Femminicidio e barbarie contemporanea

Ciudad Juarez, la guerra dei narcos

Un bellissimo articolo che viene da un giornale messicano sulla condizione femminile in Italia e sul femminicidio. Grazie a Francesca per la segnalazione. E’ utile leggerlo perchè un articolo simile non lo leggerete mai in Italia. Questo fa notare come la stampa italiana sia intrisa di sessismo arrivando ADDIRITTURA a negare il fenomeno del femminicidio. L’articolo è scritto benissimo perchè a differenza di quelli italiani, parlano di un problema (il femminicidio) che avviene in un paese estero ma non nega che questo succede anche in patria, come avviene ad esempio qui  in Italia quando, per esempio, si parla del problema stupri in India.

Fonte: La Jornada

Traduzione a cura de L’italia dall’estero (grassetti e corsivi miei)

Ogni anno in Italia vengono assassinate oltre un centinaio di donne, nella maggior parte dei casi, da parte di un uomo che ha o aveva una relazione affettiva o di amicizia con la vittima. Il femminicidio non è una semplice azione, un gesto, una parola che va censurata socialmente o verificata in tribunale: è innanzitutto una cultura, un modo di pensare e di interpretare la realtà, che può avere diversi livelli.

Tutto è connesso: i codici della pubblicità, la mentalità comune, gli atteggiamenti degli adulti, i sogni di alcuni ragazzi, e perfino i giochi dei bambini. Anche i libri, i messaggi e soprattutto la televisione. Nel corso del 2011 una ricerca dell’associazione Casa delle Donne ha registrato 120 casi di femminicidio e questa cifra non è completa, perché i dati raccolti si basano esclusivamente sui mezzi di informazione. Si tratta di omicidi di donne perpetrati da mariti, compagni (ex mariti o ex compagni), amanti, padri, fratelli, conoscenti, amici o da estranei o clienti, come nel caso di assassini di prostitute.

Nel 2013 l’Italia si sveglia ancora in crisi, immersa in una difficile stagnazione economica ormai chiamata recessione, risultato di anni di inerzie e di immaginarie “vacche grasse” oggi scomparse. Per ultimo, è ancora soggetta alle riforme strutturali che avrebbero dovuto curarla. Alla crisi economica si aggiunge una crisi sociale e di valori: soffia un vento di misoginia e un moralismo retrivo favoriti dai media, che sono complici di una cultura maschilista e patriarcale che non è stata sradicata né combattuta con efficacia.

Dopo un lustro di governi di destra e tecnocratici, e quasi vent’anni di dominio “culturale”, senza una vera egemonia, esercitato in televisioni e giornali dai seguaci del Cavaliere Silvio Berlusconi, l’ex capo del governo e il promotore nazionale del bunga bunga, l’Italia guarda a sé stessa e si scopre sempre più misogina. Scopre nel suo stesso corpo, un fenomeno malsano che dal Messico agli Stati Uniti, da Ciudad Juarez all’Europa, è tristemente conosciuto come femminicidio. Qualcosa che da qualche anno sembrava un orrore lontano, frutto del maschilismo latinoamericano o del sottosviluppo di alcune aree del globo, o meglio, come si diceva dieci anni fa a Chihuahua, risultato della violenza di qualche serial killer da da film americano o di qualche sicario della criminalità organizzata.

Confusione, disprezzo, e occultamento erano, e a volte lo sono ancora, moneta comune per trattare il tema, per nascondere le gravi responsabilità politiche, le connivenze, gli inganni dei media che per anni hanno sminuito il significato e le conseguenze di una grave piaga sociale, culturale, economica e umana. Un cancro che si nutre di delitti e aberrazioni fondati sulla discriminazione tra i sessi. Crimini causati dallo Stato e dai giudici, da comunità intere, passive e silenziose, da padroni, mariti, parenti, dalle cattive abitudini, da usanze e in definitiva da “uomini che odiano le donne” e che sempre più spesso le uccidono.

La globalizzazione dell’orrore

Il Messico è addolorato ma ha cominciato a svegliarsi. Ha creato ed esportato la parola che definisce questo odio, che rompe il silenzio e anche quando la violenza non si ferma né a Ciudad Juarez né in altre città, la battaglia delle donne è un baluardo globale. Finalmente la definizione giuridica e la presa di coscienza socioculturale sul femminicidio si stanno realizzando. La mentalità generale sta cambiando poco a poco, come lo fanno le culture, l’educazione e la sensibilità giuridica e popolare. Il cambiamento è lento ma certo, se si mantiene viva la memoria di tutti i successi e gli insuccessi, delle donne che lottano e di quelle che ci hanno lasciato lungo il cammino.

Pratiche religiose, tradizioni severe, condizioni socioeconomiche umilianti o semplice crudeltà di genere, sono alcuni dei fattori che determinano l’insicurezza per le donne di un paese. Considerando anche la violenza contro di loro, i livelli di povertà o la mancanza di un sistema sanitario, la Thomas Reuters Foundation e la sua organizzazione Trust Law Woman, nel ranking del 2011 pubblicato sulla pagina web pijamasurf.com, elencano i paesi più pericolosi per l’integrità delle donne: Somalia, India, Pakistan, Congo, Afghanistan.

Il Messico e l’Italia non sono fra “i peggiori”, ma c’è poco da rallegrarsi considerando che, su diversa scala e a differenti livelli, anche lì e in molti altri paesi si riproducono i vari tipi di violenza, dal momento che esistono situazioni, culture e pratiche discriminatorie simili.

Che cosa rimane di queste esecuzioni? È interessante osservare come se ne parla in Italia. Si privilegia il taglio sensazionalista, che enfatizza l’omicida anche sul piano iconografico per cui le vittime molte volte non appaiono neanche in fotografia, o comunque non ricevono – a livello di immagine – la stessa visibilità dell’assassino. Spesso lo spazio che viene dato loro è direttamente propozionale alla loro bellezza. È anche interessante sottolineare in che contesto o luoghi se ne parla, e che reazioni suscitano.

Ricordiamo il caso recente di Maria Anastasi, che era incinta di nove mesi ed era a conoscenza della relazione extraconiugale di suo marito: forse nel processo si capirà se il marito le spaccò  la testa o la bruciò, come affermano i magistrati che se ne occupano. In ogni caso in quei giorni nei blog si leggevano commenti agghiaccianti – scritti addirittura da donne – come questo: “Così ha imparato la lezione. Come ha fatto a vivere vicino all’amante del marito?” O ancora: “Come ha potuto Maria accettare una situazione di questo tipo?” (blog della rivista Donna Moderna). I riflettori si accendono sui presunti errori della martire, più che sulle responsabilità concrete dei criminali. In questo senso, i fatti accaduti sono connessi tra loro.

Nuovi mezzi, vecchi vizi

Continuano le ondate di misoginia velata o esplicita, e gli anatemi reazionari nei blog e perfino sulla stampa nazionale “seria”. Non c’è chi li segnali, li interpreti, li critichi, e questo avviene da entrambi i lati dell’oceano, giacché lo scontro è globale e locale allo stesso tempo, ed è anche tra mentalità e parole, culture, educazione e pensiero, perché è al di sopra delle leggi, delle istituzioni e delle diverse intenzioni politiche.

Oltre alla condanna quasi universale, è scarsa la solidarietà da parte di molti destinatari della notizia. Gli omicidi delle donne si sentono giustificati dall’affabile accondiscendenza di cui sono impregnati i loro gesti negli occhi di madri, sorelle, spettatrici. “È un bravo ragazzo”, chiosa spesso il commento materno per spiegare il gesto feroce del figlio. E fa da triste eco ad altri cori che esaltano la docilità femminile, la sottomissione, un presunto pudore impregnato di proibizioni e moralismo anche cattolici, un ruolo  definito da modelli patriarcali e punizioni esemplari (“se è stata violentata, è perché se l’è cercata”).

A fronte dei gruppi che si interessano alla disparità tra generi, c’è una massa informe di persone, anche donne, che negano l’evidenza, rinforzando solo luoghi comuni e stereotipi: “Però com’é che non si accorgono che hanno conquistato la parità? Prima le donne non potevano diventare dottori, ora sì. Non hanno ottenuto abbastanza parità?Il tema sembra quasi un tabù: se una donna ne parla, teme di essere considerata  noiosa o di essere accusata di autocommiserazione. Nonostante ciò il dislivello esiste in tutti i settori: nelle professioni dirigenziali, politiche, artistiche, intellettuali.

Vediamo i dati generali sull’impiego. Come ha spiegato il giornalista Paolo Bernocco su La Stampa del 7 marzo 2012  “in Italia  la differenza nella percentuale di accesso al lavoro tra uomini e donne è del 23,6%, vale a dire il 73% degli uomini lavora contro il 49,4 % delle donne. E che dire della differenza retributiva tra chi occupa lo stesso posto? Il governo italiano ha diffuso dati che confermano che una dirigente donna guadagna il 26,4 % meno di un collega uomo. Si chiama “differenziale retribuutivo di genere” e in genere è del 23,3%:  per la stessa prestazione professionale una donna riceve tre quarti del salario di un uomo.

Questo accade nel settore pubblico. In quello privato è peggio. Fonti governative sottolineano che “nel 63,1% delle società quotate in borsa, escludendo banche e assicurazioni, non c’è una sola donna nel consiglio di amministrazione”. Su circa 2.217 consiglieri totali, solo 110 (circa il 5%) sono donne. E nelle banche? Nel 72,2% dei consigli di amministrazione delle 133 banche prese in considerazione non c’è presenza di donne.

Altro crimine: minimizzare il crimine

Negli ultimi decenni le statistiche ci mostrano un aumento dei femminicidi in Europa, soprattutto in Italia. In vari forum e riunioni, l’ONU ha ripetutamente criticato lo Stato italiano per lo scarso e inefficace impegno contro questo tipo di violenza.

Nell’estate del 2011 il Comitato per l’eliminazione della discriminazione contro le donne, e la relatrice speciale sulla Violenza contro le Donne delle Nazioni Unite, hanno inviato raccomandazioni allo stato italiano esprimendo preoccupazione per l’alto tasso di violenza contro donne e bambine italiane e immigrate, di etnia rom e sinti; l’allarmante numero di donne uccise dal compagno o dall’ex compagno; la persistenza di tendenze socioculturali che minimizzano e giustificano la violenza domestica; l’assenza di raccolta di dati sul fenomeno; la mancanza di un’azione sistematica di organi competenti della società civile; le posizioni sessiste e dannose che i media e le pubblicicità hanno nei confronti di uomini e donne

Mentre si perde tempo nel prendere provvedimenti su  temi che in altri paesi sono già normali, come per esempio l’uso del termine femminicidio o la sua introduzione nel codice penale, cosa che sarebbe dovuta avvenire da tempo, attualmente l’Italia non rispetta nemmeno i minimi standard e impegni internazionali.

Il mondo della cultura sembra a sua volta disorientato. Le iniziative di sensibilizzazione si moltiplicano, tuttavia non sono sufficienti, e domina il disinteresse. Una superficialità cronica porta i media e folle di pseudogiornalisti a parlare di “delitti passionali” o di “attacchi di gelosia”, nascondendo le cause più profonde dei femminicidi e della sottostante cultura che li giustifica. L’anno scorso questa inettitudine professionale indusse il settimanale Cronaca Vera a sostenere che le donne vengono uccise per colpa del caldo: “Sbagliano e diventano provocanti se si tolgono i vestiti”. Una stupidaggine che abbiamo ascoltato già troppe volte, anche in Messico.

Ad agosto del 2012 Camillo Langone, giornalista e blogger del quotidiano di destra Il Foglio, fu protagonista di una polemica dopo aver così commentato un episodio di femminicidio:
“Per Daniele Ughetto Piampaschet (il presunto assassino, arrestato e in attesa del processo) che avrebbe ucciso per amore una donna nigeriana, di mestiere puttana. Spero non sia stato lui, e se invece è stato lui, spero gli venga comminata una pena mite perché chiaramente aveva perso la testa. Una preghiera per Daniele e per tutti noi maschi che al buio non capiamo più niente. Bisogna sempre seguire la regola seguente: mai passare la notte con qualcuno con cui ti vergogneresti di passare il giorno. Le negre sono bellissime, e dopo il tramonto anche i trans sono favolosi e così moltre altre battone, baldracche e lapdancer. Ma hai davvero voglia di svegliarti con loro al mattino? E le porteresti a pranzo nel tuo ristorante abituale? O da tua mamma? La vergogna e il controllo sociale non hanno niente di bello però qualcosa di utile si.”

Questa è la cultura del femminicidio in Italia. Bisogna prenderla sul serio perché non passi inosservata e perché induca tutti e tutte a una riflessione. Bisogna domandarsi che cosa possiamo fare per cambiare il modo comune di pensare. Cominciare dall’alto: dall’educazione, dall’abbattimento degli stereotipi, dalla diffusione di notizie e di esperienze. Però forse potremmo pensare quali sono i comportamenti da evitare e quanto fragile è il limite tra volgarità e aggressione. Riflettiamo a come il disprezzo generalizzato verso la donna, il suo lavoro, il suo ruolo e il suo aspetto fisico incitano, anche ad un livello inconscio, a considerare meno grave qualsiasi abuso contro la sua persona.