Quote rosa nei cda: l’UE fa retromarcia

Sembrava un sogno quello di poter garantire l’accesso delle donne nei cda, ma l’Unione Europea ha fatto retromarcia dopo il suo sì. Dopo un attento esame, il testo, molto diverso dall’idea iniziale, prevede di arrivare al 40% di donne nei consigli di amministrazione entro il 2020 (e il 2018 per il settore pubblico) ma riguarda in realtà solo le società più grandi (5mila in tutto), escludendo le piccole e medie imprese, quelle che, a livello europeo, sono classificate come le società con meno di 250 dipendenti e un fatturato annuo inferiore ai 50 milioni di euro.

Inoltre, non c’è più una “quota obbligatoria“, come nel progetto iniziale, ma chiede solo alle aziende di portare avanti una politica tale da centrare quell’obiettivo, senza tenere conto quanto questo possa essere inutile senza una sanzione per gli inadempienti, sopratutto se si tratta di paesi con una cultura maschilista, i quali senza alcuna sanzione specifice potrebbero non rispettare le regole, ancora peggio se dovranno essere decise a livello nazionale. 

Sorprendentemente, chi si era opposta alla quota obbligatoria, giudicata controproducente, erano le donne commissarie nord europee, più una decina di Paesi, tra cui il Regno Unito e l’Olanda. La Germania la bocciò perché riteneva che queste norme sono di stretto interesse nazionale. Intanto la parola passerà al Parlamento Europeo e in seguito al Consiglio, anche se non è sicuro che passi. 

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