Il contratto sessuale e l’imprenditore stupratore: discriminazioni di genere senza fine

Ha assunto tre donne tra il 2001, 2002 e 2003, per poi violentarle e costringerle a una vita di minacce, vessazioni e botte durante il periodo lavorativo. Per questo G.M., 75 anni,  ai tempi titolare di una ditta di materie plastiche nell’hinterland milanese, e’ stato condannato dai giudici della nona sezione penale del Tribunale di Milano a 10 anni di carcere e  a versare alle sue vittime un risarcimento rispettivamente di 350 mila euro, 150 mila euro e 80 mila euro per violenza sessuale e maltrattamento.

Una vicenda che va inquadrata anche come un pesante caso di mobbing reato che in Italia non è presente nel codice penale e che se fosse presente la pena sarebbe maggiore. 

Le tre donne, immigrate, hanno trovato il coraggio di denunciare nel 2011 quelle violenze che continuavano da dieci anni. Alla prima, secondo le indagini, l’uomo aveva messo a disposizione una casa per consentirle di ospitare i figli, una volta arrivati in Italia, ; ma in cambio, e facendo anche leva sulla promessa di aiutarla nelle pratiche di ricongiungimento familiare, l’uomo avrebbe preteso che si sdebitasse: l’avrebbe costretta a fermarsi nel suo ufficio dopo la chiusura dell’azienda e violentata.

E poi le molestie e le vessazioni al punto da impedirle persino di andare in mensa per il pranzo. Un incubo durato fino a quando nel 2011 l’operaia si e’ licenziata. Un trattamento non diverso sarebbe stato riservato anche alla seconda sorella alla quale addirittura, prima di violentarla, avrebbe anche imposto come condizione contrattuale di non restare incinta, un’altra discriminazione di genere molto diffusa in italia e che assieme alle molestie e gli stupri sul lavoro rappresenta un reato ben inserito in un contesto che discrimina le donne sul lavoro. Quando poi lei scopri’ di essere in attesa di un figlio fu maltrattata senza sosta con lo scopo di obbligarla a dimettersi e poi licenziarla.

La terza sorella, assunta in fabbrica nel 2003, fu molestata nel corso del tempo, ma sempre ricattandola o minacciandola di licenziarla se non si fosse arresa alle sue richieste di rapporti sessuali.

In Abruzzo emerge un’altra storia che in poco tempo diventa un caso nazionale. Luigi De Fanis, ex assessore alla Cultura della Regione Abruzzo, costringe la sua segretaria a firmare un “contratto” da quattro prestazioni sessuali al mese. La donna che viene da un piccolo paese e ha deciso di denunciare e far venire a galla la storia ora è presa di mira dai suoi compaesani che le fanno anche chiamate anonime a sfondo sessuale e la insultano sulla sua presunta condotta morale anche se vittima dell’ennesimo caso di discriminazione che subiscono le donne nel lavoro.

Anche le tre sudamericane, malgrado la condanna inflitta all’imprenditore, non hanno avuto la solidarietà che meritavano da parte dell’opinione pubblica, dopo violenze efferate come quelle subite. Perfino i media chiamandolo “maniaco sessuale” tornano indietro di 18 anni quando lo stupro era solo reato contro la morale, ignorando anche le cause culturali del fenomeno.

Tutto ciò è testimonianza di quanto la violenza sulle donne, sopratutto quella sessuale, sia ancora accettata nel nostro Paese e di quanto ci sia ancora poca informazione sulle discriminazioni di genere sul lavoro.

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