediamo l’utilità di agire in questa maniera, soprattutto in un caso come questo dove presumiamo che l’autore non fosse stato ingaggiato per scrivere favolette o racconti per bambini, ma per pubblicare post dallo stile a metà tra il provocatorio e l’humor nero –ovvero il suo stile, a quanto ci pare di capire.

Il problema non è neanche di chi ha criticato il post (lecito anche questo), ma del giornale che assume un blogger per il suo stile aggressivo per poi licenziarlo a causa di una controversia nata da un suo articolo.

Tale atteggiamento, da parte della rivista, ci sembra una trovata piuttosto furba e che poco ha a che fare con l’essere rammaricati per l’accaduto –anche perché, a dirla tutta, l’unica cosa di cui dispiacersi sono le condizioni in cui Jonathan Koppenhaver ha ridotto la sua  ragazza.

L’articolo di tale Nebo può piacere o meno, il suo stile altrettanto, ma, dal nostro punto di vista, non abbiamo notato né l’intenzione di voler offendere la vittima né di simpatizzare per il violento. Anzi. La scelta di ogni parola ci è sembrata calibrata, pensata per rendere la triste cupezza, a volte ironica, di un mondo di degrado sociale, di un evento drammatico e penoso, ma mai sbeffeggiato in sè.

Non è un articolo di analisi di genere del fatto, non è quello che fa l’autore di quelle righe. Ma non c’è nemmeno il vago tentativo di giustificare in maniera maschilista l’autore del gesto. Nè si ride mai della vittima e delle sue ferite. Nè si assume l’atteggiamento giudicante che fa allontanare tante persone da queste tematiche.
Eppure basta che un evento tragico come questo sia trattato con leggerezza diversa dal tono solenne che gli si dedica di solito ( con esiti e retoriche molto differenti ), per creare uno scandalo, per non riuscire ad analizzare fino in fondo gli scarti ironici usati per comunicare.

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Quello di Christy Mack è un caso molto serio, che merita di essere analizzato con serietà, ma anche con seria satira.
L’articolo pubblicato su GQ, rivista con cui abbiamo davvero poco a cui spartire, non ci è sembrato offensivo o svilente.
Sicuramente qualcuno avrà pensato “se l’è meritato perchè faceva la pornostar”, qualcun altro avrò ridacchiato solidale con il fidanzato tradito, ma le prime sono delle persone bigotte e frustrate, e i secondi dei potenziali killer o stupratori.

Tutto il resto del mondo, persone normali, capaci di accettare il lavoro di pornoattrice o di condannare la violenza sulle donne ( e non ), dal racconto di Nebo avranno solo percepito l’agghiacciante fascinazione di un mondo di persone di plastica.

In merito a questo argomento e al di là di questo episodio, ci viene alla mente quanto spesso ci imbattiamo in questo tipo di polemiche su satira e comicità controversa,  e ci appelliamo prima di tutto a Ricky Gervais, notissimo stand up comedian britannico e ad altri suoi colleghi.

Ospite di un programma radiofonico, Gervais dice queste e altre cose

Che cos’è una battuta sullo stupro? Io non trovo che lo stupro sia divertente.
E’ terribile, è una delle cose peggiori e più orrende ma ci sono così tanti livelli da capire […] se deridi qualcuno che è stato stuprato non si tratta di una battuta. Sei solo orribile e odioso.
Io non lo trovo divertente.Ci sono persone che lo troverebbero divertente ma sono solo serial-killer e stuprator.

Le persone stupide trattano le battute sulle cose brutte con lo stesso timore e disgusto con cui le persone intelligenti trattano le effettive cose brutte.

L’umorismo serve proprio a questo, per farci superare le cose brutte.
Se non puoi fare battute sulle cose di merda non c’è alcun motivo di farle sulle cose belle, perché sono già felici e fanno già star bene. E’ come se la risata fosse questo farmaco che cura le cose di merda e mi offrissero un farmaco che cura le cose belle. Quello non lo voglio, voglio qualcosa che curi le cose di merda. La risata è la miglior medicina.
Non mi piacciono certe battute su certe cose perché non riesco a superarle emotivamente.

Lo stesso Robin Williams, morto suicida proprio qualche giorno fa, e ricordato da tutti a suon di tweet e citazioni, sulla comicità diceva

Guardo il mondo, vedo quanto possa essere spaventoso, a volte, e comunque cerco di affrontare la paura. La comicità può aiutare ad affrontare la paura, senza paralizzarti ma anche senza dirti che tutto il male sparirà. È come se dicessi: ok, posso scegliere di ridere di questa cosa, e una volta che ci avrò riso sopra avrò cacciato il demone e potrò affrontarla davvero. Questo è quello che cerco di fare quando faccio il comico.

O, ancora, potremmo citare un’altra comica americana, Sarah Silverman (qui e qui ) notissima per la sua comicità che “colpisce sotto la cintura

Le persone che mi conoscono sanno che amo le battute sulla cacca, il che è ben diverso dall’amare la cacca. Faccio battute sullo stupro, ma non approvo affatto lo stupro. Queste sfumature sembrano ovvie per voi, ma ci sono persone là fuori che pensano di essere mie fan, che si reputano spiriti affini a me, ma ciò che vogliono è mostrarmi foto della loro cacca o altre cose estremamente disgustose. E va anche peggio (…) [È terribile] quando una persona nel pubblico ride per la cosa sbagliata – la parte brutta della battuta, la parte che dovrebbe essere ironica e ingannevole.

La commedia è proprio questo. Siamo tutti visti in un contesto che riguarda le nostre vite, le nostre esperienze. Alcune cose feriranno la gente, sì. In modi diversi. E non si può per questo continuare a tagliare parti dell’argomento [su cui scherzare] per paura di offendere qualcuno. Si rischia di rimanere senza niente di cui parlare. Bisogna accettare che, qualche volta, possiamo non essere la cosa giusta per alcune persone, così come alcune persone possono non essere la cosa giusta per noi. Viviamo in questa strana società in cui, negli ultimi tempi, se qualcosa non va bene a qualcuno viene bandita. La gente non dice più “Uhm, questo non fa per me”. Dice “Questo non dovrebbe essere per nessuno!”

Certo, la satira, e l’humor nero in particolare, non sono un genere alla portata di tutti, questo perché non tutti hanno i mezzi per comprenderlo, ma quello che ci preme comunicare è che la satira non si prende gioco della vittima o di chi è discriminato, ma esattamente l’opposto.

C’è una differenza sostanziale dal ridere di una persona stuprata o aggredita o fare ironia sul contesto in cui questo avviene.

Come spiega Gervais certe battute non ci piacciono perché non riusciamo a superare emotivamente alcuni argomenti, apprezziamo e ridiamo solo per le battute che non ci toccano, questo anche perché, spesso, dentro di noi,  tendiamo a fare diventare alcuni argomenti dei veri e propri tabù, talmente tanto che se una persona tenta di parlare di una vicenda che narra una storia di violenza atroce, come quella di Christy Mack, con un approccio diverso dal politically correct o dai titoloni sensazionalisti viene accusata di deridere la vittima.

Di frequente evitiamo anche solo di parlare di alcuni temi perché ci sembra che qualsiasi parola o modo di affrontare l’argomento ne sminuisca la gravità. Ma è proprio in casi come questi che la comicità diventa l’unico modo per affrontare un determinato avvenimento, per non pietrificarsi di fronte al tragico, per superarlo.

Vale la pena puntare il dito sulla satira –che, ricordiamolo, non ha la presunzione di informare, ma semplicemente di narrare storie con un approccio diverso– quando poi invece i giornali, coloro che informano e formano l’opinione pubblica, la stessa vicenda l’hanno trattata in questa maniera?

L’articolo si apre con una strizzatina d’occhio ai fans sulle pose porno, durante i film, di Christy Mack. Ovviamente non poteva mancare la gallery ricca di immagini voyeuristiche per attirare valanghe di click e, infine, come sempre, le parole del povero fidanzato disperato, folle di gelosia e pentito; in fondo voleva solo farle una sorpresa e cosa c’è di meglio di una caterva di calci e pugni per manifestare il proprio amore?

Ricordiamo che l’articolo di cronaca è questo e che da questi articoli dovremmo pretendere un linguaggio diverso, un modo di raccontare la vicenda in maniera un po’ più rispettosa verso la vittima, mentre invece, come possiamo notare, non mancano di certo titoloni e descrizioni sensazionalistiche del tipo “brutalmente aggredita”, “picchiata selvaggiamente” che non rappresentano assolutamente empatia e rispetto verso la vittima, visto che l’articolo è stato corredato dalla solita gallery ricca d’immagini che nulla c’entravano con la tragica vicenda, con continui riferimento al lavoro di lei e, infine, per non farci mancare nulla, infarcito delle dichiarazioni del povero fidanzato violento.

Com’è noto, nel nostro blog si analizzano, tra le tante cose, anche il modo in cui le notizie di violenza sulle donne vengono divulgate dai media. Per questo, la vicenda di Christy Mack ci fa tornare alla memoria la vicenda Pistorius, il campione sudafricano che freddò con quattro colpi di pistola la sua fidanzata Reeva Steenkamp.

Ne discutemmo a lungo sul nostro blog ( qui qui e qui), analizzammo il modo in cui la stampa stava trattando la vicenda, eccone un esempio

Pistorius

 

I giornali, per giorni e giorni, hanno sciacallato sul tragico epilogo della vita della modella fornendo ai lettori preziosissime e utilissime gallery con la bella morta ammazzata, anzi, con una delle donne più sexy del mondo morta ammazzata.

Foto in lingerie, scatti di vita privata, macabri dettagli, continue giustificazioni verso il violento riportando, minuziosamente, le esternazioni piagnucolose del povero ossessionato, innamorato e folle di gelosia, ferito nell’orgoglio, fuori di sé, impazzito, pentito, e tutti i vari aggettivi simili per ogni vicenda simile a queste.

I veri danni comunicativi sono quelli creati da chi scrive follie prendendosi sul serio, non da chi scrive cose serie con tono folle.
Pensiamo all’articolo di Cubeddu in cui questo povero giornalista in trasferta romana temeva per la moralità delle giovinette che incontrava per via degli shorts sempre più corti, responsabili secondo lui e amiche, dei più terribili atti di violenza carnale.
Gli shorts, non uomini maturi che guardano in maniera sensuale ragazzine di 12 o 13 anni. Gli shorts, badate.

Questo è il modo in cui la nostra stampa parla di violenza sulle donne, speculando sui corpi, anche morti, delle donne uccise, perché bellissime.
Oppure sbrodolandoci dettagli morbosi della violenza in sè ( e attenzione, se per criticare questo tipo di comunicazione, ci perdiamo negli stessi dettagli, stiamo facendo la stessa trita operazione ).

O, sempre più comunemente, elevandosi a ruolo di Catoni Censori e urlando “O tempora! O mores!” per avere la scusa di insistere sui dettagli pruruginosi di bambine in pantaloncini o pseudoinchieste su baby squillo e affini che fanno vendere giornali, quanto i talk show alzano lo share della tv generalista.

Se in tutto questo calderone ci scappa un articolo satirico, cerchiamo di analizzarlo con freddezza e puntualità, di distaccarci, seppure a fatica, da quell’argomento che ci fa più male e cerchiamo di ricercare davvero l’aspetto offensivo o lesivo della nostra dignità dove necessario –e negli articoli di cronaca, questo è sicuramente molto più frequente.

 

Laura & Faby

27 commenti

  • Di sicuro GQ non brilla per correttezza. Barbie xanax per brillantezza. L’articolista è stato vittima della rete, ma quello che scrivono alla youtuber è di una cattiveria e volgarità totale. Non capisco perché dire la propria, quando femmine, debba coincidere con slut shaming a secchiate.

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    • Infatti abbiamo scritto che abbiamo poco con cui spartire con la rivista e assolutamente condanniamo tutti gli insulti che stanno rivolgendo a Barbie Xanax e infatti abbiamo scritto che criticare è lecitissimo e che il problema più grande è stato il comportamento del giornale.

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      • Poi certo che ognuno dice quello che gli passa per la mente. Fosse anxhe il peggiore idiota del pianeta. L’ho letto l’articolo e sinceramente non mi ha fatto sentire niente a parte un leggero senso di schifo. Non ci ho ravvisato alcuna empatia verso le persone coinvolte. Penso che sia un tipo di scrittura che piace molto al maschio moderno, visto la quantità che se ne trova in rete e nei giornali.
        Non so, ho trovato l’intera vicenda un po’ squallida dove ci si fa le ripicche da asilo mariuccia quando una donna è stata trattata come un pezzo di carne e il suo fidanzato è a piede libero.

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      • Come dice anche Gervais nel video, che vi invitiamo a guardare anche per comprendere meglio quello che abbiamo scritto, non è detto che ciò che non comprendiamo faccia schifo. Ognuno di noi percepisce, anche in base alla propria esperienza e al proprio bagaglio culturale, deterimante cose. Non è detto che tutte le persone che non hanno la nostra stessa identica reazione, circa una vicenda in particolare, siano mostri, cretini, ecc.
        Il black humor piace anche alle donne, non cadiamo negli stereotipi ora, io ad esempio ne sono una grande appassionata e nel post abbiamo riportato anche varie esternazioni (e link) di Sarah Silverman, una donna che fa black humor.

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      • Anche a me piace molto, ma in questo caso non l’ho trovato raffinato ma piu d’effetto. Poi, come detto, mi sembra che ci sia una gran confusione tra influenze ruoli e responsabilità. Mi spiace per il giornalista, la youtuber e anche la libertà di espressione.

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    • Alessia Martinelli

      Non che barbiexanax sia stata sobria.
      Ha insultato gente a caso sulla sua pagina facebook.
      Ha bannato della gente che, invece di rispondere male ai suoi insulti, ha scritto ragionamenti logici. E per questo bannati.
      Oltre 40 ragazze sono state bannate dalle pagine della youtuber perchè non erano daccordo con lei.
      Non erano state offensive. Un paio erano offensive, e le ha lasciate libere di insultarla.
      La scusa che ha preso per bannare circa 40 utenti donna: hanno profili fake.
      Una le domandò perchè fossero profili fake, lei rispose >perchè non hanno il profilo facebook pubblicohai capito male l’articolozoccolama non eri tu a dire chi non ha argomentazioni passa agli insulti?<
      Sono stata bannata.
      Come avrei dovuto risponderle?

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      • Non voglio difendere nessuno. Lei di sicuro è infantile e parziale, tiene quello che vuole e scarta quello che le va contro. Del resto nemmeno la sobrietà del giornalista spicca nel contesto. Però quello che mi preme è che sia sempre tagliata la libertà di dire la propria opinione: detta male, urlata, travisata, distorta, come ti pare ma censura rimane da una parte e dall’altra. Anche la tua, ovviamente, però il buon senso e il buon gusto di accettare il confronto è cosa di pochissimi, soprattutto quando si sentono importanti per qualche motivo. Hai ragione, ha un comportamento da dittatrice del pensiero, però fatico a credere che il giornalista sia stato cacciato per le assurdità di barbie xanax, dai. Mi spiace per te e anche quelle 40 utenti: uno spazio privato che si rende pubblico non dovrebbe essere trattato con i soli privilegi della privacy e dell’esposizione. È inevitabile che succeda però, in questa confusione.

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  • Perfetto, sulla pagina Facebook di BarbieXanax viene chiarito, dalla stessa e da un paio di followers, che siete nel torto (perché non la pensate come lei). Aggiungono anche che siete troppo poco femministi e fanno, giustamente, notare che siccome loro non vi hanno dato il patentino “femminista” (né quello per scrivere di omosessualità), allora (sempre perché loro non vi hanno rilasciato il patentino) quello che scrivete è sbagliato e non va preso in considerazione.

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    • accipicchia. inutile mostrare rispetto per le opinioni altrui, non torna mai indietro.

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    • Bene, innanzitutto grazie per l’importantissima segnalazione. Che dire, per quanto mi riguarda non ho nemmeno la patente di guida figuriamoci quella da femminista specializzata in articoli sull’omosessualità.

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      • Non vi resta che attendere il video in cui la nostra eroina chiederà spiegazioni, ad internet immagino, per questo vostro ridicolizzare… non lo so, ma qualcosa state sicuramente ridicolizzando e la vostra punteggiatura è penosa (se aveste una laurea al Dams lo sapreste).

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  • Che questo Nesbo (che prima di questa vicenda non conoscevo, anzi, devo confessare la mia ignoranza perché non conosco neache la rivista cui si fa riferimento) nin intendesse offendere la vittima si comprende bene da un passo in particolare: “Jonathan comunque aggiunge che “i poliziotti non mi crederanno mai. Devo decidere cosa fare, alla fine ho solo il cuore spezzato”. Sì, Christy stando al referto medico ha 18 ossa del volto frantumate, il naso rotto in due punti, una costola fratturata, svariate emorragie interne, denti spezzati o mancanti e per il momento è cieca dall’occhio sinistro e non può camminare… Però sappiamo quanto un cuore spezzato faccia soffrire.” E’ chiaramente polemico nei confronti del “war machine”.
    Personalmente non trovo questo pezzo molto riuscito, come tentativo di umorismo nero, piuttosto si avvicina al cattivo gusto abbastanza gratuito, soprattutto l’incipit: “Quando la ragazza nuda e coperta di sangue bussa alla porta gridando “whalaglalarglaah” nessuno si scompone. E’ venerdì notte, è agosto e siamo a Los Angeles. Potrebbe essere una studentessa ubriaca, una zombie walk, una trovata pubblicitaria, una nuova strategia di marketing. La gente quindi continua a farsi i fatti propri. Alla sesta porta un tizio si sta masturbando davanti a Youporn quando sente urlare “whalaglalarglaah”. Preoccupato sia la buoncostume apre la tendina e vede la stessa donna su cui si stava forgiando il bicipite. Certo, potrebbe essere una nuova pubblicità progresso contro la pirateria audiovisiva, ma nel dubbio l’onanista apre la porta.” Vorrebbe essere divertente, ma non ci riesce, perché è troppo forte – secondo me – la ripetizione del “whalaglalarglaah” (che rimanda al volto devastato di Christy), ma forse io sono condizionata dal fatto di aver letto il resoconto in prima persona della Mack.
    Ciò che da una prospettiva femminista mi sento di criticare a Nesbo, invece, è la conclusione: “Dopotutto, lei si era anche tatuata sulla schiena “proprietà di War machine”. Non è che ti puoi tatuare una roba così e mollarlo, dopo. A tutt’oggi questo portentoso esempio di uomo che sulla maglietta esibisce la scritta “faccio robe da maschio alfa” è latitante con una taglia di 10,000 dollari sulla testa. Citando “Pain and gain”, forse l’unica colpa di War machine è quella per cui non lo condanneranno: essere un povero coglione. Ma del resto se l’idiozia fosse un crimine l’America sarebbe un’unica, grande prigione.”
    Se la prima frase (Dopotutto, lei si era anche tatuata sulla schiena “proprietà di War machine”. Non è che ti puoi tatuare una roba così e mollarlo, dopo.) è un’accenno alla cultura patriarcale del possesso, che è alla radice di molta della violenza che si consuma all’interno delle relazioni uomo-donna, subito dopo tutto è rovinato dal definire il War Machine un povero coglione. Insomma, si riduce la violenza contro le donne ad un caso particolare, al caso umano, al minus habens “Figlio di un poliziotto infartato e di una madre tossica, adolescenza traumatica, espulso dal college perché menava la gente,Jonathan ha frequentato la galera un paio di volte perché, indovina indovinello, ha menato gente. Oggi ha 33 anni, 77 chili di soli muscoli, la faccia di un prosciutto, pesta gente di lavoro in qualunque lega professionale” – e ci si dimentica che la violenza sulla donne è anche e soprattutto un problema culturale, e in quanto tale attraversa tutte i ceti sociali, e non è del tutto corretto ridurlo alla storia personale del singolo, alle sue particolari deficienze, dimenticandosi della sua natura strutturale, che affonda le radici nel tessuto sociale, più che nella storia familiare dell’individuo. Manca insomma una analisi del fenomeno sociale, e l’episodio di violenza è trattato come un evento eccezionale dovuto alla particolare personalità di un tipo che per lavoro “pesta la gente”.

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    • Perfettamente d’accordo con quello che hai scritto, specie l’ultima parte. Per me non puoi descrivere tutto in maniera così turpe e provocatoria e poi, quando vai a descrivere il fidanzato, lo chiami semplicemente coglione. Sarebbe dovuto rimanere sullo stesso tono. così sembra come se si volesse ridimensionare la sua colpa, come dire ” ma so’ ragazzi”.

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  • Condivido pienamente il contenuto di questo post.

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  • Discorso a parte merita il vergognoso attacco a Barbie Xanax: le offese sessiste che ha ricevuto a seguito del suo video ci dimostrano come la violenza contro le donna pervada questa nostra società tanto quanto pervade l’ “idiota” America. In particolare mi ha veramente scioccato uno dei commenti che lei riporta: “Ormai per farmelo venire duro devo immaginare di stare strozzando Barbie Xanax”, per il connubio fra erotismo e violenza. Il pensiero di quest’uomo che associa il piacere sessuale all’aggressione fisica è veramente perturbante.

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    • Nessuno appoggia gli insulti, di qualsiasi natura essi siano, soprattutto quando questi sotistuiscono un dialogo costruttivo per mancanza di argomenti. Più di un anno fa io stessa fui vittima di attacchi ben peggiori non da parte di anonimi ma sul forum di un notissimo sito di satira https://comunicazionedigenere.wordpress.com/2013/04/13/dal-forum-di-spinoza-una-zoccola-di-giornalista-accusa-gli-spinoziani-di-essere-troiofobici/. Il topic e gli insulti furono cancellati, non di certo sotto mia richiesta, forse qualcuno si rese conto che avevano un tantino esagerato e che lo scavare nelle mutande delle donne battuteggiando sulla loro presunta “troiaggine” sia avvicina più al moralismo che alla satira.
      Se permetti ricciocorno credo che diverse battute sfornate da siti come questo, quelle battute che tanto sembrano innocue che girano di bacheca in bacheca siano il vero frutto della mediocrità italiana e la alimentino. Anche il sito che tu hai citato qualche scivolone sessista l’ha fatto, decisamente più dell’articolo di GQ che di offensivo verso la vittima non ha nulla. Questa ovviamente è la mia personale opinione, poi ognuno apprezza o si offende per quello che meglio crede.

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      • Ma infatti, intendevo che le aggressioni successive alla vicenda (che secondo me c’entrano poco con il caso in sé) meriterebbero una analisi a parte, perché il concordare o meno sulla critica ad un testo non può in alcun modo giustificare la violenza verbale di questo nuovo genere di commentatori, che non hanno alcun argomento se non l’insulto personale (spesso sessista…)

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  • Per chiarire che non ho nulla contro l’umorismo nero (che non è vero che non piace alle donne), vorrei portarvi un esempio che ho trovato migliore di quello di Nesbo: http://www.lercio.it/pezzo-di-merda-accoltella-una-famiglia-per-diventare-ex-brava-persona/
    Qui si scherza sulle stragi che hanno funestato questa estate, ma per mettere in evidenza un aspetto che riguarda tutta la comunità, il modo di pensare della gente, nel caso di specie l’atteggiamento giustificativo del pubblico dei giornali e del pubblico – che tante volte anche voi avete denunciato – che di fronte ad un efferato delitto non trova niente di meglio da fare che evidenziare tutte le buone qualità del povero omicida, ignorando le vittime, contrapponendovi tutti quelli che gridano alla pena di morte, aggiungendo violenza alla violenza. Inoltre nella conclusione c’è anche un accenno allo sciacallaggio mediatico di tutte quelle trasmissioni che – con le indagini ancora in corso – invitano criminologi, psicologi e qualsiasi altro “esperto” senta il bisogno di dire la sua – per fare del crimine uno spettacolo

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  • Eritreo Cazzulati

    ecco, Barbie Xanax non è soddisfatta di questo articolo.Ora dovrete licenziare la redattrice di questo articolo per fare pace con il suo esercito di follower indignati ed arrabbiati.
    Attendiamo rimozione articolo e scuse del sito.

    (PS per i seguaci di Barbie, sto facendo sarcasmo)

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  • Boh, a me l’articolo non ha fatto ridere, non penso manco sia humor nero, solo scadente, poi magari sono io che non ho abbastanza facoltà intellettuali per capirlo e apprezzarlo, boh… Non capisco come mai questa strenua difesa dell’articolo che tutto sommato non era manco sto gran che… Concordo invece che il licenziamento paraculo è ridicolo e che gli attacchi a Barbie xanax sono disgustosi ed esagerati.

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  • Adesso arrivano anche i guru della risata che mi spiegano che se non rido di tutto è perché ho dei tabù…. la stronzata della risata che serve a superare le brutte cose poi è una forzatura alquanto ipocrita se legata a casi di violenza di questo genere, noi tutti che abbiamo letto i vari articoli di questa vicenda orrenda in realtà cosa abbiamo da superare? Tra un paio di giorni ci sarà un altra gustosa e terrificante vicenda.
    I tabù esistono solo per i servizi di moda? ridere delle disgrazie serve a digerire ciò che non si può cambiare ( non è una bella prospettiva riferito ai casi di violenza) la dentiera a 30 anni ad esempio o una gamba più piccola dell’altra, anche un tumore può essere affrontato meglio con ironia, ci sono cose che non si devono superare ma affrontare, invece che farsi sempre questa stronzissima risata c’è bisogno di SERIETA’ e RESPONSABILITA’, proprio quelle che non ha mostrato di possedere chi ha licenziato Nesbo, il quale ha perso il lavoro per aver fatto quello che gli si chiedeva, è “seccante” lo capiamo tutti, ma se scrivi per un giornale come GQ non puoi aspettarti serietà (mi ricorda qualcosa!) aver perso un lavoro così, questo si che è superabile. Certo a parlare di serietà e responsabilità, (che dovrebbero dimostrare anche i giornalisti o affini non solo chi li paga) poi rischi lo stigma della femminista bigotta e moralista. Voi ragazze fate molto spesso degli articoli ottimi, in questo caso no.

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    • Quindi la satira non è serietà, complimenti, hai capito tutto.
      Parlare di personaggi come Robin Williams, Gervais, Silverman, come fossero gli ultimi cretini è un comportamento poco intelligente e odioso.
      Venire a fare lezioni di rispetto per le vittime quando non si ha minimamente idea di cosa significhi il rispetto per le idee altrui è davvero divertente.

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      • Mi spiego meglio, i personaggi di cui riportate le citazioni dicono delle cose giustissime, come non essere d’accordo con ” l’umorismo serve proprio a farci superare le cose brutte”! ma le citazioni non si riferiscono a questo fatto di cronaca e al relativo articolo di GQ giusto? ecco secondo me queste affermazioni diventano “sbagliate” se applicate a questo caso o simili per i motivi che ho scritto nel mio commento, la mia frase sui guru era sarcastica in quanto questi personaggi sono stimatissimi professionisti, la mia critica era rivolta alla vostra scelta di utilizzare le citazioni per spiegare perché “secondo voi” l’articolo di Nesbo è stato ingiustamente criticato.
        Ci sono delle brutte cose che si devono/possono superare altre sono troppo più veloci di te e devi adottare altri metodi, questa è un’ ovvietà, quindi nessuna lezione.

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      • Il rasoio di Occam

        Scusami faby, io sono una vostra sostenitrice ma mi domando se avete considerato il contesto prima di postare il link al video di Gervais.

        La filippica in cui si lancia parte dalla difesa del collega Daniel Tosh (lo menziona all’inizio) che, in riposta alla critica di una donna nel pubblico a una sua battuta, ha risposto, rivolgendosi al pubblico: “Ehi non sarebbe divertente se questa donna venisse stuprata? Proprio qui e adesso?” e ha continuato fino a che la donna si è alzata e se ne è andata dal teatro. E’ questo il contesto. Mi sembra evidente che non è questo il genere di battute che serve a superare i tabù e non ci vedo nessuna differenza con i troll che insultano Laura Boldrini. La tirata di Gervais è ipocrita perché quello che difende non è umorismo nero, è il solito squadrismo sessista che usa lo stupro come arma retorica per zittire e intimidire le donne. Più avanti Gervais generalizza che chi protesta contro le battute sullo stupro è stupido; ridicolizza una ragazza che gli ha scritto che lei non può ridere finché ci sono donne stuprate; e ammettendo che certe cose non lo fanno ridere dice “però io me lo tengo per me”, sembra dire che l’unica reazione appropriata davanti a una battuta misogina è stare zitti, altrimenti sei stupido e/o contro la libertà d’espressione.

        Considerato che Gervais usa, per sua stessa ammissione, l’insulto sessista ‘cunt’ con lo scopo di far arrabbiare le femministe e ‘mong’, mongoloide, come insulto ai disabili, non lo so, non mi pare ci azzecchi molto come citazione su un sito come questo.

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      • Paragonare Gervais ai detrattori di Laura Boldrini? Mi dispiace dirtelo ma sei completamente fuori strada. Paragoare troll –che poi non sono tali ma hanno nomi e cognomi e sono stati aizzati dal leader di un movimento politico– che hanno augurato stupri di massa e altre violenze a Laura Boldrini con comici che, come abbiamo scritto nel post, non si prendono gioco delle vittime ma esattamente il contrario mi sembra un tantino fuorviante e altrettanto mi sembra folle paragonare la satira allo squadrismo sessista.
        Non mi pare affatto che Gervais abbia detto che chi protesta sia stupido ha detto che “Le persone stupide trattano le battute sulle cose brutte con lo stesso timore e disgusto con cui le persone intelligenti trattano le effettive cose brutte”.
        Quella che usa Gervais e tanti altri come lui viene definita “risata verde”, riporto da wikipedia http://it.wikipedia.org/wiki/Risata_verde forse aiuterà a comprendere meglio

        La risata verde è quel tipo di risata che nasce dall’impotenza di fronte ad un argomento drammatico, davanti al quale non c’è altra alternativa che, appunto, la risata della disperazione. Il termine è nato nei cabaret tedeschi degli anni venti, in cui era molto diffusa la satira grottesca. Esempio lampante di risata verde è quella generata dalle barzellette che gli internati dei campi di concentramento si raccontavano fra di loro.

        La satira grottesca si distingue dalla satira ironica per il fatto di lavorare per addizione/accumulazione con l’obiettivo di far percepire l’orrore di una vicenda, mentre quella ironica per sottrazione. La satira grottesca è quella che genera più spesso la risata verde. Se l’autore è particolarmente abile nel raggiungere l’obiettivo di trasmettere il dolore e far percepire l’orrore di una vicenda allo spettatore, la battuta può risultare emotivamente dirompente.

        I più grandi autori di questo genere sono stati Karl Kraus e Karl Valentin, maestri della risata verde.

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      • Il rasoio di Occam

        Grazie della risposta, ma non ho paragonato Gervais ai detrattori della Boldrini, bensì il collega che lui difendeva che in pratica aveva rivolto quella che a me pare una velata minaccia di stupro alla donna che lo aveva criticato. Non sono in disaccordo sull’uso grottesco della risata, ma sul fatto che veniva tirato in ballo per ammantare di nobiltà una tritissima e banalissima aggressione sessista travestita da ‘umorismo’. Se volete approfondire l’antefatto

        http://www.thedailybeast.com/articles/2012/07/11/why-daniel-tosh-s-rape-joke-at-the-laugh-factory-wasn-t-funny.html

        Non conoscevo la definizione di risata verde, ma una cosa mi lascia perplessa. Un conto è l’internato del campo di concentramento che ride per non cedere alla disperazione, un conto è un uomo senza alcuna disabilità fisica o mentale che usa l’epiteto ‘mongoloide’ in spregio dei disabili che gli dicono che quella parola è stigmatizzante. Voglio dire che c’è una differenza tra una classe vulnerabile che usa l’umorismo per difendersi, e chi lo usa da una posizione privilegiata (es. un uomo che non ha mai avuto paura di esser stuprato in vita sua). Questa satira, quando non è fatta con una sensibilità eccezionale, invece di creare coesione esclude. Pretende di parlare ai bisogni delle vittime, ma senza ascoltarle.

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  • Io trovo veramente assurdo che ci si scagli con ferocia contro un articolo per il tono, e si lasci passare con indifferenza le migliaia di articoli dai toni seriosi con contenuti molto, ma molto più offensivi. Nell’articolo di Nesbo non c’è neanche per un secondo il dubbio su chi sia la vittima e chi il carnefice, e quest’ultimo non gode di nessuna simpatia, empatia, strizzatina d’occhi. Poi ci ritroviamo migliaia di articoli in cui le donne vengono ammazzate “perché voleva lasciarlo” “perché lui sospettava un tradimento”, etc. Ma quello che deve fare le scuse ufficiali ed esser rimosso è Nesbo. Fossi capace di scrivere satira questa stessa vicenda si meriterebbe un bell’articolo satirico in grado di evidenziarne l’assurdità ipocrita.

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