Forzare i bambini a rispettare i ruoli di genere può essere dannoso per la loro salute

Reblogged from lauradenu :

 

[...]“Di solito pensiamo al genere come fattore naturale e biologico, ma non è cosi.  In realtà ci costruiamo con modalità rischiose per la nostra salute,” ha spiegato la ricercatrice e sociologa Maria do Mar Pereira,  vice direttore all’Università di Warwick, Centro per lo Studio sulle donne e sul genere,  in un’intervista a ThinkProgress.[...] Pereira ha osservato i ragazzi e le ragazze che sviluppano il loro comportamento in modi potenzialmente dannosi, al fine di aderire alle “norme di genere”. Ad esempio, anche le ragazze che praticano attività sportive, spesso la evitato in ambito scolastico perché presumono non sia un comportamento femminile. Erano preoccupate di apparire poco attraenti durante la lezione, o di essere derise dai loro coetanei maschi per non essere abbastanza carine . Le ragazze inoltre si mettono a dieta perché sono convinte che le donne “desiderabili” devono essere magre. 


“Tutte le ragazze erano nel loro peso ideale, ma tutte si limitando esplicitamente nell’ assunzione di cibo. Dunque stiamo parlando di ragazze 14enni, i cui corpi stanno cambiando e si stanno sviluppando, privarsi di cibo ad ogni pasto “, ha detto Pereira, “che in casi estremi, può portare a seri disturbi alimentari. Ma anche per le ragazze che non raggiungono l’estremo, può essere un atteggiamento molto pericoloso. “

Nel frattempo, i partecipanti allo studio di sesso maschile in hanno dimostrato forti pressioni per dimostrare la portata della loro virilità, che Pereira chiama “violenza quotidiana a basso livello”: schiaffi a colpire l’altro, così come colpire sui genitali gli altri ragazzi . Essi sono stati incoraggiati a combattere fisicamente tra di loro, evitando di essere derisi. Hanno bevuto una quantità significativa di alcol perché è quello che ogni uomo fa; alle prese con l’ansia da prestazione di dover sopprimere i propri sentimenti, il tutto in assenza di un sistema di supporto emotivo.

In ultima analisi, lo studio ha concluso, “questo sforzo costante per gestire la propria vita quotidiana in linea con le norme di genere produce notevole ansia, insicurezza, stress e scarsa autostima sia per i ragazzi e le ragazze. “I risultati dello studio sono diventati contenuto e spunto per questo libro .

I ragazzi che hanno partecipato allo studio di Lisbona – compresi i bambini vittime di bullismo e i bambini colpevoli di bullismo – non erano contenti dei ruoli di genere da seguire. [...]

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Sessismo, razzismo e violenza: tutto in un unico spot

angela

Fa discutere il video di uno spot di un’azienda di Treviso che produce abbigliamento.

Nel video si mette in scena la lapidazione di una donna da parte di un gruppo di uomini e già solo questo basterebbe per definire questo spot come violento.

Uno spot che rappresenta una violenza è esso stesso una violenza. E’ violento nei confronti di tutte le donne, di tutte le donne che hanno subito una violenza, di tutte le persone che hanno subito violenza, specialmente se messo in onda in Italia dove  il femminicidio e la violenza domestica sono sempre una dura realtà e vengono sempre più spesso strumentalizzati e utilizzati “per vendere”.

Ma non è solo violento nei confronti delle donne, è anche estremamente, duramente e senza ombra di dubbio, uno spot razzista.

Infatti, chi agisce violenza è un gruppo di uomini di religione islamica, lo si capisce chiaramente dall’abbigliamento che portano e dalla lingua che utilizzano.

E la donna che deve essere lapidata, lo si vede sul finire dello spot, è bianca.

Ed ecco dunque l’odioso stereotipo razzista che vede nello “straniero”, e precisamente nello straniero di religione musulmana, un violento. E’ come si legge spesso nei nostri quotidiani, quando si sottolinea la nazionalità di chi compie una violenza, come per voler dire a chi legge che il problema della violenza contro le donne non è un problema degli uomini italiani, ma solo degli stranieri. Sono loro “i cattivi”, quelli che stuprano, picchiano, uccidono, rinchiudono le donne.

D’altronde, in Italia, questo sentimento di odio, questo razzismo diffuso nei confronti di persone appartenenti a Paesi diversi dal nostro è dilagante e appare continuamente in molti discorsi. Gli “zingari” che rubano i bambini, gli “zingari” che rubano la casa agli Italiani, i “marocchini” che violentano le donne, i pakistani che puzzano e che ammazzano le donne… discorsi come questi sono, ahimé, tristemente comuni.

Così come comuni sono i commenti razzisti, anche quando capitano disgrazie come le “tragedie del mare” che coinvolgono barconi di migranti in viaggio verso il nostro Paese. Ci sono persino persone che fanno la “classifica delle disgrazie” dicendo frasi come: “Si piange tanto per l’immigrato morto in mare, ma dell’Italiano che si suicida perché ha perso il lavoro non si dice mai niente”.

Eccone alcuni:

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Recentemente abbiamo assistito a commenti razzisti anche per il caso dei bambini adottati da famiglie italiane in Congo e rimasti a lungo “congelati” (vicenda risoltasi poi, per fortuna, positivamente, sebbene dopo molti mesi di attesa e di dolore). “Ma perché adottano in Congo? Non esistono bambini italiani da adottare?” domande cretine come questa e molte altre considerazioni non molto più intelligenti si sono sentite e lette un po’ ovunque.

Questi, in uno dei tanti Forum di discussione che si trovano in rete:

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O come queste immagini che circolano su Facebook che, davvero, si commentano da sole.

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Tornando all’oggetto del post, appare evidente come questo spot sia violento nei confronti di tutti coloro che appartengono alla religione islamica e, visto il razzismo che permea grandi fasce della nostra società, il messaggio di odio che porta avanti è ancora più pericoloso, soprattutto in questi giorni, nei quali oltre 1000 persone, a Gaza, hanno perso la vita sotto i bombardamenti israeliani nell’immobilità quasi completa dell’Occidente.

Occidentali che creano uno spot che esprime tutta la loro ignoranza, il loro razzismo e il loro maschilismo.

La lapidazione di una donna usata per vendere è decisamente violenta, tanto più che questa condanna a morte spesso viene eseguita per punire una donna che si “macchia” di comportamenti “sessuali” (e non ) che vengono giudicati “immorali” dalle leggi del patriarcato.

Ma sono davvero solo gli appartenenti alla religione islamica a lapidare le donne quando compiono “atti immorali”?

Non sono forme di “lapidazione” seppure simbolica anche le parole che troppo spesso si leggono sui nostri quotidiani quando si parla di donne uccise, picchiate, violentate? 

Chi punta il dito bacchettone contro gli shorts delle ragazzine dalle pagine di un giornale nazionale non sta “lapidando” le stesse ragazzine?

Chi suggerisce alle ragazze e alle donne di non uscire di casa la sera per evitare di essere violentate, non le sta rinchiudendo, non sta gettando loro addosso (come tante pietre) la responsabilità di un’aggressione?

Non è una sorta di lapidazione simbolica anche indicare la vittima di un femminicidio come una donna “troppo bella”, che suscita “gelosia” nel suo compagno/assassino?

E tutti coloro che si scagliano contro “la troia” di turno, famosa o meno che sia? Non la stanno “lapidando” in pubblico? E, per inciso, sempre per comportamenti sessuali che non si piegano alle leggi del patriarcato che vogliono che una donna non possieda una sessualità libera, autonoma e attiva.

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E di esempi ce ne sarebbero molti altri.

Per completare, come si diceva all’inizio, la donna dello spot, quando toglie il niqab, si rivela una donna bionda, bianca, perfettamente aderente alle regole della bellezza socialmente imposta.

Balla, in modo sensuale: oggetto, chiaramente, del piacere maschile che non può, però, permettersi di avere una sua vita sessualmente attiva, pena la lapidazione.

Ed infatti, che c’è scritto sulla maglietta che ella indossa? “Sono ancora vergine”.

Vergine e pura, dunque non merita nessuna lapidazione. Ma bella e bianca, sensuale, per strizzare l’occhio all’uomo occidentale e per ribadire, ancora una volta che chi ammazza e priva di libertà le donne sono loro, gli stranieri di religione islamica e che le donne, le “nostre donne” sono bellissime e sensuali, sì, ma pure, caste, come le “brave ragazze” di un tempo.

 

 

Uomini che cucinano? Sì, ma con virilità

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Y., un nostro lettore, ci scrive per segnalarci l’ultima serie di spot di Galbani, Ricette di casa mia. Galbanino 20’’, in cui vengono presentati dei piatti da personaggi senza volto ma dallo spiccato e caricaturale accento dialettale.

Trattandosi della pubblicità di un prodotto da cucina italiano, non ci stupiamo più di tanto se l’immaginario casalingo viene rappresentanto secondo stereotipi e caricature regionali, che risultano cliché fin troppo scontati nel panorama dell’advertising pubblicitario televisivo.

E, infatti, nel primo caso una donna, che dalla voce si direbbe “di mezza età”, ci informa che le sue lasagne liguri sono fatte come quelle della nonna:

Ma non è questo che a Y. preme segnalare, il quale si concentra sugli altri due spot della serie.

Nel primo una voce di donna dall’accento laziale afferma:

Mia suocera dice che la sua torta salata è la migliore.

Però mio marito preferisce la mia!

Anche in questo caso si può notare il classico cliché della tradizionale famiglia italiana e la lotta intergenerazionale tra suocera e nuora, nella quale la prima cerca di stabilire il primato sull’altra, nell’intento forsennato di assecondare i desideri e le esigenze dell’uomo di casa. Esigenze che, tra l’altro, passano da un piatto portato a tavola.

A questo proposito Y. ci scrive: <<La suocera, la nuora e “mio marito”, come nella Settimana Enigmistica del ’53.>> E come dargli torto? Anche se le barzellette su nuore e suocere non appartengono certo solo al passato ma vivono ancora di un discreto successo.

Tutto questo parlare di lasagne e suocere, tra l’altro, fa venire in mente un articolo di cui abbiamo parlato recentemente. Si comprende bene come il linguaggio pubblicitario faccia in realtà parte dello stesso mosaico che costituisce quella cultura di ferro che porta persino le giornaliste a scrivere, anche in caso di notizie di cronaca, delle lasagne della domenica e di supposti scenari in cui nuore e suocere sono pronte a scannarsi per “la supremazia del territorio” e a contenderselo in modo che se ne decreti la vincitrice.

E a contendersi di conseguenza anche l’uomo italiano. Un uomo completamente in balia di queste figure femminili, che passerebbe dalla “tutela” dell’una a quella dell’altra, come un essere senza la capacità di intendere e di volere, o un bambino continuamente bisognoso di cure e attenzioni.

Y., inoltre, ci fa notare che per “par condicio” esiste anche una versione maschile. <<nella quale naturalmente la preparazione del cibo è considerata soltanto come un mezzo per “far innamorare le donne”>>.

E, in effetti, un uomo dall’esagerato accento siciliano, che sembra quasi la macchietta dell’uomo siculo piacione, un po’ marpioncello e sciupa femmine, afferma compiaciuto:

Sapete quante donne ho fatto innamorare con il mio timballo?

Pare che la scusa per cucinare, all’uomo, vada sempre debitamente fornita, non sia mai che lo svolgimento di questa pratica arcana possa risultare indice di “femminilizzazione”: se gli uomini devono mettersi a cucinare che lo facciano almeno con virilità. E per uno scopo utile: rimorchiare.

Y. finisce la sua mail così: <<Per la cronaca: sono un uomo. E ogni tanto mi piacerebbe che il nostro sesso fosse rappresentato come qualcosa di diverso da quella specie di scimmia nuda incapace e sessuomane che imperversa nelle pubblicità.>>

E noi siamo sempre liete di ospitare sul blog considerazioni di uomini che ci scrivono perché non si sentono rappresentati dai modelli maschili dominanti, che alla fine non sono altro che immagini speculari di quelli femminili.

E voi, cosa ne pensate?

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