#Troiofobia, adolescenti, sessismi, bullismi, catene, ribellioni e desiderio

Mentre il nostro Paese è sconvolto per la vicenda delle baby squillo e i media diffondono messaggi che deresponsabilizzano chi era coinvolto come cliente nella vicenda, che in un altro paese sicuramente sarebbe stata trattata in un altro modo senza andare a condannare i motivi che hanno indotto le ragazzine a “vendere il proprio corpo”, a Prato si consuma una vicenda, intreccio di bullismo e sessismo che ancora oggi colpisce le donne italiane.

Ad una sedicenne è stato rubato il telefonino e sono state diffuse online foto e video sexy e per la giovane è iniziata una vera e propria persecuzione non tanto diversa da quella che subiscono le persone che hanno un orientamento sessuale che la società non accetta come parte della natura umana. E’ un copione che si ripete troppo spesso in Italia. Se sei una ragazza e hai una vita sessuale, allora sei da condannare, perché le brave ragazze sono quelle che aspettano fino al matrimonio rinunciando alla propria sessualità per donarsi ad un unico uomo, quello che amano.

Le ragazze brave sono quelle che hanno una sessualità ma non la manifestano in pubblico ma nemmeno in privato. Non devi avere una sessualità, punto e basta. E queste discriminazioni accadono nelle nostre istituzioni che  trascurano la necessità dell’educazione sessuale per fare fronte a questo problema culturale.

Cosa ha  portato a questi giovani a inviare una spedizione punitiva fatta di divulgazioni online, passaparola, molestie sessuali, insulti, prese in giro e offese ad una compagna di scuola proprio per il fatto di essere donna e di avere una sessualità attiva? il contesto, lo stesso contesto maschilista che viene impartito dai genitori, da quei padri e quelle madri incazzati mentre in auto danno della troia alla guidatrice davanti a cui attribuiscono il fatto di non saper guidare in quanto donna; a quelle scene a cui assistono nelle famiglie, le litigate tra sorelle e genitori che non le fanno uscire o le fanno rincasare presto perchè sono femmine, a quei padri che percuotono le madri perchè la violenza domestica in italia è molto diffusa. E’ in questi focolai che nascono i pregiudizi, le molestie e il bullismo verso le donne che nella vita adulta si evolvono in quei femminicidi che assistiamo ogni giorno nelle cronache italiane.

Non passano in secondo piano gli agenti di educazione secondari, le scuole, dove i presidi per evitare lo scandalo consigliano ai genitori delle vittime di ritirarle dalla scuola e di farle rinunciare ad un futuro, al diritto dell’istruzione, ad una realizzazione personale, perchè tanto saranno i bulli, i futuri uomini ad essere la futura classe dirigente italiana, perchè tanto sono le femmine ad aver provocato, ad essersela cercata, perchè possedere filmini e foto hard è più grave che rubare e diffondere in rete le foto di una loro compagna, perché bisogna evitare lo scandalo e mantenere pulito il nome della scuola. A meno queste a prima vista sembrano le motivazioni inconsce di un preside che ha preferito allontanare la vittima anziché sospendere ed allontanare i responsabili. Un preside che ha preferito accogliere il branco nel suo istituto piuttosto che la vittima.

Io stessa ho subito bullismo per dieci anni e ho continuato a frequentare la scuola fino all’ultimo anno malgrado non volessi più andarci. Malgrado ogni giorno mi veniva il nodo in gola quando entravo in quell’aula sapendo che ogni giorno poteva accadermi anche di peggio. Era sempre il preside ad aver consigliato ai miei di trasferirmi di scuola senza mai schierarsi contro il branco, anzi riteneva fossi io a provocarli, sovente.

Il victim-blaming è un fenomeno che rafforza i bulli e violenti, un fenomeno molto frequente. Aiuta a deresponsabilizzarli e legittimare le loro azioni. Chi giustifica è anch’egli un bullo e violento perché si rende complice. E’ un fenomeno molto diffuso soprattutto quando le vittime sono donne, stranieri, poveri e omosessuali. Persone che nel nostro paese sono considerate spazzatura.

Ieri in una trasmissione di Rai uno, l’Arena di Giletti, ho assistito ad una criminalizzazione degli adolescenti senza fine da parte di adulti maturi, sopratutto le ragazze definite dai loro compagni di scuola come aggressive, maschiacce, andando a coltivare quell’humus che ci vuole docili e sottomesse, lo stesso che ci impone di sopportare le violenze in famiglia. Quel clima televisivo che si faceva man mano più assurdo quando veniva interrotta perfino una donna che attribuiva la colpa ai clienti che si fingevano ignari di aver pagato minorenni, come il nostro ex Presidente del Consiglio.

In italia c’è un vero e proprio problema nel rapporto uomo-donna e nella percezione delle donne. Lo dicono i dati, lo dice il clima pesante che si respira nell’aria. Le donne dovrebbero essere consapevoli di ciò ma troppe poche lo sono.

Forse oggi ci si sta cominciando a porsi qualche interrogativo. Costumi che parevano un dato di fatto ai quali era inutile porsi delle domande, perché il mondo pareva essere biologicamente giustificato, stanno cominciando ad essere messi in discussione, ma con quale lentezza? Con quale lentezza se tantissime trasmissioni televisive che per anni hanno venduto il modello della donna-oggetto ora criminalizzano due minorenni che si prostituiscono per il lusso anziché chiedere ai clienti di farsi autocritica?

Perché in fondo sono nove milioni in Italia (più del 35%), ma come nel secolo scorso ancora non è caduto lo stereotipo dell’uomo cacciatore a cui va perdonato il fatto di essere andato con una prostituta (malgrado lo scarso rispetto verso la donna che in certi posti sappiamo non è tollerabile e perciò esistono leggi repressive contro il cliente). Esiste un cortocircuito che destabilizza l’autonomia di scelta delle donne: una cultura che ti vuole sempre seducente e disponibile ma poi entra in contrasto con l’altro stereotipo imposto alle donne: quello della sposa asessuata.

Ci sono una marea di clienti che giustificano il fatto di andare a prostitute anche quando esse sono palesemente schiave di tratta. Si schierano dalla parte della scelta delle donne finché non si tratta delle proprie figlie o compagne. Atteggiamento colmo di troiofobia che ci divide tutte in sante e puttane, “tutte puttane tranne le mie donne”. Il troiofobo punta il dito sulle prostitute e sulle proprie scelte, su quelle che esercitano la propria libertà sessuale non prostituendosi, sfoggiando la solita salsa di luoghi comuni che dipingono gli uomini come degli esseri pervasi da necessità sessuali impellenti. E le donne di conseguenza devono subire la “necessità” del maschio. Ci spetta a tutte come “dovere” sia che siamo mogli o prostitute e guai dare l’impressione di una qualche forma di autodeterminazione, viene interpretata come una provocazione inadeguata. Guai se dichiariamo di “venderci” non per necessita’ ma per comprarci l’Iphone, il vestito griffato o se dichiariamo di fare sesso perché piace a noi e non solo al partner. Oppure se decidiamo di non legarci ad un solo partner per avere diritto ad una vita sessuale. Allora siamo tutte puttane perché usciamo dagli schemi: vittima/schiava o sposa.

Ed è per questo che le due quindicenni dei Parioli stanno subendo un linciaggio. Poco importa  erano sopratutto delle vittime data la loro età: alle donne non viene perdonato nulla, provocano, anche se sono bambine. Molti sono convinti che a 13/14 anni si è donne fatte, questo deresponsabilizza chi in realtà dovrebbe essere condannato e alimenta l’idea che è normale fare sesso con minorenni, basti vedere come e’ stato osannato e difeso Berlusconi anche da parte della stampa. Una cultura fondamentalmente maschilista ancora troppo radicata in Italia ha fortemente inibito la donna sia psicologicamente che fisicamente, condizionando l’istinto sessuale e negando di fatto il diritto a provare piacere o di scegliersi un uomo. E’ un circolo da cui si sviluppa anche la cultura dello stupro e il fenomeno dello sfruttamento della prostituzione, dove il diritto di scelta della donna viene negato. Se andiamo ad analizzare tutto ciò ci rendiamo conto che la condizione femminile in Italia è critica.

Ma qual’è la condizione delle ragazze italiane?

Quelle che intraprendono la via della prostituzione sono granelli di sabbia. C’è un’altra faccia della medaglia. Cosa dobbiamo pensare quando delle ragazzine invidiavano la vita della loro compagna, in realtà sfruttata, ma ritenuta più libera di loro?

Come si può voler prendere il posto di una ragazza costretta da sua madre a prostituirsi? dobbiamo dedurre che la realtà, ossia la schiavitù, delle altre ragazze non prostitute sia anche peggiore.

L’episodio delle baby squillo riflette un problema culturalmente radicato nel nostro paese. Viene scelta la prostituzione come una forma di ribellione delle giovani, viene fuori una condizione femminile veramente arretrata, dove alle ragazzine non sono concesse le stesse libertà dei loro coetanei maschi.

Sottoposte a grandi limitazioni per quanto riguarda gli orari di coprifuoco, sulla concessione di un piercing, tatuaggi, sigarette e perfino sull’uso dello scooter e la frequentazione di amici del sesso opposto.

Io stessa quando vado in discoteca assisto a gruppetti di ragazzine dai 13 ai 18 anni che entrano nei bagni con zainetti che contengono vestiti sgualciti ad imitazione di quelli delle donne adulte, trucchi e scarpe con il tacco 12 per ingannare l’età. Ragazzine che vengono coperte dalle amiche e dai genitori di qualcuna più libera a cui hanno concesso qualche volta una notte in discoteca. Oppure fratelli maggiori incaricati di controllare le loro sorelle minori. Sempre lì si incontrano con i loro coetanei di sesso opposto o i propri fidanzatini che hanno invece l’uscita libera e nessun coprifuoco. Non è un caso se nelle discoteche si assiste ad una maggioranza di avventori di sesso maschile e una minoranza donne di cui la maggioranza sono fidanzate o hanno l’accompagnatore maschio. Dalle mie parti si dice che ogni sabato c’è “la sagra dei wurlstel”.

La prostituzione, fenomeno patriarcale per eccellenza, diventa così l’unica via per alcune giovanissime di potersi autodeterminare. L’adolescenza è un periodo di assoluta ribellione. Non si è più dei bambini perciò si vuole essere trattati come adulti. Le ragazze crescono prima dei loro coetanei ma le famiglie tendono a proteggerle di più da tutto.

Le adolescenti sanno che quando saranno grandi continueranno a non avere le stesse opportunità dei loro coetani maschi. Stipendi più bassi, meno opportunità lavorative, lavori domestici (che iniziano ad essere insegnati già da bambine), famiglia, compagni gelosi e dunque meno uscite. La voglia di crescere in fretta deriva in parte da questo. Quando sei adolescente non hai impegni di prole, famiglia e lavoro che rubano il tuo tempo libero. “Perché dopo i vent’anni c’è il fidanzamento e il matrimonio e non avrò più tempo”, mi ripeteva una ragazzina che mi spiegava perché volesse a tutti i costi convincere i suoi a mandarla in discoteca come le amichette. Come se qualcuno le avesse inculcato che il matrimonio e la famiglia è un obbligo per una donna.

Le adolescenti sono vittime degli errori degli adulti. A vent’anni non ci si può sentire vecchi. La mercificazione di bambine e donne e le pressioni a cui sono sottoposte le adolescenti affinché diventino delle perfette e desiderabili Lolite con la paura di invecchiare sono la causa della sofferenza di tantissime ragazzine.

Il corpo femminile in Italia non solo subisce pressioni per conformarsi a modelli estetici rigidi ma è sottoposto ad attenzioni morbose e giudizi. Le giovani italiane sono più schiave dell’apparire e dei loro corpi rispetto alle loro coetanee occidentali. Corpi consumabili ed esibiti dall’industria mediatica che detta i suoi imperativi volti a manipolare il ruolo delle donne nella società. E inoltre devono pure sviluppare un forte senso del pudore rispetto ai maschi per proteggersi dagli sguardi ossessivi dell’altro sesso e dai giudizi sociali.

La percezione delle donne pare derivi da un grande occhio maschile, di cui anche le donne hanno introiettato per guardare e giudicare se stesse. La donna sparisce dove appare il suo corpo. Se l’invisibilità della donna islamica è il velo, quella delle donne italiane è l’esposizione falsata e distorta del proprio corpo, secondo i desideri maschili. Le donne italiane sono percepite come soltanto un corpo, ma non il proprio corpo. Un artefatto privo di sesso e desiderio. Perché finché il corpo femminile apparirà solo secondo norme e desideri maschili non sarà mai un corpo liberato ma una gabbia.

Molti uomini italiani hanno paura del desiderio femminile e la castrazione che le donne subiscono attraverso la mercificazione dei propri corpi sui media e i pregiudizi sessisti è impressionante, retaggio di una società italiana che per legge imponeva il matrimonio riparatore con la figlia “disonorata” e poco importa se aveva subito violenza sessuale.

E’ qui che vivono le baby squillo dei Parioli. Prostituiscono il proprio corpo perché nessuno ha dato loro l’occasione di conoscere il desiderio. Le donne vendono in Italia e non stupisce se le ragazzine hanno capito che il sistema funziona cosi’. Anzi spesso si tollera una donna che si vende piuttosto che una che ha scoperto il desiderio. Perchè il desiderio femminile è vera autodeterminazione e destabilizza la sicurezza di un uomo, troppo spesso fondata sul dominio verso la donna.

Spero che questo post possa essere letto tantissimo per invitare l’altro sesso a fare un po’ di autocritica. Vorrei tanto che si tenessero fuori le ragazzine da ciò, perché come dicevo, la colpa è solo degli adulti. Abbiamo bisogno di non fare più due pesi e due misure quando si parla di sessualità, sopratutto se sono coinvolte ragazzine in crescita perché ciò può compromettere molto. Abbiamo bisogno di non perseguitare più donne e ragazze quando fanno scelte sessuali diverse da quello che è considerato moralmente giusto in Italia.

8 commenti

  • adesso aspettiamo un articolo della De Gregorio sui ragazzi coinvolti nell’inchiesta che ha portato all’arresto di Paolini. non sono molto diversi dalle “baby-prostitute” dei Parioli, eppure i toni che usa la stampa sono molto diversi…

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    • Già. Leggendo gli articoli su Paolini è evidente che i giornalisti sono capacissimi di trattare un episodio di sfruttamento dei minori come comanda l’etica del mestiere, se lo vogliono. I ragazzi sono (giustamente) definiti vittime a più riprese, e si parla di Paolini come ‘incapace di controllarsi’, ‘anti-sociale’, ‘privo di rispetto della libertà altrui’. Nessun morboso indugiare sull’aspetto delle vittime, né criminalizzazione del loro modo di vestirsi e comportarsi, nessuna ricerca spasmodica di ‘provocazioni’ (nonostante fossero più grandi delle ‘baby-squillo’), né indulgenza verso il presunto insopprimibile desiderio maschile, niente insinuazioni sulla eccessiva libertà dei ragazzi e attacchi di nostalgia per i bei tempi andati. Solo un pedofilo che ha approfittato di tre ragazzini. Pare quasi un altro paese.

      Qualcuno dovrebbe provare a riscrivere l’articolo della De Gregorio declinandolo al maschile, solo per vedere l’effetto che fa…

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  • A proposito di lolitismo indotto (a uso e consumo di chi, mi chiedo? e nella parola “consumo” ci vedo tanti significati) oggi navigavo su internet e mi sono imbattuta in una linea di abbigliamento singolare, a voi due link:

    http://www.sushit.net/2010/01/les-filles-a-papa-2/
    http://www.fillesapapa.com/en/lookbook-1.html (notare le scritte sui costumi)

    la cosa mi ha inquietato. Leggo che è creata da due giovani belghe dallo spirito punk e rock e ancor più mi cascano le braccia. Ho pensato di segnalarvela, come spunto di riflessione. La scelta della modella che appare in costume da bagno, la foto in cui quell’ uomo (dall’ aspetto piuttosto laido, diciamocelo! ) che si bea della vista di un gruppetto di adolescenti che ridono in bilico sulla sua vasca da bagno…
    Un ‘altro pensiero, che va al di là di quelle foto specifiche…Forse è una mia impressione, ma è da un po’ che ci penso dato che ci sono immagini (modelli?) che incontro sempre più spesso: non più il modello della ragazzina spinta ad essere -nell’ aspetto come nei modi- più donna/più adulta ma quello della ragazzina o della ventenne infantilizzata, leziosa, come sospinta verso i territori della pre-pubertà, come se non volesse o dovesse crescere mai. Così rassicurante una bambina del genere, una sorta di animaletto da compagnia. E dopo questo “bambineggiare” , a volte spinto ben oltre il periodo dell’ adolescenza, si diventa improvvisamente vecchie: a 25, a 30 anni o pochi anni dopo la maggiore età. Scusate la lunga riflessione, un po’ fuori tema, ma colgo segnali sempre più inquietanti intorno a me e ho la paura, l’ angoscia, che la libertà,i desideri, la forza delle ragazze siano sempre più in pericolo

    Livia

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    • Grazie per la tua segnalazione. Le modelle dei due link appaiono molto giovani, adolescenti direi. Spesso le donne nella moda iniziano a lavorare molto presto e non è raro vedere modelle 15enni truccate da adulte che tentano invano di tradire l’età. Però l’infantilizzazione della donna è un fenomeno altrettanto diffuso (ne parlai una volta) ed è pericoloso poiché incita all’attrazione verso adolescenti e bambine. Il lolitismo inoltre proviene da retaggi che vedono la giovinezza o meglio l’innocenza come attraenti e come delle qualità quando sono possedute dalla donna in quanto evocano inconsciamente due valori imposti alle donne: fertilità e verginità.

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  • Articolo meraviglioso, grazie.

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