Corpi che rivendicano il diritto a esistere ed essere guardati

I corpi femminili sono usati per vendere prodotti, ma nello stesso tempo vendono un’idea, quella della perfezione.
La rappresentazione e la visibilità sono concesse solo ai corpi perfetti, dove il termine perfetto e il termine bello diventano intercambiabili.
Quella che comunemente oggi viene chiamata bellezza, ma che in realtà è solo moda, temporalmente e spazialmente delimitata, viene a coincidere con la mancanza di difetti e la perfetta adesione a canoni stabiliti.
Corpi non conformi al modello, perché grassi, bassi, deformi, vengono esclusi da ogni rappresentazione, vengono sottratti allo sguardo pubblico.

Jes Sachse è una ragazza canadese di 25 anni, studentessa, fotografa, artista, affetta da una sindrome genetica.
Jes ha rivendicato su di sé quello sguardo che viene solitamente negato a chi ha un corpo “diverso” posando per il fotografo Holly Norris nella serie American Able.

meetjesAmerican Able è un progetto del 2010 realizzato per una mostra a Toronto. Gli scatti sono una parodia delle pubblicità del noto marchio American Apparel, in gergo “spoof”, ovvero una finta campagna pubblicitaria. La scelta è ricaduta su un marchio che si pubblicizza attraverso una forte sessualizzazione dei corpi, in particolare quelli femminili, per mettere in evidenza il forte contrasto tra la sessualità iper-esposta nei media, nelle pubblicità, nei discorsi pubblici e l’invisibilità a cui sono condannate le donne con disabilità, alle quali la sessualità invece viene negata.

Alle donne con disabilità non viene concessa alcuna rappresentazione nello spazio pubblico, sono invisibili, non compaiono nelle pubblicità, non le vediamo in televisione, semplicemente non esistono o esistono limitatamente ad alcune giornate ed eventi particolari, quelli in cui si parla di disabilità o in cui si raccolgono fondi.

Negli scatti della serie American Able Jes Sachse appare ironica, sorridente,indexsicura di sé e sexy.  Le foto sessualizzano il corpo di Jes, compiendo un’operazione che solitamente non viene concessa ai “corpi disabili” o non conformi alla norma socialmente accettata. Abbracciata a un ragazzo, in biancheria intima, in pose provocanti e sensuali, Jes attira su di sé lo sguardo e costringe chi la guarda a modificare la propria percezione sul “corpo con disabilità”, ad accettarlo come normalità, quella normalità dalla quale a torto è escluso.

Il “corpo con disabilità” è considerato solitamente malato, oggetto di cure, di tutele, in American Able invece appare in una dimensione de-medicalizzata, inserito in quel contesto pubblicitario nel quale siamo abituat* a vedere corpi “perfetti”, costringendoci così a riflettere sull’esclusione dei soggetti con disabilità dalle rappresentazioni pubbliche e sulla percezione che la società ha nei loro confronti.
Le donne con disabilità vengono considerate eterne bambine, asessuate, costrette spesso a un abbigliamento che le infantilizza, che nasconde le loro forme; al massimo queste donne possono posare per un calendario di beneficienza, ma mai in pose sexy, perché il loro corpo viene percepito dalla società come poco desiderabile.

jesandboy

Jes Sachse ci dimostra il contrario, ci dimostra che si può avere un corpo “diverso” ed essere sensuali, ci racconta che il suo corpo, come quello di tutte noi, ama e desidera, ci insegna che negare a quel corpo la rappresentazione, o imporgli una rappresentazione infantile e asessuata, significanegargli il diritto alla sessualità.

Immagine del video Body Language

Immagine del video Body Language

Rivendicare su di sé gli sguardi. Jes Sachse lo fa in maniera più diretta, ma nello stesso tempo più intima, nel video Body Language da lei realizzato.

Svela le sue paure e svela il suo corpo. Un corpo che appare potente, solido, morbido, sensuale.
Jes invita tutt* a guardare il suo corpo, a smettere di fissarlo e iniziare a guardarlo.
La “normalità” diventa così un concetto che siamo costrett* a ripensare in direzione inclusiva.
L’unico modo per renderlo inclusivo consiste nell’eliminarlo, perché la definizione di normale esiste solo grazie alle definizioni di imperfetto, deforme, deviato, patologico nel momento in cui queste categorie vengono rivendicate chiedendo visibilità lo stesso concetto di “normale” non ha più ragione di esistere.

Body Language

Traduzione testo del video presa da qui

Linguaggio del corpo
di jes sachse
Dal giorno in cui subii la fusione spinale da bambina, la mia colonna vertebrale fa resistenza sotto la pelle. Ho deciso di posare nuda su questa gru. Ero, e sono, proprio come voi. Sento. Rido. Amo. Cresco.
Quando mi dite che sono coraggiosa, non crediate che non abbia paura.
Avevo paura anche quel giorno. Il giorno che mi sono strappata i vestiti di dosso e ho iniziato a fare le foto. Se vi importa di capire, dovete sapere che non l’ho mai fatto: permettervi di vedermi nuda. Non mi sono neanche mai permessa di vedermi nuda, ma avevo bisogno di capire che cosa avevano da fissare tutti gli altri. Così quel giorno ho guardato. Con estrema attenzione, a lungo, fotogramma dopo fotogramma.
Sola, piena di cicatrici, bella.
Avete paura? Io ho paura ogni volta che cerco di amarmi completamente.
Se volete capire, dovete sapere che non c’è altro. Voglio che siate impaurit*. Voglio che guardiate queste foto e vediate voi stess*, e voglio che immaginiate di amare tutto. Ogni neo, ogni cicatrice.

Leggi anche:

Donne e disabili. Una doppia discriminazione?

Per approfondire
Qui un video (in spagnolo) di una conferenza di Beatriz Preciado in cui la disabilità, fisica e psichica, viene presentata come costruzione sociale e culturale avviata a partire dal XIX sec. I discorsi e le rappresentazioni definiscono cosa si intende per corpo patologico e cosa per corpo normale dove ciò che caratterizza il corpo patologico è la mancanza di accesso all’apparato di produzione di significato e alla pratica di governo.

15 commenti

  • L’ha ribloggato su Elena.

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  • sembrerà banale ma la prima parola che mi è venuta in mente è stata: wow (che neanche è una parola…). mi ha lasciato senza fiato e senza parole. le sue parole così reali. Eppure nessuno sembra volerci pensare mai.

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  • Ottimo articolo su un lavoro molto interessante. Peccato per quegli asterischi che simulano un genere “neutro”. Proprio non si possono vedè

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    • Gli asterischi non simulano un genere neutro. Vengono utilizzati perché ci si riferisce a tutt* indistintamente, senza utilizzare il vocabolario sessista presupposto dalla lingua italiana (con un maschile totalizzante) e di molte altre lingue.

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  • C’è però da segnalare che per essere visibile, anche l’artista in questione, ha dovuto spogliarsi. Sicuri che sia una riappropriazione del corpo e non l’ennesimo uso di esso, nudo o in lingerie, conforme ai paradigmi della pubblicità (che sono ambosessi, peraltro)?

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    • Credo che più che per essere visibile l’abbia fatto, come è anche scritto negli scopi del progetto, per modificare la percezione che le persone hanno delle donne con disabilità, queste solitamente vengono viste come malate, da curare, eterne bambine asessuate. Invece l’artista vuole rivendicare la sua esistenza di donna “sessuata”, vuole porre l’attenzione sul diritto alla sessualità troppo spesso negato e vuole anche aprire il nostro sguardo a un’idea di sensualità più ampia, che vada al di là di quella che ci viene spacciata come perfezione. E in questo secondo me riesce perfettamente.

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  • @Marco per me la differenza è tra il prorporre un corpo in una situazione stereotipata non come individuo, ma come ideale e l’espoesi come individuo, in questo secondo caso lo stereotipo viene rovesciato, un po’ come quella blogger americana che ha posato in uno shooting scimmiottando le immagini stereotipate di abecrombie ma con un corpo plus size (che il brand rifiuta come ‘non cool’) con l’intento di rovesciare il loro stereotipo. La differenza è nell’intento.

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  • Se si vuole cambiare tutto questo, se si vuol vedere realizzata una delle tante forme di democrazia necessarie e ormai in via d’estinzione, se si vuole un’educazione che sia individualista e individualizzante e che permetta lo sviluppo della sessualità che sta in ognuno di noi, senza andare a rinchiuderla e soffocarla in stereotipi, allora occorre partire dalla critica non di come sono fatte le pubblicità, ma di come è fatta quella scuola che non insegna ai bambini a guardare la televisione facendo in modo che si crei una netta e spessa barriera tra il contesto reale e quello del messaggio televisivo, che per necessità di spettacolarizzazione tende ad essere irreale e disorientante. Bisogna valorizzare i bambini nelle proprie capacità a partire dalle elementari, e non pretendere che questi trovino la propria strada privati di stimoli e abbandonati nella giungla di un mondo così complesso ed evoluto, gonfio di messaggi contrastanti e difficili da comprendere; bisognerebbe attivare un massiccio interventismo istituzionale sulle mentalità, insediandosi pianissimamente in quella che è la dimensione dell’educazione. E’ solo “a partire dal cuore di ogni singolo che cambia il mondo”, e non viceversa.
    Quindi brava ‘sta Jes, ha cambiato il proprio cuore, si è mostrata, ha trovato la propria sessualità.
    Ora sta a tutti quegli altri che ancora non l’hanno fatto.
    Giulia

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  • ciao io ho postato la mia esperienza sull’argomento e ho parlato del vostro artiocolo sul mio blog in questo post, spero nn vi dispiaccia: http://luxhandmade.wordpress.com/2013/06/21/rivenditico-il-diritto-di-amarmi/

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