Gli spot che piacciono allo IAP

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Pochi giorni fa Mara Carfagna firma un protocollo con lo Iap volto ad accelerare le procedure di sospensione delle campagne sessiste. In quest’ultimo periodo, lo  iap ha ritirato alcuni spot. Alcuni spot della Clinique trasmessi su Mediaset nell’ottobre del 2010, da come si legge sul comunicato:

Il Presidente del Comitato di Controllo, viste le telepromozioni relative a “La Clinique” – 4 soggetti – diffuse nel mese di ottobre 2010 sulle reti Mediaset, ritiene le stesse manifestamente contrarie agli artt. 2, 10, 11 e 12 del Codice di Autodisciplina della Comunicazione Commerciale.
I messaggi, volti a pubblicizzare le prestazioni offerte da “La Clinique”, “La più grande organizzazione di specialisti in medicina e chirurgia estetica in Italia”, mostrano quattro amiche che si ritrovano in un ristorante per raccontarsi confidenze e discutere tra l’altro di questioni relative all’aspetto fisico. Al riguardo, una di loro indica la soluzione della chirurgia estetica come idonea a risolverle tutte. I discorsi veicolati dai messaggi sono del seguente tenore: “Io con queste cosce grosse dove vado?”, “Da un buon chirurgo estetico! Pensaci tesoro!”; “Madre natura non è stata molto generosa con il mio lato B”, “Ma la chirurgia estetica no?”; “E per il sedere?”, “Per quello c’è la liposcultura!”; “Le vie della chirurgia estetica sono tante”, “Siamo nel 2010, esiste il chirurgo estetico eh?”.  Chiosa tali discorsi la presentazione della struttura “La Clinique” da parte di un uomo, che rassicura i destinatari sulla serietà, la sicurezza e la convenienza offerte.
Ad avviso dell’organo di controllo, le comunicazioni non rispettano quel canone di massima responsabilità che il Codice di Autodisciplina richiede ai messaggi che coinvolgono tematiche relative alla salute ed all’aspetto estetico, determinando un approccio inopportuno ad un argomento delicato, che deve anche tener conto della particolare sensibilità del pubblico. I messaggi prospettano infatti il ricorso ad interventi di chirurgia estetica in termini semplicistici, banalizzando l’aspetto chirurgico e inducendo i destinatari a sottovalutare la necessità di scelte ponderate e responsabili in merito alla reale necessità di tali interventi, in considerazione anche della percentuale di rischio e di pericolosità che in ogni caso essi implicano. Attraverso espressioni quali, ad esempio, “Un chirurgo estetico può essere davvero un’ottima scelta per piacersi di più”, “molte donne scelgono la chirurgia estetica per piacere e piacersi di più”, “oggi medicina e chirurgia estetica possono risolvere molti inestetismi”, “La plastica valorizza”, le telepromozioni sono volte ad accreditare nel pubblico in modo semplicistico il convincimento che la chirurgia estetica sia la scelta o l’alternativa più facile, sicura e senza controindicazioni per rimediare a ciò che del proprio aspetto non piace.
I messaggi risultano perciò suscettibili di indurre i destinatari a trascurare le normali regole di prudenza e vigilanza, ponendosi così in violazione del secondo comma dell’art. 12 del Codice.
L’organo di controllo non può inoltre non rilevare che simili comunicazioni, per la loro complessiva impostazione, sono suscettibili di diffondere contenuti diseducativi e pericolosi per un pubblico composto anche da minori e adolescenti, ponendosi in contrasto con le prescrizioni dell’art. 11 del Codice. Esse sottolineano l’inadeguatezza di chi non si rispecchia in determinati canoni estetici, cui ovviare ricorrendo alla chirurgia estetica (“è un tipo da quarta… quello è fissato col seno, è stato con due terze e una quarta…”; “No, io non vengo, madre natura non è stata molto generosa con il mio lato B…” e così via). È indubbio che l’ideale corporeo proposto nella pubblicità possa influire negativamente sull’autostima delle donne e degli uomini e in particolare degli adolescenti, soggetti che sono facilmente influenzabili da parte dei mass media. L’interpretazione che i messaggi impongono solleva quindi preoccupazioni anche per il fatto che il pubblico in età evolutiva, particolarmente sensibile ai richiami dell’accettazione sociale e della gregarietà con il gruppo dei pari, è portato a fare propri e ad applicare nella quotidianità tali presunti ideali estetici.
Si rileva altresì un profilo di contrasto con l’art. 10, laddove diverse espressioni utilizzate nei dialoghi recano un’innegabile carica offensiva della persona che si sottragga o non rispecchi i determinati canoni dell’estetica corporea. Si citano a titolo esemplificativo: “Ha la mia stessa minigonna? Beate te che te la puoi permettere! Io con queste cosce grosse dove vado?”, “…costumi al 50%, lo shopping perfetto per il nostro viaggio ai Caraibi, ci torniamo domani? No, io non vengo, madre natura non è stata molto generosa con il mio lato B”, “Guarda che sculettare è un’arte… Un sedere come quello è un’arte!”, “è un tipo da quarta… quello è fissato col seno, è stato con due terze e una quarta… e tu vorresti essere la sua quarta!”, “…avercela mezza misura in più… o qualche centimetro in meno”.
Infine, l’espressione “La Clinique pensa anche alle vostre esigenze economiche con sconti, offerte e comode modalità di pagamento come per esempio 48-60 rate” presente in alcuni dei soggetti pone i messaggi in contrasto con l’art. 2 del Codice, in quanto non si limita a prospettare la generica possibilità di pagamenti rateali, ma riporta una specifica indicazione di rateazione (48-60 rate), che risulta tuttavia omissiva di tutte le informazioni necessarie per comprendere le reali caratteristiche e condizioni dell’offerta, potendo perciò risultare fuorviante per i consumatori.

 

La pubblicità di Romano autogas  che io stessa ho denunciato, di cui potete leggere il comunicato.

Quella di Ryanair rilevato sul “Corriere della Sera” del 5 dicembre 2010 e del 4 gennaio 2011, ma fanno ritirare solo la pubblicità.

 Ma quanto è efficace lo Iap?

 Dopo aver saputo che lo iap non accoglie tutte le denunce nonostante violino la dignità di genere, ci sentiamo tutelate a metà, anche eprchè in italia non esiste nemmeno un osservatorio che possa bloccare preventivamente tutti i messaggi che sviliscono la dignità di genere, come invece accade in Spagna grazie ad una legge approvata più di dieci anni fa.

Lo Iap  funziona solo quando le pubblicità sono volgari e le nudità sono più integrali. Non agirebbe quando si tratta di semplici messaggi che stereotipizzano i ruoli di genere. Una prova?

Denunciate una qualsiasi pubblicità che ci rappresenta sempre nei panni di casalinghe disperate o semplicemente mostrandovi come lo Iap si è comportato di fronte a queste pubblicità, come potete vedere sul post di Giovanna Cosenza:

E questa della Tre che nonostante le donne sono pure tariffate non ha rilevato alcun messaggio svilente nei confronti dell’immagine femminile.

E che dire della donna banner?

Per lo IAP non svilisce l’immagine femminile ma sarebbe ironico, come se in un Paese come il nostro, dove le donne sono fortemente sottorappresentate e trattate come merce, tutto ciò dovrebbe far sorridere, è come se sorridessimo anche per tutto il resto.

Non capisco che metodo usa il codice di autodisciplina pubblicitaria per poter stabilire cosa offende e cosa non offende, non bastano le denunce delle consumatrici?

Come al solito le donne in Italia vengono tutelate soltanto sulla carta o a metà.  

7 commenti

  • danzatriceorientale

    Lo Iap mi ha un po’ smontata, ultimamente, soprattutto perché, come fa spesso il pubblico, abusa un po’ troppo del concetto di “ironia” per giustificare certi messaggi che di ironico non hanno proprio nulla (vedi la pubblicità della porcola).

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  • danzatriceorientale

    ps se censurano uno psot della Clinique, dovrebbero far sparire anche tutte le bambole gonfiabili dalla TV, perché, anche se implicitamente, lanciano gli stessi messaggi in esso pronunciati. Boh, sembrano quelli che demonizzano, a ragione, l’anoressia e poi continuano a propinarci manichini come se niente fosse, infliggendo il colpo di grazia a chi già è instabile mentalmente di suo.

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  • Sulla difettosa capacità visiva dello IAP ha fatto un post giorni fa anche Giovanna Cosenza, che ha colto l’ambiguità inquietante, direi inconsapevolmente mistificatoria, del concetto di ironia cui l’ente in questione fa ricorso: http://giovannacosenza.wordpress.com/2011/02/02/quando-il-giuri-della-pubblicita-sbaglia/

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  • @Paola,
    grazie per aver ricordato il mio post.

    In effetti questo post di “Un altro genere di comunicazione” ha preso ampiamento spunto anche dal mio e di fatto lo ha anche linkato, ma non lo ha fatto in modo così chiaro.

    Pregherei chi gestiste il blog “Un altro genere di comunicazione” di citare le fonti con più esplicitezza, la prossima volta, come io stessa faccio sempre e come vuole la correttezza in rete.

    Grazie!
    Un abbraccio a tutte,
    Giovanna

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  • anche io come danzatriceorientale vedo molta miopia nelle decisioni dello IAP. Che le donne ricorrano sempre di più alla chirurgia estetica è un fatto, e va molto al di là del velinaggio. Ho letto l’articolo di Giovanna Cosenza, e francamente concordo con lei sull’insidiosità dei messaggi più velati che fanno passare una certa idea di donna. Trovo più pericoloso quello che uno spot sulla chirurgia estetica, di fronte al quale lo spettatore sa benissimo che si sta parlando di un intervento chirurgico, a meno che non capisca l’italiano.
    Lo spot della Clinique può essere un esempio di comunicazione urlata, sicuramente criticabile, ma non so quanto condannabile.

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