Radio Beckwith ci intervista

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Mercoledì 7 Novembre è andata in onda sulle frequenze di Radio Beckwith un’intervista al nostro collettivo, Un Altro Genere Di Comunicazione, richiestaci dopo la pubblicazione di un articolo su Global Gender Gap, che vede l’Italia posizionata all’80° posto in quanto a parità di genere.

Innanzitutto ringraziamo Radio Beckith per lo spazio che ci ha offerto all’interno della programmazione radiofonica e per l’interesse dimostrato verso le tematiche di genere.

Infine i nostri ringraziamenti vanno alla nostra collega, Stregadellosciliar, che è stata la portavoce del nostro collettivo durante l’intervista, e a Flavia per la registrazione audio e video.

Di seguito vi proponiamo l’intervista e il testo del nostro intervento sulle frequenze di Radio Beckwith:

P.: Diamo il benvenuto sulle nostre frequenze a Chiara o, come appunto recita il suo nome da blogger, Strega Dello Sciliar e, innanzitutto, buongiorno e benvenuta.

SdS: Buongiorno a tutti, grazie a voi per l’invito.

P.: Allora, partiamo innanzitutto a conoscere la vostra realtà, parliamo di un blog “Un altro genere di comunicazione”, blog sulla comunicazione di genere. Per “comunicazione di genere”, però, voi cosa intendete? Ovvero, al di là di quello di cui andiamo a parlare, cioè del Global Gender Gap, ci sono altre tematiche?

SdS: Noi ci occupiamo appunto di tematiche di genere e anche di come le tematiche di genere vengono comunicate attraverso i mass media, quindi anche e soprattutto del linguaggio sessista con il quale si comunica.

P.: E, nella classifica che viene presentata per l’appunto nel vostro articolo, nel quale si parla del Gender Gap, si vede uno scenario decisamente negativo per quanto riguarda l’Italia. Vuoi parlarcene brevemente?

SdS: Sì, allora, questa classifica che è stilata dal Word Economic Forum già dal 2006 fa un quadro ben preciso dell’Italia che quest’anno, purtroppo, è scesa all’ottantesima posizione, per quello che riguarda la parità tra i generi. Per noi non è una novità. Noi comunichiamo tutti i giorni e anche con grande difficoltà l’arretratezza del nostro Paese sulle pari opportunità e quindi l’Italia è a tutti gli effetti molto indietro, troppo aggrappata ad una idea troppo stereotipata dei ruoli tradizionali.

P.: La serie storica è in miglioramento o in peggioramento? Cerchiamo quindi di capirlo in questa prospettiva.

SdS: Purtroppo è in peggioramento, perché soltanto nell’anno precedente occupavamo la settantaquattresima posizione, quindi siamo scesi di ben sei posti e, nel duemilaedieci la posizione era la stessa. Dal duemila e otto siamo scesi invece di ben 13 posizioni, per cui questo è un dato che ci fa sicuramente riflettere su come l’Italia stia diventando sempre meno un Paese amico delle pari opportunità per le donne.

P.: Sì, poi naturalmente la posizione di per sé non significa moltissimo. Vorrei quindi capire su quali basi si costruisce quest’indice, ovvero, è una graduatoria che ragiona in quali termini?

SdS: Allora, il punto forte di questo indice costruito dal WEF è la sua indipendenza dal livello di sviluppo dei Paesi considerati. Si procede attraverso una serie di sotti-indici ed il punteggio finale è costruito in modo tale da valutare le differenze tra gli uomini e le donne e quindi non il punto raggiunto dalle donne.
I quattro sotto-indici sono: la partecipazione e le opportunità economiche e quindi la partecipazione femminile al mercato del lavoro, la parità salariale percepita, le differenze salariali stimate, il numero di donne manager, il numero di donne nelle professioni intellettuali o tecniche. Un altro sotto-indice è quello dell’istruzione che riguarda l’alfabetizzazione, il numero di donne iscritte alla scuola primaria, secondaria e all’Università. Un altro sotto-indice è la salute e la sopravvivenza che stima un rapporto tra i sessi alla nascita per quanto riguarda le aspettative di vita e quindi le aspettative sulla salute e l’ultimo sotto-indice è la valorizzazione politica, quindi si calcolano le donne con seggi in Parlamento, le donne a livello ministeriale, le donne capo di Stato o di Governo negli ultimi 50 anni.

P.: Un dato che non abbiamo citato è quello del numero complessivo di Paesi che vengono inclusi in questa graduatoria. Sono 132 e, quindi, non sono tutti i Paesi Onu. Questo dà ancora più il polso dello scarso grado di parità tra i sessi per quanto riguarda l’Italia.

SdS: Esatto

P.: Vorrei però capire: c’è qualche aspetto specifico tra quelli che hai citato su cui l’Italia è particolarmente deficitaria, quindi richiederebbe un serio cambiamento di tendenza?

SdS: Sì, diciamo che l’Italia è fortemente deficitaria nel primo sotto-indice che ho citato, cioè quello che riguarda la partecipazione e le opportunità economiche, quindi i dati che riguardano l’occupazione e l’uguaglianza salariale e la percentuale di donne impiegate. Soprattutto nell’uguaglianza salariale, noi siamo molto carenti perché per questo sotto-indice, noi siamo addirittura al centunesimo posto.

P.: Su 132, lo ricordiamo, quindi davvero nel bassifondi della cosiddetta classifica.

SdS: Esatto, sì.

P.: Ma ci sono invece degli esempi dai quali si potrebbe davvero imparare qualcosa? Mi vengono in mente i Paesi scandinavi, però vorrei chiedere a voi, più con precisione, se effettivamente ci sono dei dati del genere.

SdS: Sì, diciamo che in testa alla graduatoria ci sono, come spesso succede, i Paesi scandinavi, quindi l’Islanda, la Norvegia, la Svezia, appena dopo la Danimarca, ma anche la Germania, la Svizzera e il Belgio. E sono Paesi molto sviluppati anche dal punto di vista economico e quindi viene automatico notare come la parità sia anche indice di sviluppo. Infatti in questi Paesi del Nord Europa il tenore di vita è il più positivo e sono i Paesi economicamente e socialmente più sviluppati.

P.: La situazione italiana per contro, vive una situazione economica molto complessa, ma vive, anche da un punto di vista linguistico, una profonda discriminazione tra uomo e donna in termini di retorica, anche di un paternalismo che ritorna molto spesso e poi in termini di violenze. Uno dei temi che torna spesso è quello del femminicidio. Ma un dato del genere, gravissimo, è compreso in questi indici o fa un discorso a sé?

SdS: No, i dati riguardanti i femminicidi sono dati che non vengono registrati dalla classifica del WEF, però, indirettamente vi rientrano, perché nel sotto-indice che riguarda la salute si tiene conto degli anni persi a causa anche di violenze, malattie e malnutrizione e chiaramente le donne, per lo meno in Italia, sono più esposte a violenze, tanto è vero che la morte violenta per femminicidio è la prima causa di morte per le donne tra i 15 e i 46 anni in Italia. Ricordiamo che in Italia muore, uccisa per mano di un uomo, una donna ogni tre giorni.

P.: Sì, un dato impressionante. Ogni volta che lo si cita, anche se è un dato noto, fa sempre molto, molto male. E questo, appunto, non viene incluso. Ma ci sarebbero dei dati confrontabili o il caso del femminicidio è un unicum in Europa, sopratutto quello dell’Italia?

SdS: Non è un unicum in Europa, ma sicuramente l’Italia è il Paese europeo in cui questo dato è più preoccupante in assoluto, tanto è vero che noi siamo stati anche redarguiti recentemente dall’inviata per le Nazioni Unite in Italia che ha invitato il nostro Governo a fare qualcosa per questo problema.

P.: Uno degli specchi del fatto che, davvero, la parità di genere sia ben lungi da venire è probabilmente il fatto che proprio del tema della parità si parli così poco. Secondo voi perché le questioni di genere in Italia sono così sottovalutate?

SdS: In Italia le questioni di genere sono sottovalutate perché a nostro parere non c’è una cultura sottostante che permetta di decostruire un immaginario cui siamo stati abituati fino ad oggi. Il comune denominatore risulta la considerazione dell’uomo ancora oggi come unico soggetto attivo sulla scena politica, sociale e lavorativa. E quindi questo priva la donna della sua autodeterminazione di persona e la relega a ruoli funzionali all’affermazione maschile. Inoltre, non si riesce a convincere l’opinione pubblica del fatto che le tematiche di genere abbiano rilievo sociale e politico perché normalmente vengono relegate alla sfera delle scelte personali e private. Le resistenze per uscire da questo modo di pensare sono ancora tantissime, anche tra le donne. Pensiamo soltanto ad alcuni dati politici e sociali: in Italia il delitto d’onore è stato abolito soltanto nel 1981 e lo stupro è diventato un crimine contro la persona e non contro la morale nel 1996. Per cui il lavoro è ancora molto lungo da fare.

P.: Sì. Dicevamo appunto che vengono considerati elementi personali, però poi molto spesso, invece, la politica va a influire. Penso per esempio al tema dell’aborto che molto spesso viene messo in dubbio. Qui, invece, il personale smette di essere così proprio e quindi, in realtà, probabilmente ci sono anche numerose contraddizioni.

SdS: Sì, è vero: numerose contraddizioni.

P.: E secondo voi quali strade potrebbero essere percorse per provare non tanto a cambiare la situazione, quello è naturalmente l’obiettivo finale, ma almeno per rompere il silenzio? Quindi, visto che vi occupate di comunicazione di genere, come la comunicazione potrebbe mutare i propri interessi e i propri modi?

SdS.: Allora, secondo noi, a parte il discorso a valle, quindi misure legislative appropriate, andrebbe intrapreso un percorso a monte. Si dovrebbe agire compiendo azioni mirate a sensibilizzare l’opinione pubblica e anche a studiare percorsi educativi all’interno delle scuole. Quindi si può dire che in Italia ci sia bisogno di una rieducazione ai temi del rispetto e della reciprocità. Si dovrebbe investire nei giovani, nelle campagne di prevenzione, curare anche la rappresentazione di genere veicolata dai media e anche dalla comunicazione attraverso altri canali informativi, come i giornali o internet, e garantire la presenza politica e lavorativa al genere femminile e soprattutto sostenere realmente i centri anti-violenza.

P.: Certo queste sono strade effettivamente molto concrete, anche che andrebbero seguite.

SdS.: E tutto sommato anche poco costose e facilmente realizzabili

P.: Certo, si parla sempre di problemi di costo, ma naturalmente è un falso problema per quanto riguarda la disparità di genere, così come per le lotte al razzismo. Insomma, sono temi su cui innanzitutto il costo non dovrebbe nemmeno essere preso in considerazione perché hanno un costo sociale imparagonabile.

SdS: Il costo sociale è più alto della spesa che si metterebbe in atto per prendere le misure adeguate per arginare il problema.

P.: Il vostro lavoro come continua dopo questo studio che è stato presentato già alcuni giorni fa? Di cosa vi state occupando in questi giorni?

SdS: Noi continuiamo ad occuparci del nostro blog e quindi raccogliamo le segnalazioni che ci arrivano direttamente al blog oppure anche su FaceBook, ci occupiamo tantissimo di pubblicità sessiste e quindi di comunicazione e dei modelli che vengono veicolati (soprattutto ai bambini e ai ragazzi) di donna in televisione e sui giornali. Ci occupiamo anche di tematiche lavorative, segnalando casi di discriminazioni sul lavoro e anche di femminicidi, parlandone e utilizzando la terminologia adatta, perché spesso sui giornali e in televisione le notizie che riguardano i femminicidi vengono date in maniera del tutto errata, quasi a voler sempre dare una giustificazione all’assassino.

P.: Sì, una mentalità che è ancora molto legata effettivamente a quella del delitto d’onore.

SdS: Esatto, sì. Si parla sempre di “raptus”, di “gelosia” di dolore della persona che è stata lasciata dalla donna che poi ha ucciso, come se fosse, diciamo, una scusante, mentre in realtà di scusanti per un omicidio, non ce ne sono.

P.: Prima abbiamo parlato di esempi positivi, di esempi virtuosi, ma mi veniva questo dubbio: abbiamo degli esempi, invece, di Paesi in cui il problema sussisteva con una certa forza, ma che hanno saputo cambiare modello?
Mi chiedo anche, poi, in collegamento a questo, è una questione che si può risolvere da un punto di vista normativo o c’è davvero bisogno di educare la popolazione?

SdS: Allora, diciamo… Un Paese che ha cambiato moltissimo la sua condizione che mi viene in mente è la Lettonia, un Paese ex sovietico del quale si sente parlare realmente poco, ma in realtà la Lettonia è il paese ex sovietico che quest’anno eccelle, perché migliora, rispetto all’anno scorso, grazie ad una riduzione differenziale soprattutto del reddito. Quindi, sì, dal punto di vista legislativo è possibile intervenire. Io non sono, per esempio, una grande sostenitrice delle quote rosa, per lo meno ideologicamente parlando, però secondo me è l’unico strumento attuabile nell’immediato in Italia per garantire la rappresentanza delle donne anche in Parlamento. Si dia l’opportunità agli elettori di votare anche le donne  – e quindi liste elettorali in cui si possa scegliere il candidato -, candidate donne sulle schede chiaramente e poi stare ad osservare. Certamente non basta un anno, due anni, tre anni, cinque anni. Occorre un lungo periodo, però non vedo perché non farlo questo esperimento.

P.: Certo e, con questo invito, chiudiamo la nostra chiacchierata sui temi della parità di genere e ringraziamo moltissimo Chiara, e naturalmente tutto il gruppo di lavoro di comunicazionedigenere.wordpress.com, per averci raccontato e spiegato meglio a che punto siamo e quando è distante un orizzonte positivo. Grazie mille.

SdS: Grazie mille a voi. Buona giornata

Un Altro Genere Di Comunicazione

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