Uomini progresso: rivolgersi “al maschile” contro la violenza.

Di pubblicità progresso ne abbiamo parlato spesso, per lo più non positivamente.
Sarà che la retorica dell’occhio nero e delle sue varianti non ci ha mai convinto, perchè, citiamo di nuovo Giovanna Cosenza,

non si combatte la violenza con immagini che la esprimono. Né si fanno uscire le donne dal ruolo di vittime se si insiste a rappresentarle come vittime.

Sarà perchè sono sessiste quanto quelle non progresso, ne hanno coniato le forme e i modi e poco importa che stereotipi ed oggettivazione siano partecipi dello svilimento della figura femminile e quindi, in parte, della violenza che ne deriva.

Sarà che ormai “stop alla violenza sulle donne” è uno slogan pubblicitario che di progressista ha ben poco, riservandosi invece il ruolo di vendere magliette Coconuda  e mutande Yamamay. Sarà che in questi casi una piaga sociale come il femminicidio è usata a scopo di marketing per impreziosire di un’etica illusoria i prodotti reclamizzati.

Sarà che, in generale, ci sono esempi di comunicazione “progresso” molto più significativi e innovativi delle pubblicità pensate ad hoc dal Ministero: basti pensare a Project Unbreakable della fotografa Grace Brown.

Però torniamo a parlarne, perchè le pubblicità progresso oggi in Italia sembrano aver preso una piega ben precisa.
Riprendendo una pubblicità molto simile creata in Spagna qualche anno fa, ecco che nella regione Lazio ed Emilia Romagna sono comparsi questi cartelloni

claudio bisiocesare prandellialessandro gassmanndaniele silvestri

C’è il comico nazional popolare, il CT della Nazionale di calcio, l’attore, il cantautore di sinistra.
Il tentativo è chiaramente quello di attraversare trasversalmente il target “maschio”, da quello patito di calcio, all’amante delle ballate. Per dire che controllare, isolare, perseguitare, tormentare, mortificare, ferire, costringere, punire, terrorizzare, molestare, ricattare, spiare è violenza.
Un uso inaspettato delle parole.
Mancano picchiare, stuprare, uccidere.
L’omissione degli atti più violenti, aggressivi persino solo nelle parole che li definiscono, non può essere casuale.
Possiamo dedurre che la scelta sia mossa dal voler edulcorare un tema difficile da trattare, dal non voler essere eccessivamente forti?
Eppure, è quello che succede: gli uomini picchiano, stuprano e uccidono le donne.

D’altro canto però è interessante che la pubblicità sottolinei un tipo di violenza più quotidiana, più sottile: parole come perseguitare, terrorizzare e spiare ci mettono davanti a uno stalker che diventa sempre più inquietante e pericoloso, costringere e molestare ci aprono scenari lavorativi di abusi,  controllare e isolare parlano delle relazioni piene di “gelosia” che a volte secondo alcuni giornalacci diventa ancora raptus, e poi ci sono le case, la dimensione domestica dove aleggiano parole come mortificare, ferire, punire.

Una pubblicità dunque che tenta di parlare di alcuni atteggiamenti maschili agli uomini e di farglieli percepire come violenza, perchè quello sono, nient’altro, di certo non  “tratti del carattere”, “equilibrio di coppia”, “cultura”.

La campagna è patrocinata dalle due Regioni e promossa da NoiNo, un’associazione che parla di violenza maschile direttamente agli uomini, quasi unica nel suo genere, dato che invece la maggior parte delle comunicazioni di questo tipo preferivano raffigurare le donne solo come vittime inerti e incapaci di reagire.

Il “trend” è dettato: uomini che parlano agli uomini che odiano le donne.
Ci saremo arrivati un po’ tardi e ancora non si dirà “non stuprare, perchè…” prferendo uno slogan e un eufemismo, ma il trend c’è.

E di conseguenza, ecco le perplessità ad esso legate.

Un’altra campagna creata da AVON, quello delle vendite dei cosmetici porta a porta, e Cerchi d’acqua, una cooperativa sociale milanese, ha come testimonial Mauro Bergamasco, campione di rugby che si presta a condannare non solo la violenza, ma “l’accettazione passiva [ di questa ] da parte di tutti”.

Ci sono alcuni messaggi interessanti

mauro bergamasco 2mauro bergamasco 3

Il campione dà agli uomini italiani violenti dei perdenti.
Lo dice chiaro. Col simbolino di genere femminile sul petto. E forse così tocca l’orgoglio dei maschietti italici, sì, forse sì.
Non sei un fico se sei un macho. Questo è un buon messaggio. ma è questo? Ce lo dice lo stereotipo della mascolinità.

Ricorda quest’altra campagna, il cui autore è Duilio Edmondo Mucciconi, per Initiative of the United Nations Regional Informational Centre for Western Europe UNRIC, and UN Women, the new UN Entity for Gender Equality and Women’s Empowerment”. Stessa strategia comunicativa.

piccolo uomo

Forse è una comunicazione “giusta”, ma c’è qualcosa di ambiguo. Sarà forse il “match” uomo contro donna, sarà che non è esattamente così che nasce la questione, non è la guerra dei sessi, è il dominio economico di un genere sull’altro, è che quello stesso uomo che dice di non picchiare le donne, magari poi non vuole che sua moglie lavori o esca da sola con le amiche o sfrutta sessualmente delle prostitute e allora, in realtà forse abbiamo bisogno di dirci tutte quelle parole, di raccontarci tutte le situazioni quotidiane che tocca la campagna di NoiNo per ricordare ad alcuni che si tratta di violenza.

C’è una foto in particolare però che tradisce il perchè di quell’ ambiguità, che chiarifica i dubbi

bargamasco

Eccola qui la parola “stupro”. Avon riesce a pronunciarla.
Però a cosa la collega? A un arbitro. A un tutore.  Diremmo, tornando alla realtà, a leggi securitarie per cui le donne devono essere protette, possibilmente da un uomo.
Ecco cosa c’era di ambiguo: questa campagna parla agli uomini – giusto – ma lo fa senza liberarsi dei ruoli di genere, senza smettere di pensare alle donne come esseri deboli, da proteggere, senza rinunciare a evocare l’immagine di quel nerboruto rugbista che tira un pugno in faccia al molestatore di turno e via, lo stadio in delirio.Come fotografare un occhio nero su una donna insomma.

Anche l’audiovisivo si adatta al trend. Pochi giorni fa è stato presentato presso la clinica Mangiagalli di Milano, lo spot “La violenza non si cancella: fermati”, realizzato da SVS-Donna aiuta Donna onlus, con i finanziamenti della regione Lombardia, del Comune di Milano e di Adei Wizo (Associazione donne ebree d’Italia).
Si “vanta” di essere il primo spot rivolto agli uomini. Vediamolo.

Una donna affranta ripensa alla colluttazione col suo fidanzato/marito, si trucca per nascondere i segni della violenza, escono insieme, l’uomo non si cura di lei, prendono strade diverse, sulla mano di lui appare un segno rosso, lui lo nota poco dopo: una serie di mani maschili con lo stesso segno rosso, mani che lavorano al bar, che portano una elegante ventiquattrore, che fotografano, che innaffiano. Di nuovo le scene della colluttazione, lui torna a casa da lei, si lava le mani, il segno rosso non va via. Il claim: La violenza non si cancella. Fermati. E poi il numero verde del Comune di Milano per uomini maltrattanti.

Di questo centro, non abbiamo capito molto: in rete non ci sono notizie precise e non si capisce come agisca e attraverso quali canali, quindi sorvoliamo sul concetto di “centro per uomini maltrattanti” e sulle sue tante accezioni possibili finchè non ci sarà chiaro.

Concentrandosi sulla pubblicità in questione, non riusciamo proprio a capire in cosa sarebbe diversa dalle altre, quelle “tradizionali”: c’è il numero del centro per uomini ( oltre a molti contatti di centri antiviolenza per le donne ), questo sì, ma il messaggio non sembra centrare il fuoco dell’argomento, usando retoriche trite già in quelle rivolte alle donne.
Si rivolge agli uomini. Questo non basta perchè sia una campagna ben realizzata.
In generale, sembra ideata con disattenzione, con quello spirito generalista delle peggiori fiction televisive.
Manca, ad esempio, la possibilità di immedesimazione con l’uomo dello spot.
Se il target sono gli uomini “per bene” che si trasformano in “per male” e non i mostri ( questo ci fa capire la carrellata di mani/uomini comuni, lavoratori di tutte le estrazioni e culture ) non c’è il momento del “buio”.
C’è la violenza data per scontato, in silhoutte, ma non c’è il punto di vista dell’uomo che “perde il senno della ragione” ( o forse più puntualmente, asseconda la cultura patriarcale di cui è imbevuto fin dalla nascita ) e cede al fascino della violenza maschia.
Riesce davvero a parlare quindi a quel tipo di uomo? Riuscirà a farlo con scarso esito dato che non permette l’identificazione, dato che non parla di uomini veri, ma di simboli, di ritratti svuotati, da fiction.

Quando NoiNo mette Prandelli e Bisio in posa ( lungi da noi considerarli sopra agli altri un modello maschile ) riesce nell’operazione identificazione/emulazione.
Questo filmato non ci riesce a causa della genericità delle scelte.

Interpellare gli uomini sulla violenza di genere è un passo verso la responsabilizzazione del maschile, ma perchè accontentarsi sempre di comunicazioni superficiali, abbandonate al luogo comune?

Esistono donne che subiscono violenza e non sono sempre lo stereotipo della “vittima indifesa” rannicchiata in un angolo, incapace di reagire, che non parla, non denuncia perchè è debole e allora va protetta e via con il carosello dei giustizialisti.

Esistono uomini che compiono violenza, ma se vogliamo raccontarne l’abbandono “al male” facciamolo coraggiosamente, non con una storiella in cui l’uomo violento è quasi un poveretto da compatire, un’anima in pena.
Parliamo di uomini che sguazzano in un sistema patriarcale, non di errori e reazioni esagerate.
Il problema è che per il fatto di essere violento, per un segno sulla mano, un uomo in Italia non subisce l’esclusione sociale, non c’è stigma, non c’è nessuno che lo faccia passare per “perdente”,  nessuno che gli dica “questa è violenza, fermati/vergognati/costituisciti/curati/diventa una persona migliore”.
Un segno su una mano passa inosservato.

Quel segno rendiamolo enorme e riconoscibile, raccontiamoci che quel preciso uomo che diventa violento in quel preciso momento può fermarsi, spieghiamo come, oppure si coprirà di segni.
Mettiamoglieli in faccia i segni delle violenze, facciamoli ricoprire di pustole putrescenti, di escoriazioni, contusioni, gonfiori lividi e sanguinolenti, facciamogli cadere i denti nelle nostre rappresentazioni rivolte agli uomini e forse a quel punto avremo trasfigurato quello che il genere maschile ha compiuto finora.

9 commenti

  • Un segno sulla mano passa inosservato. Anche la violenza intrafamiliare passa inosservata. Si nasconde bene fra le mura domestiche in famiglie che all’esterno appaiono come famigliole del Mulino Bianco. Non è retorica, è triste realtà.
    E’ vero che ci sono quei quattro gatti spelacchiati che sotto gli articoli di giornale, ben coperti da improbabili pseudonimi, vomitano la loro misoginia, ma nel mondo reale, in ufficio, al parco coi bambini, ai colloqui con la maestra, a cena coi colleghi, alcuni uomini violenti sono insospettabili uomini “per bene”. Questa doppia personalità dell’uomo violento è ciò che rende difficile alla donna di rendersi conto, per anni, di ciò che vive; così passano anni, prima che arrivi a denunciare ciò che subisce. Perché l’uomo violento si percepisce come vittima e spesso lo percepisce come vittima anche la donna che lo perdona e lo copre, come sa bene chi lavora nei centri antiviolenza. Il percorso che entrambi devono intraprendere per diventare consapevoli di come stanno realmente le cose è lungo, doloroso e difficile. La maggior parte degli uomini non lo inzia mai, questo percorso. Quello che un uomo violento deve accettare di se stesso è di non essere stato “provocato”, che il suo comportamento è in realtà una sua scelta, un suo problema, non una legittima reazione, e non ha giustificazioni.
    Io ho interpretato quel segno rosso indelebile sulla mano come la presa di coscienza (e la coscienza gli altri non la possono vedere) che il male compiuto su un altro essere umano non si può davvero riparare: che non c’è perdono che possa cancellare i danni che la violenza causa ad un altro essere umano. Perché se le ferite guariscono, i lividi si riassorbono, una violenza subita non se ne va mai davvero, è sempre lì.
    Certo è uno spot molto intimo, personale: fermati. Si rivolge a lui, proprio a lui, non ai vicini che sentono le urla e fingono di non sentire o le amiche che scorgono il livido e tacciono o i familiari che suggeriscono “sopporta, è un momento difficile” (che è un argomento che spero la pubblicità progresso affronti presto: l’omertà che circonda la violenza di genere). Fermati, pensaci e chiama. Decidi di smettere. Cambia.
    E’ un bel messaggio, secondo me.
    Forse perché voglio credere che nessuno sia irrecuperabile… Perché se la donna picchiata non è “una debole”, neanche l’uomo che picchia è “un mostro”, ma solo un uomo che fa cose malvage. E forse persino un uomo del genere può capire e cambiare.

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    • La realtà la conosco bene, non esistono mostri ( purtroppo, sarebbe molto più facile individuarli ) ma uomini “per bene” che cedono al fascino della cultura patriarcale, un fascino che per molti ha a che vedere con un’identità di genere per nulla esplorata e quindi in qualche misura inglobata dallo stato economico che oggi non sono capaci di adattare alla contemporaneità. Non esiste una doppia personalità però: un uomo che arriva ad essere violento contro una donna nel 2013 conserva anche in altre sfere della sua vita personale il ceppo patriarcale da cui parte tutto. Potrà mascherarlo da amore, affetto, premura, da interesse personale o da carriera, da sfogo o divertimento, ma è impossibile che la violenza si realizzi improvvisamente, fisicamente, senza delle avvisaglie rintracciabili, tutti quei segnali che anticipano la violenza vera e propria. L’uomo violento si percepisce come vittima… forse. Ma, parafraso Giovanna Cosenza, non si fanno uscire gli uomini violenti dal ruolo di vittime se si insiste a rappresentarli come tali eli si fa crogiolare nella possibilità della compassione pubblica, televisiva. La falsa “provocazione” che in realtà è una scelta è la parte importante, su cui comunicare e insistere con gli uomini a rischio violenza o violenti.
      Di tutto ciò nello spot non c’è niente. E’una pubblicità progresso “innovativa”, cerca un target nuovo, gli uomini, e non è chiara, nè diretta, nè precisa.
      E’ tutta fuori fuoco e quindi diventa inefficace. Non è uno spot intimo, è generalista, non parla a quell’uomo, parla a un uomo X che un giorno non sappiamo perchè, non sappiamo per quale “provocazione” picchia la sua compagna. E ci rimedia un segno rosso sulla mano che tu interpreti ( già la necessità di interpretazione è indicativa di poca chiarezza del messaggio: non è un film, è una pubblicità progresso, se dobbiamo interpretarla è comunque sbagliata! ) come la presa di coscienza: questo non c’è nello spot, è una tua opinione, ma come ben sai la comunicazione efficace non ha bisogno di commenti a latere.
      Quando dico di metterglieli in faccia i segni è perchè un segno rosso sulla mano è anche un’immagine piccola, riduttiva, povera.
      Immagina un uomo che man mano che compie violenza si sfigura in volto, si ricopre dei segni che infligge, quelli fisici e quelli psicologici, e cammina in mezzo alla gente ormai orrendamente coperto di ferite. Questo è quello che succede se compi violenza: fermati.

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      • Beh è carina questa idea, un po’ alla Dorian Gray. Non volevo dire che lo spot è particolarmente efficace, né volevo legittimare la versione del raptus. Solo affermare che cogliere certi segnali, in una società tendenzialmente maschilista come la nostra, non è semplice. Forse il mio problema è che tendo sempre a vedere il bicchiere mezzo pieno, e che finalmente si cominci a dire “fermati!” a lui, invece che continuare ad incitare lei con un altrettanto vago “chiama e salvati!”, mi fa credere che si è imboccata la strada giusta.

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      • Probabilmente è la strada giusta, ma non bisogna per questo accontentarsi di una trattazione superficiale e poco centrata su questioni del genere.
        Per di più che di queste pubblicità potremmo tranquillamente fare a meno se ci fosse un’effettiva rete di spazi per la gestione delle situazioni a rischio e se ci fossero dei finanziamenti adeguati.

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      • Non è un po’ paradossale gestire un blog sulla comunicazione e poi sostenere che la comunicazione è inutile?
        Certo, si può fare di meglio, non dico di no, ma nello spot sono elencati tutti i centri antiviolenza che fanno parte della rete del Comune di Milano, e viene messo a disposizione il numero dell’SVSeD, attivo 24 ore su 24 per un primo aiuto telefonico alle vittime di violenza.
        Poi, si può essere dell’opinione che i centri di recupero per uomini maltrattanti non siano la soluzione – ho sentito molte persone di questo avviso – in Italia sono una novità e sicuramente ci vorrà del tempo perché prendano piede, soprattutto perché l’idea di “recuparare” un violento può essere recepita come un volerlo giustificare rendendolo quasi un disabile…
        La realtà non è questa, anzi è l’opposto: il recupero di questi soggetti passa solo ed esclusivamente attraverso l’assunzione di responsabilità.

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      • E quando avrei detto che la comunicazione è inutile?
        Ho detto che è inutile quella che non va a segno e che per questo non bisogna elogiare a prescindere un prodotto scadente solo perchè dichiara di avere un target differente. La campagna NoiNo è ben riuscita, ad esempio. Il video no. Si poteva fare di meglio.
        In generale poi se posso augurarmi di non vedere più pubblicità progresso contro la violenza sulle donne lo trovo solo normale: vorrebbe dire che i centri antiviolenza funzionano, che le donne si difendono dalla violenza, che gli uomini non la commettono.

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  • Complimenti per l’analisi! E’ davvero interessante tutti questi aspetti nelle “nuove” campagne anti-violenza che vediamo circolare.

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  • Io trovo la campagna di NoiNo utile anche per le donne, proprio perché fa notare come anche gli atti meno evidenti di sopraffazione siano violenza, e non siano parte naturale della vita o di un rapporto.

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  • L’ha ribloggato su Elena.

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