L’omicidio di una prostituta ha meno valore?

Abbiamo spesso analizzato la comunicazione giornalistica quando si tratta di femminicidi (qui l’ultimo caso), e le parole disorientanti e colpevolizzanti che contraddistinguono il linguaggio degli articoli.

Anche in questo caso le parole del giornalista risultano tendenziose. L’autore dell’articolo uscito sul “Corriere Adriatico” davvero non si risparmia. La vittima dell’aggressione è una prostituta, e per questo può essere stigmatizzata.

Il giornalista mette subito in chiaro le cose: come spesso accade, colui che è accusato di aver compiuto l’omicidio, viene descritto come uomo per bene, persona integra, lavoratore modello su cui incombe la spada di damocle, un’immagine “offuscata dal sospetto che sia lui l’omicida“.

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Il presunto colpevole e la donna uccisa sono subito inquadrati:

Lui: titolare della ditta di prestigio; immagine di bravo ragazzo, con Suv e fama di astro nascente.

Lei: una prostituta

Di lei si sa solo questo, oltre all’età. Il fatto che sia una prostituta dice tutto, la identifica, la categorizza, la definisce come persona. Il giornalista ci restituisce solo un utilissimo accenno alla sua capigliatura “biondo platino”, come fosse in qualche modo coerente con la descrizione dei fatti.

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L’articolo continua e si evince come, al momento di salutarsi dopo la “prestazione a luci rosse”, a lei non bastino i 100 euro previsti. Noi non possiamo sapere come siano andare realmente le cose e quanto avessero realmente pattuito, nemmeno il giornalista, visto che come testimone di questi particolari abbiamo solo l’accusato di omicidio. Ma l’autore dell’articolo lo dà per scontato, tirando fuori pure una soluzione per quella che dipinge come un’avida prostituta che vuole mettere il cliente alle strette: “il tempo trascorso con lui avrebbe potuto impiegarlo per ricevere altri clienti che affollano la sua agenda di escort.“. Forse, chissà, facendo così non si sarebbe cercata la morte!

Ma gli articoli non dovrebbero riportare la realtà dei fatti senza illazioni?

Il giornalista, non contento di quanto scritto, cerca di trarre le conclusioni di questa vicenda: poiché l’uomo paga la donna anche per farsi vedere in giro con una bella ragazza, perché (poverino) non ha molto successo con le donne e lei gli piace, magari la prostituta lo ha ferito nell’orgoglio, forse con una battuta di scherno gli ha fatto capire di non provare nulla per lui, che invece è invaghito.

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Probabilmente la mala femmina ha colpito ancora, ferendo nel profondo la virilità del maschio.

Ma il  giornalista ci vede lungo: forse l’uomo ha voluto lavare col sangue un affronto ai sentimenti!

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Questa io la chiamo colpevolizzazione della vittima, che in quanto prostituta è colpevole due volte. O sarà forse la voglia di improvvisarsi romanziere?

In effetti, più che l’omicidio terribile di una giovane donna, pare un “giallo di ultima generazione che si rispetti
in cui il killer lascia l’autografo col sangue, neanche avesse firmato un’opera d’arte.

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Ma non esisteva un codice deontologico per l’Ordine dei Giornalisti da rispettare?

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