La donna con l’occhio nero

A Sassari realizzano un video per una campagna contro la violenza sulle donne. Si ripete un clichè  consolidato. Consolidato anche nella sua inefficacia, ma ormai diventato quasi l’unico modo in cui viene narrata visivamente la violenza sulle donne.
Sto parlando della donna con l’occhio nero.

Uno delle immagini del video http://lanuovasardegna.gelocal.it/sassari/cronaca/2013/06/17/news/no-al-femminicidio-donne-e-visi-sfigurati-per-lo-spot-denuncia-1.7273975

Una delle immagini del video

La donna con l’occhio nero e le sue varianti, donna con il volto tumefatto, con le mani davanti al viso, con il volto insanguinato, in lacrime, rappresentano l’iconografia tipica delle campagne contro la violenza sulle donne.

Scrive Giovanna Cosenza a questo proposito “È talmente ovvio, che ormai dovrebbero saperlo tutti, eppure – evidentemente – gli operatori sociali, le associazioni, le istituzioni che si occupano di violenza contro le donne e i consulenti che realizzano per loro queste campagne non l’hanno ancora capito. Dunque lo ripeto: non si combatte la violenza con immagini che la esprimono. Né si fanno uscire le donne dal ruolo di vittime se si insiste a rappresentarle come vittime.” (Fonte qui)

Rappresentate come vittime. Quei volti tristi e quelle ferite danno un’idea di rassegnazione, di passività, di persone bisognose di protezione, di soggetti deboli.
Il “sesso debole”.  Queste immagini alimentano lo stereotipo della maggiore debolezza delle donne e della loro conseguente subordinazione all’uomo forte.

In una sorta di estetizzazione della violenza il make up realizza ferite e cicatrici, come se la violenza fosse solo quella che si vede, come se fosse interesse solo di chi la subisce, non di chi la mette in atto.

In questa campagna sarda le protagoniste, come dice la regista, son le “donne della porta accanto”, ma solitamente i soggetti delle campagne “dall’occhio nero” sono ragazze giovani, belle, a tratti quasi ammiccanti, oggetti indifesi.

Imperativo di bellezza che non viene meno quando si parla di violenza, che non viene meno quando si parla di morte, come ci hanno insegnato le immagini che accompagnano le notizie di femminicidi.

Telefono Rosa; Una delle opere finaliste della campagna di informazione europea promossa da UNRIC, organismo delle Nazioni Unite; Consiglio dei Ministri; Segreteriato italiano degli studenti di Medicina

Telefono Rosa; Una delle opere finaliste della campagna di informazione europea promossa da UNRIC, organismo delle Nazioni Unite; Consiglio dei Ministri; Segreteriato italiano degli studenti di Medicina

Le donne che subiscono violenza sono vittime di quella violenza, ma non sono vittime in quanto donne, lo status di vittima non annulla tutto il resto, per questo motivo un’iconografia che perpetua lo stereotipo della donna debole, di conseguenza vittima o potenziale tale, è dannosa in quanto mette in atto una sorta di circolo vizioso, una spirale della violenza dalla quale non se ne viene fuori.
L’immagine della donna con l’occhio nero non sensibilizza contro la violenza, ma rimanda a un immaginario di violenza, rafforzandolo.
Come può una donna alla visione dell’immagine di un volto tumefatto o di un corpo nascosto in un angolino buio, sentirsi forte e pronta a reagire?

Quelle immagini ci dicono questo:

La donna con l’occhio nero non è capace di scegliere da sola. Non può decidere quando e se diventare madre. I medici obiettori sceglieranno per lei.

La donna con l’occhio nero non può indossare minigonne, scollature, non può uscire da sola la sera, potrebbe essere pericoloso, è per il suo bene, è debole, va tutelata.

La donna con l’occhio nero è una poveretta, è lì che aspetta che qualcuno vada a salvarla, un principe azzurro, un governo machista e la spirale di violenza riparte.

La donna con l’occhio nero è un’immagine funzionale a chi vuole privarci della nostra autodeterminazione e nello stesso tempo far finta di impegnarsi per noi promuovendo inutili provvedimenti contro il femminicidio, ma niente che lavori sulla prevenzione della violenza, niente che si impegni a garantire l’indipendenza, in primo luogo economica, delle donne.

Le donne non vogliono essere rappresentate sempre e solo come vittime, questo non le aiuta. Le campagne contro la violenza non dovrebbero rivolgersi solo a loro, ma anche a chi quella violenza la agisce, è principalmente a questi attori che dovrebbero parlare.

Forti e autodeterminate, come appaiono le donne in questa campagna delle Frangette estreme, dove in chiave ironica e non passiva, in quell’ambiente domestico che spesso è la loro prigione, le donne si prendono una piccola e grande rivincita.

Senza nome

Queste sono le campagne contro la violenza che ci piacciono, quelle in cui veniamo rappresentate come forti e combattive, quelle che il circolo della violenza cercano di spezzarlo, promuovendo la nostra autodeterminazione.

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22 commenti

  • Donne forti sì, ma non sarebbe meglio aggiungere anche: donne violente no? Nemmeno questa può essere ironia, come lo diciamo delle campagne con(tro) le donne. Altrimenti-mi pare- non si fa che ribaltare la polarità, senza arrivare ad un vero cambio di paradigma, cioè eliminare la violenza, parlare di soggetti entrambi liberi e che si rispettano, anche quando si lascino.

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    • si tratta di una campagna ironica, a me piace tantissimo perchè la trovo efficace e intelligente, lo spazio domestico e il ricorso agli elettrodomestici, rimandano alla violenza che si consuma in casa, ma anche alle donne “condannate” ai ruoli di cura. L’aspirapolvere, la lavatrice, gli elettrodomestici “delle donne” diventano strumento di una loro simbolica ribellione alle violenze.

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    • Sì, sono d’accordo. E comunque credo che in quelle pubblicità la donna non venga rappresentata come vittima in quanto donna, ma come vittima in quanto persona a cui viene usata violenza.

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  • Certamente. Io poi non approvo neanche le immagini in fondo al link in cui si mostra, seppure ironicamente, un violenza rovesciata della donna sull’uomo.

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  • Perché “la donna con l’occhio nero non è capace di scegliere da sola”? Francamente non lo capisco. Se ho un occhio nero è perché qualcuno ha scelto di farmelo: io non c’entro niente. L’occhio nero non afferisce alla sfera delle mie decisioni, a meno che non sia partita di corsa contro un pugno di proposito. L’occhio nero non racconta nulla di me: racconta che qualcun altro mi ha usato violenza. L’occhio nero racconta che genere di persona è chi lo ha procurtato, non chi lo riceve. Io posso essere cintura nera di karate, la donna più forte del mondo, eppure avere un occhio nero. Il fatto che una persona venga picchiata non va associato con la debolezza: non vengono picchiate solo le persone deboli. A volte, anzi molto spesso, le donne vengono picchiate proprio perché sono forti, perché si oppongono, perché sono autodeterminate e decise… Perché sono da sole contro un branco. Perché sono prese alla sprovvista. Perché stanno difendendo i propri figli. Perché stanno difendendo le proprie idee, nell’illusione di poter discutere a patole, in mondo primitivo che si relaziona ancora con gli schiaffoni. Che bisogno ci sarebbe di picchiare una sottomessa? Se è già sottomessa non ha bisogno di essere picchiata. Non sono neanche d’accordo sull’occultare le tumefazioni, perché è esattamente ciò che fanno le donne picchiate: si coprono, nascondono i segni, si vergognano. E si vergognano perché si sentono in colpa e si sentono in colpa a causa anche dell’idea che la vittima è “una debole”, una fallita, una incapace, una che non si è saputa difendere, una che ci è finita per una sua qualche mancanza caratteriale. Se fosse stata forte non le sarebbe successo. Se le è successo, se lo merita. Se se lo merita, non ha ragione di tirarsene fuori…
    Se avessi un occhio nero lo vorrei mostrare affinché si vergogni chi me lo ha fatto: non sono io che mi devo vergognare, e non sono le altre donne che dovrebbero venire a dirmi che la mia faccia con un occhio nero è la faccia di una donna debole. Questa è colpevolizzazione delle vittime. Secondo me.

    Concordo con Jessica che ha osservato: non si combatte la violenza con altra violenza. Io sono per la non-violenza, sempre e comunque. L’uomo disperato nella lavatrice o pronto ad entrare nel forno, nudo e indifeso, sinceramente, li trovo di cattivo gusto esattamente come trovo di cattivo gusto le vignette che ironizzano sulla violenza contro le donne. Non mi interessa la rivalsa e neanche la vendetta. Mi interessa costruire un futuro in cui non sia il più violento ad avere la meglio, un mondo in cui la violenza non è la soluzione ai problemi.

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    • Sono perfettamente d’accordo con ricciocorno schiattoso.

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    • giusto! infatti anche le ultime foto sono violente e non serve a niente mutare i ruoli, non c’è niente di ironico

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      • Appunto. Tanto più che mi sembra nocivo e inutile trattare un argomento come il femminicidio in maniera grottesca e goliardica come nelle ultime immagini del posto.
        Quindi per me anche gli ultimi manifesti sono da bocciare.

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    • Ricciocorno scusami ma l’accusa di colpevolizzazione delle vittime la trovo pesante e offensiva e gentilmente la rispedisco al mittente che secondo me frettolosamente ha tratto conclusioni. Conosco e apprezzo il tuo lavoro e di conseguenza quelle parole mi hanno fatto male. Detto questo secondo me stiamo ragionando su due piani diversi, quando scrivo “donna con l’occhio nero” sto parlando della donna del manifesto, della donna della compagna e dello spot antiviolenza. Quello che qui si critica è una campagna di sensibilizzazione, è sul quel piano che stiamo ragionando. Fare campagne sociali è una cosa difficile, la maggior parte di queste lasciano a desiderare, da quelle contro l’aids a quelle contro l’abuso di alcool, ecc…e le campagne contro la violenza sulle donne non fanno eccezione purtroppo. Ho citato Giovanna Cosenza proprio per dare un parere molto più autorevole del mio, le campagne che usano la violenza per combattere la violenza non funzionano. Non è la donna che viene picchiata ad essere debole, anzi come dici tu spesso è proprio la ribellione, la forza, l’autodeterminazione quella che viene punita con la violenza, ma quelle campagne comunicano il contrario. é la campagna ad essere debole, è la donna rappresentata in quei manifesti ad essere debole, non le donne reali ed è per questo che quelle immagini non sono adatte a raccontare la violenza. Quando ho visto quella della donna con il fiore in bocca mi ha fatto una rabbia incredibile, è l’ennesimo scempio compiuto sui nostri corpi. Dobbiamo tener presente che queste immagini non comunicano solo a un pubblico già sensibilizzato, ma hanno l’obiettivo di comunicare a un ampio pubblico e quello che comunicano secondo me è violenza. Una donna picchiata è vittima di quella violenza, ma rappresentandola SOLO come vittima viene trasformata in un oggetto di tutela e non in un soggetto di autodeterminazione (e non sto dicendo che una donna picchiata non può essere forte o autodeterminata, siamo sul piano di quello che intende comunicarci l’immagine e l’immagine vuole comunicarci che è debole e ha bisogno di qualcuno che se ne prenda cura!) Se io sono vista, rappresentata come vittima sarò oggetto di tutele, mi daranno una guardia del corpo, non mi faranno uscire di casa, ecc…
      “se avessi avuto un lavoro, se avessi avuto soldi l’avrei lasciato” questa è la frase che ho fatto mia, perchè presa da una esperienza di violenza di una donna e me molto vicina. La tutela delle donne non si realizza senza dare a queste la possibilità materiale di mettere in pratica la propria libertà. Per questo rimango convinta che quelle immagini siano dannose e forse funzionali a chi conviene questa immagine di donna bisognosa.
      Ho scritto anche che le campagne dovrebbero parlare e avere come soggetti anche e soprattutto coloro che compiono la violenza, perchè la violenza sulle donne riguarda soprattutto loro. Forse questo passaggio ti era sfuggito quando mi hai accusata di colpevolizzare le vittime.
      Comprendo invece la critica alla campagna delle Frangette, può non piacere o non essere condivisa nei modi. A me piace perchè secondo me il fatto che sia così esageratamente ironica e ridicola non rimanda alla violenza, io non ci leggo il messaggio rispondi alla violenza con la violenza infornando tuo marito, ma capisco le critiche.

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      • Sul fatto che certe campagne siano inutili, penso che concordiamo in tanti, e mi scuso se sono stata aggressiva. I manifesti servono a poco, qualunque cosa ci sia sopra, sebbene io concordi che ogni tanto sarebbe il caso di metterci anche l’altro attore della situazione violenta, tanto per far comprendere che le donne, i lividi, non se li fanno da sole. Oggi come oggi ci vorrebbero fatti, più che manifesti: alloggi rifugio, ad esempio, dove una donna possa scappare in tutta sicurezza. Perché sappiamo che allontanare da casa un uomo violento serve a poco, visto che quell’uomo sa dove tornare per vendicarsi di essere stato cacciato. E’ per quello che secondo me, parlare di autodeterminazione in questi casi, è difficile: una donna, da sola, a meno che non decida di imbracciare un fucile e liberarsi del suo tormentatore, che altre possibilità ha? E’ qui le deve intervenire la tutela dello Stato, perché io non mi rassegno ad una logica “occhio per occhio, dente per dente”. La trovo profondamente incivile. C’è bisogno di uno Stato che intervenga sequestrando le armi in possesso degli uomini denunciati per stalking, ad esempio. Uno stato che prenda sul serio le denunce per minacce, cosa che non fa. Uno stato che si metta in testa di fare qualcosa a proposito dei tempi biblici dei nostri Trubunali, che lasciano le donne che hanno denunciato in quel limbo che è il clima idale per la rappresaglia. Una scuola che si attivi per diffondere un diverso tipo di cultura, tutti quelli che si occupano di comunicazione – poi, a voi lo vengo a dire! lo sapete meglio di me! – dovrebbero prendere coscienza del problema della diffusione di determinati messaggi… tutto questo è tutela del cittadino, di qualunque cittadino, non solo delle donne. Forse abbiamo solo un modo diverso di attribuire significato a determinate parole: per me tutela è in un campo semantico positivo. I diritti fondamentali di un cittadino, fra i quali c’è il diritto a non subire violenza, vanno tutelati ed è la società che deve tutelarli, attraverso la diffusione di una cultura della non violenza e attraverso interventi ponderati. Credo sia fondamentalmente un problema di valore attribuito alle parole. Se diamo un significato diverso ad una parole, come ad esempio “tutela”, è ovvio che non ci capiamo…

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      • Sicuramente non era mia intenzione promuovere la logica dell'”occhio per occhio dente per dente”, quando ho usato le immagini della campagna delle Frangette l’ho fatto in assoluta buona fede, sembrerà strano ma l’idea che potesse suggerire una sorta di vendetta non l’avevo proprio presa in considerazione, a me suggeriva tutt’altro, ma adesso mi rendo conto che ho dato per scontata la mia lettura personale. Per il resto sì possiamo usare il termine tutela anche in senso positivo: i fondi ai centri antiviolenza, nuovi centri antiviolenza e case rifugio, nella mia regione d’origine c’è solo un centro antiviolenza e in quella vicina nessuno!reddito minimo per le donne o comunque per chi si trova in una condizione di dipendenza economica (questa cosa del reddito mi sta molto a cuore, forse per vissuto personale, ma l’indipendenza economica la ritengo il primo passo per permettere a una donna di non essere legata al violento), controcultura, educazione, io a scuola ci lavoro e come è massa male! ma anche quanto potenziale ha per mettere in atto il cambiamento! Ma quando sento il termine tutela mi viene da pensare ad esempio alle ronde, le ronde servono per proteggere i cittadini, istituiranno anche ronde per le donne? ecco è questo tipo di tutela che non voglio per le donne, è con questo significato che non voglio essere tutelata dallo Stato, voglio però che mi fornisca gli strumenti, materiali, economici, culturali, giuridici che mi permettano di essere libera e protetta, ma che non mi limiti per potermi proteggere.

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  • se sono queste le donne che vi piacciono, mi sa che non siamo più d’accordo.Vi seguo sempre con grande interesse ma in questi articoli mi cadono davvero le *****, perché sono così d’accordo su tanti punti di vista, trovo così argute e intelligenti tante affermazioni che di fronte a queste immagini banali e prive di criticità e la riposta pure al commento lasciato ( si capisce l’ assoluta mancanza di ascolto dato che è assolutamente scentrato rispetto a quanto scritto da Jessica) non posso che rimanere basita! Ma siete le stesse? Non è possibile! Non si può passare dal livello solito a queste campagne e articoli che saprebbe criticare anche un bambino. Per fortuna un “altro genere di comunicazione…”

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  • ah, forse non si capisce la critica. Criticabile proporre la violenza come risposta alla violenza, criticabile parlare di rivincita, criticabile vedere come una rivincita personale provocare male e dolore all’altro, criticabile è l’uso di immagini di donne stereotipate (cos’è essere truccate è segno di “autodeterminazione”?) ma soprattutto E’ DETESTABILE IN UN SITO DEL GENERE VEDERE RAPPRESENTATO IL RAPPORTO UOMO DONNA COME UNA GUERRA.

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    • Perfettamente d’accordo. Forse potrei tollerare una campagna di quel genere come pubblicità per degli elettrodomestici, ma una campagna contro il femminicidio? Assolutamente no. Allora perché criticare gli spot della Clendy con l’uomo che ammazza la moglie e viceversa.

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    • Annanot posso capire che le immagini di quella campagna possano non piacere, credo anche che le critiche si possano esprimere in un modo più pacato. Come ho già scritto su rispondendo a Ricciocorno io non ci vedo violenza o guerra tra uomo/donna. Il fatto che siano così palesemente ridicole e ironiche secondo me le solleva da questa accusa. Non vogliono comunicare vendicati mettendo il tuo uomo in lavatrice, ma che lo spazio domestico è spesso una prigione per la donna, è lo scenario più comune dove accadono gli episodi di violenza, la donna che ficca il marito in forno è quella donna che si ribella alla casa come prigione, alla violenza domestica. La lavatrice, il forno sono simbolici, così come lo sono i gesti. trattandosi di una campagna di comunicazione io personalmente la trovo efficace, ma potrei anche sbagliarmi, anzi viste le numerose critiche probabilmente non è così immediata come invece una campagna di comunicazione dovrebbe essere. Comunque io l’ho letta così e la mia lettura non ha alcuna pretesa di essere universale, ci mancherebbe! Per quanto riguarda l’uso di donne stereotipate, bhè questo credo proprio che non ci sia, non mi sembrano le classiche modelle taglia 38, sexy e ammiccanti.

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  • L’ha ribloggato su Elena.

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  • In effetti non mi dispiacerebbe vedere degli spot che spiegano come una donna che ha subito violenza si sia tirata fuori dal pericolo, facendosi forza, denunciando, rifacendosi una vita e rinascendo combattendo il dolore dentro di lei.
    Ce ne sono ormai a decine di donne che hanno subito violenza e si sono risollevate e questo sopratutto per le donne è, a mio avviso, uno dei messaggi più importanti, ovvero ribellarsi e rinascere oltre questa valanga di violenza.

    Parimenti vedrei bene anche degli spot sulle donne morte, le loro foto, le loro storie.
    Sarebbe un altro e ben più crudo modo di attirare l’attenzione.

    Guardando le immagini che hai postato delle foto degli “occhi neri” (chiamiamole cosi) sembrano molto delle… foto d’autore artistiche, non so se mi spiego, intendo solo che sembrano indicare altro e non la violenza che spesso è anche solo psicologica.

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    • >>Parimenti vedrei bene anche degli spot sulle donne morte, le loro foto, le loro storie.
      Questo non credo che si possa fare senza l’autorizzazione delle famiglie delle vittime. Poi tenete conto che i manifesti delle campagne pubblicitarie (anche di quelle progresso) devono essere immediate e fare capire subito alla gente di cosa di sta parlando. Non si possono scrivere dei papiri.

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  • >>sono ragazze giovani, belle, a tratti quasi ammiccanti, oggetti indifesi.

    Ma dove? Non mi sembra proprio che tutte le donne dei manifesti siamo giovani e belle. Giovani, giovani mi sembrano le prime due, bella, secondo i canoni imperanti, forse solo la seconda. Ammiccante assolutamente nessuna.

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