Le chiamano liti

Trovata morta con il cranio fracassato. Questo è l’ennesimo episodio di femminicidio, fenomeno che ormai-per numero di vittime-ha superato la strage delle mafie. In Italia si muore per motivi di genere, come è toccato ad Alessandro Polizziucciso perchè ha cercato di salvare la sua fidanzata, viva per miracolo. La violenza di genere, quasi totalmente contro le donne, è un fenomeno culturale. La cultura sessista e misogina del nostro Paese vuole ancora che, nonostante il numero delle vittime, non se ne parli.

articolo

Il linguaggio dell’articolo ha un’arma a doppio taglio: l’ex marito viene descritto come “marito” avvalorando la credenza secondo la quale è inaccettabile che lei abbia chiesto la separazione e sottintendendo che lui era ancora il marito, come se la relazione non fosse finita e come se lei “appartenesse ancora a lui” nonostante si fosse separata. Inoltre, l’articolo  fa di tutto per farli passare come delle liti come se la vittima fosse in qualche modo colpevole o connivente e come se la sua morte fosse avvenuta per errore durante un violento battibecco. Inoltre le liti avvengono “a parole” e il fatto che il linguaggio giornalistico classifica brutali violenze come delle liti mi fa pensare non solo ad una giustificazione ma a un’attenuazione della violenza. Vediamo cosa è una lite:

lite s. f. [dal lat. lis litis]. – 

1. 

a. Contesa aspra e violenta a parole, contrasto animoso tra due o più persone; è di solito più accesa e grave del litigio, con espressioni irose, offensive, con grida e minacce: attaccare lite; è un tipo che attacca l. con tutti (v. anche attaccalite); non è il caso di fare una l. per così poco; la l. è nata (o sorta, scoppiata) per un malinteso; spesso le l. finiscono a botte. 

b. ant. Nell’uso letter., anche gara in genere. 

c. poet. Duello, prova d’armi fra due cavalieri: E sta sospeso in aspettando quale Avrà la fera l. avvenimento (T. Tasso). 

2. Controversia giudiziaria, sinon., ormai disusato, di causa: muovere, intentare l. a qualcuno; essere in l. con uno per motivi d’interesse; implicarsi, immergersi,affogare nelle l.; vincere, perdere la l.; giudicare, decidere una l.; comporre o conciliare una lite. In partic., in diritto, l. temeraria, espressione con la quale si indica la condizione di chi agisce in un giudizio civile con malafede o colpa grave, senza quindi la normale prudenza; comporta, per la parte perdente, la condanna al risarcimento dei danni.

Raramente le donne muoiono dopo liti o omicidi passionali-altro termine che nel corso dei nostri post abbiamo denunciato in quanto frequente nel linguaggio giornalistico. La morte di una donna per mano di un uomo con cui aveva una relazione sentimentale è l’apice di un lungo percorso di violenze e maltrattamenti che si sono manifestati nel corso della relazione. Dalle botte, dalle minacce, le violenze psicologiche, infine c’è lo stalking che è il preannuncio del femminicidio. Reato sempre più frequente, come testimonia il numero sempre più alto di denunce.

Lo stalking è stato inserito da poco nel codice penale italiano, molto in ritardo rispetto ad altri paesi che lo hanno riconosciuto almeno 15 anni prima e le leggi raramente sono applicate malgrado 2 casi su 5 finiscono con l’uccisione della vittima. Stesso accade anche in caso di omicidio, dove spesso gli autori se la cavano grazie al fatto che vengono classificati come omicidi preterintenzionali, liti sfociate in tragedia. Questo significa quanto il nostro Paese fa poco per prevenire la violenza sulle donne. Perché ancora oggi nell’opinione pubblica sia all’interno dei tribunali che nel linguaggio delle persone e dei media, il fenomeno della violenza di genere non è ancora riconosciuto, sopratutto quando parliamo di violenza domestica (che non è presente nemmeno nel codice penale).

La sensibilizzazione contro la violenza di genere dovrebbe partire già dai media e dal loro linguaggio. E’ veramente assurdo che i giornali descrivano un femmnicidio come un omicidio passionale o dei maltrattamenti in famiglia come una lite. Oppure che descrivano un stupro di una donna partendo dal presupposto che lei era consenziente o che se l’è cercata. Questa io la chiamo “negazione della violenza di genere” ed è un fenomeno gravissimo perché preclude una riflessione e induce gli uomini a prendere distanza dal fenomeno e isolare i violenti. In questo modo sarà impossibile sconfiggere la violenza sulle donne.

E’ utile che i giornali parlino di questo fenomeno anche solo attraverso l’utilizzo di locuzioni esatte. Sarebbe positivo se i giornali non descrivessero un episodio di violenza contro le donne come un fatto individuale, ma utilizzassero la vicenda per aiutare quelle donne che stanno subendo maltrattamenti a denunciare o a rivolgersi a centri anti-violenza. Magari pubblicando la lista dei centri antiviolenza che operano sul territorio nazionale o il numero 06.37.51.82.82 (del Telefono Rosa contro lo Stalking) o l’ 1522 contro la violenza.

E’ utile che il governo si impegni in campagne sociali per condannare e contrastare il fenomeno e promuovere misure di tutela per le donne, come rivolgersi ai centri di ascolto. Ma in Italia non c’è chiarezza sul fenomeno e malgrado sia frequente viene ancora sottostimato, come se una parte del Paese fosse connivente.