#LineaGialla: Meredith non era poi così eccezionale per essere ammazzata

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In questa puntata di Linea Gialla, andata in onda un paio di giorni fa, si parla dell’omicidio di Meredith Kercher.

Ospite in studio Raffaele Sollecito e, nella parte di “avvocati” della difesa e dell’accusa, rispettivamente Roberta Bruzzone e Vittorio Feltri.

E proprio a causa di alcune frasi proferite da quest’ultimo, abbiamo ritenuto opportuno scrivere una lettera alla redazione di Linea Gialla, nella persona di Salvo Sottile, viste anche le numerose segnalazioni che abbiamo ricevuto per queste esternazioni irrispettose di Feltri.

Riportiamo solo alcune delle parole di Feltri, che nemmeno chiamava Meredith con il suo nome, avendolo dimenticato, come lui stesso dice, forse permettendosi di scherzare in un contesto simile:

Mi deve spiegare per quale motivo questo signore avrebbe dovuto uccidere questa ragazza… Perché io sono un ignorante, non so niente di chimica… La volevi scopare? … Non ha senso incriminare questo giovanotto! … Si stava laureando … c’aveva una fidanzata bellissima, va ad accoppare questa qui che non era neanche eccezionale!

Non serve sottolineare quanto siano gravi. L’intero intervento di Feltri è stato grave.

Ecco, dunque, la nostra lettera aperta:

Al presentatore di ‘Linea Gialla’ Salvo Sottile.

Siamo un gruppo di social blogger che da anni si occupa di tematiche di genere, violenza sulle donne e linguaggio giornalistico.

Le scriviamo perché siamo indignate per quanto accaduto l’altro ieri, 25 febbraio, all’interno del suo programma in merito all’omicidio di Meredith Kercher.

Premettiamo che le segnalazioni arrivateci sono state numerosissime.

Iniziamo col dire che siamo rimaste spiacevolmente colpite da come sia stata trattata la triste vicenda – ricordiamolo, di una ragazza ammazzata brutalmente -, tra risatine e battutine a doppio senso.

Vittorio Feltri, suo ospite, ha inizialmente affermato: “Non riesco a capire che interesse potesse avere questo giovanotto a uccidere questa ragazza qui, che non era una meta inarrivabile”. Per poi continuare sarcastico, rivolgendosi a Sollecito: “Te la volevi scopare?”

Siamo già davanti ad esternazioni gravissime, in cui si afferma che una ragazza ammazzata in quel modo non era nemmeno così appetibile per Raffaele Sollecito e che quindi, già soltanto questo, secondo Feltri, lo assolverebbe.

Ci ritroviamo per l’ennesima volta in una situazione in cui vengono esternate, senza smentita, erronee e gravissime credenze secondo le quali la presunta bellezza della vittima giocherebbe un ruolo decisivo e fondamentale per scatenare un un atto di violenza o un omicidio.

Dobbiamo ancora una volta precisare che la violenza sulle donne, che sia uno stupro o un femminicidio, è un fenomeno trasversale che non conosce limiti di età, ceto sociale e aspetto fisico?

Non contento, Feltri prosegue con: “Non ha senso incriminare Sollecito, perché doveva farlo? Si stava laureando, stava facendo la tesi, c’aveva una fidanzata bellissima… va ad accoppare questa qui che non era neanche eccezionale?”

I toni di Feltri sono inaccettabili, viene fatto un confronto in base all’aspetto fisico tra una ragazza che ha perso la vita in modo così violento e la presunta assassina – tra l’altro con immagini ad hoc mandate dalla regia – e l’innocenza dell’altro assassino viene data per scontata in base all’appetibilità della vittima, come se la presunta avvenenza di quest’ultima fosse direttamente proporzionale alla possibilità di essere uccisa.

Non capiamo come abbia potuto permettere tutto ciò. Non riusciamo davvero a capacitarci di come lei, senza batter ciglio, abbia continuato a far esternare delle cose così gravi da un suo ospite.

Come ha potuto trasmettere, in un Paese che ogni anno conta più di 130 donne ammazzate, davanti a milioni di spettatori, dei messaggi così poco rispettosi verso quella ragazza, la sua storia, e verso tutte le donne vittime di femminicidio?

Come può farsi promotore della non violenza e portare avanti messaggi e campagne contro la violenza sulle donne, se nel suo studio e in sua presenza, senza alcuna obiezione da parte sua, sono state affermate parole così gravi da parte di un suo ospite?

Le blogger di Un Altro Genere di Comunicazione

 

Ci diranno cosa pensano del nostro corpo. Nudo.

BLACHMAN-SHOW

Ci segnalano una nuova trasmissione televisiva che andrà in onda sulla TV danese DR2.

Si tratta di un Reality Show condotto da un ex giurato della versione di “X- Factor” locale: Thomas Blachman. In studio ci saranno lui e un altro “giurato”, rigorosamente maschio.

Di cosa si occuperanno questi due signori?

Di cosa parleranno mai?

Dovranno giudicare il corpo delle donne che, di volta in volta, si presenteranno, completamente nude, di fronte a loro.

BLACHMAN-SHOW

Dalle fotografie e dai video tratti da questo odioso programma, rimango profondamente umiliata, vedendo i visi dei due uomini ridacchiare, vedendoli indicare alla donna di turno, come girarsi per poterla vedere meglio.

Avvampo, tra l’offeso, l’amareggiato, il disgustato e l’addolorato, quando vedo la ragazza nuda, inerme e spogliata di tutto: abiti e rispetto, che viene soppesata come se fosse un animale da macello al mercato dai due uomini seduti davanti a lei.

Rimango schifata e mi arrabbio quando leggo le parole della  direttrice del canale DR2  “Abbiamo un programma che rivela quello che gli uomini pensano del corpo femminile, che c’è di sbagliato?”

Il conduttore della trasmissione, asserisce, inoltre, che il corpo delle donne è assetato di parole maschili.

Ebbene, permettetemi signor* , di dirvi cosa penso di questa trasmissione.

Un simile programma porta avanti il solito messaggio trito e ritrito che indica che, della donna, la cosa più importante è il suo aspetto. E NON il suo aspetto in funzione della salute, magari, ma in funzione del piacere maschile, dello sguardo maschile….

Le donne devono piacere al maschio, le donne debbono vestirsi, spogliarsi, lavorare, mangiare, vivere in funzione del maschio.

Ce lo dicono in ogni occasione: quando compriamo un mascara, lo dobbiamo fare perché il nostro sguardo ci renda sensuali e desiderabili per un uomo. Quando compriamo un paio di scarpe, lo dobbiamo fare per essere eleganti e sexy agli occhi di un uomo.

Persino quando compriamo il latte, o la carne, come abbiamo documentato qui e qui.

La vita di una donna deve sempre essere regolata dall’unico comandamento che non dobbiamo mai dimenticare: “Fai tutto per piacere ad un uomo!”.

Ed infatti, non solo nei media, ma anche in ogni altra occasione della vita pubblica e privata, siamo bombardate da commenti sul nostro aspetto.

Questo continuo modo di pensare alla donna, solamente come ad un “oggetto” sessuale o grazioso da esporre, in quanto esteticamente gradevoli, produce enormi danni. 

Contribuisce ad alimentare la cultura del patriarcato, con tutte le conseguenze negative che vediamo tutti i giorni: stupri, femminicidi, molestie, problemi sul lavoro, discriminazioni, ecc…

Mi pare utile ricordare un articolo di Mary, che, parlando di oggettivazione sessuale riporta le importantissime parole di Chiara Volpato, docente di Psicologia Sociale, all’Università Bicocca di Milano che voglio, ancora una volta, portare all’attenzione di tutt*

Le ricerche mostrano che l’esposizione a modelli idealizzati ed irraggiungibili di corpo femminile correla, nelle donne, con diminuzioni dell’autostima, disturbi dell’umore, sintomi depressivi, disturbi alimentari. Anche la salute fisica risente negativamente della sessualizzazione: le ragazze insoddisfatte del loro corpo tendono, peresempio, a fumare di più.

(…)

La mercificazione è una forma di deumanizzazione. Riduce la donna ad oggetto, merce, strumento del volere e del piacere altrui, negandole la possibilità di realizzarsi come persona capace di decidere ed agire in modo responsabile ed autonomo.

(…)

Le adolescenti imparano presto che molti, troppi, intorno a loro, le valutano esclusivamente per il loro aspetto fisico. Vengono così iniziate alla cultura dell’oggettivazione sessuale, nella quale sono costrette a nuotare, come i pesci nell’acqua, secondo l’efficace immagine di Catharine MacKinnon.

Le conseguenze psicologiche e sociali della mercificazione del corpo

La mercificazione dell’immagine femminile comporta pesanti conseguenze per la vita delle donne, come spiega la teoria dell’oggettivazione sessuale, proposta nel 1997 da Barbara Fredrickson e Tomi-Ann Roberts. Secondo le autrici, oggettivare significa ridurre le donne ad oggetti di consumo, uguali, interscambiabili, privi di individualità. L’oggettivazione si esprime in una grande varietà di forme, che lasciano però trasparire una malinconica monotonia di fondo: alle donne vengono richiesti pochi atteggiamenti stereotipati, ruoli limitati, corpi e volti identici. Quando sono oggettivate, le donne interiorizzano la prospettiva dell’osservatore e si considerano oggetti il cui valore dipende dall’aspetto fisico. L’auto-oggettivazione è il processo chiave mediante il quale donne e ragazze imparano a pensare a se stesse come ad oggetti del desiderio altrui. Storicamente, l’auto-oggettivazione è legata al ruolo subordinato delle donne nella storia, ed al fatto che la bellezza fisica è tradizionalmente stata uno dei pochi mezzi disponibili al genere femminile per acquisire potere e mobilità sociale. Fare attenzione al modo in cui ci si presenta agli altri ed interiorizzare lo sguardo altrui è una strategia antica che permette di controllare le relazioni sociali nella speranza di migliorare la qualità della propria vita. Si tratta, però, di una tecnica che induce a focalizzare pensieri e comportamenti sull’aspetto fisico, sottraendoli ad altri possibili interessi.

Se l’oggettivazione può essere stata funzionale nel passato, quando le donne vantavano ben poche possibilità di sottrarsi ad un ruolo precostituito, risulta penalizzante nella società attuale, come illustrano vari studi sull’impatto negativo della sessualizzazione sulle prospettive di carriera

I costi più alti dell’oggettivazione sono quelli che incidono sul benessere psico-fisico: l’oggettivazione conduce all’auto-oggettivazione, che scatena emozioni negative, rende difficili le prestazioni cognitive, riduce le esperienze motivazionali di picco, abbatte la consapevolezza degli stati interni. Questa catena di relazioni contribuisce alla diffusione degli stati depressivi, delle disfunzioni sessuali, dei disordini alimentari. La prima conseguenza dell’auto-oggettivazione è l’aumento delle esperienze emozionali negative legate al corpo. Nella società contemporanea, le donne sono continuamente esposte a modelli irraggiungibili di corpi femminili levigati e perfetti. Il confronto con tali immagini provoca sentimenti di ansia, vergogna, disgusto per la propria inadeguatezza. Tali emozioni generano tensione, analisi ossessiva del proprio aspetto, desiderio di sfuggire allo sguardo altrui, stati confusivi caratterizzati dall’incapacità di pensare ed agire con chiarezza.

La sessualizzazione provoca, inoltre, effetti negativi sul funzionamento cognitivo. Pensare ossessivamente al corpo, confrontandolo con gli standard culturali dominanti, lascia poche risorse cognitive disponibili per altre attività mentali e fisiche. La sessualizzazione contribuisce quindi ad abbassare interessi, risultati scolastici, aspirazioni di donne e ragazze nei campi più impegnativi, limitando le opportunità di formazione ed affermazione professionale. Altra conseguenza dell’auto-oggettivazione è la riduzione delle esperienze di stati motivazionali di picco, vale a dire di quei momenti, purtroppo rari, in cui si è completamente assorbiti da attività fisiche o mentali molto impegnative, che danno la sensazione di essere vivi, creativi, liberi dal controllo altrui. Il continuo richiamo all’aspetto fisico, esercitato da uno sguardo esterno o interno, interrompe la concentrazione e diminuisce la possibilità di provare tali esperienze. Le donne sperimentano una minore consapevolezza dei propri stati interni, che si traduce in una ridotta capacità di individuare ed interpretare correttamente le proprie sensazioni fisiche perché troppo concentrate sull’aspetto esteriore. Gli effetti negativi dell’oggettivazione influenzano negativamente la vita affettiva di donne e uomini. Quando una persona tratta un’altra come un oggetto, è difficile che provi per questa dell’empatia, sentimento necessario perché le relazioni intime siano soddisfacenti e stabili. Se donne e ragazze sono viste come oggetti sessuali, invece che come persone complete, dotate di interessi propri, talenti, specificità, uomini e ragazzi incontreranno difficoltà a stabilire con loro relazioni diverse da quelle meramente strumentali. Come detto, le ricerche mostrano che l’esposizione a modelli idealizzati ed irraggiungibili di corpo femminile correla, nelle donne, ed in particolare nelle adolescenti, con diminuzioni dell’autostima, disturbi dell’umore, sintomi depressivi, disturbi alimentari. Anche la salute fisica risente negativamente della sessualizzazione: le ragazze insoddisfatte del loro corpo tendono, per esempio, a fumare di piùAltre conseguenze negative riguardano la sfera della sessualità. Il benessere sessuale necessita di intimità, fiducia in sé e nel partner, bassi livelli di stress. Diminuisce quando le donne guardano a se stesse con uno sguardo oggettivante. L’auto-oggettivazione è legata a minore assertività e maggiori comportamenti a rischio: le ragazze meno sicure di sé sono meno consapevoli dei loro desideri e fanno minor uso di mezzi anticoncezionali. A livello sociale, la mercificazione delle donne contribuisce al mantenimento dell’ineguaglianza tra i generi ed alla diffusione di atteggiamenti e comportamenti sessisti. L’esposizione ad immagini che oggettivano le donne influenza i giudizi sulle donne in generale e causa una più accentuata tolleranza degli stereotipi di generedel mito dello stupro (la credenza che le donne lo provochino con il loro comportamento), delle molestie sessuali, della violenza interpersonale. L’esposizione ad immagini oggettivanti, infine, influenza le interazioni tra uomini e donne. Ad esempio, dopo aver visto contenuti oggettivanti, gli uomini sono spinti a pensare alle donne come ad oggetti sessuali, a trattarle di conseguenza e a non riconoscere il loro contributo allo sviluppo della società.

Mi domando come queste riflessioni non facciano parte obbligatoriamente del background culturale di chi inventa e manda in onda programmi TV. Mi domando come si possa pensare che una tale trasmissione non abbia gravissime conseguenze sulla condizione delle donne.

Infine, caro signor Thomas Blachman…. chi, come e cosa le fa pensare che davvero le donne, TUTTE le donne, abbiano davvero voglia di sentire che cosa pensi un uomo come lei del loro corpo?

Le dirò: a me, ma anche a moltissime altre donne, di quel che pensa lei e di quel che, in generale pensano gli uomini della nostra anatomia, non importa un emerito, assoluto, enorme, colossale, gigantesco NULLA.

Wikitaly. Come l’Italia NON cambia!

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Giovedì scorso è andata in onda in seconda serata su Rai2 la prima puntata di Wikitaly, una nuova trasmissione condotta da Enrico Bertolino. Già a luglio, in un’intervista rilasciata dal conduttore, si leggeva l’intenzione di creare un format televisivo in grado di leggere in chiave ironica i dati del Censimento che gli italiani sono stati chiamati a compilare agli inizi del 2012:

[...] già da settembre proporrai un programma comico su Raidue.

“Sì, dovrebbe chiamarsi Wikitalia, e sarà un’analisi comico-ironica dei dati del Censimento. [...]

Chi ci sarà, oltre a te?

Non ci sarà una co-conduzione, ma mi piacerebbe una figura femminile, possibilmente una nuova scoperta da lanciare. [...]

Ma che tipo di trasmissione sarà?

Un varietà che deve far ridere, ma che non mancherà di analizzare aspetti più seri: insomma, se dovrà avere un sindaco ospite, me lo prendo. Come detto, il punto di partenza sarà il Censimento. [...]

Ma non c’è il rischio di mescolare generi diversi? Insomma, che il pubblico che vuole ridere sia infastidito dalle analisi “serie” e viceversa?

“È chiaro che c’è il timore di fare un ibrido né carne né pesce, ma è su quello che dobbiamo lavorare. Il pubblico che ci proponiamo di intercettare, in ogni caso, vuole ridere, sì, ma con un retrogusto”.

Il programma ci è stato segnalato da una nostra lettrice e, in effetti, vale la pena di soffermarcisi sopra un attimo. Visionando il video della puntata, si può notare subito una certa artificiosità: pochissimo spazio è dato all’improvvisazione e alla riflessione, il copione è rigidamente strutturato e studiato in ogni minimo particolare, a tratti forzato. Anche durante i momenti dedicati alle interviste le battute si susseguono in un ritmo incalzante che evidenzia un esplicito accordo preliminare sull’evolversi dell’eloquio.

Ma andiamo agli intenti: analizzare in chiave ironica com’è cambiata l’Italia. Compito arduo, che mette in gioco temi diversi e di rilevanza sociale, con la pretesa di riuscire a trattarli con la giusta dose di ironia. Un varietà che insomma “non mancherà di analizzare aspetti più seri”. In effetti, alcune tematiche importantissime di genere sono emerse, ma il dubbio sulle modalità e l’approccio con cui sono state presentate rimane.

Ad un certo punto, infatti, il conduttore si appresta ad intervistare, in una palese messa in scena, una casalinga che in quanto tale si sente invisibile. Tematica attuale, importante, dal momento che più del 50 percento delle donne italiane non ha un’occupazione lavorativa al di fuori delle mura domestiche. Il marito? Solitamente guarda la tv e quando non capisce la trama del suo telefilm preferito la picchia, intrattiene rapporti con una massaggiatrice bielorussa, mentre considera la moglie come una delle varie “dotazioni dell’appartamento”, va a puttane (ma solo il sabato sera), beve e se non può uscire picchia nuovamente la consorte.

Ma per essere felice a questa donna non manca niente (“Vedi che filosofia?”): “A me mio marito non mi fa mancare niente, ho il mio forno a microonde, ho la mia gelatiera, ho la mia yogurtiera, ho la macchinetta per i pop corn, MAI SENZA ANTI CALCARE!”. La scenetta termina con un appello provocatorio affinché ogni donna possa avere di diritto una macchinetta per il pane!

Questa donna riassume in sé tutti gli stereotipi della casalinga in carne e poco attraente che, dedita alle faccende di casa, sfoga tutta la sua frustrazione nel rendere lustri i pavimenti. Stereotipi che molto spesso però assomigliano alla realtà dei fatti, poiché nonostante Bertolino si auguri che questo esempio non sia rappresentativo della maggior parte dei casi italiani, rispecchia invece lo status quo che la società patriarcale tende a mantenere invariato. Tanto che sarà lo stesso Bertolino a dire più avanti, con aria nostalgica, che sua mamma gli metteva la lavanda nei colletti: “Ma dove le trovi oggi mogli così? Te le sogni”. Purtroppo le nostre famiglie del mulino bianco italiane sono molto spesso quadretti incredibilmente simili a quello descritto.

Tutta la scena della casalinga è accompagnata da scrosci di applausi, risate e battute per “sdrammatizzare” e smorzare la crudezza delle parole pronunciate. La comicità qui viene forse intesa come strumento per sviscerare e trattare temi che nel nostro quotidiano sono considerati dei tabù? Uno strumento efficace, mi chiedo, quello della comicità per affrontare tematiche di tale portata senza poi un approfondimento successivo? Quanto del messaggio che probabilmente si vuole mandare al pubblico arriverà all’uomo medio italiano? Quante persone sono in grado di cogliere la drammaticità di queste parole? Il programma è rivolto alla larga fetta di popolazione insensibile al tema con lo scopo di strappare quattro risate o si pone come obiettivo il concreto tentativo di accendere una lampadina delle teste degli italiani, magari ponendosi come target una fascia di telespettatori più attenta e ricercata, e far cominciare a riflettere?

Discriminazioni di genere e violenza domestica. Ormai sono abbastanza scettica riguardo al trattare con ironia determinate tematiche e credo che tutto vada inserito nel contesto. Se avessi constatato una reale volontà di denuncia e cambiamento forse sarebbe stato diverso, ma in definitiva ho visto il solito conduttore attempato in completo nero e camicia bianca, con al fianco Miriam Leone, una valletta fintamente più evoluta, un’ex Miss Italia presentata con la classica inquadratura dal basso verso l’alto, luccicante nel suo abitino argentato, infilata in un ruolo subalterno, che con le sue “manine sante” volta le pagine elettroniche dello schermo, un po’ come le vallette della ruota della fortuna, incalzata con toni paternalistici da Bertolino.

Anche l’intervista a Vladimir Luxuria, ospitata in qualità di esponente dei diritti transgender, pare forzata e stereotipata. Si tratta un tema importante, quello dell’identità sessuale percepita e spesso negata, portato verso i soliti luoghi comuni. Necessità di sdoganamento o semplice bisogno di far fare al pubblico quattro risate da bar?

Possiamo constatare come sia anacronistico l’intento di trattare tematiche serie e di così ampio respiro facendo ridere senza scadere nel qualunquismo e nella superficialità. La trasmissione risulta quindi un ibrido (timore espresso dallo stesso conduttore)? O più semplicemente ha avuto la pretesa di poter ancora una volta leggere in chiave ironica i tratti tragicomici e grotteschi di questa nostra Italietta, della serie “meglio ridere che piangere”?

Staremo a vedere. In fondo di puntate ne mancano ancora una decina.

Intanto voi che ne pensate? Davvero l’Italia sta cambiando? E la televisione italiana?

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