Burka Avenger: la supereroina in burka per i diritti delle donne

Velo, hijab, niqab, burka.

Parole che scatenano irrimediabilmente le discussioni più feroci tra femministe e non.
Il velo, in particolare il burka, è spesso preso come simbolo della più feroce repressione maschilista, soprattutto dalle donne occidentali perfettamente a loro agio tra diete, depilazione totale e vallette televisive in tanga.

Senza franintendimenti: il principale interesse è sempre la realizzazione delle aspirazioni e della volontà delle donne, senza cedere alla tentazione di accettare tutto come “tradizione culturale”, ma nemmeno accendersi con l’alterigia di chi crede di essere “più libera” perchè nata in un certo luogo del mondo, luogo che di solito è in Europa, negli Stati Uniti.
Luogo che di solito ribadisce la superiore libertà con qualche guerra “umanitarie”, volta a “liberare” le donne a colpi di bombe al fosforo e missili intelligenti.

Fingendo di ignorare che i “burka” esistono in tutte le culture patriarcali, a volte sono lunghi veli neri che coprono il corpo delle donne, altre volte sono prodotti finalizzati all’opposto, ma complementare, incasellamento del corpo femminile in una perenne corsa all’erotizzazine invece che alla sua negazione.

A volte però anche i burka possono liberarsi dalla semantica oppressiva e costrittiva con cui vengono percepiti normalmente.

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Dal Pakistan arriva “Burka Avenger”, cartone animato creato da Aaron Haroon Rashid, cantante pop, compositore, musicista e produttore anglo-pakistano. La “vendicatrice con il burka” è la storia 3D di una giovane maestra di scuola elementare che, orfana, viene adottata da piccolissima da un insegnante di arti marziali che la educa all’antica e immaginaria disciplina del “takht kabaddi”, una lotta acrobatica le cui armi sono penne, matite e libri.

Con l’arma della cultura femminile, la ragazza velata combatte i soprusi del mondo che la circonda.

Si dice che ogni volta che gli Stati Uniti sono voluti uscire da una crisi economica, hanno prodotto un film di Superman da mandare in sala. Sarà perchè gli eroi mascherati fanno mitologia contemporanea, nè più nè meno degli antichi miti greci o asiatici.

Quindi un’eroina velata, potente, colta, vincente, racconta una mitologia islamica, pakistana in cambiamento o quanto meno sulla spinta di qualcosa di simile. “Burka Avenger” è il primo cartone animato pakistano per l’infanzia, inutile quindi sottolineare come sia anche il primo ad avere una ragazza per protagonista, la prima al mondo ad indossare un burka come costume da supereroina.

Ovviamente questo nuovo tipo di rappresentazione non è stato esentato da critiche dalla stampa liberale.
Critiche che, ovviamente, si fermano al fatto che la protagonista indossi un burka e, per questo, influenzerà le giovani donne ad indossarlo. Evidentemente convinti che il burka sia il male assoluto e dimenticando contemporaneamente secoli di repressione patriarcale, l’opinione occidentale non accetta culture altre dalla propria, ben che meno se portatrici di messaggi non immediatamente codificabili, comprensibili, producibili e rivendibili confezionati.

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« Il miglior rimedio per rivalorizzare le qualità delle donne è creare un personaggio femminile con tutta la forza di Superman ed in più il fascino di una donna brava e bella. »
(William Moultom Marston)

Così eroine vestite da bandiere imperialiste,
oppure rappresentate in posizioni innaturalmente sexy durante il combattimento,

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eroine il cui abbigliamento è coniato da quello delle riviste pornografiche e la cui rappresentazione dà vita a manipolazioni anche “reali”, intervenendo sull’aspetto delle già avvenenti attrici che le interpretano perchè rispecchino un canone surreale, da hentai

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queste eroine qui vanno bene ai liberali, ai fascisti, ai democratici, vanno bene a chi insegue l’icona della “donna forte” come fosse donna liberata e vanno bene a tutti quelli che non vogliono vedere messa in discussione rappresentazione e dialettica del maschile con il femminile. E nessuno si chiede: non saranno  modelli nocivi per le giovani donne? Qualcuna le emulerà?
, giornalista del Tribune, ironicamente si chiede a questo proposito:

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“Fantastico! Ora voglio comprare un burkini!”
“Super fico! Ora voglio indossare le mie mutande sopra i pantaloni”

“Quanti di voi hanno preso sul serio le scelte di vestiario del vostro supereroe preferito? Non vedo molti uomini che indossino le mutande sopra pigiami di spandex. […] Quante di voi donne sono finite ad indossare costumi interi per andare a lavoro?”

La protagonista di Burka Avenger usa il burka come costume da combattimento, dunque come un abito valoroso e potente, non certo come simbolo di coercizione.

Le permette persino di volare, usandolo come mantello aereodinamico nelle fughe mozzafiato.

Ed è chiaro che veicoli dei contenuti anche circa la cultura che rappresenta, allo stesso identico modo di scegliere stelle e strisce per decorare corpetto e shorts di Wonder Woman.

La protagonista di Burka Avenger protegge i diritti delle donne senza bisogno di un tutore maschio, non ha bisogno di essere salvata dal principe azzurro e promuove l’educazione femminile. Non c’è nulla di sbagliato.

Anzi. Potrebbe essere da spunto anche per varie superproduzioni statunitensi. Riprendo a proposito alcuni dei consigli che l’Huffington Post dà alla Disney paragonando l’eroina pakistana alla media dei personaggi femminili Disney e delle dinamiche in cui sono raccontate.

La protagonista di Burka Avenger combatte lanciando libri e penne come armi, enfatizzando l’importanza della cultura.
bookthrowPer lei i libri sono più di un oggetto con cui ballare.

tumblr_mnygqv5enh1s31vogo1_500 Durante il giorno la protagonista è Jiva, una timida maestra, ma quando deve combattere indossa il burka per nascondere la sua identità e lotta spavalda. A differenza di eroine come Mulan, il suo alter ego è comunque orgogliosamente femminile, senza bisogno di fingersi un uomo per diventare forte.

Burka_Avenger-Hi-Rez Le sue priorità sono lavorare e salvare il suo mondo. Quindi è un po’ troppo occupata per pensare alla sua immagine e innamorarsi del suo riflesso.

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Inoltre, combatte nemici reali, politici corrotti e mercenari sanguinari che limitano l’accesso all’educazione.
Tutto ciò fa sembrare una passeggiata streghe cattive, sorellastre maligne e l’impossibilità di andare al ballo.

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Chiaramente, qualsiasi sistema culturale fortemente legato a tradizioni e costumi religiosi improntati a un’ottica e un potere patriarcale non può essere liberato da un cartone animato. Si può però niziare a guardare alle rappresentazioni più facilmente diffondibili ( i pamphlet di filosofia li leggono in pochi ) come un altro genere di comunicazione che non per forza rinneghi la libertà delle scelte legate all’origine culturale delle donne stesse.

Il pensiero, parlando di eroine pakistane, va a Malala Yousufzai, giovanissima studentesta e attivista pakistana per il diritto allo studio delle donne nel suo Paese, precisamente nella città di Mingora dove i talebani vietano l’accesso all’istruzione alle donne.
Malala apre un blog dove documenta l’occupazione militare del distretto dove vive e in cui denuncia le privazioni a cui lei e le altre ragazze sono costrette. Decide di non stare alle regole dei talebani, alle regole del patriarcato, decide di andare a scuola comunque.
A ottobre 2012 viene aggredita da alcuni uomini armati sull’autobus scolastico che la sta riportando a casa. Le sparano contro, la feriscono alla testa e al collo. Ricoverata, i medici fortunatamente riescono ad estrarre tutti i proiettili.

L’attentato è rivendicato dai talebani pakistani che hanno dichiarato di vedere in questa bambina “il simbolo degli infedeli e dell’oscenità”.

Per lei e per le figlie di tutti i patriarchi pakistani Burka Avenger sarà una vera supereroina.

11 commenti

  • grave errore di partenza in questo articolo: travisamento completo del concetto di “relativismo culturale” – Non è assolutamente vero che “accetta” tutto come tradizione – Prende in considerazione le tradizioni specifiche di ogni popolo per spiegare che le diversità culturali derivano da processi storici diversi (particolarismo storico – si veda Franz Boas), non da fattori biologici di sorta (pensiero riconducibile al razzismo). Questo non per “accettare” qualsiasi cosa, bensì per spingere alla considerazione del punto di vista altrui al fine di evitare critiche e rifiuti “a priori” ed arrivare alla costruzione di un dialogo costruttivo tra culture. Le culture, come ci ricordano i principali antropologi, non sono “gabbie”: se riusciamo a creare un dialogo costruttivo, mettendo in discussione anche le nostre tradizioni (non sempre “civili”, come spesso ricordate nei vostri articoli), ci sono sicuramente maggiori probabilità di arrivare ad un punto di intesa.

    Nello specifico: è nostra sacrosanto diritto-dovere rifiutare l’ “imposizione” del burka (o qualsiasi altra forma di imposizione, alle donne ed agli esseri umani in genere), ma è un nostro preciso dovere (come anche voi fate) chiederci:

    * tutte le donne portano il burka per imposizione o, alcune di loro, lo portano per scelta?
    * sono più libere (e meno mercificate!) loro con il burka o noi con gli abiti succinti (a qualsiasi ora del giorno e della notte), i tacchi alti, i tabelloni pubblicitari (che sovente e giustamente denunciate)?

    la scorsa settimana cenavo in un ristorante ad Hyde Park a Londra e, francamente, ho avuto le seguenti reazioni:

    * rabbia, nel vedere alla “tortura” a cui dovevano sottoporsi le donne con il burka integrale per mangiare o bere
    * dubbio – non davano l’impressione di essere particolarmente “schiavizzate” – C’erano numerosissimi gruppi di ragazze con il burka (integrale,nero) che davano l’impressione di “essere uscite con le amiche per una pizza”: esattamente come facciamo noi – Unica differenza: l’abbigliamento diverso.

    Peccato questa premessa dell’articolo: rischiate di creare una contraddizione tra quanto asserite sul relativismo culturale ed i vostri articoli che, di fatto, tengono conto dei principi del relativismo culturale.

    “imparare a comprendere ciò che non possiamo accettare” // “il predominio di ciò che è familiare impoverisce chiunque” – Clifford Geertz

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    • In effetti il riferimento al relativismo culturale era improprio, ho modificato la svista, trovandomi in sostanza d’accordo con le notazioni del commento. Credo che considerazioni, rabbia e dubbi siano legittimi su questioni così complesse, probabilmente prive di un’unica risposta.
      “Imparare a comprendere ciò che non possiamo accettare” è una citazione particolarmente calzante: quanto dovremmo preoccuparci di questionare la scelta del velo e invece comprendere una scelta che non accettiamo su di noi?

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  • Caro recensore sappi che hai fatto un articolo nel quale hai paragonato l’imparagonabile, mi stai dicendo che le principesse Disney come per esempio bianca neve dovrebbe prendere a mazzate la regina o una Rapunzel pestare pesantemente con la sua padella Gothel …
    *prerpless*

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    • Se Biancaneve avesse preso a mazzate la regina avrebbe evitato un brutto coma da intossicazione alimentare.

      Seriamente: nel dare la notizia della nuova serie d’animazione pakistana, unica nel suo genere, il paragone con le narrazioni occidentali ( presa dall’Huffington Post ) non è poi così assurdo.

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  • Non ho capito se i paragoni citati sono dell’Huffington Post o dell’autore del pezzo, fatto sta che sono improponibili: il personaggio di Bella ama leggere, non balla coi libri (tanto è vero che la Bestia le fa dono della sua immensa biblioteca). E poi Mulan non ha bisogno di fingersi uomo per diventare più forte, è semplicemente calata in un altro tipo di trama che le rende obbligatorio questo stratagemma per accedere a un ambiente vietato alle donne. Tanto è vero che lei non diventa più forte fingendosi uomo, anzi viene apprezzata proprio per capacità (l’intelligenza e l’umanità) diverse dalla forza bruta che caratterizza il resto dei soldati. E’ un po’ la falsariga del film afghano Osama dove una madre traveste la propria figlia da ragazzo per garantirle studio e lavoro. E’ un po’ come paragonare arance con patate: non si può perchè sono personaggi che partono da presupposti e da sviluppi narrativi diversi!

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  • Sarà anche una scelta….ma è comunque una scelta che anche incosciamente viene imposta. Infatti chi ha deciso che le donne devono portare il burka ? Le donne si adattano e sono anche capaci di stare allegre e divertirsi…..come nel corso della storia si sono adattate a molte altre cose : la fasciatura dei piedi delle donne cinesi , il sutti indiano ….e potrei continuare ,tutte cose difese in nome del “relativismo culturale” Che però riguardava sempre le donne ,non mi risulta che ci sia un equivalente maschile del burka, e questa osservazione comunque vale anche per i tacchi alti e altro …..sempre cose inventate dagli uomini….ma in questo caso particolare elogiare il burka che è comunque un indumento scomodo ,limitante la libertà di movimento e nocivo alla salute ,perché il corpo ha bisogno di aria, mi sembra veramente un esagerazione !!!!

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    • In questo cartone animato la protagonista lavora come insegnante a volto e capo scoperto, poi quando deve combattere i suoi nemici si maschera ( come tutte le supereroine ) per celare la propria identità. Per farlo usa un burka, lo indossa sicuramente in modo ben diverso da donne costrette a corprirsi, lo fa con vitalità, energia, forza. Dona all’indumento una semantica differente da quella con cui di solito viene raccontato/vissuto, cioè con sottomissione, coercizione, repressione. L’articolo non mira a esaltare l’uso del burka, come in generale non è nostro solito sostenere i precetti di una cultura patriarcale, ma di valutare una produzione animata oggettivamente diversa da tutto ciò che è stato precedentemente raccontato dell’infanzia islamica. Esattamente come nel nostro sistema abbiamo sostenuto una manifestazione come la slutwalk o abbiamo detto “Stop Troiofobia” usando il termine “troia” normalmente inteso in senso maschile patriarcale rivoluzionandone i significati, come abbiamo indossato gli shorts che i maschilisti vogliono sia la causa dello stupro dicendo “gli shorts non stuprano”, allo stesso modo un cartone animato può raccontare la scelta di indossare il burka senza che questo sia per forza carico di significati negativi o svilenti.

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    • Si fa così tanta attenzione al fatto che sia una donna velata che solo in poche danno rilevanza al fatto che sia un’eroina che si batte per il diritto femminile allo studio ( lo stesso per cui è stata aggredita Malala Yousufzai, giovanissima attivista citata nell’articolo, anche lei velata ma non per questo meno rivoluzionaria ) e che il racconto abbia per protagonista uno dei pochi modelli femminili autodeterminati e indipendenti dalle gabbie della storia d’amore o dell’attesa di essere salvata/redenta/liberata del mondo islamico ( e non solo ).

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