Cosa è femminicidio e cosa non è femminicidio

Qualche giorno fa ci arriva la segnalazione di un carro allegorico di carnevale ritraente una BettyBoop in mutande.
Il carro, che ha sfilato nella cittadina siciliana di Blufi, pare aver suscitato polemiche e indignazione, come scritto in questo articolo che racconta della vicenda, leggendolo però qualcosa ci colpisce di più del carro allegorico incriminato ed è l’uso inappropriato del termine femminicidio.

Il giornalista riporta le dichiarazioni dell’avvocata che definisce femminicidio l’uccisione di una donna durante una rapina.

Parola orribile ma efficace”. Sarebbe forse meno orribile e più efficace se usata correttamente.

La farmacista Giuseppina Jacona è stata uccisa da due uomini perchè si trovava nell’esercizio che questi avevano deciso di rapinare (fonte qui). Non si tratta di femminicidio.

Riprendo dal blog di Barbara Spinelli la definizione di femminicidio:

Femminicidio è un neologismo che indica ogni forma di discriminazione e violenza rivolta contro la donna in quanto appartenente al genere femminile.
Il neologismo è salito alla ribalta delle cronache internazionali per i fatti di Ciudad Juarez 
Ha assolto alla funzione di individuare una “responsabilità sociale” nel perdurare, ancora oggi, di una situazione di diffusa subordinazione sociale delle donne, che le rende soggetti discriminabili, violabili, uccidibili. Si parla infatti di femmicidio e femminicidio per evidenziare come le forme più estreme di violenza contro le donne derivino dall’accettazione, da parte delle Istituzioni sociali e in generale dall’opinione pubblica, di una cultura patriarcale che svalorizza il ruolo della donna e non ne riconosce la dignità di Persona, né ne garantisce il godimento pieno ed effettivo dei diritti fondamentali.
Femminicidio è la violenza, che può arrivare sino all’omicidio, che si esercita su una donna in quanto donna, o meglio, in quanto appartenente al genere femminile. Una rapina non rientra in questa definizione, in quel caso ti ammazzo perchè voglio i tuoi soldi, ma non perchè sei una donna, quindi discriminabile, inferiore, di mia proprietà.
Il termine femminicidio è entrato a far parte del linguaggio giornalistico e questa è una conquista, ma spesso ci siamo trovate a doverne denunciare, come in questo caso, l’uso errato o la sopravvivenza accanto a questo di termini quali raptus, omicidio passionale, emergenza.
La portata rivoluzionaria del termine e del concetto di femminicidio rischia di andare perduta attraverso un processo di banalizzazione che non è assolutamente neutro. Ad esempio definire il femminicidio emergenza significa cancellarne la matrice profondamente strutturale e preparare la strada a politiche securitarie, come quelle promosse dal cosiddetto “ddl femminicidio”.
Definire femminicidio una rapina significa che non si ha assolutamente idea di cosa questo termine significhi, confondendo le acque in questo modo si favoriscono coloro che, per ignoranza o malafede, rifiutano il termine e il concetto stesso di femminicidio perchè l’omicidio di una donna non è più grave dell’omicidio di un uomo. 
E’ inaccettabile che il giornalismo non conosca l’uso adeguato del termine femminicidio e non possiamo assolutamente permettere che la confusione, la banalizzazione e l’ignoranza rovinino il lavoro di chi ha lottato perchè venisse riconosciuta la specificità degli omicidi e delle violenze che colpiscono le donne in quanto appartenenti al genere femminile.
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