Quando l’omofobia viene spacciata per libertà educativa

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“Piccolo blu e Piccolo giallo” è un libro diventato un classico della letteratura per l’infanzia, racconta la storia di due macchie di colore diverso, che si incontrano e si fondono in una storia di amicizia e di riceproco rispetto delle diversità.
“Pezzettino” è la storia di chi si sente diverso dagli altri e si incammina alla ricerca della propria identità per trovarla alla fine in se stesso e festeggiare con gli amici questa scoperta.
“E con Tango siamo in tre” racconta la vicenda di due pinguini maschi che trovano un uovo abbandonato e decidono di covarlo e crescere insieme il piccolo.

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Immagine di una perisolosa famiglia “non tradizionale” dal libro Con tango siamo in tre

Questi sono tre dei titoli facenti parte del progetto “Leggere senza stereotipi” promosso dal comune di Venezia. Lo scopo del progetto è quello di rifornire le biblioteche delle scuole dell’infanzia del comune di testi che raccontino ai bambini e alle bambine la diversità e il rispetto, che siano privi di stereotipi di genere e che illustrino la pluralità delle situazioni familiari in cui questi bambini e queste bambine crescono.

Sull’iniziativa del comune di Venezia è piovuta una pioggia di critiche, i libri a stereotipi zero sono diventati “le favole gay”, Giovanardi ha dato in escandescenza, il senatore Udc Antonio De Poli ha diffidato il Comune di Venezia, le pagine de Il Giornale e del Corriere della Sera si sono riempite di editoriali preoccupatissimi della sorte di Biancaneve e Cenerentola ormai obsolete.

Bisognava bloccare le “favole gay” così come è stato fatto per i fascicoli Unar, progetto di formazione rivolto alle/agli insegnanti contro il bullismo omofobico, altrimenti….

altrimenti i bambini e le bambine avrebbero rischiato di sviluppare sin da piccol* una propensione al rispetto e alla tolleranza; avrebbero imparato che esistono famiglie composte da una mamma e un papà, che in alcune di queste famiglie la mamma e il papà non vivono più insieme, che alcuni hanno solo la mamma o solo il papà, che esistono anche famiglie dove i papà sono due o le mamme sono due; avrebbero potuto scoprire che anche un uomo può crescere un/una bambin* e occuparsi di mansioni genitoriali, avrebbero imparato che non è giusto prendere ingiro il compagno o la compagna perchè troppo grass*, bass*, per i vestiti che porta o i giochi con cui ama giocare, avrebbero avuto occasioni in più per diventare delle persone migliori. Come curiosi e desiderosi di sapere si sono rivelati i ragazzi e le ragazze del Liceo Muratori di Modena, volevano parlare di transessualità e transgenderismo alla loro assemblea e avevano inviato chi di questi temi si occupa, vivendoli anche in prima persona, ma i genitori di quest* ragazz* non hanno permesso a Vladimir Luxuria, l’ospite scelta dagli/dalle stess* ragazz*, di parlare. L’hanno zittita in nome della libertà di pensiero ed espressione. Hanno invocato un contraddittorio, ad esempio un prete.
Con uno piccolo sforzo di fantasia cerchiamo di immaginare quale sarebbe potuta essere la tesi sostenuta dal contraddittorio cattolico: “Abominio della natura, andrai all’inferno, pentiti o brucerai tra le fiamme” a me viene in mente una cosa del genere.
Mi chiedo anche come mai in questo caso, in cui in una scuola pubblica e laica si parlava di interruzione volontaria di gravidanza con relatori e relatrici appartenenti tutt* all’area cattolica “prolife”, non sia stato chiesto un contraddittorio.

La chiamano ‘ideologia del gender”, gender al posto di genere perchè l’espressione inglese dà l’idea di qualcosa di estraneo alla cultuta italiana e quindi pericoloso, ideologia perchè ignorano il vero significato di questo termine. 
Nessun* chiederebbe un contraddittorio per una iniziativa contro il razzismo, ma lo chiedono per una iniziativa contro la transfobia. Perchè? Perchè offendere o giudicare una persona in base all’etnia è considerato razzismo e offendere o giudicare una persona in base all’orientamento sessuale è considerato libertà di espressione?

Il sottosegretario all’istruzione Gabriele Toccafondi si è scagliato sulle pagine di Tempi.it contro l’ingresso nelle scuole della “ideologia gender” invocando la libertà di educazione dei genitori. Applausi quindi a quelle mamme e a quei padri che hanno impedito che Valdimir Luxuria parlasse in assemblea, hanno fatto valere la loro libertà di educazione, peccato non abbiamo rispettato però la libertà di educazione dei genitori che avrebbero voluto invece che si parlasse di omosessualità e transgenderismo a scuola, così come non hanno rispettato la volontà e la libertà dei propri figli e delle proprie figlie che avevano proposto quelle tematiche per la loro assemblea. 

Le discriminazioni in base al sesso, al genere e all’orientamento sessuale non sono opinioni, non si ha la libertà di offendere una persona, di giudicarla, di negarle diritti perchè gay, lesbica, bisessuale, transessuale ecc, perchè qui è di difesa dei diritti che stiamo parlando, no della mia opinione contro o la tua.
E’ gravissimo che esternazioni del genere provengano da chi ricopre una carica istituzionale, è assurdo che vengano fatte passare per ideologie o negazione delle libertà altrui elementi basilari di uguaglianza e parità.
Si invoca la libertà educativa dei genitori anche in difesa dei finanziamenti alle scuole private paritarie, di cui questo governo con i suoi ministri e le sue ministre è grande difensore, considerando che la gran parte di queste scuole sono istituti religiosi, mi chiedo perchè non si parli mai della libertà dei bambini e delle bambine a ricevere una educazione laica e pluralista, perchè non si parli mai del diritto degli studenti e delle studentesse ad avere gli strumenti per essere delle persone migliori, migliori dei genitori che si indignano per due pinguini maschi che covano un uovo, migliori del ministro Toccafondi.

Un Altro Genere di Comunicazione e il Premio “Immagini amiche”

Lo scorso anno, ci siamo trovate a esprimere perplessità sui criteri di scelta delle campagne e degli spot pubblicitari, dei siti internet e delle affissioni concorrenti al premio “Immagini amiche” promosso dall’UDI.

Al nostro post era seguita una lettera che avevamo messo on line, scritta da alcune delle donne dell’UDI e che ci spiegava alcune “dinamiche interne” al premio, il punto di vista delle firmatarie e che riportava interessanti considerazioni su quel che, nella nostra comunicazione di massa, ci piacerebbe trovare.

Citiamo da quella lettera:

Abbiamo il timore che si stia radicando un approccio culturale parziale, cioè che l’immagine femminile che i media presentano sia corretta quando non è volgare e quando mostra una donna attiva. Non basta. Gli aspetti da considerare sono vari:

1. comunicazione riguardante il corpo delle donne. E’ necessario che le immagini amiche mostrino modelli fisici diversificati e non stereotipati (come fa Dove, unica marca che se ne occupa, da svariati anni, e che è il marchio di prodotti di cosmesi, articoli che sono particolarmente dediti ad un uso improprio dell’immagine femminile). Il premio attribuito a Femminile reale va bene, ma, non si tratta della pubblicità commerciale di un prodotto bensì di una sorta di pubblicità progresso, quindi non serve a dare indicazioni chiare al mondo del marketing.

2. comunicazione riguardante il ruolo familiare delle donne. Qui è necessario che venga mostrata la condivisione dei lavori di cura. Troviamo preoccupante che per il secondo anno di seguito vengano premiate pubblicità che mostrano donne con super poteri (Vezzali prima, donna e campionessa olimpionica, e quest’anno con Continental una donna che guida mentre compagno e figlio dormono). Va bene che si tratta di un’immagine di autonomia e non sudditanza rispetto all’uomo, ma perché non preferire uno spot, come quello della Chicco, che mostra padre e madre che allattano i propri figli? E perché premiare lo spot Enel insistendo sul tema della maternità? Possibile che ancora venga esaltato in questo modo il ruolo riproduttivo? Come si devono sentire le poche donne che hanno il coraggio di scegliere di non avere figli se non sentono la maternità come un loro obiettivo? E sulla maternità, non dovremmo come UDI tenere alta l’attenzione sul tema della medicalizzazione della gravidanza, del parto, dell’allevamento dei bambini? Ma questo spot mostra il classico parto in ospedale, il padre naturalmente non è presente al parto ma aspetta fuori passeggiando nervosamente come nelle migliori e stereotipate tradizioni, il bambino è irrealisticamente pulito e ben paffuto….

3. comunicazione di genere. Non ci sembra che le trasmissioni televisive si contraddistinguano per adottare un linguaggio di genere.

Sono riflessioni con le quali, ovviamente, concordiamo anche noi.

Occorre innanzitutto spiegare come funzioni questo premio.
In breve: dal web arrivano le segnalazioni di “immagini amiche” per cinque categorie, pubblicità televisive, affissioni, pubblicità cartacee, televisione e web. A parte vengono premiati Comuni e scuole per iniziative promosse in tema.
Tra tutte le segnalazioni, vengono scelte le finaliste secondo due diverse “vie”. C’è il Premio dato da una giuria che sceglie anche le tre finaliste per ogni categoria,  e c’è il premio affidato in toto alle segnalazioni del web (qui, migliori spiegazioni e tutte le “immagini” finaliste).

Non vogliamo parlare ad una ad una delle finaliste, solo, fare qualche riflessione.

Lo scorso anno, dicevamo:

Tra esaltazione della maternità, consumismo fintamente ironico e veramente slegato dalla questione e sottili riferimenti alle quote rosa, non troviamo amiche in lizza. Anche perché, le “amiche” dovrebbero essere promotrici di contenuti, non solo nelle rappresentazioni in sé.
Come slegare la promozione di una banca come Unicredit, un’azienda non certo ecosostenibile come ENI o di una multinazionale come P&G ( che sceglie di reclamizzare i suoi prodotti in maniera quasi solo stereotipata e svilente ) dal contenuto dell’oggetto promosso?
Come possiamo, come donne e precarie e anticapitaliste, apprezzare la sostanziale devozione al capitalismo, seppure al femminile?

E anche, più avanti:

Insomma, dove sono straniere, immigrate, lesbiche, lavoratrici precarie, e donne che hanno scelto di non avere figli?

Sono cambiate le cose quest’anno nell’ottica delle nostre riflessioni e di quelle proposte da alcune donne dell’UDI?

Forse.

Troviamo alcune pubblicità che accolgono la nostra approvazione, come San Crispino, nella quale appare una ragazza laureata a pieni voti in agronomia, decisa e sicura di sé e del ruolo che vuole avere nell’azienda di famiglia.

Anche la campagna “Meno giallo, più rosa” presenta elementi innovativi, mettendo in relazione la violenza sulle donne con la loro rappresentazione ancora scarsa in alcuni “luoghi” importanti, causata dal permanere di resistenze culturali e stereotipi di genere.

Con la candidatura di “Ingenere” si pone l’attenzione al linguaggio e allo sguardo “di genere” nell’informazione e troviamo anche qualche donna straniera e qualche donna dalla bellezza non stereotipata.

Permangono, tuttavia alcune perplessità. Ci sono delle pubblicità e degli spot che propongono prodotti per la bellezza e, pur se lo fanno in modo non stereotipato, sono comunque aziende che dicono alle donne di comprare, consumare prodotti per la cura del proprio aspetto, che non sarà quello di una top model, ma va comunque lusingato come fosse una sorta di “obbligo femminile”.

C’è Enel che copre con la retorica del lavoro un’operazione di marketing firmata Saatchi&Saatchi: la campagna #guerrieri, citata oggi nelle facoltà e nelle agenzie di pubblicità come uno dei peggiori boomerang comunicativi mai ideati. Qui ne parlava Loredana Lipperini.
Un totale fallimento: insieme agli spot, era stata creata una piattaforma di “storytelling” dove gli utenti erano invitati a condividere le proprie storie, le battaglie affrontate nella vita di tutti i giorni,  ma l’hashtag #guerrieri ha dato modo agli utenti di sferrare un attacco senza precedenti all’azienda. Così la campagna “etica” di Enel ha portato all’azienda accuse, sfottò, contestazioni e in molti hanno ricordato ai suoi rappresentanti di tutti i danni ambientali e alla salute causati dall’azienda in giro per il mondo.
Citiamo Wu Ming:

“Oggi molte più persone sanno cosa sta combinando Enel in America latina, sanno dei programmi nucleari Enel in Europa dell’est, sanno che in Italia sono attivi comitati di cittadini che lottano contro le centrali a Carbone o la geotermia “pulita”. E chissà che documentarsi su queste lotte non sia più appassionante e più utile che seguire minuto per minuto, secondo per secondo, dichiarazione dopo dichiarazione, talk-show dopo talk-show, le baruffe tra presunti falchi e presunte colombe nell’ormai fu PdL.”

E’ quindi di nuovo il caso di chiedersi prima di tutto cosa ci sia di “amico” nella comunicazione di Enel, che sicuramente sceglie la via giusta per la retorica nazionale, ma non si rivolge a cambiare chissà che modus operandi. Soprattutto però, di nuovo, ci chiediamo, se la comunicazione e il suo valore intrinseco possa essere scisso da chi è comunica e per quale scopo e se si possa nominare “immagine amica” quella di un’azienda contestatissima, in più con una campagna giudicata da tutti un fallimento.

Altre perplessità ci assalgono quando leggiamo che, nella sezione televisione è candidata “Una mamma imperfetta”.
Una di noi ne aveva già scritto sul blog  ( qui ) ed in generale tutte ci troviamo d’accordo nel ritenere questa web serie/serie tv una subdola esaltazione del ruolo femminile e delle sue capacità multitasking, mascherata da commedia, comunque conciliatoria e “rassegnata”.

La serie ha avuto un discreto successo e in molti sostengono sia un ritratto della realtà.
E’ vero, la maggior parte delle donne sono multitasking, ma perchè sono obbligate ad esserlo dalle persone che le circondano, dalla società e infine da se stesse e dalle scelte che hanno fatto. Come quella di crogiolarsi in un lamento continuo contro gli uomini senza pretendere alcun cambiamento.

Secondo l’Istat ( statistica del 2011 ), il 76% del lavoro domestico è svolto dalle donne. Rispetto al 2003, gli uomini italiani hanno prolungato di soli 9 minuti al giorno la loro disponibilità al lavoro dentro casa con la famiglia. Le donne lavoratrici invece rimangono costanti intorno alle 5 ore.

La donna che non fa il cambio di stagione,  non  si abbandona alla sua personalità, ma si sente in colpa, non chiede al marito di aiutarla, si colpevolizza fino all’inverosimile e perdona il marito in cambio di un po’ di sesso infrasettimanale.
Le donne italiane empatizzano con questo drammatico modello. Non c’è niente di confortante in questo.
Vuol dire passare dall’identificazione con l’angelo del focolare impeccabile ed elegante, ad una sua versione più goffa che si prende carico però degli stessi oneri, ancora senza alcun tipo di condivisione col partner. Vuol dire mantenere il principio originale del ruolo femminile domestico, privato, destinato ad essere ancorato alle faccende e alla famiglia. Anche quando lavora.
Vuol dire vedere il lavoro come spazio di libertà concesso dalla famiglia e non diritto acquisito delle donne.

Le donne italiane empatizzano con questo modello, ma non si chiedono evidentemente “perchè? cosa posso fare per cambiare?“, si stanno lasciando assuefare da un nuovo stereotipo tuttofare, iperattivo, che si occupa di tutto, multitasking. Magari, scambiandolo per emancipazione.

Partendo da questa analisi, è stato grande il nostro stupore nell’apprendere che questa serie era candidata tra le “immagini amiche”. Ci chiediamo come mai, a prescindere dal criterio di votazione dei nominati, come possa essere ancora percepita come “amica” o addirittura come “nuova”, “innovativa”, una serie del genere. Ci chiediamo come possiamo essere candidate allo stesso premio, seppur in sezioni diverse, di qualcosa che abbiamo così aspramente criticato.
Ce lo chiediamo anche notando che, nella sezione giornali, figura La Stampa, testata che abbiamo segnalato più volte per via del linguaggio sessista o del modo di trattare argomenti di cronaca o il concetto di femminilità ( qui, qui , qui ).

Anche altre finaliste suscitano la nostra perplessità: Edison, per esempio che inserisce sì, una donna tra le sue dipendenti che progetta innovazioni per il futuro, ma su cosa punta? Sul frigorifero (visto che è donna, le sue principali idee innovative le concentra sugli elettrodomestici della cucina?).

E la campagna “La violenza ha mille volti” che ha i pregi di non estetizzare la violenza, né di rappresentare donne vittime coperte di lividi o di sangue, ma, forse, puntando su quel che le donne “devono o non devono fare” deresponsabilizza gli uomini violenti, anche se apprezziamo che il messaggio portato avanti sia quello di “consegnare” alle donne azione in prima persona nella gestione della loro relazione di coppia.

Ci piace invece Toponomastica femminile, che opera in un ambito ristretto ma che punta a recuperare nella memoria storica le grandi donne del presente e del passato, utile lavoro per restituire alle donne il loro posto nella storia e per ridare loro un ruolo di “modello” per le ragazze e le donne di oggi.

Altre immagini finaliste non siamo riuscite a trovarle per farne una disanima, ma ci pare evidente che anche quest’anno tutte (o quasi) le perplessità dello scorso anno si ripresentano.

Domani, alla premiazione, Un Altro Genere di Comunicazione ci sarà, anche se la nostra candidatura, lo confessiamo, ci ha lasciate sorprese e perplesse e se ci siamo poste mille dubbi sulla nostra presenza. Il motivo per cui abbiamo scelto di esserci comunque è la gratitudine verso i lettori e le lettrici che segnalandoci hanno dimostrato di apprezzare il nostro lavoro.

Quando il femminicidio diventa ‘da calendario’

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Riceviamo la segnalazione di un nostro lettore e volentieri condividiamo la sua riflessione:

Salve,
seguo da qualche mese il vostro blog con molto interesse.
E probabilmente è grazie ai vostri articoli che sto iniziando a
guardare il mondo (specie quello dei media) sotto una luce diversa.

Oggi mi sono imbattuto in una galleria fotografica, condivisa su
Facebook da una mia amica. Un tempo avrei notato la bellezza la Scala
dei Turchi (un posto a me caro, dato che ho vissuto in Sicilia fino ai
diciott’anni e quel posto era tappa fissa ogni estate) e l’ennesimo
calendario sexy scattato su di essa. Mi sarei chiesto come mai il
rosso e come mai il tema sarebbe il femminicidio, ma non me ne
crucciavo più di tanto; il web e la stampa sono pieni di foto ambigue
come quelle, probabilmente ero io che non le capivo, come tante altre
cose nel mondo.

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(Fonte: QUI)

Ora la stessa galleria mi fa solo indignare.
Perché se non è credibile un Vin Diesel che raccomanda di guidare
sicuri mentre pigia sull’acceleratore nell’ennesima gara
automobilistica, non lo è nemmeno una donna sexy, nuda e dipinta di
rosso passione posare per una campagna contro il femminicidio.

Perché queste pose remissive sembrano solo un’altra applicazione dello
stereotipo “donna con l’occhio nero” di cui parlavate nelle campagne
Yamamay e Coconuda. Qui mi sembra ancora peggio, perché l’assenza di
uno sguardo toglie qualsiasi umanità al soggetto. Più che una
galleria, mi sembra una natura morta. Del resto, a una donna umiliata
fa solo piacere essere descritta come un oggetto!
Sorvoliamo sull’aspetto fisico: non mi stupisce se per la scelta
modella si sia fatto un casting con gli stessi parametri della
Galaxiafilm (sempre per lo stesso obiettivo di contrastare la violenza
sulle donne).

Io ricordo la Scala dei Turchi affollata e felice. Il punto esatto
dove quelle foto sono state scattate, diventa da aprile a novembre un
crocevia di turisti e gente del posto che fa “wow!”, scatta e si
scatta foto, si prende il sole nel poco spazio a disposizione, cerca
di passare con temerario equilibrio, tenendosi per mano, da una parte
all’altra della curva. Tutto un “permesso”, “prego”, “può farci una
foto”, battute e sorrisi fra sconosciuti.
Qui… c’è solo una solitudine surreale. Il messaggio sembra essere
chiaro: se subisci violenza, sarai sola. Nessuno ti aiuterà, nemmeno
di passaggio. La violenza è solo tua e urlare non servirà a nulla. E
questo è, credo, il messaggio che chi agisce violenza vuole sentirsi ripetere
per continuare a farlo. Mi indigna doppiamente che sia la
Scala dei Turchi, un luogo pieno di umanità semplice ma sincera, a
essere testimonial della solitudine e a portare un messaggio *a
favore* della violenza e non contro.

I commenti si concentrano solo su come/dove è stata fatta la foto (e
non mancano i commenti sull’imperfezione estetica), mentre il
messaggio va assolutamente in secondo piano. Forse avrebbe avuto più
senso chiamare la galleria “nudo artistico alla SdT”, ma agli autori
non sarà sfuggito il fatto che la parola “femminicidio” aumenta i like
e gli share a prescindere da cosa accompagna.

Schermata 03-2456719 alle 16.15.15

Sono convito che ci siano mille altri aspetti da osservare su questa
galleria di foto; io, dalla mia esperienza, ho visto questi e volevo
condividerli con voi.

Mi piacerebbe conoscere la vostra opinione.

Grazie,

Enrico

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