Donne juke-box di sesso, iniziativa de L’Unità

capo

di Manuela Modica da l’Unità

Sorelle d’Italia, deste contro il sessimo della pubblicità. La battaglia di Donne libere da Milazzo risale la penisola, per unire le italiane contro immagini offensive. L’Unità lancia, dopo il caso siciliano, una campagna di segnalazioni che da Ravenna a Treviso, da Bari a Bologna risveglia la decenza d’Italia contro spot il cui utilizzo del corpo delle donne risulta continuo e ossessivo.

Femmine in quantità e in nudità, vittime dell’umorismo maschio che si manifesta sui muri di tutte le città, riducendole a mero scherno, mera strizzata d’occhio tra maschietti: solo ironia. E solo maschia, sugli spazi pubblici della Penisola. Così che se nel luglio del 1958, Camilla Ravera dalle pagine di questo giornale richiamava «la forza di milioni di donne unite» contro la guerra. Oggi a noi tocca scrivere di “Passera”, “Figa”. Tocca riferire di imperativi, incitamenti: “Fatti il capo”, “Te la do gratis”, “Provale tutte, una tira l’altra”. Dell’imbarazzante “celodurismo” dei creativi. Perché camminare per le strade del bel Paese, ormai, regala sensazioni un po’ da stadio, un po’ da sexy shop. Dai nostri muri esplode l’incitamento a gustare quel tipo di patatine, a fare quel genere di disinfestazione, addirittura a iscriversi a quella università. Sempre passando attraverso una coscia, un seno, un pube. Un corpo di un animale – “montami” – ci suggeriscono i copywriter, fino a dichiararlo apertamente ‘montando’ il viso di una mucca sul corpo di una donna. Senza trascurare espliciti riferimenti alla prostituzione, dai pubblicitari d’Italia sempre garantita “a costo zero”. La donna è perciò nient’altro che corpo, svilito nella sostanza, ridotto a involucro, o veicolo da utilizzare per raggiungere le tasche di questa maschia Italia. Così che i “Mad Men” italiani si stringono alla corte degli stereotipi di genere, disposti a tutto pur di solleticare il testosterone. «È solo pubblicità, e fa ridere», commenta Andrea F., su Facebook, «L’identità non c’entra». E vogliamo crederlo, anche solo per un istante, quello in cui troviamo una contraddizione di cui non riusciamo a venire a capo, pur volendola gettare sul campo “franco” del dio mercato.

È un sesso senza capacità d’acquisto? Non mangiano le italiane patatine, non vanno all’università, non acquistano pannelli fotovoltaici? «Questo è ciò che accade quando le aziende non hanno un marketing evoluto e le agenzie pubblicitarie non mettono in atto un rigoroso processo strategico prima di lanciarsi nelle loro esplorazioni creative». Spiega Luigi Accordino, direttore del reparto strategico – di chi cioè studia il consumatore e il mercato per indirizzare al meglio il lavoro dei creativi – della Publicis, una delle più grandi agenzie di pubblicità di Milano. E continua: «Nel dubbio su cosa dire e a chi dirlo, e lasciati spesso in totale libertà dall’azienda cliente, alcuni pubblicitari scelgono di pescare dalla (sotto)cultura popolare corrente, che purtroppo è intrisa di biechi e triviali maschilismi. Al di là dell’innegabile cattivo gusto, il vero rischio nel quale si incappa è che i veri destinatari di quel prodotto-servizio, maschi o femmine che siano, ma comunque non necessariamente involuti come certe pubblicità li vorrebbe, si soffermeranno probabilmente a “guardare” ma potranno poi prendere le distanze dal mittente di quel messaggio – la Marca – non identificandosi nel contenuto, né nel linguaggio. Infatti: «Ho smesso di acquistare il prodotto», ci scrive Roberto Cena Lombardi, segnalando lo spot dell’amaro del Capo.

E in molti evocano il boicotaggio di questi prodotti. Mentre a ripulire l’immaginario dalla cavalcante misoginia italica ci provono due storiche associazioni, l’Udi, con la campagna “immagini amiche”, contro quelle lesive della dignità femminle. E l’Arcidonna, col progetto «Laboratorio di Pari Opportunità: pratiche per il superamento degli stereotipi», il cui frutto fu la campagna «Io non penso a sesso unico». Perché c’è chi di risate se ne fa davvero poche: «Un arretramento culturare veicolato anche dal nostro Presidente del consiglio – spiega Valeria Ajovalasit, presidente Arcidonna –. Il risultato è che del corpo della donna si può fare l’utilizzo che si vuole, e si fa: si uccidono, infatti, 8 donne a settimana».

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Zanardo: «Italiane aspettano consenso del maschio»

di Manuela Modica

Un involucro, una mucca, che smuove l’uomo a bere quell’amaro, a comprare quel pannello solare. A vedere quel programma televisivo: «Vorrei sorprendermi». Dentro uno di questi involucri c’è Lorella Zanardo, autrice del libro e del documentario «Il corpo delle donne». Una ex manager, di formazione nordeuropea, che ha rianimato l’attenzione, esanime, delle spettatrici italiane di fronte all’abuso del corpo femminile. «Ho appena ricevuto un messaggio – racconta – da un giornalista tedesco “Sembra che l’Italia si sia involuta e forse la situazione delle donne vittime di un’oggettiva scarsa autostima sono la più evidente e sensibile spia del grado di sviluppo della vostra società”. E questo lo dice un uomo». Vuole sottolinearlo la Zanardo, perché «siamo a uno stadio così scimmiesco che sarà poco carino ma ammettiamolo: se lo dice un uomo, vale di più, e sono disposta a tutto purché sia veicolato il messaggio».

Dopo il documentario e il libro, il messaggio ha fatto il giro d’Italia…
«L’ultimo anno è stato vivace: anche le campagne dell’Udi, il vostro giornale, le blogger. Protestare serve, porta risultati significativi. Moltissime campagne sono state interrotte. Il mio lavoro ha avuto “successo” in particolare con i giovanissimi. È su loro che dobbiamo puntare per ottenere un vero cambiamento, armandoci di pazienza. Sono i ragazzini tra i 13 e i 17 che si sorprendono di più: “Perché siete così poco coraggiose?”, mi chiedono».

Perché?

«Si potrebbe scrivere un trattato, ma credo che la donna italiana abbia ancora fortemente bisogno dell’approvazione del maschio: questa è la verità».

E i maschi vogliono donne nude dappertutto…
«Ho presentato il libro a maggio a Milano, al termine, un uomo, d’altissimo prestigio, coltissimo, s’è avvicinato: “Sei anche brava, ma perché vuoi togliere le donne belle dai media, a noi piace?”, m’ha chiesto. Si sta impoverendo la società. E neanche i politici di centro sinistra prendono sul serio la questione».

Questione antica: Togliatti definiva “molto grave” l’insufficiente attenzione del partito sulla questione femminile.

«È attualissima: come si può non notare per esempio che in queste tre ultime settimane di nuove proposte di candidature non ci sia neanche una donna. Eppure basta navigare qualsiasi sito e ci si rende conto che le donne stanno cambiando il mondo. Una giovane donna al parlamento islandese ha fatto approvare una legge per cui si potrà pubblicare qualsiasi segreto militare e istituzionale del mondo. C’ha provato e c’è riuscita: questa è rivoluzione».

È un arretramento generale o soltanto di genere?
«È generale, si, ma chissà che molto non parta da quello. E da cattolica mi sono chiesta, perché la Chiesa, che fa della madonna figura portante della verginità e della purezza sul corpo delle donne non ha detto nulla per criticare l’uso immondo che se ne fa in tv e negli spot. Viene da pensare ci sia un interesse, voluto o non voluto, a mantenerci in questa situazione di sudditanza, a culo per aria sotto il tavolo di plexiglass coi tacchi 12 a spillo: un bellissimo modo per metterci in gabbia. Le rivoluzioni, però, si fanno con le scarpe comode».