Lia Pipitone e la condizione delle donne dei boss #25novembreSempre

Quasi trent’anni fa una giovane 25enne viene uccisa dal padre, boss mafioso di Cosa Nostra, perché aveva disonorato la famiglia. E’ incredibile che questo fatto sia accaduto in Italia, ma è chiaro che nel nostro contesto fino a 30 anni fa era presente un’attenuante generica che attenuava l’omicidio se legato a questioni “d’onore”.  E’ chiaro che il delitto d’onore a quei tempi era utilizzato sopratutto dalla mafia. Il fatto che il padre era un boss giocò ancora di più a suo vantaggio perché il caso fu archiviato come suicidio.

Una sera, il 23 settembre del 1983, Lia Pipitone viene uccisa nel corso di quella che appare una rapina. Negli anni, però si scopre che la ragazza fu uccisa dal padre, per onore. Lia avrebbe tradito il marito e quindi messo in discussione quei “valori” di  Cosa Nostra.

Un cronista de la Repubblica dedica a questa storia un libro, raccontando 30 anni dopo, la verità nascosta su un doppio delitto camuffato da incidente . E i giudici riaprono l’inchiesta. Se muoio sopravvivimi, di Salvo Palazzolo con il figlio di Lia, Alessio Cordaro,  racconta la storia della 25enne Rosalia Pipitone che come tutte le “donne dei boss” vivono una condizione di privazione totale dei propri diritti sopratutto in quanto donne, si ribellò a quella condizione innamorandosi di un altro uomo. 

Fu il padre a decidere il destino di sua figlia “aveva violato l’onore”, per questo fu uccisa. Quella di Lia fu una morte annunciata, infatti prima di morire, chiese al marito di non abbandonare mai il bambino. L’inchiesta di Salvo Palazzolo con l’aiuto del figlio di Lia, ha avuto un ruolo fondamentale per riaprire le indagini. 

Lia Pipitone viveva a Parlermo. Erano gli anni ’70 quando passò la sua adolescenza partecipando alle contestazioni studentesche. Nel frattempo, il clan di suo padre, Cosa Nostra, diventa potentissimo.

Si sposa con un suo compagno di scuola (ma non in chiesa, come voleva il padre. Il matrimonio fu problematico perchè i due non avevano né casa né lavoro,così furono costretti ad abitare all’Arenella, a casa Pipitone dove risiedeva il clan. Intanto,nel quartiere si vocifera perché Lia esce di casa sola e frequenta un nuovo amico. Il boss interroga la figlia. Lei gli dice che sta per separarsi. Suo padre urla, la minaccia, le sputa in faccia.

Poi quel maledetto 23 settembre. due uomini armati di Smith e Wesson Special calibro 38 entrano nel negozio Farmababy e lo rapinano, ma poi, invece di fuggire, aspettano che entra Lia. La gambizzano. Uno di loro rientra e urla: “Mi ha riconosciuto”, uccidendola. Il giorno dopo, in piazza Cascino, i due uomini salgono dall’amico di Lia: prima gli fanno scrivere un biglietto per simulare un suicidio, poi lo gettano dal quarto piano. 

Fondo Pipitone, tra l’Acquasanta e l’Arenella, è ancora oggi in mano alla criminalità organizzata e Alessio vuole giustizia. “Mia madre voleva essere una donna libera, questo dava fastidio alla mafia”. 

La mafia è un fenomeno molto radicato nel nostro Paese, vale quindi la pena analizzare la condizione femminile all’interno dei clan mafiosi. Su ElMundo, il 19 settembre, esce un articolo che discute su questo argomento. Noi che facciamo comunicazione di genere non possiamo tirarci indietro per parlare del ruolo delle donne nella mafia. L’articolo è QUI e riportando alcuni femminicidi parla delle donne dei boss che rimaste vedove le è proibito di rifarsi una vita, per questioni di onore. Oggi é l’ ‘Ndrangheta, dopo la camorra, ad essere una delle mafie più potenti del Paese.

“Una moglie deve essere sempre fedele al marito, sempre, anche dopo la morte del coniuge. Alla vedova di un mafioso è categoricamente proibito risposarsi o avere una qualsiasi relazione sentimentale, e se lo fa paga con la vita.
È quanto stabilisce il cosiddetto codice d’onore della mafia, una sintesi di brutalità e maschilismo assoluti che sfortunatamente è ancora in vigore.
Soprattutto in Calabria, territorio della potentissima ‘Ndrangheta, un’organizzazione criminale che continua a mantenere una struttura familiare in cui molte volte, se una donna osa disonorare il marito defunto, sono i suoi stessi parenti che si occupano di lavarne il peccato col sangue mandandola all’altro mondo.

Oggi in Calabria ci sono circa una ventina di omicidi irrisolti dietro i quali vi è il sospetto che si celi il macabro codice d’onore della ‘Ndrangheta, secondo quanto ha di recente pubblicato il settimanale L’Espresso.”.

Nel nostro Paese si è soliti parlare dei delitti d’onore compiuti da altre culture. Si parla solo di femminicidi compiuti dagli immigrati di altre religioni, sopratutto islamiche. Si tace su quanto ancora conta “l’onore” nella cultura italiana sopratutto se si tratta di clan legati ad organizzazioni criminali. Prosegue ElMundo:

“Solo ora, ad esempio, inizia a farsi strada l’ipotesi che dietro le tre donne uccise a colpi di pistola 18 anni fa si nascondesse l’intento di questa organizzazione mafiosa di dare un castigo esemplare alla vedova di uno dei suoi membri che aveva osato iniziare una nuova relazione. Ed è stata proprio la testimonianza di un’altra donna – Giuseppina Pesce, figlia e nipote di boss mafiosi – a permettere di riaprire le indagini sul triplice omicidio.

Accadde il 18 marzo 1994. Quel giorno Maria Teresa Gallucci, vedova quarantenne di Francesco Alviano, sua madre Nicolina Celano, 74 anni, e la nipote Marilena Bracalia, 22 anni, furono massacrate a colpi di pistole calibro 22 e 33 special.

Le tre donne erano originarie di Rosarno, in Calabria, ma erano fuggite nella cittadina genovese di Pegli per cercare di seminare la ‘Ndrangheta. Maria Teresa aveva commesso un errore imperdonabile per la mafia: rimasta vedova a 25 anni, si era innamorata di nuovo.

Sebbene la donna e il compagno avessero cercato di mantenere segreta la relazione, non ci riuscirono. Il pretendente di Maria Teresa fu colpito da nove proiettili in una rappresaglia. E la ragazza scappò…

Nonostante ciò, la ‘Ndrangheta le stava alle calcagna e quel 18 marzo 1994 la uccise, senza considerare che, per portare a termine la sua vendetta, dovesse eliminare anche la madre e la nipote.

In un primo momento la polizia sospettò che il delitto potesse essere opera del figlio primogenito di Maria Teresa, all’epoca ventenne, sempre in adempimento del codice d’onore della mafia. Ma non c’erano prove, così finirono per mettere agli atti la faccenda e l’archiviarono.

Solo ora la testimonianza di Giuseppina Pesce ha permesso di riaprire il caso di questo triplice omicidio. Giuseppina Pesce ha dichiarato a due giudici, che la interrogano da giorni in un bunker a Roma, che, in effetti, era previsto che fosse il figlio di Maria Teresa Gallucci a commettere il crimine, ma all’ultimo momento il giovane si tirò indietro e quindi furono i mafiosi Domenico Leotta e Francesco di Marte gli autori della strage.

Ad ogni modo, le tre donne furono assassinate dalla ‘Ndrangheta perché una di esse aveva osato innamorarsi”.

Il 25 novembre è passato ma vogliamo che la giornata internazionale contro la violenza sulle donne fosse ogni giorno, per questo che partoriamo il nuovo hashtag #25novembreSempre, perché ogni giorno si denunci.