Il “sessismo benevolo” di RealTime

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Riceviamo, e molto volentieri condividiamo, i risultati di un’interessante ricerca universitaria svolta da uno studente di Psicologia Sociale.

Analisi dell’immagine della donna veicolata dal canale televisivo RealTime

di Gianpaolo Contestabile

1 – Donne meravigliose, e di successo

Questa ricerca ha lo scopo di analizzare la programmazione del canale televisivo RealTime per cercare di capire quali sono le rappresentazioni di genere (in particolare l’immagine della donna) veicolate dai diversi format. La scelta di analizzare questo canale è stata fatta sulla base di due diverse motivazioni: il grande successo ottenuto negli ultimi anni e la forte caratterizzazione di genere. RealTime è una rete televisiva lanciata in Italia il 1° ottobre 2005 sulla piattaforma di paytv SkyItalia, con il nome Discovery RealTime. Nel giro di 5 anni è diventato il canale di non-fiction più visto del pacchetto di intrattenimento di Sky. Nel settembre del 2010 ha cambiato il nome in RealTime ed è diventato visibile gratuitamente sia sul digitale terrestre che sul satellite in chiaro (si è aggiunto inoltre un secondo canale RealTime+1 che ripropone la stessa programmazione in differita di un’ora). Dopo solo 6 mesi dallo sbarco sul digitale terrestre, nel 2011, si è incominciato a parlare di RealTime come dell’ottava rete nazionale in termini di ascolti. [1] [2] RealTime è proprietà del network Discovery che recentemente è diventato il terzo editore televisivo italiano (dopo Rai e Mediaset) in termini di share e di audience [3]. Il 95% dei programmi di RealTime Italia sono prodotti localmente mentre il resto del palinsesto è preso dalla versione statunitense del canale. Gli ascolti negli anni sono andati sempre aumentando fino a diventare una delle novità principali della televisione italiana:

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Il format che ha reso famosa questa rete è il “factual-entertainment”, ovvero una tipologia di programmi molto semplici, nei quali vengono mostrate delle persone mentre ‘fanno delle cose’ e insegnano agli spettatori come farle: dal mettersi uno smalto, all’organizzare un matrimonio o vendere una casa. Secondo il sito ufficiale del canale “Real Time è il canale dedicato all’intrattenimento femminile che mette al centro della propria programmazione la vita reale delle donne, attraverso storie ed esperienze vere e combinando evasione e informazione, racconto e suggerimenti pratici“. Come si può evincere facilmente da questa definizione, il canale è pensato e costruito con una forte caratterizzazione di genere. Per quanto riguarda gli ascolti le donne costituiscono il 70% del pubblico, con un’età compresa tra i 25 e i 54 anni. Essendo un canale giovane, RealTime, è in cerca di una propria identità che sembra costruirsi facendo soprattutto leva su un certo pubblico femminile. Secondo Laura Carafoli, responsabile della programmazione di tutti i canali del gruppo Discovery “è assolutamente importante lavorare sull’entità di genere per dare un volto preciso al canale“. Sempre secondo Laura Carafoli “il vero momento di grandi ascolti è quello del day-time, precisamente nella fascia dalle 14:30 e le 18:00. Una fascia con un pubblico prevalentemente femminile” [4]. E’ interessante questa dichiarazione perché presuppone che il pomeriggio sia la porzione della giornata in cui le donne (tra i 25 e i 54 anni) preferiscono guardare la televisione, e quindi che siano a casa in quelle ore. Un altro personaggio di spicco nell’amministrazione del canale è Marinella Soldi, amministratrice delegata dell’intero network Discovery Italia. Anche Marinella Soldi ci tiene a precisare la caratterizzazione di genere del canale, non solo dei contenuti ma anche dello staff “RealTime è un canale che appassiona perché c’è una coerenza tra il prodotto che mettiamo in onda e i valori in cui crediamo. È una bella squadra composta da donne, ma anche da un paio di maschi” [5]. Il terzo personaggio che compare spesso in articoli e interviste, e che viene spesso associato all’identità del canale, è Paola Marella, agente immobiliare e conduttrice del programmi di successo Vendo casa disperatamente e Cerco casa disperatamente. Secondo Paola Marella il segreto del successo di RealTime consiste nel “aver scelto programmi semplici, molto facili, intelligenti ma che non impegnano intellettualmente. Noi facciamo factual entertainment, ovvero intrattenimento concreto” [6]. Un altro personaggio importante è Benedetta Parodi che a fine 2013 è passata da La7 a RealTime creando non poco scalpore. La conduttrice commenta così il suo cambio di network “Sembro disegnata per Real Time. La7 invece mi calzava sempre meno, prima era un canale con una programmazione più femminile, con il tempo invece è diventata una rete sempre più al maschile, dedicata alla politica, non era più una realtà tanto comoda per me”. [7]

2 – Mogli, Madri, Casalinghe, Cuoche

Per cercare di capire le rappresentazioni di genere proposte dalla rete televisiva RealTime è stata effettuata un’analisi del palinsesto. Sono stati presi in considerazione tutti i programmi trasmessi su RealTime Italia (dal 2010 ad oggi). Per ricostruire l’elenco dei programmi trasmessi si è fatto affidamento alla pagina Wikipedia del canale. La prima fase dell’analisi è consistita nel cercare di categorizzare i vari format. Da una prima codifica sono emerse quasi 25 categorie o temi: cucina, trucco, malattie, astrologia, cultura, questioni di genere, decorazioni, costruzioni, corpo, chirurgia, spesa, psicopatologie, matrimoni, gravidanza, figli, cronaca, abbigliamento, maternità, galateo, viaggi, vendite-acquisti, animali, disturbi alimentari, peso, sessualità.

Nella fase successiva dell’analisi si è cercato di accorpare le categorie simili o ridondanti e di creare delle macro- categorie che racchiudessero diversi sotto-temi (per la tabella delle codifiche finale si veda l’appendice). Da questa codifica successiva sono emerse quattro dimensioni principali con le quali è possibile descrivere più del 90% della programmazione di RealTime.

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La prima dimensione riguarda la “cura della casa”. Di questa categoria fanno parte programmi in cui la casa è intesa come bene immobiliare (Vendo casa disperatamente), in cui si visitano case di lusso (Cerco case disperatamente), in cui ci si dedica alla decorazione degli ambienti interni (Paint your life, Paint your day, Paint your Xmas, Million dollar decorators), in cui si effettuano riparazioni o si costruisce parte dell’arredo (Craft war: sfida all’ultima creazione, Il giardiniere, L’aggiustatutto a domicilio), in altri programmi la casa è il posto dove vengono accolti gli ospiti o si organizzano delle feste (Cortesie per gli ospiti, Party Mamas, Feste da TIffany, Feste al risparmio, Welcome Style) ed infine la casa diventa anche il luogo dove si sviluppano vere e proprie manie ossessivo-compulsive (Sepolti in casa, Malati di pulito).

La seconda dimensione riguarda la “cura della famiglia”. In questa definizione rientrano programmi che insistono sul tema della maternità e della gravidanza (Mamma mia, Reparto Maternità, 24 ore in sala parto, Emozioni in vitro, Mamme che amano troppo, Mamme al liceo, Non sapevo di essere incinta, Transgender e incinta), programmi focalizzati sul corteggiamento, sulla celebrazione del matrimonio e sulla scelta dell’abito nuziale (Sing Date, Randy: Sos matrimonio, Quattro matrimoni USA, La guerra delle spose, Il mio grosso grasso matrimonio gypsy, Due abiti per una sposa, Abito da sposa cercasi versione Beverly Hills/Outlet/XXL, Abito da damigella cercasi, Wedding Planners, Se balli ti sposo, Matrimonio all’Italiana, Dimmi di sì), la cura della famiglia può voler dire gestire i figli e occuparsi della spesa (Baby party esagerati, Jo Frost SOS genitori USA, Storia di un Bebè, Pazzi per i premi, Pazzi per la spesa), esiste poi un programma, Mob Wives, in cui “Quattro donne di Staten Island mandano avanti le famiglie mentre i loro mariti o padri sono rinchiusi in prigione per mafia [...] Con il capofamiglia dietro le sbarre, non è semplice riuscire a mantenere lo stile di vita a cui erano abituate“. [8]

La terza dimensione individuata ha a che fare con la “cura di sé”. Di questo filone fanno parte i programmi che affrontano l’attenzione verso la salute fisica e il proprio corpo (Vita al pronto soccorso, Sex Hospital, My shocking body, Malattie misteriose, Malattie imbarazzanti, King’s Cross ER, 24 ore al pronto soccorso, Life Shock), programmi che descrivono il percorso per raggiungere la bellezza attraverso la chirurgia, i cosmetici o la scelta dell’abbigliamento (Clio Make up, Diario di un chirurgo, Hairstyle, Nail lab, Re-fashion, Come tu mi vuoi, Dire fare baciare, Extreme Makeover, Fashion Star, Il mondo di Honey Boo Boo, Incidenti di bellezza, Little Miss America, Mad fashion, Nude e Belle, School Mum Makeover, Tobatha mani di forbice, Shopping Night, Ma come ti vesti?, Guardaroba perfetto: kids and teen, L’eleganza del maschio), infine esistono una carrellata di programmi che insistono sui problemi del peso corporeo e dei disturbi alimentari (Non solo magre, 290 chili vergine, Adolescenti XXL, Desperate Hungry Housewives, Grassi contro magri, Grassi contro magri teenager, Obesi: un anno per rinascere, Obbiettivo peso forma).

La quarta dimensione racchiude tutti i programmi di cucina. Questo tipo di format è diffuso non solo su RealTime ma è parte di quell’esplosione di programmi culinari che negli ultimi anni ha invaso l’intero panorama televisivo nazionale. Su Wikipedia sono indicati ben 44 programmi eno-gastronomici trasmessi attualmente sulle tv italiane. Questa dimensione racchiude decine e decine di programmi di RealTime e spesso può essere sovrapponibile alle altre tre dimensioni. In particolare l’attività di cucinare è spesso associata al focolare domestico. Inoltre cucinare potrebbe essere una di quelle azioni che rientrano nel prendersi cura della propria famiglia (cucinare per i figli, per i partner o per gli ospiti). In alcuni programmi il cibo è presentato in un’ottica salutista che rientra nella prospettiva della cura della propria salute. Ad esempio il programma Food Hospital spiega come utilizzare determinati cibi per curare specifiche malattie. In generale, però, questi programmi sono spesso condotti da chef professionisti che presentano piatti sofisticati che non posso essere riprodotti in cucine tradizionali, che non si adattano ad un menù di una normale famiglia e che non hanno nessun intento curativo. Per questo ho ritenuto opportuno riunire queste tipologie sotto una quarta dimensione, distinta, ma con delle continuità e degli ibridi con le altre dimensioni.

In sintesi, da questa analisi emerge che le dimensioni fondamentali attraverso cui è rappresentata la vita delle ‘donne reali’ sono la cura della casa, del proprio aspetto, della famiglia e il cucinare. Si può dire che l’immagine della donna veicolata da RealTime ricalca lo stereotipo della moglie (che deve essere bella e apparire piacevole per trovare un marito), della madre (per cui la donna si definisce tale in quanto mette al mondo dei figli e si occupa di accudirli) e della casalinga (e quindi tutto l’immaginario legato al focolare domestico e alla casa come ambiente femminile). Questo modello di femminilità è tipico di una visione tradizionale e paternalistica delle rappresentazioni di genere. Le dimensioni che definiscono questa rappresentazione della donna sono accomunate da una propensione alla cura (di sé, degli altri, della casa), un tratto spesso associato allo stereotipo di genere femminile. L’attenzione alle relazioni è infatti uno dei tratti stereotipici maggiormente attribuito alle donne, in particolare si parla di communal per riferirsi alle capacità interpersonali, i tratti di calore, la moralità, il sentimento di affiliazione e l’espressività ‘tipiche’ delle donne. Ritornando all’analisi, guardando i singoli programmi difficilmente ci si imbatte in situazioni degradanti o svalorizzanti della donna. I personaggi femminili sono molto spesso i protagonisti principali dei format e non vengono mai relegati a ruoli decorativi, come a volte accade nella tv generalista. Quasi sempre le donne sono valorizzate per le loro competenze e apprezzate per le loro qualità. Questa tendenza ad idealizzare la figura femminile, e a presentarla come particolarmente positiva, è legata a un pregiudizio denominato Wonderful Women – Effect. Questo effetto è stato riscontrato in ricerche cross-culturali che hanno dimostrato come le donne vengano percepite più positivamento rispetto agli uomini. Questo effetto all’apparenza innocuo, è in realtà il frutto dell’attribuzione di quei tratti communal che fanno percepire la donna come sicura, accogliente e disponibile a svolgere quelle mansioni di cui gli uomini non vogliono occuparsi. Questa visione iper-positiva della donna è legata quindi a una visione tradizionale dei ruoli di genere e può essere un’arma a doppio taglio: “essere poste su un piedistallo può rivelarsi una trappola, soprattutto se si tratta di un piedistallo tutto interno alle mura domestiche”. [9]

Osservando il palinsesto di RealTime, nel suo insieme, ci si accorge che ad avere visibilità e apprezzamenti sono solo un certo tipo di donne, ovvero quelle che rimangono all’interno del ruolo subordinato e predefinito di mogli, madri e casalinghe. E’ difficile che venga data visibilità a donne che non rispecchino lo stereotipo femminile, ad esempio lesbiche, poliziotte, matematiche, scrittrici, carcerate, operaie, politiche o semplicemente donne anziane. Anche quando vengono rese visibili donne fuori dai canoni (soprattutto estetici) la prospettiva con cui le si guarda è quasi sempre patologizzante e compassionevole. In conclusione si può affermare che l’immagine della donna veicolata dal canale RealTime rientra nei modelli proposti dall’ideologia sessista, in particolare possiamo parlare di sessismo benevolo. Per sessismo benevolo si intende quel sistema di credenze che riconosce alle donne una serie di qualità positive che le rendono preziose e meritevoli di essere adorate e protette. Nonostante questa forma di sessismo venga considerata socialmente più accettabile è in realtà complementare (e quindi compresente) all’ideologia del sessismo ostile (ovvero il disprezzo diretto verso le donne in quanto gruppo subordinato). Il sessismo benevolo è quindi molto insidioso perché dietro ad una maschera di romanticismo contribuisce a mantenere la gerarchie tra i sessi e allo stesso tempo indebolisce le difese femminili. Se da una parte le donne che decidono di conformarsi alle aspettative delle prescrizioni di genere vengono premiate e ricevono potere e visibilità, dall’altra parte le donne che escono dai canoni del modello sessista vengono emarginate e subiscono rappresaglie da parte del gruppo dominante (backlash- effect). Quest’ambivalenza è stata misurata in diverse ricerche cross-culturali (da Susan Fiske e Peter Glick) tramite l’Ambivalent Sexism Inventory. I risultati delle ricerche hanno mostrato come il sessismo benevolo sia solitamente più accettato, rispetto a quello ostile, dalle donne. In particolare, nei paesi con una forte ostilità verso le donne, sembra che queste cerchino un rifugio all’interno dell’ideologia benevola, in modo da garantirsi la protezione individuale. Viene da chiedersi se la rappresentazione benevola della donna promossa da RealTime non sia un tentativo di mettersi al riparo dall’ostilità sessista che ha dominato in Italia negli ultimi decenni.

3 – Lezioni di Auto-oggettivazione

Leggendo il lungo elenco di programmi prodotti e proposti da RealTime, salta all’occhio la spregiudicatezza dei titoli delle trasmissioni. I toni che vengono usati sono molto forti e sensazionalistici, il linguaggio è simile a quello degli slogan pubblicitari o degli annunci promozionali. Il contenuto delle trasmissioni viene veicolato in maniera diretta e concreta, più che i titoli di programmi televisivi sembrano nomi di prodotti o di ricette. Se i programmi di RealTime sono delle ricette allora le istruzioni che vengono date, le azioni che vengono prescritte, sono quelle giuste da seguire per essere una ‘vera donna’. Una donna apprezzata. La domanda che sorge spontanea è: “una donna apprezzata da chi?”. Per cercare di rispondere a questo quesito verranno analizzati tre programmi: Dire, fare, baciare, Come tu mi vuoi e Nude ma belle.

In Dire, fare e baciare “la presentatrice e cantante britannica Jenny Frost usa il POD, un computer revisione personale, per cercare di trasformare ragazze e ragazzi dallo stile finto e costruito in bellezze naturali” [10]. In sintesi vengono scelte delle vittime (come le definiscono nel programma stesso) con un look troppo eccentrico o aggressivo (troppo trucco, troppa abbronzatura, taglio di capelli troppo trasgressivo…) e vengono portate al cospetto di un enorme computer parlante che esprime un suo giudizio e impone un trattamento per restituire alle vittime un aspetto meno artificiale. Per convincere le vittime a sottostare al trattamento gli viene mostrata una serie di interviste nelle quali viene chiesto a giovani del sesso opposto di esprimere un giudizio sulla vittima (basandosi su una sua foto). Le tre risposte disponibili sono: la vorrei baciare, la vorrei sposare, la vorrei evitare. La vittima viene spesso denigrata facendogli vedere che la maggior parte delle persone vorrebbe evitarla. La missione si conclude quando, dopo il trattamento, le risposte alle interviste cambiano in positivo, e le vittime vedono finalmente le persone rispondere “la vorrei baciare” o “la vorrei sposare”. La gran parte delle vittime sono ragazze ancora adolescenti che vengono addestrate a modificare il proprio aspetto in riferimento al giudizio dei coetanei maschi, vengono istruite a interiorizzare lo sguardo desiderante dell’uomo e ad adattarsi alle sue aspettative per diventare finalmente meritevoli di essere sposate.

Lo spot promozionale del programma Come tu mi vuoi recita “sono mogli e madri, ma hanno dimenticato di essere anche donne. Saranno i mariti a svuotarne i cassetti e a rifarne il guardaroba”. In questa trasmissione, alcuni mariti stanchi dell’aspetto trasandato delle loro mogli, hanno a disposizione cinquemila sterline per cambiare completamente il loro guardaroba. Nello stesso spot una di queste donne spiega sconsolata “non sono più come quando (mio marito) si era innamorato di me”. In questo caso le mogli vengono letteralmente vestite dai propri partner per diventare, o tornare a essere, esattamente come loro le vogliono.

In Nude ma belle le protagoniste sono alcune signore insoddisfatte perché “da quando sono diventata mamma sono diventata bruttissima” oppure perché “tutte le donne che vedo sono più magre”. A correre in loro soccorso c’è un fashion stylist che insegnerà alle mamme insicure del loro corpo come “spogliarsi di ogni inibizione” [11]. In pratica le aiuterà a realizzare un servizio fotografico con addosso solo la biancheria intima oppure completamente nude e in pose da calendario. Al termine della puntata la donna avrà imparato a mostrare il suo corpo erotizzato e oggettivato. Il traguardo verrà raggiunto e una donna insicura avrà avuto l’occasione di sentirsi come un’icona sexy per un quarto d’ora. Anche in questo caso, alla domanda: da chi devono sentirsi apprezzate le donne? La risposta è lo sguardo maschile, quello che osserva i calendari, che desidera baciare una ragazza o che vuole avere una moglie con un abbigliamento impeccabile.

Possiamo concludere che in questi format è decisamente presente una tendenza all’oggettivazione. I corpi vengono spogliati, truccati e rivestiti da esperti di moda, di make-up o dagli stessi partner. Le donne subiscono passivamente il giudizio e il volere altrui come se non fossero dotate di autonomia e capacità di agire. Ciò sembra coerente con le sette dimensioni dell’oggettivazione individuate da Nussbaum [12] : strumentalità, negazione dell’autonomia, inerzia, fungibilità, violabilità, proprietà, negazione della soggettività. Molte ricerche hanno cercato di indagare le conseguenze dell’oggettivazione e hanno mostrato come le donne oggettivate vengano percepite come meno umane, meno competenti, con meno capacità morali e intellettuali. Inoltre l’oggettivazione rende silenti in quanto inibisce l’interazione interpersonale. Abbiamo visto che nei programmi analizzati l’oggettivazione avviene attraverso l’interiorizzazione della prospettiva dell’osservatore. Questo processo viene chiamato auto-oggettivazione e si manifesta attraverso una continua sorveglianza del corpo, che provoca vergogna, stati d’ansia e riduce la consapevolezza verso i propri stati interni. Inoltre interferisce nelle prestazioni cognitive, aumenta gli stati depressivi, diminuisce le esperienze ottimali, favorisce la diffusione delle disfunzioni sessuali e dei disordini alimentari. [13] Infine l’esposizione a modelli fisici irraggiungibili promossi dai media provoca disturbi dell’umore, abbassamento dell’autostima e un’analisi costante e ossessiva del proprio aspetto.

4 – Educarle da piccole

Questa influenza all’auto-oggettivazione diventa più inquietante quando si rivolge ad un pubblico molto giovane o quando usa delle bambine per veicolare i suoi modelli. Anche in questo caso verranno riportati due esempi emblematici, uno più classico: Little Miss America, e uno meno conosciuto e più controverso Il mondo di Honey Boo Boo.

Little Miss America è un gara di bellezza per bambine molto rinomata, nata in America ma trasmessa in tutto il mondo. Spesso è al centro di dibattiti che mettono in luce la tortura a cui sono sottoposte le piccole concorrenti, l’adultizzazione e l’erotizzazione dei loro corpi messi in mostra sulle passerelle. Su RealTime sono state trasmesse le selezioni al concorso. Durante le puntate viene mostrata la preparazione delle bambine (da parte dei genitori) che a soli 5 anni indossano ciglia finte, spray abbronzante e smalto per le unghie dei piedi.

Nel Mondo di Honey Boo Boo la protagonista è una bambina di 9 anni che si è affermata in diversi concorsi di bellezza per bambini, nell’ambiente dei cosiddetti beauty peagent. Il programma consiste nel raccontare la vita di Honey mentre viene portata in giro per diversi concorsi di bellezza, mentre si atteggia a modella, attrice e ballerina di lunga esperienza. La famiglia di Honey Boo Boo è composta da altri 5 membri con diversi problemi alimentari (dal sovrappeso all’obesità). Un personaggio chiave è la mamma di Honey, che la imbottisce di energy drink (per aiutarla a sopportare lo stress delle sfilate) e la porta da una gara di bellezza all’altra.

Se le conseguenze dell’oggettivazione, come abbiamo visto, sono particolarmente pesanti sulle persone adulte, possiamo immaginare la gravità degli effetti su un pubblico di bambini. Emma Rush e Andrea La Nauze [14], due ricercatori dell’Australian Institute, hanno coniato il termine corporate pædophilia per indicare la tendenza attuale dei media a mostrare sempre più corpi di bambini (soprattutto bambine) erotizzati. Secondo i due ricercatori una strumentalizzazione di questo genere può essere tranquillamente ricondotta alla sfera degli abusi. Altri ricercatori come Neil Postman [15] hanno denunciato la scomparsa dell’infanzia, una cancellazione sistematica perpetrata dal sistema mediatico e dalla società consumistica. Ferraris e Stevani [16] hanno invece parlato di adultizzazione precoce, sempre riferendosi a quelle inquietanti strategie commerciali che impongono ai bambini modelli comportamentali che non gli appartengono, facendo spesso leva su stimoli erotici.

5 – La medicalizzazione del corpo

Il corpo è sicuramente una presenza centrale all’interno di gran parte dei programmi trasmessi da RealTime. Il corpo viene curato, viene abbellito, viene modificato, viene migliorato o mostrato nel suo orrore, nella maggior parte dei casi viene osservato con uno sguardo clinico e indagatorio. Lo scenario entro cui spesso viene mostrato il corpo è il reparto maternità di un ospedale, il pronto soccorso (24 ore al pronto soccorso) o la clinica di un chirurgo. Sono numerosi i programmi che inoculano insicurezza riguardo la propria salute fisica minando l’autostima dei telespettatori (Malattie imbarazzanti, Malattie pericolose, Malattie XXL). La questione del peso corporeo viene spesso affrontata presentando casi estremi e situazioni emergenziali (Obesi per un anno, Obbiettivo peso forma, 360 chili vergine). In Grassi contro magri vengono presentati casi di grave obesità o di anoressia. Anche quando si affrontano temi legati alle questioni di genere, come in Donne: il volto della violenza, l’ottica è quella medicalizzante. In questo caso la violenza di genere viene affrontata prevalentemente da un punto di vista chirurgico. Le donne sfigurate dai propri ex-compagni si sottopongono a una plastica facciale che cancella le tracce visibili della violenza. Gli aspetti legati alle differenze di genere, all’ideologia sessista o alla violenza di genere come forma di controllo vengono totalmente ignorati. Tutto si risolve in una sala operatoria privata. Anche le questioni legate alla transessualità (Transgender e incinta, Mia figlia cambia sesso) sono affrontate mettendo in risalto le trasformazioni corporee e gli interventi di chirurgia, piuttosto che gli aspetti culturali, politici e sociali che li determinano. Questa tendenza alla medicalizzazione della vita delle persone è una caratteristica della società contemporanea, e spesso comporta la “la traduzione in termini medici di problemi che dovrebbero essere affrontati con misure sociali; la strumentalizzazione a scopo di dominio della dipendenza dall’aiuto del medico; l’uso del sapere in termini di potere sul malato” [17]. Nello specifico, il controllo medico esercita il suo potere soprattutto sul corpo della donna, secondo Montali “è il controllo medico sul corpo della donna in gravidanza, connesso a una rappresentazione della gravidanza stessa come evento anomalo e a rischio, che sembra determinare un vissuto di estraneità della donna rispetto ai propri cambiamenti corporei e depotenziarne la libertà di scelta” [18] e ancora “una modalità di dominio nei confronti delle donne passa ancora, pur se in forme diverse rispetto al passato, attraverso il fatto che il corpo femminile è rappresentato, definito e agito da soggetti diversi dalle donne stesse” [19]. La medicalizzazione del corpo, e della sessualità, è stata studiata anche nell’ambito dei corpi maschili. In particolare Boni [20] ha analizzato la rivista per uomini Men’s Health, da cui è emersa una visione della sessualità che induce il lettore a guardare il proprio corpo con distacco. Il corpo maschile viene percepito come una specie di macchina per fare sesso, i cui organi sono trasformati in oggetti o strumenti indispensabili per una buona performance. La medicalizzazione, quindi, spinge verso una percezione di sé in termini sempre più oggettivanti. Secondo Stefano Rodotà questo insieme di tendenze medicalizzanti conduce il corpo “in una dimensione che ne esalta solo l’immediata materialità, fisica o elettronica che sia, riduce la possibilità stessa di una sua integrale conoscenza, fatta di processi biologici complessi e di relazioni con l’ambiente, di rapporti con gli altri esseri umani. Il corpo esce dalla vita, la vita abbandona il corpo” [21].

5 – Conclusioni

RealTime è sicuramente un canale di grande successo che, oltre ad accumulare ascolti sempre crescenti, ha creato nuovi modelli televisivi che vengono oggi ripresi da altri canali (Lei, Leonardo, Lady Channel, La5, La7D). Sia la produzione dei contenuti che la dirigenza amministrativa ed editoriale è guidata da donne leader e di successo. Nonostante si presenti al pubblico con una maschera progressista e attenta alle esigenze delle donne, in realtà i modelli culturali che propone ricalcano gli stereotipi di genere più tradizionali. L’ideologia di riferimento è quella del sessismo benevolo. Il sessismo benevolo è già di per sé più insidioso di quello ostile in quanto mantiene la supremazia del maschile cercando di premiare le donne che rimangono al loro posto, e anzi ammirandole e innalzandole a modello per tutte. In questo caso, il modello sessista proposto, è ancora più mistificato dal fatto che viene presentato da un’organizzazione con una leadership femminile. Anche se è più difficile da riconoscere di quello ostile, il sessismo benevolo non è innocuo, infatti contribuisce a mantenere la gerarchia tra i sessi, rafforza l’idea che le donne rappresentino il “sesso debole” ed è correlato con le credenze legate al mito dello stupro. Le donne meravigliose che trovano visibilità sono, infatti, solo quelle che rientrano nelle quattro dimensioni di mogli, madri, casalinghe e cuoche. Le donne (ma anche gli uomini) che deviano dal modello sessista vengono mortificate, ridicolizzate, patologizzate e spesso convinte a rientrare all’interno dei confini del proprio ruolo attraverso percorsi dolorosi. Il corpo viene spesso trattato come un oggetto su cui lavorare continuamente, anche con strumenti chirurgici o in contesti clinici. In più vi è una sorta di educazione alla modificazione del proprio aspetto per adeguarsi alle aspettative dell’uomo e della società. Questa formazione invade anche il campo dell’infanzia e dell’adolescenza, lo dimostrano anche le versioni teen-ager di alcuni programmi (Guardaroba perfetto: kids and teen, Grassi contro magri teen ager). Questi processi di auto- oggettivazione portano a conseguenze che vanno dai disturbi dell’umore, ai disturbi alimentari, fino all’abbassamento dell’efficienza cognitiva, carenze nell’autostima e disfunzioni sessuali. Il quadro generale che emerge da questa analisi è piuttosto pesante, ed è inquietante l’enorme successo che questo canale ha ottenuto, e continua ottenere su un pubblico sempre più giovane. Proprio in queste settimane è iniziata la messa in onda su RealTime del format televisivo Amici condotto da Maria de Filippi. Secondo la responsabile dei contenuti di Discovery “Di Amici manderemo in onda la scuola, ovvero il sogno, la fatica, il dietro le quinte” [22]. Viene da chiedersi quale sia l’idea di scuola, e quali siano gli intenti educativi, che si vogliono portare avanti attraverso questo genere di programmi.

 

Note:

[1]           Alex Fiacco, ‘Amici’ di Maria De Filippi va sul digitale: la scommessa del fenomeno Real Time,  Il Fatto Quotidiano, 12 gennaio 2014; http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/01/12/amici-di-maria-de-filippi-va-sul-satellite-nuova-scommessa-per-il-fenomeno-real-time/840475/

[2]           Paolo Giordano, Il boom a sorpresa di Real Time È ormai l’ottava rete nazionale, IlGiornale, 8 maggio 2011; http://www.ilgiornale.it/news/boom-sorpresa-real-time-ormai-l-ottava-rete-nazionale.html

[3]           Discovery Italia terzo editore televisivo nazionale, grazie a un 2013 da record, PubblicitàItalia, 9 gennaio 2014; http://www.pubblicitaitalia.it/2014010920543/media/discovery-italia-terzo-editore-tv-nazionale-grazie-a-un-2013-da-record

[4]           Intervista col direttore: Laura Carafoli, TvBlog.it, 2 ottobre 2012;  http://www.tvblog.it/post/84589/intervista-col-direttore-laura-carafoli-discovery-a-tvblog-da-real-time-in-poi-ecco-la-mia-tv

[5]           Maria Volpe, Discovery il terzo polo della tv, 27esimaora (corriere.it), 28 gennaio 2013;  http://27esimaora.corriere.it/articolo/discovery-il-terzo-polo-della-tvpremiata-la-forza-delle-donne/

[6]          Un grande successo… disperatamente, FamigliaCristiana.it, 15 ottobre 2011; http://www.famigliacristiana.it/articolo/casa_151011122814.aspx

[7]           Franco Renato, Benedetta Parodi cambia tv: le mie ricette su RealTime e Corriere.it, Corriere della Sera, pagina 39, 9 luglio 2013; http://archiviostorico.corriere.it/2013/luglio/09/Benedetta_Parodi_cambia_cucina_mie_co_0_20130709_fbe69014-e85b-11e2-92e7-0480f46b17dd.shtml

[8]           http://www.realtimetv.it/web/mob-wives;

[9]           Chiara Volpato, Psicosociologia del Maschilismo, Editori Laterza, 2013, pag. 36;

[10]         RealTImetv.it/web/dire-fare-baciare;

[11]         Video promozionale del programma Nude ma Belle Uk;  http://www.youtube.com/watch?v=xsjN8JxLcog‎

[12]         Martha Nussbaum, Sex & Social Justice, New York: Oxford University Press, 199;

[13]         Chiara Volpato, Psicosociologia del maschilismo, Editori Laterza, 2013, pag.89;

[14]         Emma Rush; Andrea La Nauze, Corporate Paedophilia. Sexualisation of children in Australia, 2006;

[15]         Neil Postman La scomparsa dell’infanzia. Ecologia delle età della vita. Armando Editore, 1991;

[16]         A.Ferraris; J.Stevani, ‘L’erotizzazione dei bambini nella pubblicità’. Psicologia Contemporanea, 205, 2008;

[17]           F. Ongaro Basaglia, G. Bignami, ‘Medicina/medicalizzazione’, in F. Ongaro Basaglia, Salute/Malattia. Le parole della medicina, Einaudi, Torino 1982, p. 158;

[18]         Lorenzo Montali, ‘Il corpo tra processi di cambiamento e dinamiche di controllo’, in Studi sul corpo in psicologia sociale, a cura di Elisabetta Camussi e Nadia Monacelli, atti del convegno delle Giornate di Studio GDG, Università degli studi di Milano-Bicocca, 7-8 maggio 2010, p.89;

[19]         Ivi;

[20]         Federico Boni, ‘Framing Media Masculinities: Men’s Lifestyle Magazines and the Biopolitics of the Male Body’, in European Journal of Communication, December 2002 17: pag. 465-478;

[21]         Stefano Rodotà, La vita e le regole, Feltrinelli, 2006, pag. 98;

[22]         Giorgia Iovane, Amci porterà l’emozione che manca a RealTIme, sabato 7 dicembre 2013, http://www.tvblog.it/post/459797/amici-13-su-real-time-portera-lemozione-che-manca-alla-rete-parola-di-laura-carafoli

 

Appendice:

Criminalità sui generis

Qualche settimana fa, guardando in rete il video di bullismo femminile avvenuto a Bollate, ho notato che molti utenti, oltre ad esprimere commenti/insulti sessisti (appellativi quale “troia”, “puttana” et similia, giudizi sull’aspetto fisico, etc…), si sono indignati in particolare per il fatto che a compiere un atto di violenza sia stata proprio una donna.

In generale, la donna  violenta o la donna delinquente viene rappresentata dai media ed avvertita dalla società come particolarmente crudele, anormale ed imprevedibile (la c.d. strega), psicologicamente instabile e perciò subdolamente pericolosa, soggetta (a parità di gravità del reato) ad un maggior rimprovero da parte della società.

Difatti, quando una donna compie un atto violento, penalmente rilevante, in realtà – a differenza dell’uomo – sta violando due norme: una norma di carattere naturale (cioè vìola la sua natura femminile, che la vede buona, calma, sottomessa, incapace di violare coscientemente una legge); ed una norma giuridica.

L’odierna rappresentazione mediatica e sociale della donna delinquente risente ancora delle vecchie teorie positiviste (a testimonianza del fatto che poco è cambiato da allora) sulla criminalità femminile.

Tra tali teorie vi è quella formulata nel 1893 da Cesare Lombroso, il quale, nel libro “La donna delinquente, la prostituta e la donna normale”, sosteneva che la causa della minore diffusione della criminalità femminile era da individuarsi nella maggiore debolezza e stupidità della donna rispetto all’uomo.

Le cause dell’ “onestà femminile” erano da collegarsi alla “pietas materna, all’incoscienza e all’incapacità di scegliere”. Se nonostante queste innate caratteristiche la donna commetteva delitti era “segno che la sua malvagità era enorme”.

Secondo l’autore, la donna criminale aveva caratteristiche maschili, in quanto era più intelligente, più audace, più forte e più erotica della “donna normale”. A questo si aggiungevano “le caratteristiche femminili peggiori” quali l’inclinazione alla vendetta, la menzogna, etc…, “formando così dei tipi di malvagità che sembrano toccare l’estremo”.

Tali teorie sono rimaste in auge per molto tempo, almeno fino agli anni ’70 del Novecento, quando l’attivarsi dell’emancipazione femminile ha comportato una nuova attenzione anche all’aspetto criminologico.

Illustrazioni originali del 1893, tratte dal libro "La donna delinquente, la prostituta e la donna normale".

Illustrazioni originali del 1893, tratte dal libro “La donna delinquente, la prostituta e la donna normale”.

Per completezza d’informazione, va detto che, nel frattempo, vi sono state altre teorie, aventi un seguito minore, che in questa sede possono essere solamente accennate.

Mi riferisco, ad esempio, alle teorie c.d. classiche (nate negli anni ’60), che ritengono che in realtà le donne commettano illeciti tanto quanto gli uomini, anche se in modo “mascherato”.

Questo per vari motivi, tra cui “il subdolo limitarsi della donna al ruolo d’istigatrice o mediatrice di delitti”, oppure per il fatto che i giudici e le forze dell’ordine avrebbero nei confronti del “gentil sesso” un atteggiamento “cavalleresco”, protettivo e benevolo.

Tralasciando tali marginali teorie, riprendiamo il discorso dagli anni ’70, quando la criminalità femminile è divenuta materia d’indagine anche da parte di studiose che hanno tentato di guardare il problema da un’ottica diversa.

Tra queste, la più importante è Freda Adler, che pone la criminalità femminile delle società occidentali in relazione con l’emancipazione, la differenziazione dei ruoli e le opportunità.

Secondo l’autrice, la donna non delinquerebbe tanto quanto l’uomo perché ancora sottomessa nel ruolo familiare e sociale. Soltanto quando la donna avrà raggiunto la stessa posizione sociale sarà in grado di commettere reati tanto quanto lui.

La Adler evidenziò, altresì, come l’emancipazione avrebbe portato ad un mutamento non solo quantitativo, ma anche qualitativo della criminalità femminile, che non sarebbe stata più relegata ai reati minori. L’emancipazione offrirebbe quindi alle donne più opportunità, sociali ed economiche, sia lecite che illecite.

Tale teoria ebbe un notevole seguito e condizionò largamente tutti gli studi successivi (ad. es. la teoria del controllo del potere di Hagan), che, in sostanza, finivano per riproporre, seppur con varianti,  la teoria emancipazionista.

Tuttavia le teorie emancipazioniste sono state periodicamente messe a confronto con i dati statistici, i quali ci dicono che, nonostante l’emancipazione in itinere, il tasso di criminalità femminile è rimasto nettamente inferiore rispetto a quello maschile. Da una verifica ISTAT relativa all’anno 2010 è emerso che in Italia le donne condannate sono state 36.346, contro 193.494 uomini condannati, rappresentando quindi il 15,81% del totale.

L’andamento percentuale delle condanne femminili rispetto al totale maschi-femmine è rimasto, seppure con qualche oscillazione, sempre costante nel corso degli anni (intorno al 15% di media), toccando una minima del 12,17% nel 1991 ed una massima del 34% nel 1945.

Dunque, come interpretare i dati statistici? Perché le donne, nonostante una maggiore emancipazione rispetto a decenni fa, continuano a commettere meno reati?

Non è facile rispondere ad una simile domanda e probabilmente, data la complessità della materia, non esiste neppure una sola risposta. Sono tanti i fattori e le concause in gioco.

Forse le teorie emancipazioniste hanno, in parte, ragione. Nonostante alcuni proclami di una raggiunta parità, i dati ci dicono che le donne ancora oggi lavorano meno degli uomini e lo spazio ad esse destinato è ancora in prevalenza quello domestico. I salari femminili sono inferiori a quelli maschili e le posizioni lavorative apicali (consigli di amministrazione, ruoli direttivi, etc…) sono ancora appannaggio maschile.

Va da sé che molti reati che presuppongono posizioni di comando (ad esempio i c.d. reati d’impresa) ancora sono compiuti prevalentemente da uomini.

Ma, oltre a questo, è bene riflettere su un paio di questioni fondamentali.

Tutte le teorie fin qui esaminate, comprese quelle emancipazioniste, hanno come comune denominatore il fatto che l’osservazione e lo studio della questione siano condotte da un’ottica esclusivamente femminile: “perché le donne delinquono meno?”  “Le donne arriveranno un giorno a delinquere quanto gli uomini?”

Come mai le domande non sono state queste: “perché la criminalità maschile è così estesa?”  “Gli uomini arriveranno mai a delinquere quanto le donne?”

La risposta risiede nel fatto che gli uomini hanno continuato e continuano ad incarnare il canone, il prototipo, la norma, con la conseguenza che tale “neutralità” ha reso invisibile il genere maschile, al quale è stata dedicata un’attenzione qualitativamente e quantitativamente inferiore a quella ricevuta dal genere femminile.

In questo modo, l’uomo, che rappresenta il genere umano universale, non ha bisogno di pensare in termini di genere e perciò può convincersi di non essere condizionato dalla sua mascolinità.

In realtà, come scrive Chiara Volpato in “Psicosociologia del maschilismo”, “se Simone de Beauvoir ci ha insegnato che non si nasce donna ma lo si diventa, allo stesso modo, non si nasce uomo, lo si diventa.”

La costruzione del proprio genere di appartenenza (“doing gender”) è un compito che inizia nella primissima infanzia e dura tutta la vita.

E la costruzione della mascolinità è spesso assai ardua: i maschi devono costantemente dimostrare di essere “veri uomini”, attraverso riti formativi e prove di virilità che hanno a che fare con l’aggressività, la dimostrazione dell’attitudine al comando, la difesa dell’onore, l’enfatizzazione della sessualità, etc….

L’identità sessuale femminile è messa in discussione meno frequentemente di quella maschile e gli uomini, per preservare la loro virilità e quindi il loro genere, sono costretti ad allontanare da sé tutto quello che è “in odore di femminilità”. Per questo motivo, quando ci si riferisce ad un prodotto “neutro”, è sempre il maschio ad essere rappresentato e mai la femmina (ad es. nei giocattoli). Perché l’uomo è più intransigente sulla sua identità sessuale.

Gli studiosi (Volpato, Bereska) hanno dimostrato che “vi è una stagnazione nelle prescrizioni di mascolinità. Negli ultimi decenni, l’attenzione si è concentrata sul mondo femminile, lasciando inalterato quello maschile. Così il mondo delle ragazze è cambiato, quello dei ragazzi poco.”

Mentre lo stereotipo femminile appare relativamente dinamico (oggi le donne sono percepite più capaci, assertive ed ambiziose), quello maschile appare statico, caratterizzato ancora da un’aggressività sentita come naturale e legittima e dal costante rifuggire dal lavoro domestico e di cura, lasciato ancora quasi totalmente in mano alle donne.

Quindi, tornando alle ultime teorie criminologiche e alla luce delle riflessioni fatte, ritengo che la Adler e i suoi successori, parlando di “emancipazione femminile” e “mascolinizzazione della donna” abbiano, in primo luogo, focalizzato l’attenzione sul soggetto sbagliato e, in secondo luogo, abbiano finito con il confondere l’emancipazione con il passare, “saltellare” da uno stereotipo di genere all’altro.

Emancipazione significa invece liberare, decostruire, sfaldare gli stereotipi di genere, partendo in primis da quello maschile, ancora così granitico nei suoi postulati e prescrizioni e che ha contribuito in buona parte a produrre quelle conseguenze che i dati ISTAT ci ricordano quotidianamente.

Reggiseni per lei e per lui. Interrogativi tra marketing e queer

Pubblicità dei magazzini Hema

Un marchio di biancheria intima pubblicizza così in Thaliandia un reggiseno super push-up capace di fare delle tette fantastiche pure a un uomo.
In un gioco fatto di musichette ammiccanti e pose sensuali si sovrappongono e confondono lei che poi diventa lui, lui che poi torna ad essere lei.

Siamo davanti a un prodotto commerciale, a una pubblicità il cui scopo è vendere e lo fa giocando la carta dell’effetto wow, della sorpresa.
Ed effettivamente il pubblico si sorprende, non si aspetta che ad un certo punto, via ciglia finte, via parrucca, la ragazza si riveli essere un ragazzo. Si sorprende perchè non è abituato a questo tipo di rappresentazioni, è abituato invece a ragionare per compartimenti stagni, da una parte le donne, dall’altra gli uomini.

Con tutti i limiti di una pubblicità che cerca di venderci un prodotto per adeguare la nostra taglia di reggiseno agli standardt estetici odierni, con la consapevolezza che oggi quasi tutte le aziende produttrici di biancheria intima aggiungono cuscinetti e super imbottiture a TUTTI i reggiseni, in particolare quelli di taglie più piccole, dalla prima alla terza – perchè le tette piccole non vanno bene – sapendo di muovermi sul terreno del marketing e della comunicazione commerciale, trovo comunque che da questo spot possiamo trarre un insegnamento: non sempre i confini sono definiti e questo vale anche per i sessi e i generi, confondere le carte in tavola può essere divertente.

Pubblicità dei magazzini Hema

Pubblicità dei magazzini Hema

L’idea di far indossare un prodotto femminile a un modello maschile non è però del tutto originale.
Lo stesso messaggio: “funziona con gli uomini, figuriamoci con le donne” era stato già utilizzato dalla catena di grandi magazzini olandese Hema, anche in questo caso per pubblicizzare reggiseni push-up.
Protagonista il modello/a Andrei Pejić, famoso nel campo della moda per aver sfilato per le collezioni sia maschili, sia femminili dei più grandi marchi.

Il corpo di Andrei Pejić, così come quello del protagonista dello spot thailandese, sfugge a qualsiasi ansia tassonomica, al bisogno di incasellare, di definire e di semplificare la complessità. Quel corpo non si lascia inquadrare nel “o rosa o azzurro”, “o maschio o femmina”, “o etero o gay” o in qualsiasi altro binarismo.

Che i/le pubblicitar* abbiano scoperto il significato della parola queer?
In caso positivo, dobbiamo aver paura di questo? Un po’ sì e un po’ no.

Sì, perchè all’interno di un sistema di marketing, che ragiona in termini di comsumi e di profitto, anche rappresentazioni più fluide e meno stereotipate potrebbero subire un processo di normalizzazione con conseguente addomesticamento della loro portata potenzialmente rivoluzionaria.
Ad esempio abbiamo visto che molte aziende, dalle banche a multinazionali varie, hanno iniziato a rappresentare baci, ma soprattutto matrimoni, tra persone dello stesso sesso, constatando però che  la visibilità passa attraverso l’individuazione di un nuovo bacino di utenza e che soggetti e cause spesso vengono usate in maniera strumentale per dotare la propria azienda un bel volto etico. Per dirla con una sola parola: pinkwashing.

Copertina censurata

Copertina censurata

No, perchè nel 2011 la copertina della rivista Dossier Journal venne censurata, venne messa una pellicola opaca sulla foto che ritraeva Andrei Pejić con il trucco, i capelli in piega, la camicia aperta che svelava un busto maschile.
Motivazione? evitare il turbamento dei lettori.

Allora che i lettori e le lettrici si turbino, che mettano in dubbio le loro certezze, che comincino pure a dubitare di un universo semplificato da rassicuranti binarismi e inizino a sperimentare la confusione, la complessità, la contaminazione.
E poi siamo veramente così sicur* che il reggiseno sia un prodotto solo per lei?

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