L’università della Calabria ritiene superfluo il corso di “studi di genere”

In gran parte del mondo esistono corsi universitari dedicati agli studi di genere. In Italia, paese che occupa l’80esimo posto nel mondo per parità tra uomo e donna e dove il sessismo è una realtà ancora troppo radicata nel nostro Paese, alle donne italiane ci tolgono anche gli strumenti utili per affrontare violenze di genere e sessismo, per studiare la questione femminile e di fare ricerche sugli studi di genere. Questo perché nel nostro Paese, malgrado le statistiche, i corsi di studi di genere sono ritenuti inutili.

Ed ecco che nella Facoltà di Sociologia dell”Università della Calabria viene tagliato via il corso studi di genere perché ritenuto superfluo. Questo corso è stato aperto 12 anni fa e Laura Corradi che tiene la cattedra di questa  disciplina non è stata nemmeno informata. Malgrado la partecipazione alta a questo corso, la rarità di questi corsi di studio sul territorio italiano e l’alto grado di disparità di genere nel nostro Paese che va dal femminicidio, la violenza di genere,  la discriminazione delle donne sul lavoro e in famiglia, la marginalizzazione delle donne nella vita politica fino all’omofobia, la lesbofobia,  la transfobia e i pregiudizi sulla sessualità femminile, in Italia queste sono cose di cui non si dovrebbe interessare nessuno. 

Il femminismo e gli studi di genere qui non sono visti di buon occhio. Nel nostro Paese, il sessismo è talmente radicato che è sicuro che la causa della chiusura del corso “gender studies” deriva proprio dallo stesso sessismo che semina violenze e discriminazioni nei confronti delle donne. Il maschilismo radicato nel nostro Paese teme qualsiasi disciplina che possa dare visibilità alle donne, memoria storica e qualsiasi ricerca che possa affrontare il problema del machismo. Inoltre tantissimi studenti e studentesse e l’insegnate che deteneva il corso hanno subito una pesante e intollerante discriminazione.

Ma di cosa si occupava il corso?

Riportiamo di seguito l’intervista a Laura Corradi, a cura di Stefania Prandi, uscita su Il Fatto Quotidiano:

Perché vogliono chiudere il corso in cui insegna?
Ho saputo in questi giorni che la decisione di cancellare il corso è stata presa due anni fa mentre ero all’estero per ricerca. Si sono dimenticati di informarmi, neanche una telefonata o una mail. Alla base della decisione c’è un decreto ministeriale che chiede di sfoltire i corsi superflui, il che avviene con le solite logiche accademiche per cui trionfano gli interessi degli ordinari e delle persone a loro vicine. E inoltre c’è una svalutazione tutta italiana del lavoro delle donne: ho passato anni a correggere compiti di centinaia di studentesse, scritti a mano perché non avevano i computer, in un italiano da paura.

Quante sono le allieve del corso?
Il corso è stato messo in opzione con una nuova materia, “Famiglia e mutamento”, e nello stesso orario in cui le studentesse hanno corsi obbligatori. Quest’anno soltanto 15 allieve. Lo scorso anno, però, erano una cinquantina.

E negli anni precedenti?
Durante tutto lo scorso decennio ho avuto circa 100 studentesse all’anno alla sede centrale dell’Università della Calabria e altrettante (un anno addirittura 160) a Crotone nella sede distaccata, che è poi stata chiusa per mancanza di fondi. Da parte delle ragazze c’è sempre stato molto interesse ed entusiasmo. Finalmente per loro era diventato possibile parlare di differenze e disuguaglianze di genere, di sessualità, di libertà e di fare empowerment in classe.

Che cosa si studia nel corso di Studi di genere che sta insegnando all’Università della Calabria?
Il corso è il frutto di 25 anni di didattica su questi temi. Ho insegnato dalla sociologia della famiglia e delle sessualità fino agli studi sulla costruzione sociale delle differenze di genere. Il corso è molto interattivo, con diversi spunti teorici, ospiti, interviste via Skype, audiovisivi, laboratori. Guardiamo al locale ed al globale, per esempio attraverso le pubblicità, con un approccio ‘intersezionale’, affrontando cioè le diverse rappresentazioni di genere e le varie forme di sessismo con il razzismo, il classismo, l’eteronormatività, le discriminazioni fondate sull’età. Inoltre analizziamo le problematiche principali legate a violenza, pedofilia, impatto della crisi sulle donne, prostituzione e via dicendo.

Lei è un cervello in fuga ritornato che ora si ritrova a fare i conti con la solita struttura nepotista e non meritocratica dell’Università?
Quando sono rientrata in Italia ho avuto problemi enormi proprio per queste ragioni, non riconoscimento del merito, un mobbing durissimo e la richiesta esplicita che me ne andassi perché rappresentavo un ostacolo per i giochi di potere in corso. Preferisco non parlarne, diciamo che sono riuscita a restare ma fortemente penalizzata: a 35 anni ero lecturer all’Università di California, oggi a 53, dopo 18 anni supplementari di didattica, avendo anche triplicato le pubblicazioni, sono ricercatrice nell’Università di Calabria. Sembra uno scherzo, ma è la realtà.

Che cosa pensa di fare se chiudono il corso?
Continuerò a lavorare sul piano internazionale dove le cose vanno decisamente meglio. Qui non so cosa farò, spero che capiscano di aver fatto un grosso errore, che danneggia le studentesse e l’immagine stessa della nostra università.

 

3 commenti

  • Solo uno: pazzesco!

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  • L’articolo che annuncia la chiusura del modulo che racchiude l’intera intervista alla Dott. Corradi è sul fatto quotidiano. Consiglio a tutt* quell* che hanno un po’ di pelo sullo stomaco di leggere i commenti lì presenti.

    Io sono tra le fortunate che ha avuto l’occasione di seguire un seminario universitario sui gender&queer studies, in cui mi sto specializzando, organizzato da un docente illuminato, anche se purtroppo non ha avuto il seguito che si sperava. Mi ritrovo molto nei commenti di chi dice che purtroppo riguardo ai gender studies c’è molta poca informazione e troppa disinformazione.

    Ho riso, con amarezza, quando ho letto di persone (spero troll) convinti che i corsi universitari di gender studies formino un’armata femminista per schiacciare (definitivamente, dicono) l’uomo. Purtroppo per queste persone, è dal movimento femminista che è nata la riflessione teorica e l’approccio pratico ai gender studies e da lì molto spesso si parte e si deve partire, cioè da chi fino a quel momento non ha avuto voce. I meccanismi che regolano i rapporti (di potere e non) tra i sessi erano già stati analizzati da certa antropologia decenni prima degli anni ’70, solo non vi si era mai approcciati criticamente da un’ottica femminile.

    Triste: più una cultura è genderizzata meno spazio viene lasciato per disquisire su tale genderizzazione. Lo vediamo tutti i giorni, no?

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  • L’ha ribloggato su Elena.

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