Donne, è colpa vostra se non denunciate!

Uno stupro e un ennesimo femminicidio che conta più di venti donne uccise dall’inizio dell’anno. Ho scelto di non linkare la notizia per non speculare sull’ennesimo atto criminale compiuto verso una donna. Un atto di una violenza inaudita con le stesse dinamiche: lei aveva denunciato il suo ex per maltrattamenti e minacce, ma le forze dell’ordine non avevano fatto nulla per difendere la donna. Nel salotto pomeridiano “la vita in diretta” si parla proprio di questo episodio. Si descrivono tutti i minimi dettagli ma pochi in studio fanno presente che lei aveva già denunciato.

La conduttrice e alcuni ospiti si rivolgono alle donne in casa, tra cui molte vittime di violenze, intimandole di denunciare al più presto perché saranno le prossime vittime. Ma la conduttrice e tutto il cast hanno la minima idea di cosa stanno parlando?

Si parla di donne uccise e l’unica cosa che viene proferita è il consiglio di denunciare?

Se in un paese come questo non ci sono strumenti per aiutare le donne vittime di violenza come si può consigliare alle donne una via che porterà solo i loro persecutori a vendicarsi e quindi ucciderle?

Si fa appello a rivolgersi ai Centri Antiviolenza che stanno pure chiudendo per mancanza di fondi,

Si fa appello al fatto che il governo deve fare una legge per punire il femminicidio. Questo argomento puzza tanto di campagna elettorale, come quando si parlava di stupri compiuti da extracomunitari. Infatti, come si fa a fare una legge che introduce un incremento nella pena se la maggior parte degli uomini violenti poi s’ammazza?

Questo è un problema culturale: è un Paese che  non allontana i violenti perché evidentemente non reputa così importante la vita delle donne e perché evidentemente considera le donne come delle proprietà. Qualcuno, poi, fa appello al cambiamento culturale. L’unico intervento azzeccato, ma in un contesto del tutto sbagliato: la televisione. Perchè sbagliato? Perché la tv per 30 anni ha contribuito a rappresentare un’immagine offensiva delle donne, a legittimare la mancanza di rispetto che gli uomini dovrebbero avere delle donne, rappresentate unicamente come oggetti sessuali e fenomeni da baraccone.

La tv continua ad imporre un modello di donna che si avvicina ai desideri dell’uomo e le donne vengono ammazzate perché non si conformano a tali desideri imposti. E’ questa la cultura che sta alla base della violenza di genere: un insieme di rappresentazioni che tolgono soggettività alla donna e legittimano ogni forma di violenza e dileggio.

Sentire un programma televisivo che colpisce le donne, che le accusa di essere conniventi con i loro carnefici, che le accusa di essere colpevoli perché non denunciano a me fa star male e posso immaginare cosa proverebbe una donna che sta subendo violenza ma non denuncia perché ha paura di trovare il suo assassino alla porta, oppure una donna che ha denunciato tantissime volte e che continua ad essere percossa perché nel nostro paese tutto ciò è accettato.

La stampa, nel commentare gli episodi di violenza, utilizza un linguaggio addirittura peggiore. Non viene fatto mai accenno al fatto che si tratta di violenza di genere, etichettando femminicidi e maltrattamenti come reati passionali, nati dal troppo amore verso la vittima, con particolari macabri e quant’altro al fine di giustificare il carnefice e far passare la donna come colpevole; lo stesso che avviene quando vengono descritti gli episodi di stupro: minimizzati. Gli articolisti si limitano raccontare solo le ferite fisiche guaribili in un paio di giorni, mentre la sofferenza psicologica durerà per tutto il resto della vita, giustificandoli perchè la vittima era bella, era svestita, era ubriaca, rientrava a casa tardi, era sola…eccetera. Non è un problema di cinismo comunicativo perchè, come spesso notiamo, quando la vittima è una madre o il carnefice è straniero i giornali tendono a descrivere la violenza  senza alcuna minimizzazione e giustificazione verso il reo.

E’ un problema culturale che non aiuta cero le donne ad uscire dal circolo della violenza. I media dovrebbero essere consapevoli di ciò che stanno veicolando e dei danni che rischiano di causare. Riporto un’intervista al papà di Stefania Noce, pubblicata nel quotidiano LiveSiciliaCatania:

C’è una difficoltà forte tra chi fa informazione a commentare con leggerezza e ignoranza un fenomeno complesso. E’ proprio questa forma di cattiva informazione che consente ancora a molte donne di rimanere nel maltrattamento e nella violenza. La cattiva informazione uccide due volte le donne.

3 commenti

  • Non generalizziamo: non tutti gli uomini che attentano alla vita della ex moglie si uccidono! Gli omicidi-suicidi sono solo una parte dei femminicidi, che invece, spesso, vengono occultati dal colpevole. Su tutti ricordiamo l’efferato omicidio di Jennifer Zacconi, sepolta ancora viva. L’uomo che raccontava di amarla quella sera fece anche una telefonata alla madre, fingendosi preoccupato di non riuscire a rintracciarla. O il tentato omicidio di Francesca Baleani, buttata nel cassonetto dell’immondizia e salvata da un passante che credeva di sentir miagolare un gattino: dopo averla massacrata di botte l’ex marito se ne è andato serenamente in ufficio. Oppure il caso di Maria Anastasi: il marito, insieme all’amante, la uccidono, danno fuoco al corpo e poi cercano di convincere i figli a produrre falsa testimonianza. Spesso il femminicida è recidivo: ne uccide più di una. Vogliamo parlare del signor Manzato? Che dopo essere finito in carcere per il tentato omicidio della prima moglie riesce ad uccidere la seconda? La lista è lunga e piena di dettagli macabri e dolorosi: non facciamo cattiva informazione, non raccontiamo che il povero omicida disperato tenta di togliersi la vita, perché non è sempre così…

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    • il povero omicida disperato? e chi ha parlato di povero omicida! cattiva informazione la fa chi usa in maniera strumentale il dramma dei femminicidi per proporre leggi inutili, come personalmente ritengo l’aggravio di pena per i femminicidi, che dimostrano solo la assoluta mancanza di conoscenza degli aspetti sociali e culturali che costituiscono questo reato. I femminicidi che hai menzionato li conosciamo, di alcuni di questi ne abbiamo parlato su questo blog. Non mi sembra corretto dire che facciamo cattiva informazione.

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  • Non ho detto che fate cattiva informazione, altrimenti non vi leggerei. Però scrivete: “come si fa a fare una legge che introduce un incremento nella pena se la maggior parte degli uomini violenti poi s’ammazza?” Allora la mia domanda è: ci sono delle statistiche che dimostrano che al femminicidio è associato nella maggior parte dei casi il suicidio dell’omicida? Ve lo chiedo perché non lo so, non ho mai letto nulla del genere. Una volta, parlando con una operatrice di un centro antiviolenza, questa mi raccontava che le capitava spesso di accogliere diverse vittime dello stesso carnefice e che questo fatto l’aveva portata a concludere che una delle caratteristiche di questo genere di violenza è la recidività. Il fatto che il medesimo uomo adotti le stesse modalità aggressive con donne diverse, in modo quasi seriale, a mio avviso mette in discussione l’aspetto eccezionale che si vuole dare a questi eventi, ad esempio descrivendoli come “raptus”, o “momenti di follia” dipendenti da una particolare relazione nella quale a causa di entrambi si sono instaurate particolari dinamiche… Sul fatto di inasprire la pena per un determinato reato, bisogna tenere da conto il fatto che, ad esempio, il nostro ordinamento prevedere come aggravante il fatto che un omicidio avvenga per “motivi razziali”, punendo con una pena maggiore se si ravvisa come movente l’odio razziale. Il proporre una aggravante specifica per il femminicidio significherebbe, ragionando per analogia, riconoscere il fenomeno culturale dell’odio di genere, ponendolo sullo stesso piano.

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