Discriminazione di genere: esperienze

Mi capita spesso di discutere di discriminazione di genere con persone che mi dicono che esagero, che il problema appartiene al passato o ad altre aree del mondo, non certo alla civilissima Italia.

In risposta a queste persone, che evidentemente vivono un’Italia diversa da quella che ho vissuto io o che più probabilmente hanno un diversa percezione di cosa è e cosa non è discriminazione di genere, vorrei cominciare una raccolta di esperienze.

Apro quindi raccontando quello che è capitato a me, in prima persona e in ordine temporale:

1) Un paio d’anni dopo la laurea il mio lavoro mi porta in Germania durante i mondiali di calcio 2006, insieme ad alcuni colleghi e all’amministratore delegato dell’azienda. Durante una cena, commentando il fatto che ho 26 anni e mi sono appena sposata, il mio AD coglie l’occasione per dirmi che naturalmente l’azienda si aspetta che io non abbia figli per almeno i successivi 15 anni. A quel punto comincio a cercarmi un altro lavoro. Il che ci porta all’episodio numero 2.

2) Cerco lavoro, ho 26 anni e sono sposata. Vengo contattata da una società assicurativa e supero due colloqui. Arriviamo al punto in cui si comincia a parlare di retribuzione, quando la mia interlocutrice si rende conto che porto la fede al dito. Sbianca, mi chiede come mai questa cosa non compare nel mio curricolo. Rispondo che il fatto che io sia sposata è una questione privata, non aggiunge né toglie nulla alla mia capacità di svolgere il lavoro per il quale mi ero candidata. A quel punto mi viene chiesto se ho figli. Rispondo di no. La signora si alza, mi indica la porta e mi dice che mi farà sapere. Ovviamente nessun seguito. Ma cambio lavoro lo stesso e andiamo dritti al frangente numero 3.

3) Cambio lavoro e inizialmente mi trovo bene. Il campo è prevalentemente maschile, ma nella mia azienda le donne sono la maggioranza e il mio responsabile è una donna. Mi trasferisco in Olanda e mi viene chiesto di continuare a lavorare insieme collegandomi da casa e facendo trasferte frequenti in Italia. Perfetto, finalmente un lavoro con modalità non stereotipate. Mi trasferisco, inizio le trasferte e rimango incinta del mio primo figlio. Decido di non andare in maternità: lavoro fino a tre ore prima del parto e riprendo pochi giorni dopo. La cosa non solo non mi pesa, lavorando da casa mia, ma mi fa proprio piacere. Finché alla fine dell’anno mi viene negato il variabile (la parte soggetta a valutazione del mio compenso) perché negli ultimi due mesi ho lavorato in modo troppo flessibile. Motivo? Ho preteso di allattare e quindi le mie calate in Italia sono state brevi e non sono stata in ufficio più di 5 ore alla volta. Così inizia di nuovo la ricerca di un nuovo lavoro e andiamo filati all’esperienza numero 4.

4) Ho 30 anni e cerco lavoro con un lattante attaccato al seno. Sento una cacciatrice di teste in Italia, che mi conosce e conosce il mio lavoro. Cominciamo una chiacchierata, io sono a casa con il mio bambino e lei è in Italia. Comincio dicendole che cerco lavoro, ma che sono in Olanda. Lei mi risponde che ha sotto mano un’azienda dello stesso ramo di quella in cui mi trovo che ha sede anche vicino a casa mia, e che ci sarebbe possibilità di continuare a lavorare da casa. A quel punto mio figlio si mette a piangere, lei si sorprende e mi fa le congratulazioni, non sapeva che avessi un figlio. Mi dice che mi farà sapere e ovviamente non la sento più. E saltiamo al caso numero 5.

5) Continuo a lavorare con la modalità casa/trasferte in Italia. Decido che finché mio figlio è così piccolo sarà bene fare di necessità virtù. E inaspettatamente, appena dopo il compleanno del mio bambino, rimango incinta della mia seconda figlia. Sono ormai a termine quando mi richiama la cacciatrice di teste del punto 4. Stavolta le dico subito che sono a casa in maternità e che lo sarò per i prossimi 4 mesi. E lei mi chiede se conosco qualche altra persona per la posizione che deve coprire. Ciliegina sulla torta, mi viene negato di nuovo il variabile, anche se il mio congedo è stato un congedo per modo di dire e che durante quel periodo ho realizzato alcune operazioni che hanno fruttato alla compagnia discreti guadagni. Alla fine decido che se sono tutti stupidi la colpa non è mia e decido che non voglio più avere un datore di lavoro: mi metto in proprio. E questo ci porta dritti dritti al punto 6!

6) Tra le altre cose, essere un’imprenditrice si traduce nello scontrarsi ogni giorno con una fila di maschilisti lunga che non si vede la fine. Ogni volta che vado in banca devo farmi accompagnare da uno dei miei due soci, anche se la parte finanziaria e di gestione la seguo tutta io e loro si occupano della parte tecnica e commerciale. Questo perché i miei interlocutori sono tutti, invariabilmente uomini. E se non vado accompagnata da un uomo, anche se sono io che so di cosa si parla, non vengo presa in considerazione: mentre parlo la persona che mi sta di fronte, senza scampo, guarda il principe reggente. Riusciamo ad accedere ad un bando per l’imprenditoria giovanile perché i miei soci hanno meno di 30 anni, ma i bandi per l’imprenditoria femminile sono sottoposti a condizioni assurde per le quali il mio terzo di proprietà non permette di accedere. E la cosa peggiore è che mi chiedono continuamente se ho figli, perché evidentemente questo fatto rappresenta una menomazione che non mi permetterà mai di guidare la mia società. Mi è stato persino suggerito di non dirlo in giro (che ho figli intendo, quasi fosse una vergogna).

Se non altro questa nuova condizione mi permette di spendere tutto il mio impegno per me stessa.

Spero di cominciare da qui una nuova lista.

Se volete partecipare a questa raccolta, inviate la vostra esperienza a comunicazionedigenere@gmail.com

15 commenti

  • Rimango sempre basito quando leggo queste cose……da parte del genere maschile, le mie più sentite scuse per come sei stata trattata.

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  • Grazie, sei gentile.
    Ma l’importante è che si crei consapevolezza che il problema esiste, che si capisca che è ingiusto (e stupido) ragionare così.

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    • Roberta FI Visone

      Concordo! La conoscenza è potere. Infatti non molte persone conoscono capolavori di libri come “Donne che amano troppo” di Robin Norwood.

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  • Brevemente la mia esperienza, se posso. Lavoravo come store manager in un negozio di una importante azienda; volevo crescere lavorativamente parlando e per crescere era necessario partecipare spesso alle aperture di altri negozi. Un giorno ho chiesto al mio area manager di poter partecipare all’apertura di un negozio abbastanza lontano, che richiedeva pertanto di dormire fuori la notte (ovviamente spesati dall’azienda). La risposta? Siamo tutti uomini in questa apertura per cui dovremmo chiedere all’azienda di prendere una stanza solo per te, il che richiederebbe troppe spese, mi dispiace. Tristezza.

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  • Roberta FI Visone

    Ciao! Massima solidarietà per te! Vedi che ti ho mandato una mail dove ho riportato una sola esperienza (le altre di cui avrei voluto scrivere oltre a essere oggetti di argomentazioni e riflessioni sul meraviglioso gruppo “Cara, sei maschilista”, ma mi ci vorrebbe una eptologia alla Harry Potter per raccontarle tutte).

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  • Prorio in questi giorni mi trovo in Italia, in Sardegna, per la precisione. Mio malgrado mi sono abituata ad un altro modo di fare, vivendo la maggior parte del mio tempo all’estero. L’estero non è il paradiso, no. Ma se parliamo di parità di genere, Germania e Francia sono anni luce avanti a noi.
    Così, mi ritrovo ancora a sorprenderm in negativo nel costatare che nonostante l’impegno e i rusiltati raggiunti nei miei tre anni post-laurea, ancora per il mio entourage sardo non valgo nulla perchè mi mancano due cose fodamentali: un fidanzato e un matrimonio alle porte.

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    • Io vivo in Olanda e ho deciso di continuare a lavorare in Italia. Perché credo ancora nel nostro paese e perché credo ancora che un grande cambiamento sia possibile. E se ci guardiamo indietro, vediamo che nonostante tutto, grazie al lavoro di molt*, un cambiamento lo stiamo già vivendo. Come ho detto tante volte, si procede a balzi e saltelli, non sempre in avanti. L’importante è continuare a lavorare per non disfare quello che si è fatto e soprattutto puntare sempre più in là.

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  • Ho 36 anni. Ho deciso, per vari motivi, che non avrò figli. Eppure… Eppure, nonostante la mia più che “corposa” esperienza in materia tecnico-amministrativa, nessuno mi chiama. Perchè ho 36 anni, quasi 37 e forse potrei volere dei figli… Nonostante io dica, ad ogni colloquio, che no, figli non ne voglio. Sono una donna e non trovo lavoro in Italia PERCHE’ FORSE POTREI VOLER DIVENTARE MADRE. Ma stiamo scherzando? Dopo mille e più lotte per accedere alla maternità, dopo che le femministe degli anni ’60 e ’70 hanno lottato per questi diritti, tu mi neghi un lavoro? Preferisci prendere un* ragazzin* senza esperienza perchè ti fa risparmiare e perchè PER ORA figli non ne avrà? Io mi vergogno della situazione lavorativa femminile vigente in Italia. E spero di trovare un lavoro all’estero al più presto.

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  • ma sto bambino non aveva un papa’? non hai un marito che si possa occupare del bambino? perche’ anche io non ti assumerei se te ne devi occupare sempre e solo tu.

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    • Sorvolerò sul tono iniziale e sulla palese incongruenza dell’affermazione finale.
      Mio marito in questa narrazione è assente perché la discriminazione alla quale sono andata incontro non ha nulla a che vedere con lui e con quello che fa lui. Ha a che vedere con lo stereotipo sempreverde del ruolo della maternità come unico possibile, come ruolo totalizzante che non lascia spazio ad altro: una donna è madre e basta, non può essere lavoratrice, sportiva, artista o che ne so. e se lo è, lo è a tempo, perché il destino biologico ineluttabile è la maternità. Sono stata discriminata in quanto donna, a prescindere da come è organizzata la vita a casa nostra e raccontare la nostra organizzazione non avrebbe avuto alcun peso.
      E infine: le donne lavorano anche quando dei figli si occupano da sole. Semmai sono questi atteggiamenti a rendere difficile, se non impossibile, la coesistenza di più ruoli.

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  • Io avevo finalmente trovato un lavoro, stavo per essere assunta quando la donna mi accuso` di aver omesso il fatto che avevo due figlie…fui cacciata fuori e piansi a lungo………………….e` vero l’avevo omesso dal curriculum perche` creava troppi problemi.

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    • Ecco, io non ho mai capito perché dovrei mettere nel curriculum questo genere di informazioni. Se mi propongo per un lavoro, è chiaro che penso di poterlo fare. Come faccio a organizzarmi e farlo e quali sono le condizioni in cui mi barcameno, quello è affar mio, non del datore di lavoro. Questa cosa è incompresa dai più.
      Mi dispiace molto per la tua esperienza, grazie per averla condivisa.

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  • so cosa vuol die,io ho 57 anni lavoravo presso un sindacato e ho subito mobbin per sei anni con il licenziamento finale. per colpa del mobbing ho perso tutto:Famiglia,lavoro,emi ha reso invalido permanente.Ringraio Dio e l’amore dei miei figli che mi hanno dato il coraggio e la forza di combattere e trascinare il sindacato in tribunale che da 4 anni sono ancora in causa.Ma non mi pento nonostante il prezzo che ho dovuto pagare e continuo a pagare con il logoramento dell’attesa che finisca il processo che mi stà perseguitando nonostante dovrei essere sicuro di vincere con le prove e i numerosi testimoni,con la giustizia non si sa mai.Con questo articolo ho voluto dicchiarare a tutti di combattere i soprusi di ogni genere a tutti. Perchè più si diffonde i soprusi alla fine anche la iustizia si renderà conto della gravità del fenomeno.

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