Gabbie femminili e pregiudizi sociali

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I pregiudizi contro le donne che raggiungono posizioni di rilievo o politiche sono tutt’ora presenti nel nostro Paese. A peggiorare le cose è stata l’influenza del Berlusconismo che ha peggiorato la reputazione, o meglio la percezione, delle giovani donne che occupano cariche politiche, associate alla figura della escort o a quella che ha usato il proprio corpo. I pregiudizi sull’incapacità delle donne in politica o peggio ancora la rappresentazione della donna in politica come una figura contrapposta dalla brava donna di casa, spesso di cattiva reputazione morale e indicata come quella che ha ceduto alle richieste sessuali del “capo” è pregiudizio che nel nostro Paese sta contribuendo ad allontanare e scoraggiare quelle che vorrebbero fare politica e dare al Paese una maggiore presenza femminile nei ruoli di potere. Malgrado questo, ci sono donne che si mettono in gioco nonostante i pregiudizi espliciti e le battute pesanti che ricevono dai loro colleghi. Vorrei pubblicarvi la storia di S. A., che ha subito sulla sua pelle quanto essere donna fosse sempre più difficile in Italia:

L’altra sera ero in tribunale, quello vecchio, quello di Firenze, città dove è tutto bianco o nero, giovane come palazzo Giovane, e vecchio come palazzo Vecchio. L’ho capita ieri sera questa cosa, che suona più come una battuta di un autore, scritta male, che come dato di fatto. Ma è la realtà.

Ieri sera ero nello stesso tribunale che è stato negli ultimi anni grande ospite delle cronache nazionali oltre che teatro della rappresentazione di un’oscura faccia umana: la maschera del massacro, quello fisico, quello fatto di tagli e di sangue e non di allegorie.

Quello truce dove la cosa meno vera è la paura. Da questo massacro carnale si è passati a quello sociale, dove per la seconda volta a distanza di un anno andava in scena l’esperimento sociale-partecipativo dei 100 luoghi: 100 incontri sparsi per la città, organizzati dal comune per capire la sorte e l’eventuale riqualificazione degli stessi. Altrettante teste erano in questa sala riunite, quest’anno ad ascoltare, a differenza dell’anno scorso. A cercare di capire i deliri di un architetto che si sente ancora giovane, vuol parlare da giovane ma che l’unico risultato che riesce a sortire dal pubblico è quello di uno sbadiglio, oltre che di una certa perplessità.

Questa società ormai ci ha inondato di parole, facendoci spesso affogare, solo che la nostra permeabilità ci fa ugualmente sopravvivere, purtroppo.

La sala udienze era piena, si trovavano posticini sparsi qual e la, in mezzo alla folla più attenta a codificare le parole che a comprenderne tutto il concetto. L’unico posto libero risulta una gabbia, non è la gabbia per le scimmie, e nemmeno quella delle tigri. E’ il luogo deputato degli imputati: vuoto, aperto ed apparentemente innocuo Senza pensarci due volte decido che voglio sedermi proprio li. Con i tacchi ai piedi e la gonna stretta mi arrampico e vi entro.

Non sapevo quale sarebbe stata l’emozione che mi avrebbe accolto ma mi siedo. Prima sorpresa: a parte un certo imbarazzo non sento proprio nulla, non un brivido, non un lamento interiore nulla. Nel mio cervello vedo solo volti deformati con facce doloranti ed un boato le accompagna: sono i dannati che chiedono pietà. Per il resto indifferenza. Nessuno si accorge di me ed io comincio a capire che ribaltando la prospettiva quella potrebbe divenire una splendida cuccia, mi accomodo ulteriormente e mi sento rassicurata in quella costrizione che praticamente dimentico dove sono. Sto bene così.

Guardo le facce, le vedo tutte, si legge molto sui loro volti.

Osservo il sindaco Renzi, presente e di spalle davanti a me, evidentemente provato, mentre i relatori sognano di cambiare il mondo, di farlo volare, io penso solo che vorrei essere fotografata li, al suo interno. Penso alla performance che potrebbe uscirne se mi mettessi ad urlare, se io donna irreprensibile, al di sopra di ogni sospetto, mi arrampicassi e cominciassi a fare versi antropomorfi in quella gabbia mentre sono li a pensare se è più bestia chi si contiene in libertà oppure io che sogno solo di lasciarmi andare ad una liberatoria provocazione?

Il tempo per pensare è scaduto, si liberano dei posti, la gente evidentemente annoiata lascia il campo uditorio. Da lontano e mi viene indicato un posto comodo sul quale sedersi. Gioco finito, bambina vai a lavorare. Altro cambio di prospettiva. Mi siedo e mi sento subito confondere dalle mani e dai respiri degli sconosciuti accanto a me, il rimbombo della stanza è sempre più forte e galleggio in un coretto di ondeggiamenti di comprensione delle teste presenti, è tutto un su e giù di annuire. Voglio tornare in gabbia, è molto più rassicurante.. La presentazione finisce, ci alziamo e ci stringiamo tutti in un valzer fatto di strette di mani e sorrisi. Mi si avvicinano dei signori, sempre partecipi alla vita politica. Uno di loro di vista mi riconosce, altri mi mi dichiarano che si erano incuriositi al mio ingresso e che mi avevano notato alle spalle del sindaco. Si erano stupiti del mio abbigliamento elegante e per via di questi fattori avevano associato la mia figura, la mia presenza, al ruolo di escort. Dichiarano di non essere stati i soli a ipotizzare questa cosa, perché tanto donne così, ormai, se ne vedono solo in politica, è difficile vederle per strada, nella vita comune. Chiedendo di non scherzare faccio loro notare che le escort sono molto meno eleganti e più appariscenti e decisamente meno attente alla politica ed alla società di quel che si pensi.

Insistono nel farmi notare che ormai tutte le escort sono laureate e che ormai dietro ad ogni politico se non c’è una escort, c’è un trans. Ecco, altro buon motivo per non frequentare le università italiane e per tornare in gabbia, anche allo zoo dove le leggi della natura sono meno tristi e crude della realtà sociale italiana e l’essere femminile viene percepito senza pregiudizi dalla società animale.

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