Casalinghe, stereotipi di genere e piccoli progressi.

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Oggi ho acceso la televisione e mi è capitato di vedere lo spot di una pastiglia per lavastoviglie. Nella scena dello spot si narra la storia di una giovane signora (sui 27 anni circa) con figli piccoli che giocano.

Nello spot si narra della fatica di essere madri e di occuparsi della famiglia, un particolare che quasi mai viene citato negli spot italiani. Ad irritarmi molto è però il fatto che sia l’introduzione nel mercato di un nuovo prodotto a dover alleviare le fatiche che comportano “il ruolo” delle donne all’interno delle famiglie. Sono le madri sole, mogli che devono occuparsi esclusivamente di tutto ciò che concerne la famiglia. Una cosa che ci spetta per ruolo, in quanto donne, senza alcun aiuto da parte di altri membri della famiglia.

Questo viene confermato dal sorriso di sollievo della ragazza seduta a tavole con la famiglia alla fine dello spot che ha scoperto che si possono lavare i piatti con un buon prodotto per lavastoviglie. Alla fine dello spot il prodotto viene promosso come “a prova di mamma”. Malgrado il tempo procedesse in avanti, negli spot pubblicitari è sempre più radicata l’esaltazione del ruolo di madre. I marchi che fanno uso di questo concetto sono tantissimi: Simmenthal (ne parlerò in questo post), Lisoform, Kinder

In Italia le donne che scelgono di diventare mamme sono sempre meno. Questo a causa di politiche arretrate che impediscono alle donne che desiderano avere figli di realizzare il proprio sogno. Sembrerebbe un paese contro la maternità se non fosse che secondo la nostra cultura la maternità andrebbe realizzata soltanto abbandonando il posto di lavoro per dedicarsi soltanto a questa faccenda.

Non c’è dunque posto per le lavoratrici madri. Questo problema non è soltanto dovuto al vuoto legislativo e alle carenze di tutele alle lavoratrici madri tanto da registrare negli ultimi anni un drastico calo dell’occupazione femminile a cui si sommano gli effetti della crisi. E’ anche un fatto culturale.

Come le politiche arretrate che relegano a causa della cultura in secondo piano il lavoro delle donne, all’interno delle famiglie manca un’educazione che aiuta le donne a “riconciliare”. Si parla più spesso di lavoro condiviso all’interno delle mura domestiche che nel nostro Paese, è quasi inesistente.

Nel resto d’Europa, negli ultimi anni, è cresciuto il lavoro condiviso tra le mura domestiche a pari passo con politiche egualitarie, in Italia invece sono in crescita le esaltazioni di teorie sulla presunta natura multitasking della donna. Queste teorie sono pericolosissime perché pongono un freno al progresso, confermando l’assurda mentalità patriarcale che tiene lontani gli uomini dalle faccende domestiche e le donne dal mondo del lavoro, soprattutto quando vi è l’assenza di politiche che lo favoriscano.

Il modello multitasking funziona per conciliare il lavoro con i compiti domestici? soprattutto è produttivo? soprattutto comporta benefici sulla salute delle donne?

Qui in Italia, le donne svolgono la maggior parte delle faccende domestiche e c’è un profondo gap tra uomini e donne nella distribuzione del tempo libero. Questo perché secondo la mentalità corrente il lavoro domestico è mero appannaggio esclusivo delle donne. Come riescono le donne a realizzare il lavoro extra-domestico o a fare carriera in questa situazione?

Ma chi è che ferma il progresso culturale?

Non pensiamo che le informazioni di oggi si trasmettano soltanto di padre(madre) in figlio/a. Spesso sono i media a formare la maggior parte delle opinioni della gente. I media continuano a riflettere un modello stereotipato e irreale di donna poiché corrisponde ad  un’estrema idealizzazione di un dato modello. Sei donna? dunque sei una madre, moglie e casalinga…e felice. E da ammirare se riesce anche a conciliare il lavoro extradomestico, come recita la Kinder. Se sei madre sei una donna realizzata a tutti gli effetti.

E’ vero che la maggior parte delle italiane sono casalinghe, ma non per scelta. Non tutte le donne vorrebbero rinunciare al lavoro. Per carità questa scelta se deriva da un desiderio della donna, alla pari di ogni scelta è più che legittima. Ma quante sono le italiane che restano a casa perché lo vogliono? Se rapportiamo i dati sulla disoccupazione femminile negli ultimi mesi, notiamo quante sono le donne che hanno perso il lavoro! Donne che lavoravano, magari anche laureate a pieni voti, licenziate a causa della crisi, a causa della nascita di un figlio, a causa della gravidanza. Questo dimostra che il problema non è nemmeno “la conciliazione” ma la mancata accettazione delle donne che lavorano.

Tante sono anche le inattive che non lo cercano perché scoraggiate, altre non lo trovano nonostante i ripetuti sforzi. Dunque quello della casalinga felice è un ritratto della donna italiana di oggi? Soprattutto, le neo-mamme hanno tutte un’età che va al di sotto dei 35? Quante sono le giovanissime che sorridono quando si vedono circondate da figli e da panni o piatti da lavare tra l’altro senza percepire alcune retribuzione?

Poi ci sono quegli spot (come Simmenthal) che spiegano come sia difficile per le donne-specie se madri-di capire il calcio. Questo radica ancora di più la divisione e rigidità dei ruoli di genere scatenando reazioni simili:

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Poi c’è la nuova “perla” di Buscofen. Vi ricordate la scena dell’ufficio composto esclusivamente da donne? Scena surreale perché l’Italia occupa gli ultimi posti in Europa per quanto concerne l’occupazione femminile e questo è ancora più grave visto la chiave assolutamente negativa che lo spot dà alla figura di lavoratrice soprattutto se in qualità di superiore (dove le donne sono ancora meno). A parte la rappresentazione della donna che lavora come isterica,intrattabile e aggressiva perché mestruata si dà l’idea che le donne devono curare i propri sintomi solo perché opprimono chi le sta intorno, soprattutto se uomini. Dunque la donna viene contrapposta all’uomo in relazione della naturale presenza delle mestruazioni (che negli uomini è assente) ridotte a stereotipi davvero offensivi in quanto donne.

Il nuovo spot si sposta alla scena di una relazione coniugale dove una giovane donna butta dalla finestra i propri effetti personali e fa scappare il suo fidanzato, mentre passa di lì la sua amica con il rimedio già pronto. La ragazza, spettinata e presa a forti attacchi d’ira le comunicherà che non è in crisi col fidanzato ma ha il ciclo (ed è per questo che è nervosa) mentre la sua amica tutta carina e pettinata le dà il rimedio che si rivela essere un Buscofen Act. Insomma, ancora una volta il periodo premestruale viene vissuto non come doloroso per la protagonista ma per l’ambiente circostante, nel rapporto con gli uomini. Chissenefrega se una ragazza in quel periodo si contorce dal dolore e cerca un rimedio,  il problema è che gli uomini stiano tranquilli e che non abbiano accanto mogli isteriche ma ben addomesticate. (sulle mestruazioni ne parlavamo anche QUI per un’altra ditta che propone sempre lo stesso leitmotif). Rimarcare il concetto che se una donna è arrabbiata sicuramente ha il ciclo, dando ragione a chi usa questi stereotipi per offendere la sensibilità di una donna producendo nell’ultima imbarazzi e sensi di colpa.

Sul sito della Buscofen l’immagine di una donna che ruggisce come il leone della Metro Goldwin Mayer.  E come se si affrontasse il problema della diarrea dal punto di vista del conquilino stufo della puzza. E pensare che Buscofen è annoverato tra i farmaci più pericolosi per la salute. Insomma, la qualità tra farmaco e pubblicità scadente suona come una similitudine: viene un infarto solo a vederlo!

Nella nostra pagina ci sono arrivate altre segnalazioni di spost svilenti.  Ci hano segnalato lo spot di General dove pare che dagli anni ’50 non sia cambiato nulla: sono solo e sempre le donne a fare il bucato! C’è lo spot di prodotti elettrodomestici dove un uomo trattava la moglie come una vera e propria serva.

Le dava in mano camicie da stirare, l’abito da lavoro (già stirato) da ristirare, i piatti da lavare eccetera. Poi c’è quello spot di un prodotto vitaminico che vede come protagonista una madre di famiglia intenta a fare la pasta a mano, ad accompagnare sua figlia a scuola e il cane dal veterinario mentre suo marito era a giocare a calcetto con gli amici. Successivamente c’è lei che si prende cura di tutta la famiglia e allevia le fatiche di suo marito. Dopodiché provvede a lei stessa, per ultima perché si sa i bisogni delle donne vengono dopo. Lo scopo dello spot è quello di far credere che le donne hanno bisogno di essere aiutate da una vitamina e non dalla condivisione dei ruoli domestici.

Ma ancora più umiliante è lo spot di Smac dove due donne gareggiano a chi pulisce meglio arbitrate da un uomo elegante che decreta la vittoria di quella che usa il prodotto pubblicizzato. Qui si fa uso dello stereotipo della donna il cui unico compito è fare i lavori domestici come qualità richiesta per essere una brava moglie desiderata dall’altro sesso.

Non manca la stessa sfida però in chiave erotica ma sempre per rimarcare il ruolo subalterno delle donne:

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Trovata da un’utente della pagina “la pubblicità sessista offende tutti” ne Il resto del carlino.

Se sono gli uomini a prendere parte alle mansioni domestiche o sono imbranati o hanno bisogno dell’approvazione della moglie, rassicurati dal fatto che con questo o quel prodotto sarà facilissimo:

Di spot che introducono la condivisione dei compiti domestici è quello (che non è sfuggito a qualche nostra/o fans) è quello di Ace Gentile: due coniugi si aiutano nelle faccende domestiche strillando da una stanza all’altra sulla qualità del prodotto, mentre il figlio gira per casa con il triciclo.  Piuttosto singolare nel panorama pubblicitario italiano.

Qualche altro timido accenno l’ho visto un mese fa ed era uno degli spot della Vanish che trasmetteva clip amatoriali in cui compariva un uomo che spiegava come lavare una camicia e lo spot della Pampers dove anche le bambine giocano assieme ai maschi con tricicli a forma di auto e moto che non hanno assolutamente colori pastello come il rosa e il fucsia ma appaiono di colori neutri.

Ma come dicevo pochissimi esempi. Chi ci tutela dagli spot cattivi? Non lo Iap di sicuro. Ve ne accorgerete quando provate a segnalarli. Io credo che questi siano più pericolosi dell’idea di donna-oggetto. Perché sono più sottili e perché veicolano un’idea “giusta” di donna e stereotipi millenari duri a morire in quanto molto antichi. Perché nell’opinione pubblica si è instaurato un clima indelebile di consenso sociale ad essi.

 

2 commenti

  • “Così almeno quando sarai a tavola potrai fare questa faccia [sorriso]“. Almeno quando sarai a tavola. ALMENO quando sarai a tavola. O santabrigida. Perché si sa no? Bisogna che a tavola non ci siano malumori. Poi se sei frustrata, depressa, arabbiata tutto il resto del giorno chissefotte. Che cacchio vuol dire poi “a prova di mamma”? Significa che le mamme sono sceme?

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  • Grazie di tutto.

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