Sessismo, razzismo e violenza: tutto in un unico spot

angela

Fa discutere il video di uno spot di un’azienda di Treviso che produce abbigliamento.

Nel video si mette in scena la lapidazione di una donna da parte di un gruppo di uomini e già solo questo basterebbe per definire questo spot come violento.

Uno spot che rappresenta una violenza è esso stesso una violenza. E’ violento nei confronti di tutte le donne, di tutte le donne che hanno subito una violenza, di tutte le persone che hanno subito violenza, specialmente se messo in onda in Italia dove  il femminicidio e la violenza domestica sono sempre una dura realtà e vengono sempre più spesso strumentalizzati e utilizzati “per vendere”.

Ma non è solo violento nei confronti delle donne, è anche estremamente, duramente e senza ombra di dubbio, uno spot razzista.

Infatti, chi agisce violenza è un gruppo di uomini di religione islamica, lo si capisce chiaramente dall’abbigliamento che portano e dalla lingua che utilizzano.

E la donna che deve essere lapidata, lo si vede sul finire dello spot, è bianca.

Ed ecco dunque l’odioso stereotipo razzista che vede nello “straniero”, e precisamente nello straniero di religione musulmana, un violento. E’ come si legge spesso nei nostri quotidiani, quando si sottolinea la nazionalità di chi compie una violenza, come per voler dire a chi legge che il problema della violenza contro le donne non è un problema degli uomini italiani, ma solo degli stranieri. Sono loro “i cattivi”, quelli che stuprano, picchiano, uccidono, rinchiudono le donne.

D’altronde, in Italia, questo sentimento di odio, questo razzismo diffuso nei confronti di persone appartenenti a Paesi diversi dal nostro è dilagante e appare continuamente in molti discorsi. Gli “zingari” che rubano i bambini, gli “zingari” che rubano la casa agli Italiani, i “marocchini” che violentano le donne, i pakistani che puzzano e che ammazzano le donne… discorsi come questi sono, ahimé, tristemente comuni.

Così come comuni sono i commenti razzisti, anche quando capitano disgrazie come le “tragedie del mare” che coinvolgono barconi di migranti in viaggio verso il nostro Paese. Ci sono persino persone che fanno la “classifica delle disgrazie” dicendo frasi come: “Si piange tanto per l’immigrato morto in mare, ma dell’Italiano che si suicida perché ha perso il lavoro non si dice mai niente”.

Eccone alcuni:

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Recentemente abbiamo assistito a commenti razzisti anche per il caso dei bambini adottati da famiglie italiane in Congo e rimasti a lungo “congelati” (vicenda risoltasi poi, per fortuna, positivamente, sebbene dopo molti mesi di attesa e di dolore). “Ma perché adottano in Congo? Non esistono bambini italiani da adottare?” domande cretine come questa e molte altre considerazioni non molto più intelligenti si sono sentite e lette un po’ ovunque.

Questi, in uno dei tanti Forum di discussione che si trovano in rete:

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O come queste immagini che circolano su Facebook che, davvero, si commentano da sole.

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Tornando all’oggetto del post, appare evidente come questo spot sia violento nei confronti di tutti coloro che appartengono alla religione islamica e, visto il razzismo che permea grandi fasce della nostra società, il messaggio di odio che porta avanti è ancora più pericoloso, soprattutto in questi giorni, nei quali oltre 1000 persone, a Gaza, hanno perso la vita sotto i bombardamenti israeliani nell’immobilità quasi completa dell’Occidente.

Occidentali che creano uno spot che esprime tutta la loro ignoranza, il loro razzismo e il loro maschilismo.

La lapidazione di una donna usata per vendere è decisamente violenta, tanto più che questa condanna a morte spesso viene eseguita per punire una donna che si “macchia” di comportamenti “sessuali” (e non ) che vengono giudicati “immorali” dalle leggi del patriarcato.

Ma sono davvero solo gli appartenenti alla religione islamica a lapidare le donne quando compiono “atti immorali”?

Non sono forme di “lapidazione” seppure simbolica anche le parole che troppo spesso si leggono sui nostri quotidiani quando si parla di donne uccise, picchiate, violentate? 

Chi punta il dito bacchettone contro gli shorts delle ragazzine dalle pagine di un giornale nazionale non sta “lapidando” le stesse ragazzine?

Chi suggerisce alle ragazze e alle donne di non uscire di casa la sera per evitare di essere violentate, non le sta rinchiudendo, non sta gettando loro addosso (come tante pietre) la responsabilità di un’aggressione?

Non è una sorta di lapidazione simbolica anche indicare la vittima di un femminicidio come una donna “troppo bella”, che suscita “gelosia” nel suo compagno/assassino?

E tutti coloro che si scagliano contro “la troia” di turno, famosa o meno che sia? Non la stanno “lapidando” in pubblico? E, per inciso, sempre per comportamenti sessuali che non si piegano alle leggi del patriarcato che vogliono che una donna non possieda una sessualità libera, autonoma e attiva.

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E di esempi ce ne sarebbero molti altri.

Per completare, come si diceva all’inizio, la donna dello spot, quando toglie il niqab, si rivela una donna bionda, bianca, perfettamente aderente alle regole della bellezza socialmente imposta.

Balla, in modo sensuale: oggetto, chiaramente, del piacere maschile che non può, però, permettersi di avere una sua vita sessualmente attiva, pena la lapidazione.

Ed infatti, che c’è scritto sulla maglietta che ella indossa? “Sono ancora vergine”.

Vergine e pura, dunque non merita nessuna lapidazione. Ma bella e bianca, sensuale, per strizzare l’occhio all’uomo occidentale e per ribadire, ancora una volta che chi ammazza e priva di libertà le donne sono loro, gli stranieri di religione islamica e che le donne, le “nostre donne” sono bellissime e sensuali, sì, ma pure, caste, come le “brave ragazze” di un tempo.

 

 

Uomini che cucinano? Sì, ma con virilità

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Y., un nostro lettore, ci scrive per segnalarci l’ultima serie di spot di Galbani, Ricette di casa mia. Galbanino 20’’, in cui vengono presentati dei piatti da personaggi senza volto ma dallo spiccato e caricaturale accento dialettale.

Trattandosi della pubblicità di un prodotto da cucina italiano, non ci stupiamo più di tanto se l’immaginario casalingo viene rappresentanto secondo stereotipi e caricature regionali, che risultano cliché fin troppo scontati nel panorama dell’advertising pubblicitario televisivo.

E, infatti, nel primo caso una donna, che dalla voce si direbbe “di mezza età”, ci informa che le sue lasagne liguri sono fatte come quelle della nonna:

Ma non è questo che a Y. preme segnalare, il quale si concentra sugli altri due spot della serie.

Nel primo una voce di donna dall’accento laziale afferma:

Mia suocera dice che la sua torta salata è la migliore.

Però mio marito preferisce la mia!

Anche in questo caso si può notare il classico cliché della tradizionale famiglia italiana e la lotta intergenerazionale tra suocera e nuora, nella quale la prima cerca di stabilire il primato sull’altra, nell’intento forsennato di assecondare i desideri e le esigenze dell’uomo di casa. Esigenze che, tra l’altro, passano da un piatto portato a tavola.

A questo proposito Y. ci scrive: <<La suocera, la nuora e “mio marito”, come nella Settimana Enigmistica del ’53.>> E come dargli torto? Anche se le barzellette su nuore e suocere non appartengono certo solo al passato ma vivono ancora di un discreto successo.

Tutto questo parlare di lasagne e suocere, tra l’altro, fa venire in mente un articolo di cui abbiamo parlato recentemente. Si comprende bene come il linguaggio pubblicitario faccia in realtà parte dello stesso mosaico che costituisce quella cultura di ferro che porta persino le giornaliste a scrivere, anche in caso di notizie di cronaca, delle lasagne della domenica e di supposti scenari in cui nuore e suocere sono pronte a scannarsi per “la supremazia del territorio” e a contenderselo in modo che se ne decreti la vincitrice.

E a contendersi di conseguenza anche l’uomo italiano. Un uomo completamente in balia di queste figure femminili, che passerebbe dalla “tutela” dell’una a quella dell’altra, come un essere senza la capacità di intendere e di volere, o un bambino continuamente bisognoso di cure e attenzioni.

Y., inoltre, ci fa notare che per “par condicio” esiste anche una versione maschile. <<nella quale naturalmente la preparazione del cibo è considerata soltanto come un mezzo per “far innamorare le donne”>>.

E, in effetti, un uomo dall’esagerato accento siciliano, che sembra quasi la macchietta dell’uomo siculo piacione, un po’ marpioncello e sciupa femmine, afferma compiaciuto:

Sapete quante donne ho fatto innamorare con il mio timballo?

Pare che la scusa per cucinare, all’uomo, vada sempre debitamente fornita, non sia mai che lo svolgimento di questa pratica arcana possa risultare indice di “femminilizzazione”: se gli uomini devono mettersi a cucinare che lo facciano almeno con virilità. E per uno scopo utile: rimorchiare.

Y. finisce la sua mail così: <<Per la cronaca: sono un uomo. E ogni tanto mi piacerebbe che il nostro sesso fosse rappresentato come qualcosa di diverso da quella specie di scimmia nuda incapace e sessuomane che imperversa nelle pubblicità.>>

E noi siamo sempre liete di ospitare sul blog considerazioni di uomini che ci scrivono perché non si sentono rappresentati dai modelli maschili dominanti, che alla fine non sono altro che immagini speculari di quelli femminili.

E voi, cosa ne pensate?

Un nuovo, ridicolo decalogo per Vere Donne, compagne di decerebrati tifosi.

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Dopo tante notizie di cronaca nera, tante riflessioni interessanti e di un certo peso, si sentiva la necessità di un po’ di leggerezza e così, grazie ad una nostra lettrice, sono venuta a conoscenza di un importantissimo decalogo che io, in quanto donna, e tutte voi dobbiamo imparare a memoria e che ci aiuterà a vivere meglio, in armonia con il nostro partner.

Anzi, come dice il titolo, di dieci cose che il mio uomo odia di me, quando guarda una partita di calcio. E se in una coppia la tifosa è lei? E se una coppia è composta da due donne, di cui una tifosa e l’altra no? E se la coppia è composta da due persone entrambe tifose? Boh. Ipotesi non contemplate. E poi si sa, la vera coppia è quella composta da un vero uomo calciomane e da una vera donna che di calcio non capisce un accidenti. La fiera della banalità.

Preparatevi perché, ancora non lo sapete, ma stiamo per addentrarci in un ritrattino degli uomini assolutamente ridicolo, nel quale l’uomo è un troglodita che fa dipendere la sua felicità futura e presente da 22 persone che inseguono un pallone, tracanna birre, esige religioso silenzio come se fosse intento ad una contemplazione mistica e sarà giustificato se chiederà il divorzio o litigherà con la partner di turno, perché, poverino, in quei 90 minuti, si sa che l’uomo ama più il calcio della compagna.

E difatti, a leggere quel decalogo, si capisce subito che il povero uomo ivi descritto è rappresentato come un decerebrato che si infastidisce per niente e giustificato per ogni sua intemperanza, perché quasi incapace di intendere e di volere. 

Ma vediamoli, questi 10 punti.

Porre domande

A che ora finisce la partita?”, “Dopo andiamo a cena fuori?”, “Chi gioca?”, “Ma noi quali siamo? E dove dobbiamo segnare?”: tutto ciò è tabù, quesiti che non dovete mai porre al vostro uomo quando è in corso un incontro di “football”.
Le risposte potrebbero essere fredde, ironiche, arrabbiate, perché gli uomini, quando sono presi dal calcio, non degnerebbero di uno sguardo neanche la più sexy Belen. O forse no.

Chissà se potremmo interrompere per chiedere: “Caro, hai notato che fuori c’è un ladro che sta tentando di rubarti la macchina?” L’auto non è sexy come Belen, ma forse, da vero maschio, lui ci tiene tantissimo e forse, in quel caso non gli daremmo fastidio.

 

Scambiarsi coccole

Non fatelo mai quando attacca la sua squadra del cuore, perché l’uomo perderebbe le staffe. Infatti, studi non tanto scientifici dimostrano che se la donna decide di coccolare il proprio uomo proprio durante un’azione degna di nota, quest’ultimo reagirà in malo modo peggio dell’incredibile Hulk. Si rischia il divorzio.

A me non viene nemmeno tanto da ridere, ricordando la vicenda recentissima di Motta Visconti, in cui sono mort* una donna e due bambin* per mano di un uomo che dopo è andato a vedere la nazionale Italiana di calcio in TV. Ah, ma quello era matto di sicuro, se un uomo vuol vedere la partita e la compagna cerca di fargli le coccole, in realtà si rischia solo il divorzio. Meno male…

 

Passare davanti la tv

Forse è il “torto” più fastidioso che una donna possa commettere nei confronti del suo lui. Dà ai nervi, come quando una zanzara ronza nel bel mezzo della notte, disturbando il sonno. Se proprio dovete passare, fatelo durante l’intervallo del match, altrimenti rimanete dove state: il litigio è dietro l’angolo.

Mi raccomando! FERME! Non sia mai che dobbiate fare una cosa così fastidiosa come CAMMINARE proprio davanti allo schermo! Nemmeno quei due secondi che ci mettete a passarvi davanti e a cambiare stanza. E, se per caso vi scappa la pipì, state aspettando una telefonata importante, il bambino si sveglia e vi chiama, o va cambiato (mica vi aspetterete che lo faccia LUI???), se per caso sentite brutti rumori provenire dall’altra stanza o altro e dovete per forza passare davanti alla TV, buttatevi carponi e strisciate come serpenti, o imparate ad usare i trampoli per non nascondere con il vostro corpo lo schermo.

 

Chiacchierare al telefono

Telefonare all’amica del cuore non è una tragedia, ma quando è in corso una partita, andate in una stanza diversa da quella dove sta il vostro marito, fidanzato e, perché no, amico. Le donne devono sempre ricordare che il vero uomo segue la partita di calcio in religioso silenzio, magari in compagnia di una “bionda”,con la schiuma.

Zitte e mute. Non fatevi sentire. Mai. Forse è anche il caso di non averne, di amiche. Non si sa mai. Meglio cautelarsi, qui si rischiano litigi e divorzi ogni due per tre. Anche un’amica chiacchierona di troppo potrebbe esserci fatale.

Toccare il telecomando

Nemmeno per scherzo, non fatelo. Se volete scherzare, potete sempre usare altri metodi, ma non sfiorate quell’aggeggio magico di plastica poggiato alla destra del vostro uomo. Barbara D’Urso può aspettare. E anche Beautiful, tanto lo danno in streaming. L’uomo, quando vuole vedere un incontro di calcio, non vuole distrazioni.

Se l’uomo vero è calciomane, la vera donna ama le trasmissioni di Barbara D’Urso e le soap opera. Ma non possiamo permetterci di provare a toccare il telecomando, perché altrimenti lui si distrae. Dobbiamo stare sedute in un angolo della stanza, zitte e non possiamo nemmeno muovere le mani per toccare il telecomando. Elementi decorativi, belle statuine, obbedienti e attente a non dar fastidio con la nostra sola presenza. 

 

Questo decalogo inizia a farmi ridere sempre meno. Le riflessioni amare, pur nell’evidente cretineria del pezzo, affiorano sempre più forti e portano con sé immagini patriarcali che di ridicolo non hanno nulla. Donne addestrate a compiacere il maschio, sempre, sottomettendosi, mute e rassegnate, perché “lui è così e dobbiamo portare pazienza. In fondo se è aggressivo è perché l’abbiamo provocato”.

 

Canticchiare canzoni improbabili

Proprio adesso devi cantare la canzone di Laura Pausini? Aspetta un po’, no?”. Un dialogo che, nel 90% dei casi, si ha quando in tv trasmettono una gara di calcio. Donne, le vostre abilità canore, almeno per 90’, mettetele da parte.Cantate verso il vostro uomo magari dopo una vittoria della “sua” squadra. O sotto la doccia. Ma attente ai vetri.

A noi donne vere piace Laura Pausini che canta canzoni improbabili, ma possiamo sempre cantare, tranne che in quei 90 minuti. Soprattutto se cantiamo per lui. Allora è lecito.

 

Ragazze pseudo-esperte di calcio

(ma che in realtà non ne capiscono nulla)
Passala, passa, crossala! Filtrante, ora, inserimento a destra!!”, “Ma non può fare il terzino destro quello! Lo vedo meglio come centrale di difesa”, oppure i classici “Ma fatela una bell’azione invece di tenervi la palla tutto il tempo! Non riuscite a creare nulla, non avete fantasia! Ma che squadra di ***” quando magari mancano 5 minuti e stiamo vincendo 2-1. Se non capite un’acca di calcio, state in silenzio.

Ancora una volta lo stare zitte diventa fondamentale, per noi vere donne che di calcio non capiamo un’acca. E se capissimo? Vedi punto 1). Sempre meglio stare zitte, non si sbaglia mai.

 

Usare elettrodomestici rumorosi

Perché usare la lucidatrice quando c’è il posticipo di A, la finale del Mondiale? Qui si rischia la discussione “rumorosa” tra uomo e donna, con la prima categoria che potrebbe perdere le staffe perché non ascolta la telecronaca. Sappiate, care donne, che le voci dei commentatori devono essere captate,sempre.

Il rumore da fastidio a lui, e a lei? Mettiamo il caso che lui sia uno di quelli che si scalda e che commenta, urla, alza la voce per gioia o per delusione e lei sia intenta ad un’opera di traduzione difficile, stia lavorando a qualche cosa di impegnativo, stia cullando un bambino (sempre perché è la vera donna che lo fa) o stia cercando di addormentarsi…. C’è la possibilità che lei possa chiedere al compagno  il silenzio? Mah…. secondo me, no. Sempre meglio tacere e sopportare in silenzio i SUOI rumori, evitando di farne noi.

 

Criticare, criticare e basta

Tizio è scarso forte, sembra la mia nonna”. La lite non è quotata nemmeno alla Snai.

Le critiche le può fare solo lui. Primo perché noi di calcio non capiamo niente e secondo perché, come ricordato al punto 1), se facciamo domande, lui può risponderci male, criticarci ed essere sarcastico e sarebbe solo colpa nostra che ce la siamo cercata, infastidendolo in quel modo.

 

Capire il fuorigioco

Qui i commenti si sprecano. Se volete documentarvi sul fuorigioco, off-side in inglese, prendete un manuale e leggete bene. Ne va della vostra salute.

Sì, se ci fa un occhio nero perché non sappiamo cosa sia il fuorigioco, essendo donne vere che seguiamo solo la D’Urso e Beautiful, è colpa nostra che non ci siamo documentate.
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A quando un articolo di giornale intitolato “Deluso per essere stato interrotto durante la sofferta partita della sua squadra del cuore, prende a botte la compagna che l’aveva infastidito toccando il telecomando”?
Sembra fantascienza, ma siamo, ormai e purtroppo, abituate a tutto.

 

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