Italia come India: lo stupro è ancora reato di lieve entità!

Abbiamo parlato della triste vicenda accaduta giorni fa in India, dove una ragazza su un autobus è stata stuprata e ridotta in fin di vita da diversi uomini, compreso l’autista. La storia fa il giro del mondo, sopratutto per la reazione della polizia indiana che ha ostacolato una manifestazione a difesa delle donne; in Italia passa quasi in sordina. 

L’arretratezza e i tabù sessuali del nostro paese fanno sì che di stupro non se ne parli a meno che non si voglia fare una campagna contro l’immigrazione clandestina. Le martellanti propagande politiche del biennio 2008-2009 hanno fatto conoscere agli italiani l’esistenza del reato di stupro ma hanno creato un pregudizio “solo gli immigrati violentano le donne” ignorando che un 66% di italiani (dati pubblicati in quel periodo) sono principali autori di stupro. Le propagande politiche hanno dimostrato che del dolore delle donne non c’è spazio: la donna può essere pensata solo come vittima passiva, in termini di proprietà privata da difendere contro lo straniero aggressore che odia le donne, ignorando allo stesso tempo che ogni due giorni in Italia, si consuma un femminicidio a causa dell’incapacità del nostro Stato di prevenire queste morti, così ancora offuscato dalla credenza che “queste cose le fanno solo gli immigrati”.

Invece no. Abbiamo dimostrato più volte che la violenza di genere, sopratutto quella sessuale contro le donne non ha nazionalità, siamo solo certi che ha un sesso. Intanto, a pochi giorni di distanza dal brutale stupro consumatosi nella capitale indiana, viene condannato un sedicente medico di Lugano che lavorava in Italia da anni operando in una clinica per curare le ragazze malate di anoressia nervosa.

Lo chiamavano il dottor Anoressia, il signor Bernasconi, il cui nome ha un’assonanza familiare, è stato condannato a soli sette anni e mezzo di reclusione!

Dal caso che emerge grazie ad un’inchiesta del’Espresso, il “professor” Waldo Bernasconi, che si definiva “uno psicoantropologo”,  o meglio “un amico di queste ragazze”, giovani donne che vivono il cibo come un’ossessione. A Bernasconi è collegata la casa di cura Sana Vita di Lugano. Cosa si nascondeva in questa clinica?  Bernasconi, non era iscritto all’albo degli psicoterapeuti in Svizzera, in Italia risulta iscritto all’ordine degli psicologi in Toscana, ma come tale gli è permesso di fornire soltanto servizi di consulenza, ma le Asl di alcune regioni hanno rimborsato le spese sostenute dalle loro assistite per il ricovero al Sana Vita di Lugano. Secondo l’inchiesta, nel 2003, il governo del canton Ticino impose limiti severi all’attività del Sana Vita luganese poiché non poteva essere una clinica abilitata alla cura di pazienti sofferenti di disturbi alimentari, precisato su documento del Dipartimento della sanità ticinese del 26 agosto 2003. Dunque non può accettare pazienti che “richiederebbero il ricovero in una struttura psichiatrica o in una clinica somatica di tipo acuto”. Nel novembre del 2003, Bernasconi annunciò le dimissioni dalla carica di direttore scientifico del Sana Vita.

Nel settembre del 2005 una giovane donna di 22 anni si suicida, un’altra donna, affetta da gravi disturbi psichici, ha più volte tentato il suicidio durante il ricovero. Le inchieste vanno avanti e si scoprono particolari più macabri. Sfruttamento e violenze sessuali a numerose ragazze.

Bernasconi che raggiunse la fama grazie alle reti Mediaset che lo descrivevano come un “guru”, forte anche di agganci politici nel Canton Ticino, era riuscito a conquistare la fiducia delle donne e delle famiglie delle ragazze affette di anoressia, promettendole di porre fine alle proprie sofferenze. Nonappena entrate nella clinica, il “medico” abusava della fragilità psicologica delle pazienti per abusare di loro. Venivano inoltre costrette a indossare abiti succinti e a esibirsi in bikini. Durante il processo, durato più di due anni, Bernasconi si difende sostenendo che il suo era metodo “neoreichiano”,una sorta di percorso terapeutico per portare le ragazze a riacquistare l’autostima, la consapevolezza di se stesse e del proprio corpo. Peccato che una di loro si è, appunto, suicidata, nel 2005.

Scandalosa la condanna. Rispetto ai nove anni e tre mesi (che sono comunque pochi) chiesti del Pm, i giudici del tribunale di Como hanno concesso uno sconto, non riconoscendo provata l’accusa di truffa, si è concluso con una pena bassissima: 7 anni e mezzo di carcere per un falso medico stupratore, truffatore, che ha portato al suicidio una ragazza. Con una pena così bassa, il tribunale di Como non ha tenuto conto diversi reati e nemmeno la gravità degli stessi:

  • aggravante dello stupro su persone psicologicamente fragili;
  • stupro seriale;
  • ha spinto al suicidio una giovane donna;
  • associazione a delinquere e truffa (reati non inclusi nella condanna);
  • non sono stati condannati i complici che hanno taciuto

Il giudice ha tenuto conto solo del reato di stupro. Anche se avrebbero considerato soltanto il reato di stupro, la condanna è comunque bassissima,  poiché non si tiene conto delle prime tre aggravanti descritte. Ovviamente siamo in Italia, dove stuprare una donna è considerato ancora un reato di lieve entità. Non è l’unico stupro preso alla leggera, perché molte volte i tribunali fanno a pezzi le vittime e stabiliscono in modo incivile e disumano cosa è il consenso anche se la vittima dichiara che non ha acconsentito al rapporto. Una quattordicenne è stata violentata dal padre del suo fidanzatino, ma secondo il gup non ci sarebbe stata alcuna violenza perché lei non ha gridato. Anzi c’è molto di più: i giudici fanno praticamente a pezzi la ragazzina reputandola una di facili costumi poiché dopo il rapporto iniziò uno scambio di messaggi tra lei e l’uomo. L’imputato è stato condannato con una pena lievissima (2 anni e mezzo) per atti sessuali con minorenne e atti osceni in luogo pubblico perché il rapporto si è consumato all’interno di un’automobile. Con una sentenza simile si torna indietro di 30 anni quando lo stupro era reato contro la morale.

Ma quanti stupri si concludono con una pena detentiva o con un processo? Veramente pochi nel nostro Paese, a prescindere dall’efferatezza del reato. Perfino i tentati omicidi si concludono con gli arresti domiciliari-come è successo da poco vicino a Taranto-con tutto il rischio di fuga e reiterazione che ha permesso di uccidere Emiliana e altre vittime di femminicidio. Allora ci sarebbe veramente da riflettere, anzi dobbiamo prendere esempio dalle donne indiane, occupare le piazze perché lo Stato italiano è dalla parte dei violenti!