Cancro, disabilità e tabù. “E tu, quale principessa Disney sei?”

Avete mai visto una protagonista disabile in un film Disney? Certamente no, perché la disabilità non è compatibile con gli standard Disneyani“.

Così Scrive AleXsandro Palombo sul suo blog.

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Quale principessa Disney sei?

AleXandro Palombo è un artista. Due anni fa, a seguito di una diagnosi clinica che evidenziava una rara forma di cancro, ha dovuto subire un intervento chirurgico invasivo e alcune parti del suo corpo sono ora paralizzate.

Adesso è una persona disabile  – racconta all’HuffPost UK – e ogni giorno ha a che fare con ogni tipo di discriminazione.

Attraverso il progetto ‘Disabled Disney Princesses‘, AleXandro ha voluto dare visibilità a questo problema di forte discriminazione diretta alle persone con disabilità che vivono nella nostra società.

Le Principesse Disney sono state a lungo intese dalle bambine come un modello a cui aspirare. L’artista, attraverso il suo progetto, cerca quindi di rispondere a questa domanda – mai fatta e ancora senza risposta: “Le vite delle principesse sarebbero le stesse se i loro corpi fossero differenti? E i film sarebbero così popolari?

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Superfluo sarebbe ribadire come i personaggi femminili all’interno delle storie per bambine siano ancora icone di bellezza mainstream a cui aspirare. Molto meno spesso risultano immagini in cui le bambine possono davvero riconoscersi.

Da un paio d’anni utenti di tutto il mondo chiedono alla Disney di creare un personaggio femminile in cui, ad esempio, possano riconoscersi le bambine sottoposte a cicli di chemioterapia.

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I temi della malattia e della disabilità sono ancora profondi tabù all’interno della nostra società. Apparentemente se ne parla molto. Ad esempio, il tema del cancro è sempre “sulla bocca di tutti”. Leggiamo quotidianamente articoli di giornale che ci parlano delle “regole per prevenire l’insorgenza di tumori”, della “top 10 dei cibi anti-cancro”. Ormai conosciamo qualsiasi cosa su medicinali, sintomi, diagnosi, cura.

Molto meno spesso, però, si parla di corpi reali, di esperienze, di persone. La malattia, la disabilità sono percepite come errori di sistema, anomalie, qualcosa di “altro” rispetto al proprio io. Più se ne parla, in disquisizioni medico-scientifiche o popolari che siano, più in realtà ci si vuole allontanare dall’immagine che le accompagna, le si esorcizza e si invisibilizzano i corpi che nell’immaginario comune le rappresentano.

Siamo così assuefatti al bombardamento mediatico di corpi plastificati e artefatti, simbologia del principio di performance che ci impone il suo dictat, da non renderci conto che in realtà malattia e disabilità fanno parte della vita e dei corpi e non sono “altro” rispetto ad essi.

Sempre più spesso viene posto in essere un atteggiamento disfunzionale, non riconosciuto come tale perché dato per scontato, volto a considerare i corpi come simulacri immortali che hanno ragion d’essere in base all’immagine che danno di loro e alla qualità delle loro performance, offrendosi quindi ad una logica del fare, produrre, consumare.

Tutto diviene misurabile e misurato, catalogato, incasellato. Ciò che si discosta dalla norma, il non-previsto, è inquadrato come difetto, come problema, diventa perturbante e va marginalizzato, censurato.

Capita un po’ ovunque. Anche sulla nostra pagina facebook. A ottobre postavamo un’immagine della campagna “The SCAR Project“, accendendo involontariamente un dibattito. Non sulla campagna, non sul tumore al seno ma sull’immagine stessa.

The SCAR Project fa parte di una campagna di prevenzione del cancro al seno. Un lavoro portato avanti da David Jay e durato 6 anni, durante i quali sono state scattate fotografie a più di 100 donne. Ma il messaggio più profondo, come afferma l’artista, è un messaggio più generale che parla dell’umanità, intesa come realtà dell’essere umano: accettare ciò che la vita ci offre, tutta la bellezza e la sofferenza, in una società che nasconde il cancro al seno dietro ad un piccolo fiocco rosa. Perché questi corpi non esprimono solo sofferenza.

C’è qualcosa di così dolorosamente bello nell’umanità, una bellezza che trascende le immagini sfavillanti portate avanti dai media.

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E allora perché la bellezza che sta nell’umanità di questi corpi disturba? Forse perché siamo abituat* al proliferare di corpi tutti uguali e disumanizzati, alla proposta continua di corpi omologati e omologanti, all’eliminazione dell’imperfezione, dell'”errore di sistema”. A tutti i costi.

Anche quando si tratta di rappresentare la vecchiaia non lo si fa raccontandola per quella che è ma la si riduce a feticcio da incastrare a forza nei soliti canoni – paradossalmente – di giovinezza, bellezza mainstream e performance, aprendo disquisizioni sull’estetica femminile. Anche la vecchiaia, la malattia, devono diventare glamour.

E così, forse, ci si convince che vecchiaia, malattia, disabilità non facciano parte della vita e possano rimanere argomenti ghettizzati negli studi medici, nei salottini televisivi o negli articoli di giornale dai titoloni sensazionalistici. Ci si convince che stiano tanto bene lì dove stanno, nascosti dietro a un fiocco rosa o chiusi a chiave in qualche casa.

Forse è davvero ora di cominicare ad interrogarsi sull’invisibilizzazione dei corpi.

Cercando di tenere lontana quella che nell’immaginario comune è intesa come sofferenza, non ci si rende conto di innescare in realtà un circolo vizioso e che la vera malattia della nostra società è diventata la fobia – creata e alimentata proprio dalla censura – questa sì destinata ad autoalimentarsi trasformandosi in paura, tabù e addirittura odio, come ci dimostrano tutti i giorni anche gli atti di violenza nei confronti di chi non è ritenuto “conforme”. 

10 commenti

  • L’ha ribloggato su Elena.

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  • Tutte le principesse Disney (tranne Pocahontas e Mulan) sono ispirate a FIABE tradizionali o d’autore. Nel mondo di pura evasione delle fiabe, dove esistono le fate madrine, le zucche diventano carrozze, si possono indossare scarpette di vetro senza romperle o tagliarsi i piedi, dove si mangia del cibo avvelenato, si muore e si ritorna in vita, è ovvio che anche una condizione di disabilità alla fine verrebbe magicamente risolta con un tocco di bacchetta magica. E ovviamente anche allora si avrebbe qualcosa da ridire da tutti i deliranti politically correct del mondo. Le fiabe sono fiabe, pretendere che siano diverse da storie assurde, che ci consentono di sollevarci dalla realtà quotidiana e dai suoi dolori, è ridicolo. Se esistessero nella realtà le bacchette magiche, pensate che la gente malata preferirebbe restare tale, soltanto per lanciare messaggi anti-discriminatori sulla “bellezza sofferta dell’umanità”?

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    • Andrea, ma che discorsi stai facendo? Non ti rendi consto di parlare da un punto di vista che non è quello de* dirett* interessat* che chiedono visibilità e non stigmatizzazione? Il post ti pare forse un inno a qualche cosa? Ti converrebbe rileggerlo. Grazie comunque del “contributo”.

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      • Mai detto che il tuo articolo fosse un inno a qualcosa, mi riferivo principalmente al progetto di Palombo, per quanto ammirevole, secondo me snaturante, se non adeguatamente contestualizzato. Le fiabe sono fiabe, ci sono migliaia di fiabe, con protagonisti che soffrono di una qualche grave malattia che alla fine guariscono bevendo, che so, un sorso della mitica “Acqua della vita”. I deliranti politically correct del mondo troverebbero qualcosa da ridire a prescindere, proprio loro che poi lamentano la mancanza di visibilità per le minoranze o maggioranze “scomode”. Cito due esempi: il libro fantasy “Il nipote del mago” di Clive Lewis fu ed è oggetto di aspre critiche per via del fatto che la madre del protagonista, malata di cancro in fase terminale, guarisce miracolosamente mangiando una mela magica. Questo, secondo i benpensanti, darebbe false speranze ai bambini con genitori malati e agli ammalati medesimi (un po’ come dire che Cenerentola produce false aspettative sulla vita sentimentale, anche questa è stata tirata fuori). Secondo esempio: il lavoro di Palombo ha già subito l’accusa di “pigrizia” perché l’artista si sarebbe limitato a rappresentare solo una forma delle tante possibili di disabilità. La mia era una critica alle tante elucubrazioni mentali della gente che letteralmente annega nella correttezza politica e mette a tacere la ragione. Riallacciandomi all’articolo, sono d’accordo con te sulla fobia della non-conformità che può degenerare in violenza, però, da persona che ha perso molte persone care per via del cancro e ci ha sofferto, mi lascia perplesso la domanda sul perché non si riesca a trovare bellezza in un corpo segnato dalla malattia. La malattia è un momento di dura prova fisica e spirituale, principalmente e semplicemente produce sofferenza. Essa ricorda a chi non ne è colpito quanto sia effimera la nostra esistenza e fa riemergere l’atavica paura della morte, o più largamente dell’ignoto, di ciò che non si conosce e sfugge al nostro controllo. I media prima di influenzare, sono influenzati, sono un riflesso di ciò che temiamo, e anche se in tv o sui giornali si parla della malattia e della disabilità, se ne parla con sensazionalismo, tu dici, o con pateticità. aggiungo io. Ma la mia domanda è: esiste altro modo di parlarne, soprattutto in televisione, dove anche l’omicidio è spettacolo? Esiste un modo per eliminare lo stupore quasi infantile dei “normali”. dei “sani” di fronte a ciò che è “inconsueto”? Ma, sopratutto, la mia domanda provocatoria del commento precedente è la malattia può mai essere una condizione desiderabile, può mai essere affrontata sia in prima persona sia attraverso i medi senza disagio? La tua analisi è sacrosanta e condivisibile, ma, secondo me, manca di una degna conclusione, e quindi rischia di essere sterile, perché non è la prima volta che viene detto quanto tu dici. Volevo sapere che ne pensi. Scusa se non mi sono espresso con chiarezza prima o anche adesso. Grazie del tuo tempo.

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      • Andrea, il mio articolo non ha assolutamente la pretesa di dare risposta ai problemi esistenziali. Gli ideatori delle campagne, con tutti i limiti del caso, hanno espresso il loro punto di vista e io l’ho riportato aprendo degli interrogativi. Anche quando si parla di bellezza si è riportata la frase del fotografo. Secondo me sono belli quei corpi? Sì, sono belli e hanno la loro legittimità! Con questo non sto dicendo che il cancro e la disabilità siano cose auspicabili, non l’ho scritto da nessuna parte. Non comprendo però perché dovrebbero perturbare. Comprendo il discorso che fai di rimando a ciò che si vorrebbe sfuggire, il confronto con una realtà fatta anche di sofferenza. Per questo sollevavo la questione del paradosso: non è che con questo atteggiamento disfunzionale di rimozione della malattia e della disabilità quali possibilità della vita si autoalimenta un tabù che non fa che ingrandire in realtà questo rigetto nei confronti di corpi non conformi? Andrea, ti parlo da ipocondriaca. A me questi corpi non trasmettono paura o sdegno ma ci vedo davvero la bellezza dell’umanità. Questo non significa smettere di avere paura della malattia e della morte, ma forse se riusciremo a capire che è parte integrante della vita – ed è la nostra società individualista e consumistica che non ci permette ciò – magari il rifiuto sarebbe minore. Quello che ti scrivo nasce anche da un particolare vissuto.
        Per quanto riguarda le fiabe si parla di quelle mainstream, a cui sono abituat* i/le bambin* da piccol*, all’interno delle quali non esiste deviazione dalla norma. La malattia, se presente, è stigmatizzata, quando un aspetto poco piacente. Non entro qui nel merito degli stereotipi presenti nella MAGGIORANZA della letteratura per l’infanzia ma tengo a precisare che il politicamente corretto fine a se stesso infastidisce anche me e che non avevo nessuna pretesa di ricette e formule magiche, solo quella di dare spunti e aprire una discussione. Alla fine è quello che è avvenuto :)

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    • Come hai scritto tu, sono appunto solo ispirate alle fiabe che in realtà sono molto più cruente e inquietanti. Dubito che la vera storia della sirenetta farebbe sognare così tante bambine se avessero tenuto l’originale.
      Tenendo conto che la Disney ha preso le fiabe originali per modificarle secondo i propri standard e cliché dozzinali, non vedo perché qualcun altro non potrebbe farlo cercando di essere politically correct permettendo anche a persone disabili, malate ecc… di sognare e “sollevarci dalla realtà quotidiana e dai suoi dolori” (cit.).

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  • Per quanto riguarda i cartoni animati, e disabilità, in “Extreme Ghostbusters” il più cazzuto dei protagonisti è in sedia a rotelle.

    Hanno fatto un’indagine all’ uscita della serie, ed è risultato essere il protagonista preferito dai bambini.
    Trovo che questo potrebbe essere un modello decisamente positivo.

    http://www.youtube.com/watch?v=DEpCUB8IjzM (Si vede che è in sedia a rotelle alla fine del filmato. Altrimenti, vi consiglio di guardarvi le puntate, sono motlo carine.)

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  • Probabilmente è spoiler ma lo dico lo stesso. Alla fine di “Dragon Trainer”, film d’animazione della Dreamworks, il protagonista, un ragazzino di nome Hiccup di 14 anni al massimo, perde una gamba. E’ stato uno dei finali più sinceramente shockanti che abbia mai visto in un film d’animazione, perché nonostante il lieto fine si rimane un po’ amareggiati dal fatto che il protagonista abbia dovuto subìre una ferita così grave.
    Ok, Hiccup non è una principessa Disney. Ma non è solo la Disney ad occuparsi d’animazione.
    Senza contare che anche la Disney a mio parere sta facendo enormi progressi con gli ultimi film: Vanellope (Ralph Spaccatutto) è soggetta a bullismo ed esclusa dai suoi compagni di gara perché era diversa, difettosa, mentre Elsa (Frozen) è costretta dai genitori a nascondersi e a reprimere un “dono naturale” perché le persone ne avrebbero avuto paura, e quando non riesce più a trattenersi è talmente terrorizzata che quasi ammazza la sorella e distrugge un regno.
    E parliamo della Pixar? Un mostro che non riuscirà mai a raggiungere il lavoro per il quale ha studiato fin da quando era piccolo perché fisicamente non è dotato, una ragazza che vuole indipendenza e non vuole sposarsi, un vecchietto che si rifiuta di andare all’ospizio e arriva fino in Sud America in volo e un pesce a cui sono stati uccisi quasi tutti i figli e quello che rimane in vita è fisicamente menomato. E questo solo per citarne alcuni.
    Secondo me è irrealistico chiedere alla Disney di rompere decenni di tradizione così all’improvviso, anche perché c’è sempre gente che si lamenterà nonostante gli sforzi (come le critiche che ha ricevuto La Principessa e il Ranocchio, dove è stato contestato che la protagonista non nascesse come principessa (?) e che si sposa con uno “non abbastanza nero” (??), oppure Frozen, che, ambientato in Scandinavia, non aveva neanche un protagonista di colore (????) e aveva protagoniste troppo belle (????????)).

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  • Stavo anch’io per citare Nemo e Hiccup (una specie di fissazione in casa nostra). Oltretutto nei sequel il tema della gamba artificiale che a volte è irrilevante ed altre invece gli crea impiccio torna con una certa frequenza. Sono entrambi maschi, però.
    Parlando di sequel, so che in quelli della Sirenetta (che non ho visto), c’è un’altra sirena che si esprime col linguaggio dei segni:
    http://disney.wikia.com/wiki/Gabriella

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