“Io la chiamo fica”

 

 

 

 

Io la chiamo fica. L’ho riabilitata: «fica». Mi piace davvero. «Fica». Ascoltate. «Fica». E immaginate. F F, Fi Fi. Femmina, fianchi, fallo, fare, figlio. Felicità e futuro. E anche: I come io, inizio, identità, immensità, isola, irta e iridata. F  i, f  i, fifí, fischio lungo acuto, un treno che sfreccia in aperta campagna. Ed ecco la C: ecco il fico, il dolce frutto, e insieme la foglia di fico. Infine Ca, Ca. Con la A ampia e rotonda. Di caverna, cantare, capezzolo, cara, carne, casa, cammina – C chiusa – chiusa dentro, dentro la casa al calduccio… Fica. Dimmi, dimmi: «Fica». Dillo, dimmi: «Fica». «Fica».

 

Eve Ensler. I monologhi della Vagina

 

 

 

 

Ho pubblicato sulla pagina fb di Uagdc questa traduzione di questa poesia.
“If my Vagina was A Gun” fu composta da Katie Heim  nel giugno scorso in occasione dell’impresa della senatrice texana Wendy Davis, la quale, durante una seduta del Senato, parlò per ben dieci ore di fila, in piedi, per bloccare una controversa legge restrittiva del diritto all’interruzione volontaria di gravidanza.

La parola “vagina” del testo originale in traduzione diventa “fica”.
Arrivano alcune proteste: “Perchè vagina è diventato fica?”
Non lo so, non so quale scelta stilistica e/o militante abbiano fatto coloro che hanno tradotto, ma colgo al balzo quest’occasione per dire che a me la parola fica piace.

Mi piace pronunciarla, mi piace ascoltarla mentre la pronuncio. Ha qualcosa di forte, di evocativo.

E’ maschilista mi si potrebbe obiettare. E’ una odiosa sineddoche con cui si esprime il disprezzo verso la donna.
Non lo so, probabilmente è vero, è dal gergo maschilista che arriva questa parola.
Ma se così fosse perchè non riprendercela? Perchè non farla nostra?
Le parole che ci offendono possiamo trasformale in armi spuntate attraverso un processo di decostruzione, attraverso la pratica femminista di riappropriazione di un linguaggio nato per farci male, ma che possiamo ripulire dallo stigma e usare a nostro vantaggio. Non è una cosa facile, non è una cosa immediata. E’ una pratica quotidiana.

Vagina o vulva, mi sembrano termini medici, asettici, vanno bene per i ginecologi.
A me la parola fica piace. Mi dà un’idea di forza, di coraggio. E’ liberatoria.

Può prendere il nome di un frutto o quello di un insetto. Di un oggetto, di un luogo, di un vegetale.
Patata, caverna, farfalla, fiore, vagina, vulva, fica. Potete prendere quella poesia e sostituire il termine “vagina” con quello che preferite, con quello che sentite vostro, con quello che si adatta al vostro stato d’animo odierno. Chiamatela un po’ come volete, ma non giudicate chi ha scelto di chiamarla fica.

7 commenti

  • Sono stata io a lasciare il commento sotto la poesia, che era uno solo e non di protesta, ma è nato da una curiosità linguistica da traduttrice. Non c’era nessun intento censorio, né tanto meno disapprovazione.
    Mi interessava sapere se era stata una scelta precisa di traduzione. Siccome poi l’ispirazione della poesia era nata proprio dalla censura della parola ‘vagina’ mi sembrava giusto riconoscere che la poesia cercava di de-stigmatizzare proprio quella parola e non un’altra. Mi è venuto in mente che forse la parola vagina non era sembrata abbastanza forte, o abbastanza rivoluzionaria, e mi sono detta: non sono d’accordo. Vagina è rivoluzionario quanto fica. Ci sarà un motivo se i maschilisti non riescono a dire ‘vagina’. Fica magari sì, ma vagina no! Credo sia perché fica ha assunto nell’uso una connotazione prettamente sessuale e come tu dici, sprezzante, e vagina no, o almeno non solo. Per cui chi vuole pensare alle donne come oggetti sessuali non ama la parola vagina. Gli ricorda che l’organo non esiste solo per il loro piacere.
    Comunque, appena ho premuto invia mi sono detta: ‘Sta’ a vedere che ora qualcuno mi dà della perbenista e mi accusa di aver paura della parola ‘fica’. E infatti.
    Invece no, non ho paura della parola fica. O troia. O altro. Non mi infastidicono i termini espliciti.
    Sì, riconosco la carica di ribellione insita nel riappropriarsi di parole usate per emarginare e stigmatizzare. La approvo. E non giudico chi vuole usare la parola.

    Ma non sono d’accordo che ‘vagina’ è una parola ginecologica. E’ il suo nome. A me piace, lo trovo più bello di qualsiasi nomignolo e per me è altrettanto liberatorio. In effetti, a volte non c’è niente di più liberatorio che chiamare le cose col loro nome.

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    • Raffaella, nessuna ti ha dato della perbenista :) come ho scritto ho preso spunto da quella poesia e dalle “critiche” arrivate per dire la mia. Ma alla fine ho aggiunto anche che ognuna può usare la parola che vuole per chiamare la propia fica, vagina, vulva, ecc… ecc…

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  • etimologicamente il termine non ha nulla di maschilista. per somiglianza con il frutto del fico è stata chiamata fica. termine che usava anche aristofane nelle sue commedie. il disprezzo può essere letto nel tono con il quale può essere da taluni pronunciata la parola, ma la parola stessa a mio avviso non ha niente di diverso dall’uso di cazzo o di minchia per indicare l’organo genitale maschile in modo più colorito.

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  • Ciao Raffaella, io però che ho partecipato alla traduzione/revisione del testo in questione non ti ho assolutamente giudicato una ‘perbenista’. E siccome sono traduttrice anche io, ma sono SOPRATTUTTO un’attivista femminista antispecista, ti ho motivato la nostra scelta. Che tu puoi non condividere, ci mancherebbe. Però permettimi, come ho imparato nel mio percorso traduttivo-militante e come ho cercato di spiegare nella mia risposta, una traduzione non è mai neutra. Ancor di più la traduzione di una poesia. Sono convinta non tanto della possibile perfettibilità di una traduzione, quanto di una continua necessità di contestualizzazione della stessa. La nostra contestualizzazione è passata attraverso la scelta di una parola, ‘fica’ raramente usata dalle donne perché reputata spesso dispregiativa (perché legata ad un atteggiamento ‘maschilista’ o perché apertamente ‘sessuale’?!?!?). Ora a prescindere dalla percezione mia o tua delle parole (a te vagina piace, a me no, la sento una parola fredda e ‘medica’ – e mi chiedo anche se non sia possibile che molte persone abbiano difficoltà a chiamarla così o a chiamare il ‘cazzo’ ‘pene’ proprio perché sono parole che creano una distanza emotiva con una parte di sé che invece rievoca contatto e intimità), la scelta è stata una scelta politica di riappropriazione di un termine non solo utilizzato in un ambito maschilista, ma più che altro di una parola che porta con sé uno specifico richiamo alla sessualità, che come è notorio, una donna non può mai esprimere apertamente. A mio avviso, come attivista prima che come traduttrice, ‘fica’ è una parola calda, liberatoria, potente. La nostra è una visione situata, come sono quelle di tutt* del resto.
    Ciao,
    f.

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  • Grazie a tutti delle risposte. Ci tenevo a precisare che io non avevo nessun intento polemico, non volevo passare per il Moige :)

    Feminoska, grazie per aver condiviso le tue motivazioni.
    Io ho sempre pensato che la gente avesse imbarazzo a usare i termini anatomici perché fin da bambini ci educano a usare eufemismi (‘pisellino’, ‘patatina’, ‘pupù’,), instillando un esagerato pudore nei confronti di tutto ciò che è corporeo. Ma queste sono solo mie teorie.

    Comunque, avendo letto il ragionamento, la trovo una scelta perfettamente legittima. A volte sono un po’ pedante perché mi hanno inculcato che il traduttore deve ‘scomparire’ il più possibile*, d’altro canto riconosco che fare traduzione da attivista è tutta un’altra storia (e per la verità non mi sono mai cimentata con le poesie).

    Complimenti comunque per il lavoro!

    * quanto mi incazzo guardando i telefilm tradotti in italiano con le battute sessiste completamente assenti nell’originale! Non credo però che si tratti di traduzione militante purtroppo, ma solo di buon vecchio sessismo inconscio :/

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  • Grazie a te dello scambio, capisco assolutamente il motivo dei tuoi dubbi e mi auguro che sempre più traduttor* si cimentino nelle traduzioni militanti! Anzi, vi invito se ne avete voglia e se pensate di poter dare una mano ad iscrivervi al gruppo di traduzioni militanti traduzioni-fas@autistici.org

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