Sulla spettacolarizzazione delle vittime di femminicidio

Il femminicidio di Reeva Steenkamp per mano del suo compagno Oscar Pistorius è
stato ampiamente dibattuto nei giorni scorsi. In particolare, vi rimando
all’articolo di Chiara qui e al nostro post collettivo qui.

Negli ultimi dieci giorni ho monitorato le copertine delle edificanti riviste
che vengono proposte alle persone in attesa di colloquio negli studi dove
lavoro. Si tratta ovviamente di tesate di ampio respiro internazionale, quali
“di più”, “chi”, “visto” e via spettegolando. Ho riscontrato numerosi elementi comuni:
il protagonismo assoluto dell’assassino rispetto a quello dell’assassinata, il
ricorso a vocaboli che rimandano alla sfera affettivo/emotiva (uno su tutti, la
gelosia) per tentare di fornire alibi alla gravità del fatto; la mancanza di
una seria riflessione sul fenomeno del femminicidio e sulla sua pervasività in
tutti gli strati sociali e culturali; la collocazione della notizia nella
sezione “cronaca” delle riviste anziché in quella, più appropriata, di
“società”; la sessualizzazione della vittima, la quale viene immancabilmente
presentata in abiti succinti e pose ammiccanti. Tutto questo contribuisce a
distogliere l’attenzione dal fatto reale, spettacolarizzando quella che in
realtà è una profonda tragedia personale e sociale.

La verità è che una consistente fetta della nostra società non è pronta ad
affrontare il fenomeno femminicidio. Significherebbe rimettere in discussione
noi stessi, il nostro sistema di valori, le nostre intime convinzioni in
materia di ruoli sociali e sessuali di maschi e femmine. Troppo faticoso. Molto
meglio mettere in atto strategie di rimozione collettiva dei fatti e andare
avanti per la propria strada. In fondo, è solo l’ennesima donna ammazzata per
mano del proprio compagno e queste cose, si sa, non ci riguardano mai in prima
persona, succedono sempre a dei fantomatici “altri”.

Uno degli espedienti utilizzati per allontanare il pericolo di una riflessione
consapevole sul fenomeno del femminicidio è proprio la sessualizzazione delle
vittime. Le sexy gallery della vittima sono una deprimente costante che fa da
corredo a ogni articolo di femminicidio. Si viene in questo modo a creare un
inquietante ossimoro tra la tragicità della notizia e il glamour delle immagini
proposte. Siamo talmente abituati al bombardamento mediatico di corpi femminili
che quasi non ci facciamo caso, ma è un contrasto che stride parecchio. Lo
scopo delle immagini non è, come ingenuamente si potrebbe pensare, quello di
catturare l’attenzione del lettore, o almeno, non del tutto. I corpi
sessualizzati riducono l’empatia. Come posso io, lettrice, “mettermi nei panni
di” una persona così diversa da me? Come posso sentirmi vicina, immedesimarmi,
in una donna che mi viene presentata come un corpo cristallizzato in
un’immagine da rivista patinata? In questo modo alla donna viene negata la sua
soggettività, diviene un’entità i cui sentimenti e le cui esperienze sono
trascurabili e ne risulta deumanizzata. La distanza tra lei e me viene
enfatizzata dalla sua presentazione come oggetto sessuale, e tale distacco
porta all’illusoria convinzione che “se io non sono come lei, queste cose non
mi riguardano perché a me non succederanno mai”. Un pensiero rassicurante,
senza dubbi, ma profondamente sbagliato e pericoloso perché i femminicidi ci
riguardano tutti.

L’ultima considerazione in merito alla presentazione di immagini di vittime di
femminicidio sessualizzate riguarda i meccanismi cerebrali che permettono di
creare i collegamenti, sia consci che inconsci, tra le immagini e le parole. Se
il racconto di un episodio di violenza sessuale o di femminicidio viene
corredato da immagini della vittima in atteggiamenti provocanti o abiti
discinti, il cervello sarà portato a fare un collegamento implicito tra questi due dati:
abiti succinti=violenza sessuale, atteggiamento provocante=femminicidio. E
invece sono degli alibi schifosi: le minigonne non istigano alla violenza
sessuale, come certi maschilisti vorrebbero farci credere, e comportamenti
disinibiti/decisi/provocanti non sono l’anticamera del femminicidio, che è un
fenomeno sociale complesso, rigurgito di una società patriarcale stanca e
refrattaria al cambiamento.

BASTA con questi luoghi comuni: urge un dibattito serio e un programma
efficace per scardinare la cultura patriarcale che sta alla base del
femminicido.

7 commenti

  • Ciao a tutte, potrei fare una domanda per togliermi una curiosità?Leggo nel vostro articolo che se un uomo uccide una donna perché l’ha tradito non si puó usare il termine movente passionale o uccisa per gelosia ma si deve usare femminicidio.Femmicidio significa uccidere una donna in quanto donna, dunque solo perché provvista di cromosomi xx e genitali femminili, come se l’assassino avesse in mente una sorta di eliminazione della “razza” in stile Hitler, quindi non uccide una donna perché l’ha tradito ma solo perché è una donna.Se un uomo gay uccide il suo compagno perché l’ha tradito l’ha ucciso per gelosia o in quanto uomo?Che termine va usato se una donna uccide la propria compagna gay o il proprio compagno?Va bene in questo caso movente passionale o andrebbe usato un altro termine?Grazie fin da adesso a chi mi vorrà rispondere per fare chiarezza.

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  • Ciao Erika, la definizione che dai del “femminicidio” è quasi giusta, se non fosse per alcune precisazioni.
    Per donna, ad esempio, non si intende solo chi è provvista di cromosomi XX, perchè anche l’omicidio di una donna trans in quanto tale è femminicidio. Diciamo insomma, che è l’omicidio di una persona che a prescindere dai suoi cromosomi o geniltali è percepita secondo i principi socio-culturali della donna, sotto il genere femminile, e per questo vive in determinate condizioni.
    Non si tratta di elemininazione della razza o del genere quindi, usare questo termine non riconduce a un premeditato piano di eliminazione delle donne, ma al fatto che molte donne muoiono perchè subiscono le costrizioni a cui il loro genere sembra condannarle.
    Se un uomo uccide la sua compagna perchè questa l’ha tradito, il movente emotivo potrà anche essere la gelosia, ma mediaticamente è una manipolazione riportare questa notizia con la dicitura “movente passionale”, perchè vuol dire far passare questo avvenimento come “neutro”. Invece sarebbe l’ennesima realizzazione del machismo di coppie in cui le gelosie maschili determinano le relazioni delle donne, non libere di uscire, frequentare, amare chi vogliono e poi persino lasciare il marito senza per questo venire massacrate di botte. E’ una questione di possesso maschile, di patriarcato che quando viene sfidato, quando vede le sue regole insidiate, picchia, umilia, uccide.
    E’ quindi femminicidio la morte di una ragazza che vuole evitare il matrimonio forzato e per questo il padre la uccide, è femminicidio la morte di una donna lesbica uccida dall’ex compagno che non accetta il suo orientamento sessuale, è femminicidio la morte di una donna che tradisce il marito e per questo, per onore del patriarcato, viene condannata a morte.
    Che termine va usato se una donna uccide la propria compagna? Se l’ha fatto in quanto donna, femminicidio.

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    • e quei meno frequenti casi in cui è la donna a compiere un delitto per motivi riconducibili a gelosia ossessiva (perchè non tutte le persone gelose uccidono) come li chiamiamo? E se un uomo uccide non la donna che l’ha tradito ma l’amante? Io non ho nulla contro il termine “femminicidio” (ma non sono convinto che dire “movente passionale” voglia dire sempre banalizzare o giustificare l’accaduto) se serve a portare l’attenzione su un problema gravissimo come quello delle donne uccise dai loro ex..però non vorrei che questa disputa sui termini si incartasse su se stessa..che li chiamiamo femminicidi o in altro modo rimangono atti ingiustificabili contro la vita e la libertà delle donne

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      • androcidio

        Uomo che uccide uomo perchè è amante della moglie o per uno sguardo di troppo alla fidanzata o moglie = androcidio (ucciso per motivi di genere)
        Donna che uccide uomo perché la tradisce, perché la lascia non saprei se definirlo un androcidio perché non è un fenomeno molto frequente e inoltre non c’è alcun valore o norma sociale che impone ad un uomo di essere monogamo e di non avere iniziativa o comunque di essere in sudditanza rispetta ad una donna. Lo stesso vale se la tradisce. Però chiamarlo delitto passionale è sbagliato, perchè non è l’amore che porta ad uccidere ma l’odio e il possesso.
        Se un uomo viene ucciso ad esempio se non porta il pane a casa allora possiamo definirlo “androcidio”.
        Donna che uccide donna per motivi d’onore esempio: moglie che uccide amante o madre che uccide figlia per onore= femminicidio

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      • comunque giudico positivo che “femminicidio” sia entrato nel dibattito pubblico

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  • Grazie mille, tutto molto più chiaro adesso.Ma a questo punto se si usa androcidio per gli uomini non sarebbe più “musicale” dire ginocidio per le donne?So che sembra genocidio ma forse sarebbe un termine migliore da sentire.

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    • certamente, ma femminicidio non lo abbiamo coniato noi è un termine che è nato dal femminicidio di Ciudad Juarez:)
      il fatto che sembri genocidio non importa perchè alla fine è sempre una sorta di genocidio:)

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