Oltre la colpevolizzazione della vittima: giudizio e derisione

Stamattina mi è capitato di sostare per qualche minuto in una sala d’aspetto, come ce ne sono molte, con le poltroncine  e varie riviste.

Siccome l’attesa si prolungava, ho preso dal cesto una rivista e ho iniziato a leggere.

Ho scelto una rivista “femminile”,  un numero abbastanza recente: infatti reca la data 4 settembre 2013.

La rivista si intitola “F”. Dopo poche pagine arrivo alla rubrica, immancabile, delle “Lettere alla direttrice” e il titolo messo in evidenza attira subito la mia attenzione:

“Ribellatevi alla prima violenza. Dopo è sempre troppo tardi”

Inizio a leggere la lettera che la lettrice, Stefania, ha inviato al giornale e sono sempre più addolorata, arrabbiata, compartecipe, tristemente conscia che quello che lei ha scritto è purtroppo vero in tantissimi casi di violenza domestica.

Vi riporto la lettera:

Cara direttrice, anch’io sono vittima di un mostro. Ho sposato un uomo bellissimo, distruttivo e violento. Ero convinta di non valere niente e non mi sembrava vero che un ragazzo così bello si interessasse a me. Da lui mi sono fatta rinchiudere in una gabbia e per 30 anni ho buttato via la chiave. Per lui mi sono messa contro la famiglia e gli amici che non capivano come potessi legarmi a un essere simile. Per anni l’ho difeso a spada tratta, mentendo, coprendolo, minimizzando i suoi sbalzi d’umore, gli scatti d’ira, la sua follia. Nel ’95 abbiamo avuto una figlia ed è grazie a lei se sono ancora viva. Nel giugno 2007, la bimba aveva 12 anni, mio marito ha cercato di picchiarmi con un bollitore; lei si è messa in mezzo ed è stata ferita. In quel momento ho visto tutto l’orrore con cui mi ero abituata a convivere e ho cominciato a telefonare ai centri anti violenza. Nei due anni successivi ho subito un tentato omicidio, botte a non finire sempre davanti alla bambina che, a mia insaputa, andava a piangere dalla psicologa della scuola. Grazie a lei ho trovato la forza di denunciarlo alla Procura della Repubblica. A mia difesa avevo una sfilza di testimoni, compresa la psicologa di mia figlia, ma sono serviti a poco: il pm ha proposto l’archiviazione e il gip ha stabilito che non si trattava di violenza abituale, ma “episodica”. qualcuno mi deve spiegare come si possa parlare di violenza episodica quando per trent’anni un uomo torna a casa e tutte le sere picchia la moglie davanti alla figlia! Ho scritto a tutti per cercare giustizia e ora mi vergogno di questo Paese che non protegge i più deboli.

Stefania.

Accidenti, che lettera carica di dolore, di violenza, di devastazione! Che storia lunga  di violenza, di prevaricazione, di solitudine!

Ci è capitato alcune volte di dire una cosa “forte” a proposito di violenza e di come se ne parla. Piuttosto che parlarne male, in TV e sui giornali (riviste comprese), forse sarebbe meglio, con coscienza e consapevolezza, non parlarne affatto.

Non tutti coloro che ricevono lettere o racconti simili hanno gli strumenti adeguati a parlarne a dare risposte, ad aiutare. Alcune volte, senza la competenza che occorre in casi come questi, sarebbe meglio tacere. Altrimenti si corre il rischio di aggiungere male al male.

Come ha fatto mi spiace dirlo, la direttrice di “F” che, a quella lettera pubblicata sulla sua rivista, così risponde (preparatevi: serve uno stomaco forte per reggere all’impatto di una simile risposta):

Cara Stefania, per trent’anni hai subito la violenza di tuo marito. Ti sei chiusa volontariamente in gabbia e, sottomessa, hai accettato qualsiasi atrocità. Mettendoti contro tutti, pur di difenderlo. Poi finalmente, e grazie a tua figlia, decidi di denunciarlo. Benissimo. Ma se nemmeno tu per anni e anni hai creduto alla gravità di quello che ti stava succedendo, come puoi pensare che ci credano gli altri?

Lo sai quanto “F” stia dalla parte delle donne; da quando siamo nate non facciamo che combattere la battaglia contro la violenza maschile. Anche su questo numero c’è un articolo che svela i segnali pericolosi. Ma tu, ragazza mia, quei segnali li avevi sotto gli occhi giorno e notte. Perché hai subito in silenzio? Perché non l’hai denunciato al primo pestaggio o, almeno, dopo a nascita della bambina? Aspettavi che vi ammazzasse entrambe? Certo, ora hai diritto ad avere giustizia, ma non sarà facile dimostrare tutto quello che hai sopportato così a lungo senza fiatare. Il tuo caso serva da monito a tutte le lettrici che, nonostante l’evidenza più atroce, subiscono botte e urlate continuando a scambiarle per amore.

F

Meno male che “F” combatte la battaglia contro la violenza maschile e che bello, che bello che abbiano pubblicato i dieci segnali pericolosi in questo numero!

Voglio sperare che nel numero successivo (visto che è un settimanale, quello dell’undici settembre) ci siano state lettere di protesta pubblicate per la risposta della direttrice. Io, anche se avrei preferito prendere un pugno in un occhio, piuttosto che spendere 1 euro per questa rivista, ho comprato il numero di oggi, ma non ci sono lettere di protesta, né scuse della direttrice.

Anche se alla redazione di “F” fossero giunte migliaia di lettere di lettori e lettrici infuriati per l’ignoranza e la superficialità della risposta, non posso tacere e quindi una bella lettera alla signora direttrice, Marisa Deimichei la scrivo io.

“Signora Direttrice (proprio non riesco a chiamarla “cara”),

si dà il caso che io, oltre che blogger impegnata nel contrasto alla violenza di genere, contro ogni discriminazione sessuale e contro l’omofobia, sia anche volontaria in un centro anti violenza nella città in cui vivo.

A noi operatrici del centro, una delle prime cose che insegnano è l’assenza di giudizio negativo nei confronti di chi viene a denunciare una violenza. L’ascolto e l’accoglienza.

Forse lei non lo sa, ma una donna che arriva a parlare con noi del centro, solitamente ha alle spalle una storia più o meno lunga di violenza, proprio come quella della lettrice da lei pubblicata. Cosa sa lei della forza che ci vuole ad aprirsi con qualcuno? Cosa sa lei dei coraggio che occorre a denunciare un marito violento? Non lo sa che chi subisce violenza finisce per ritrovarsi completamente annientata nella propria autostima, fino a credere di meritare quello che accade?

Una donna che subisce violenza (che già, come dice la lettrice all’inizio della sua lettera “è convinta di non valere niente”) è una vittima. Non un colpevole. Colpevole è l’uomo che agisce violenza (in questo caso il marito).

Vede, direttrice, denunciare un marito non è semplice. Quante e quante volte, una donna che si reca presso le istituzioni a denunciare un marito violento si sente non creduta, presa in giro, colpevolizzata: “Signora, vuol davvero denunciare suo marito? Lo sa che subirà un processo e potrebbe finire in galera? Lo sa che effetto fa sui figli un padre processato e/o in prigione? Vuole davvero fare questo a suo marito?”

Una donna che subisce per anni violenza, nel silenzio, di nascosto, è SOLA. Piena di sensi di colpa, piena di terrore, convinta di meritare tutto quello che le succede perché non vale niente. 

Chi emerge dalla solitudine,  inizia a raccontare o sporge denuncia ha già agito con forza e  coraggio. Spesso ci vuole (quasi) più tempra a sopportare quello che succede DOPO la violenza. C’è chi non ti crede. C’è chi ti prende in giro, chi minimizza. C’è chi ti terrorizza con minacce di svariato genere. E le possibilità di venire uccise dal partner violento, dopo la denuncia aumentano.

L’attenzione  e le risposte che meritano le donne che denunciano una violenza sono tante e sono personali, uniche, a seconda della donna e della situazione che sta vivendo. Non esiste un consiglio che sia adatto a tutte. Non esiste una soluzione che vada sempre bene, in tutti i casi. Tutto dipende dalla donna che abbiamo di fronte. Da quello che vive, “sente”, racconta.

Spesso nel blog ci occupiamo di come i media trattano la violenza di genere e mettiamo in evidenza il linguaggio che viene utilizzato, troppo spesso improntato alla colpevolizzazione della vittima e alla giustificazione del colpevole.

Lei ha fatto anche peggio, direttrice. Lei ha giudicato e preso in giro la lettrice.

E’ perfettamente inutile pubblicare un servizio che spiega alle donne i 10 segnali di pericolo che servirebbero ad accorgersi di avere un partner violento se poi il messaggio che lei, in prima persona, dà nella sua rubrica è: “la lettrice vittima di violenza che trova alla fine di un lunghissimo percorso di dolore, il coraggio di denunciare è un’ingenua a credere nella giustizia. Ha sopportato tanti anni di botte, come pretende di essere creduta? Che sciocca, questa lettrice. Ed è anche una pessima madre, visto che non ha denunciato nemmeno dopo la nascita della bambina. Evidentemente aspettava di essere ammazzata e che venisse ammazzata la figlia”.

Mi perdoni se non sono tenera, direttrice.

Trovo la sua risposta indice di superficialità e ignoranza e la scelta editoriale di pubblicare il servizio successivo del quale lei “si riempie la bocca” con orgoglio, per mostrare come “F” sia attenta alle tematiche della violenza contro le donne, una presa in giro, un modo di cavalcare l’onda del momento: mai come oggi, infatti, la violenza domestica è diventata “di moda”.

E’ utile, infine, sottolineare che con la sua risposta non ha incoraggiato nessuna donna a denunciare. Anzi. Chi mai avrà il coraggio di aprirsi con qualcuno quando sa che potrebbe essere messa alla berlina perché ha avuto il “torto” di sopportare botte, tentati omicidi, grida per molti anni?

Le uniche persone che si sentiranno meglio, dopo aver letto la sua risposta, sono coloro che agiscono violenza. Ora sanno che possono continuare indisturbati a picchiare e maltrattare. Eh già. Tanto la giustizia non crederà mai a chi si ribella e sporge denuncia. Alla vittima non crederà nessuno, è logico, visto che lei per prima non ha saputo riconoscere la violenza per tempo.

Mai, come oggi, il detto “Un bel tacer non fu mai scritto” si è dimostrato vero.”.

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20 commenti

  • Ho presentato la tua lettera come quella di una mia conoscente, che sottoscrivo in pieno

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  • Pingback: Il valore sociale della bellezza “sbarca” su La7 – Un altro genere di comunicazione

  • Che messaggio orrendo in quel titolo: ‘Dopo è troppo tardi’. Chi lo dice che è troppo tardi? Perché dovrebbe essere troppo tardi? Forse il diritto a salvarsi la vita cade in prescrizione? Scade come i latticini: ‘consumare preferibilmente entro il…’

    Se un popolo sopporta una dittatura per anni, non ha poi più diritto a riprendersi la libertà, perché è troppo tardi? Ma che ragionamento è?

    Più che un invito alla ribellione, suona come un invito alla rassegnazione. “Ti sta bene, hai perso l’occasione, così impari, sarai più fortunata la prossima volta!” Che arroganza, che condiscendenza.

    E non una parola di condanna per il sistema che consente a quest’uomo di sfuggire alla giustizia, libero e impunito. Alla fine sul banco degli imputati ci rimane solo lei, la vittima. Gli altri a casa, tutti giustificati.

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  • La mancanzia di empatia e di compassione mi sconvolge, veramente…

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  • Io come molte altre Donne, ho “subito per anni” l’aggressività di un uomo che non aveva niente a che fare con la specie umana. Ci si ritrova in gabbia. Una gabbia a volte dorata dove il mondo esterno è lontano anni luce. Dal di fuori esiste la bella famiglia, dal di dentro esiste il mostro con la sua vittima preferita. Torture di tutti i tipi. Calci con gli stivaloni. Lividi giganteschi su quelle due gambette magre. Sberle potenti, rincorse e spintoni. Il cuore che batte all’impazzata oppure si ferma quasi. Occhi sbarrati a guardarlo ogni volta come se fosse la prima volta. Un unico pensiero in mente. Quando combino un lavoro definitivo, me ne vado. Passano gli anni, passano gli ematomi, ne tornano altri. Passa un lavoro ne tornano altri ma, sono tutti lavori a termine. Non voglio rischiare di perdere mio figlio, è l’unica ricchezza che possiedo. Resisto, crollo poi torno ancora in piedi. E i giorni passano, gli anni passano. Poi decido di andare anche senza garanzie, andare per non impazzire. Prendo su quattro cose e via. Magari mi capita di confidarmi con la direttrice di un settimanale, magari mi dice che un uomo può picchiare la moglie, come mi han detto due signori che di professione fanno i carabinieri. Magari mi fanno pentire di avere messo insieme tutto il mio coraggio ed aver denunciato. Magari penso che dovevo continuare a restarmene zitta. Magari……

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  • Pingback: Kataweb.it - Blog - Lipperatura di Loredana Lipperini » Blog Archive » CACCIATORI DI PERBENISTE (INTANTO, IN FRANCIA…)

  • La risposta della direttrice è vergognosa e pericolosa per le donne che stanno vivendo o potrebbero vivere episodi di violenza. Nemmeno per un minuto si è immaginata al posto di Stefania.
    Che schifo.

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  • Voglio solo ringraziarti per questo post. La tua risposta alla direttrice è esemplare, sottoscrivo ogni parola. Vergognosa incapacità umana, qui si va oltre il professionale. Vorrei rintracciare quella donna e scriverle, ammirare il suo coraggio. Scrivere alla direttrice, ma usare lo stesso mezzo in positivo per dire alla vittima che noi la ammiriamo, che DEVE essere creduta, che il suo coraggio è immenso quanto il suo valore

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    • stregadellosciliar

      Grazie a te. Mi piace la tua iniziativa. Sarebbe bello se a redazione di F fosse “invasa” anche da lettere che sostengono Stefania, facendole conoscere il nostro appoggio.

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  • io già me l’immagino, davanti alla lettera giunta in redazione. “Come le rispondo? Se uso la carta della compassione, dell’indignazione, seguo la corrente, e risulterò noiosa. E se invece cambiassi punto di vista, le rispondessi che in fondo è anche colpa sua? Sarebbe bello spiazzante, le lettrici leggerebbero fino in fondo. La maggior parte di loro neppure sa cosa significa prendere uno schiaffo dal marito, figuriamoci subire per anni. E poi c’è la figlia. E’ vergognoso che abbia esposto a tutto questo la figlia, ecco cosa penseranno le mie lettrici. Prima di proteggere se stessa doveva proteggere lei, e non l’ha fatto. Oh, andranno in brodo di giuggiole. Sì, sì, ecco quello che scriverò. Così risulterò efficace. E magari scateno anche qualche polemica, così aumento la visibilità del giornale.”
    Una persona che dà una risposta del genere non è solo insensibile, cattiva, immatura. Una persona che dà una risposta del genere, è senza ombra di dubbio una incompetente prezzolata in perfetta mala fede.

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  • Ho scritto alla direttrice, dovremmo farlo tutte ed intasarle la posta di reclami .

    Direttrice, ho trovato scandalosa la sua risposta alla lettrice
    Stefania. Lei non si è minimamente immedesimata in quello che la
    signora Stefania ha passato e sta passando. La sua risposta trasuda di
    vergognosa incapacità umana a comprendere, ma soprattutto ,a NON
    giudicare.
    Mi spiace, non comprerò mai più la sua rivista

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  • Grazie anche da parte mia che sono un uomo.

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  • Anch’io propongo il mail bombing, intanto ho scritto

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  • Ho scritto anch’io. Trovo che sia una risposta davvero vergognosa!

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  • Ho appena scritto anch’io al direttore.Tra l’altro ogni tanto acquistavo F ma non lo farò più fino a che ci sarà lei.
    Questo è quello che ho scritto,il mio parere:
    Ho letto la sua risposta , nel numero datato 4 settembre, alla lettera di Stefania a proposito dei maltrattamenti subiti.Il suo modo di risponderle ha dimostrato una mancanza di empatia che mi ha rattristato e stupito . Il giudizio caduto dall’alto al basso che ha dato mi ha davvero spiazzata.Quando si decide di affrontare situazioni così delicate la prima cosa che insegnano i professionisti è non giudicare chi viene spontaneamente ,in situazione di grave difficoltà, a confidarsi.L’ atteggiamento da lei tenuto verso una persona attualmente più debole psicologicamente non mi rappresenta per nulla come donna.Non acquisterò più “F”

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