Napoli, l’Italia e la condizione marginale delle donne

In questi giorni sto lavorando ad un progetto che stiamo realizzando per il blog e purtroppo il tempo corre troppo in fretta. L’anno è appena cominciato ma siamo già a marzo, siamo in una situazione politica insostenibile. L’Italia affonda non solo nella crisi economica ma si trova al punto di non affrontare una crescita nemmeno dal punto di vista culturale. Come è possibile che un uomo che non solo ha portato il Paese allo sfacelo, che nutre un profondo disprezzo per le donne, che giorni fa ha molestato sessualmente una giovane lavoratrice sia in testa al Senato? Questo in base a quanto riportano i dati. I risultati mostrano l’ingovernabilità di questo Paese.

Il nostro Paese non funziona in tutti i sensi. I giovani non trovano lavoro, la disoccupazione cresce, commentano tantissimi giornali. Quel che preoccupa i giornali stranieri è la condizione femminile nel nostro Paese. Mentre la crisi, altrove, ha accresciuto il tasso d’occupazione femminile, in quanto lo stipendio del marito non basta più, in Italia la crisi la pagano sopratutto le donne.

Le Monde ha scritto un articolo che riporta la drammatica situazione della donna in Italia, sopratutto al sud. Ma non è solo la crisi a “tagliare le gambe” alle donne italiane nel mercato del lavoro ma anche la cultura maschista dominante. Abbiamo sempre detto che lavorare per una donna non è soltanto importante per la realizzazione personale ma anche per rendersi autonoma. Abbiamo sempre detto che l’autonomia economica può salvare anche da una situazione di “violenza domestica”, dove le donne dipendendo in tutto dal marito diventano sottomesse e psicologicamente dipendenti da essi, grosso modo come delle schiave che devono chiedere il permesso per ogni cosa. Spesso,  per questo motivo,  sopratutto al Sud, viene impedito alle proprie mogli di lavorare per “tenerle in pugno o per “gelosia”.

Ecco l’articolo tradotto da L’Italia dall’estero che appunto introduce con la storia di una donna napoletana ( i grassetti sono miei):

Assunta scaccia una lacrima. Questa graziosa signora di 55 anni, che ne dimostra dieci in meno, afferra il fazzoletto che le offre Patrizia Palumbo, colei che ha dato vita a Dream Team, l’associazione per la tutela del rientro occupazionale delle donne a Scampia, nella periferia di Napoli. Riprende a raccontare la sua storia con gli occhi azzurri ancora umidi.

Racconta che a causa della crisi la sua società di spedizioni è fallita pochi mesi fa. Ma non finisce qui. “A mio marito non andava giù che io lavorassi. E’ un padrone”. Insomma, un macho italiano alla vecchia maniera, come ce ne sono ancora molti nel sud della Penisola.
Già dopo il matrimonio e la nascita dei figli, Assunta aveva dovuto smettere di lavorare. Da Natale, dopo la sua doppia rottura professionale e personale – ha lasciato il “padrone” – Assunta vive con la sorella a Scampia, quartiere divenuto tristemente famoso per essere stato il set del film Gomorra, che racconta l’influenza della camorra su questa disgraziata zona di periferia. E’ peggio qui che altrove? Non proprio. “Ma trovare un lavoro è impossibile!” conclude in breve Patrizia Palumbo. “Anche per la camorra c’è crisi”.

Ovunque in Europa la crisi ha avuto come evidente conseguenza la riduzione del divario tra disoccupazione maschile e femminile. Non in Italia. Qui da vent’anni il tasso di disoccupazione femminile è una piaga che nessun leader politico si è preso la briga di quantificare.

Assenza di politiche familiari

La recessione ha solo peggiorato la situazione. Secondo le statistiche europee, il tasso di disoccupazione femminile supera il 12%, contro il 10% per gli uomini. In Campania il dato sale di molto, secondo le fonti tra il 17 e il 19%.
Prive di prospettive, le donne rinunciano ad avere una vita attiva. Secondo la Svimez, associazione per lo sviluppo del Mezzogiorno, mentre in Europa il tasso di attività supera largamente il 50%, nell’Italia del sud è circa del 30% e scende al 16% a Napoli.

“Nel sud il tasso di disoccupazione delle donne è un dato storico” dice sconsolata Michela Marzano, filosofa e scrittrice, candidata per il Partito Democratico alle elezioni politiche del 24 e 25 febbraio in Lombardia.
Le cause sono molteplici. Ma è soprattutto l’assenza di politiche industriali e familiari che limita estremamente l’accesso al mercato del lavoro e lo rende di fatto incompatibile con la vita della famiglia. Quasi un terzo delle donne lascia il proprio posto di lavoro dopo la nascita di un bambino. “A ciò si aggiunge la presenza della Chiesa nella vita politica e una visione arretrata delle donne nel sud Italia”.

“Le aziende non si fanno scrupolo di licenziare le donne in maternità” denuncia inoltre Livia Colonnese, docente d’inglese. “Nessuno dice le cose come stanno, ma gli imprenditori non assumono volentieri le donne”.
La mamma [in italiano nel testo, N.d.T.] deve adempiere al proprio ruolo. Secondo l’Isfol, un istituto di ricerca per lo sviluppo della formazione professionale, il 30% delle madri si assenta dal lavoro per motivi familiari, contro il 3% dei padri. Risultato: le italiane sono spesso relegate alla sfera domestica.

Il mercato del lavoro,  qui, è un mercato maschilista

Yolanda Talamo, napoletana di 32 anni , tiene duro. “Ci tengo alla mia indipendenza” dice con orgoglio. Dopo una carriera scolastica interrotta alle superiori, questa caparbia italiana ha iniziato a lavorare all’età di 17 anni. Prima come cameriera in un hotel, poi come cassiera in un supermercato, infine come collaboratrice domestica.
Però Yolanda non ha mai avuto un vero contratto di lavoro. Per la nascita del primo figlio ha preso due mesi di “congedo di maternità”. E quando è stata licenziata ha percepito soltanto 60 euro d’indennità. Con suo marito, che lavora alla Fiat, sogna di trasferirsi in Toscana, per lavorare in un hotel. “Ma la maggior parte delle mie amiche non hanno voglia di lavorare, pensano solo a sposarsi e a fare figli.”

Un atteggiamento che deriva sia della tradizione che della desolante economia regionale. Avere una laurea non cambia affatto la situazione. Le donne più qualificate soffrono ancora di più. Enzo Parziale, della CGIL di Napoli, ha due figlie laureate che vivono all’estero. Una a Parigi, l’altra a Barcellona. “Il mercato del lavoro è un mercato maschilista, qui” conclude.

Per il Paese, impantanato nella recessione, la discriminazione delle donne nel mercato del lavoro è un flagello per la crescita. Secondo le stime della Banca d’Italia, l’aumento del tasso di occupazione femminile al 60% (rispetto al 47,5% nazionale) incrementerebbe il prodotto interno lordo del 7%.
Una cifra abbastanza eloquente che dovrebbe finalmente spingere i politici a occuparsi dell’argomento. Mario Monti, attuale Presidente del Consiglio, ne ha fatto una delle sue priorità. Sono già state adottate delle misure d’intervento (agevolazioni per l’assunzione di donne) ma con risultati ancora limitati. “Questi sono per lo più spot” dice irritata Michela Marzano del Movimento 5 stelle, guidato dal Coluche [noto comico francese, N.d.T.] italiano, Beppe Grillo, che probabilmente otterrà un buon risultato nella regione, visto che i napoletani sembrano disgustati dalla politica.
Ma una cosa è certa, nessuna delle donne che abbiamo ascoltato si farà incantare da Silvio Berlusconi e le sue barzellette sconce che continua a sfornare anche in campagna elettorale. “Il Caimano” e le sue veline, belle statuine volgari onnipresenti sui suoi canali televisivi, hanno contribuito a danneggiare l’immagine della donna.
Nella periferia dormitorio di Scampia, Patrizia Palumbo non riesce sbollire la sua rabbia. “Berlusconi ha calpestato la donna”. La sua esasperazione aumenta quando parla di Daniela Santanchè, la pasionaria pro-Berlusconi. “Quella là, se la incontro la faccio a pezzettini!”