Seventy sex

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Fonte: La Stampa

Le esperienze sessuali adolescenziali raccontate con crudo realismo da un’autrice misteriosa

FULVIO CERUTTI, TORINO

Scandaloso o naturale? Ossessione o piacere? Difficile giudicare il libro “Seventy sex”. «Il primo orgasmo l’ho avuto alle elementari. Ero in quarta». Inizia così il primo capitolo. Un incipit non facile. Probabilmente sconcertante. Andando avanti nelle righe successive si capisce che la storia verrà raccontata con la stessa intensità e crudo realismo: «Avevo accavallato le gambe, la mia compagna di banco mi aveva fatto cadere in grembo una forbicina, io avevo stretto le cosce e bam! Dal centro della mia piccola vagina implume erano partiti un calore, un piacere, un batticuore così intensi da lasciarmi senza fiato». Parole, frasi, pensieri che fanno, pagina dopo pagina, spalancare gli occhi. Janis Joyce racconta le sue prime esperienze sessuali da adolescente.

 Una ragazzina di 15 anni che vive nelle provincia veneta negli anni ’70. Quando nel mondo molti lottavano per la libertà sessuale, lei lottava con il proprio corpo. Masturbazioni frenetiche per conoscerlo meglio, quasi a dominarlo. Ripetute con il desiderio sempre più incalzante di avere il primo rapporto sessuale.

Non c’è amore in questa storia. Non c’è poesia. Eppure si ha l’impressione che sia naturale. Leggere il libro con gli occhi di un coetaneo dell’autrice porta alla mente situazioni e sensazioni molte diverse fra ragazzi e ragazze, ora divenuti uomini e donne. Molto diverse nei modi, a tal punto da viverli a 360° con la propria migliore amica.

«Anche se a quindici anni ero innamorata di Giulio […], il sesso lo facevo con Silvia». Entra in scena così l’amica della protagonista. Stessi desideri, ma con la “fortuna” di avere un ragazzo. Un’amica a cui chiedere “come è fare questo o quello, che cosa si prova”. Un’amica con cui condividere pomeriggi a toccarsi reciprocamente, sfiorando il proprio corpo prima, spingendosi sempre più in là. Non c’è amore, ma neanche perversione. Difficile infatti immaginarla nella mente e nel corpo che muta di due adolescenti. Soprattutto negli anni in cui alle domande sui piaceri del proprio corpo la propria madre rispondeva: «Non farlo più», senza aggiungere altro se non il silenzio. Mancanza di dialogo che porta a nascondersi. A creare un proprio mondo. Fatto anche di tentativi di affidarsi all’esperienza dei ragazzi più grandi. Più disastrosi che rassicuranti.

Uno spaccato di società degli anni ’70. Ma in tanti aspetti ancora attuale. Molto attuale. Soprattutto nella frenesia di voler crescere. Con il proprio corpo prima ancora che con il cuore e con la mente. E di lì le paure e l’incoscienza di chi si spinge al limite. Pagina dopo pagina, però, la protagonista cresce. E con lei cresce la voglia di sperimentare e la «voglia sconsiderata di sesso». Sesso nella realtà, sesso nei propri sogni come quella volta che Mick Jagger le disse «Sei forte» per poi tirare «fuori dalla patta il suo arnese» sulle note di “Satisfaction”.  Un sogno tanto intenso quanto il desiderio che c’è sotto.

Poi la consapevolezza finale del proprio corpo dominato, ma mai soddisfatto. Neanche dalle «batterie», così come l’amica chiama le orge con gli amici. Ma quanto basta per pensare che gli «uomini sono tutti uguali. Stupidi, vanitosi, pieni di sé. Cazzi senza testa, li chiamava Silvia. […] Si tratta solo di fargli credere di essere principi azzurri…». L’amore raccontato nelle fiabe non è emozione per tutti, da alcuni mai neanche immaginata. Figuriamoci conosciuta.

Un po’ come il mistero che avvolge la reale identità dell’autrice. Janis Joyce è infatti uno pseudonimo. La casa editrice del libro, la Transeuropa edizioni, ha affiancato al lancio del libro un concorso. I lettori sono invitati a scoprire il vero volto della scrittrice attraverso tredici indizi settimanali. Un’idea di marketing che di certo aiuterà ad aumentare il numero di vendite. Anche se a Schio, paese dove è ambientata la storia, non è stato necessario. Le cronache locali parlano di copie andate già a ruba con il diffondersi di voci, smentite dalla casa editrice, sulla moglie di un assessore locale che potrebbe essere la vera Janis. Anni ’70 o 2011, l’Italia è sempre quella.

4 commenti

  • danzatriceorientale

    Putroppo per molte “emancipazione” vuol dire anche sbandierare la propria vita sessuale (vera o presunta) ai quattro venti. Ma l’intimità e la riservatezza nessuno sa più cosa siano, in questo mondo dove oramai ogni scusa e buona per far video su youtube, si tratti di mostrare la mise del giorno, quello che si tiene in borsa o addirittura nel frigo? A quando anche i video direttamente dalla camera da letto per far vedere in che posizione lo fanno gli italiani?

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    • Il fatto è che le persone credono sempre di più che quello che fanno, ciò che dicono sia di estrema importanza, e quindi lo mettono in rete.
      Non penso di considerarla una cosa negativa, se la definisco in modo così semplice e generale.
      Ma mi piace che internet possa ospitare una memoria collettiva, le cose di tutti.
      Il problema delle cose brutte (racchiudo in questo termine tutto ciò che si possa odiare dal sessismo al razzismo alla violenza alla pedofilia ecc…) in internet, non è del mezzo. Sono cose che esistono a prescindere. Sono andata fuori tema solo per dire che non trovo sbagliato mettere la propria vita nel web, perchè in qualche modo, anche se noi moriremo, e gli altri ci scorderanno, in qualche angolino remoto del web esisterà ancora qualcosa di noi.

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  • non ho approfondito, magari è un libro interessantissimo, profondo, forte…non lo so. a giudicare dagli estratti presenti nel tuo articolo e dal tuo riassunto mi sembra l’ ennesima furbata: una melissa p. ancora più giovane e ancora più porca, accorrete gente!
    i brani citati sono piatti, sono tristi, sono solo parolacce(la piccola vagina implume, l’amichetta lesbo,gli uomini tutti uguali brutti mascalzoni)…sono lontani, a mio parere, dalla sublime oscenità di, mettiamo, un Pierre Louÿs. Ma non siamo nemmeno al livello di un’ Emanuelle, secondo me.
    Sbadigli

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