Poveri giornali tra signore e gnocche

Ancora linguaggio sessista nel giornalismo italiano che divide le donne in sposate o oggetti sessuali.

Da: donne delle realtà

di Paola Ciccioli

« Le liste capeggiate da due signore…». Rileggo: «Le liste capeggiate da due signore…». Eh no, signor Franco Abruzzo, signore sì, ma prima di tutto colleghe. Anzi: una è l’attuale presidente dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia, Letizia Gonzales, che si ripresenta alle prossime elezioni del 23 e 24 maggio. E l’altra, Marina Terragni, è in corsa per la stessa carica. Perché decido di scriverne, a titolo rigorosamente personale, su questo blog? Perché credo fermamente che la questione riguardi ogni singola cittadina e cittadino di questo Paese. Perché quella che viene definita crisi della nostra professione è invece, a mio giudizio, qualcosa di più: quasi una mutazione genetica che ha eroso il significato di termini fondamentali come deontologia, etica, correttezza, rigore, verità, imparzialità, rispetto, empatia e sensibilità nei confronti dei nostri interlocutori: le lettrici e i lettori.

«Due signore», scrive Franco Abruzzo nella sua peraltro molto informata e utile newsletter che ogni giornalista lombardo si ritrova con puntualità nell’inbox. Così vengono apostrofate le rivali candidate alla presidenza dell’Ordine che Abruzzo ha già guidato in passato e che si dice adeguato a presiedere ancora. Senonché, quel «signore» rivolto a due colleghe tutt’altro che prive di curriculum, appare vistosamente svalutativo e, in quanto tale, inaccettabile. In altri Paesi, penso per esempio agli Stati Uniti d’America, usare un linguaggio discriminatorio (per quanto riguarda razza, colore, genere, inclinazione sessuale o età) è sanzionato, non solo socialmente. Squalifica, e molto, chi ne fa uso proprio perché indizio di mancanza di quel rispetto, empatia e sensibilità cui accennavo sopra. Da noi, invece, è prassi quotidiana, a ogni livello. E il giornalismo da maschile sembra essere diventato mestiere maschilista. Al di là della quantità di donne (in aumento) presenti oggi nelle redazioni, a volte loro stesse ineducate o passive nei confronti dei messaggi sessisti, espliciti o camuffati, che finiscono nelle pagine di quotidiani e settimanali oppure nei servizi televisivi. Mi spiego con un esempio concreto.

È il primo aprile e ascolto come al solito la rassegna stampa mattutina di Radio Popolare. La voce che commenta i giornali è femminile e quando cita il titolo di prima pagina di Libero sobbalzo: «Al Pd non piace la gnocca». Proprio così: «Al Pd non piace la gnocca», letto con voce impercettibilmente schifata. Nessuna riflessione, sottolineatura, presa di distanza. Esco e mi fiondo in edicola: è un numero imperdibile per la mia collezione privata di orrori del nostro tempo. Così posso leggere anche il sottotitolo: «Su 186 consiglieri regionali eletti 163 sono uomini. E poi dicono che il Pdl umilia le donne». Viene sera e per fortuna c’è Lilli Gruber, che apre “8 e mezzo” su La7 mostrando proprio il quotidiano diretto da Maurizio Belpietro. «Cos’avete detto oggi, in redazione, vedendo questo titolo?», chiede Gruber alla collega di Libero presente in studio. «Mi sono più che altro soffermata sul contenuto dell’articolo», risponde in sintesi l’ospite .

Come ne veniamo fuori? Come categoria, intendo. E la domanda è in primo luogo per le due candidate donne alla presidenza dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia, la regione dei grandi giornali, delle case editrici e delle televisioni private.