Rosa e azzurro: due generi di consumo

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È di questi giorni la notizia di una studentessa di liceo statunitense, Antonia Ayres-Brown, che in Connecticut cerca di far cambiare mentalità niente meno che all’impero Mc Donald’s, lottando contro la tipica differenziazione di genere nell’assegnazione dei regalini dell’Happy Meal.
Gioco da bambina: un mini pony dai colori pastello, in tutte le sfumature del rosa, glitterato e tenero. Gioco da bambino: robot guerrieri dall’aria truce e forte, colori più scuri, armi distruttive.

“Vuole un gioco da bambina o da bambino?” chiedono i banconisti del fast food.
Antonia si è chiesta il senso di questa domanda per la prima volta a undici anni. Ha mandato una lettera all’amministratore delegato Mc Donald’s rigirando a lui la domanda “chiederebbe mai ad un colloquio se il candidato vuole un lavoro da uomo o da donna?”.
La risposta del CEO ha eluso diplomaticamente il problema, sottolineando che a nessuno degli impiegati dell’azienda viene detto di porre così la domanda.

Antonia e suo padre, un professore di Yale, hanno allora girato una dozzina di Mc Donald’s dello Stato, rilevando che il 79% delle volte la domanda era posta invece proprio così: gioco da bambina o da bambino? Nel 2013 la studentessa ha realizzato uno studio più esteso: 30 giovani ragazzi e ragazze hanno ordinato un Happy Meal in differenti punti vendita, registrando che il 92,2% delle volte il personale, senza chiedere, semplicemente dava ad ogni persona il giocattolo che l’azienda aveva ideato per il genere a cui lo assegnava. Quando poi uno di loro avanzava la richiesta di avere l’altro gioco, quello per il genere opposto, il 42% delle volte questa veniva rifiutata.

Rosa e azzurro. La prima grande differenziazione, la prima limitazione imposta mercato, la prima manipolazione culturale.

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Sul blog Un altro genere di comunicazione abbiamo realizzato nel 2013 un’inchiesta sulla produzione di giocattoli in Italia, Infanzia Made in Italy. Dall’analisi dei cataloghi di tutte le principali aziende italiane, emergevano alcuni tratti fondamentali della produzione.
I giocattoli sono nettamente divisi per genere. I giocattoli “da bambine” sono caratterizzati dal colore rosa, dalla forma smussata, da funzioni più semplici, quelli “da bambini” sono invece solitamente sulle tonalità dell’azzurro, più tecnici e dalle forme meno infantili.

Inoltre i giocattoli “neutri”, vale a dire non caratterizzati dal colore azzurro/rosa e che propongono attività non orientate per genere, hanno spesso un corrispettivo tutto al femminile, tradendo quindi in realtà l’idea che il femminile sia differente e che la normalità sia il maschio.

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Donne chieste in sposa e castelli di Cenerentola. Gli stereotipi che fanno girare l’economia.

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D Repubblica è il ghetto rosa di Repubblica. Nel ghetto si parla di cose da femmine. Di quelle cose che interessano le donne e disinteressano gli uomini. Per esempio, si parla (poco e male) di lavoro femminile e gender gap (perché mai dovrebbe interessare gli uomini?), ma soprattutto si parla di cose un po’ meno tristi. Tra le sezioni di D Repubblica troviamo infatti “cucina”, “casa”, “benessere”, “famiglia”, “moda”, “beauty”, “amore e sesso”. I primi titoli che appaiono nell’home page di oggi 30/4/14 sono: “Matrimoni &co: cosa indossare ad una cerimonia”, “Supermercato del lusso”, “Incontri di bellezza”. Ci sono inoltre esercizi di pilates da fare a casa (il regno delle donne), consigli su come pulire le sneakers, ricette succulente e video tutorial su come truccarsi.

Qualche giorno fa, su D Repubblica è apparso un articolo, che per l’importanza del tema trattato, ha meritato un bel posto in primo piano anche nella home page di Repubblica.it.

Il titolo dell’articolo è: “Come fare una proposta di matrimonio?”. L’occhiello (il sopratitolo) specifica poi una cosa, che ha attirato la mia intenzione, “consigli per lui”.

L’articolo apre così:

Avete deciso di fare il grande passo: chiederete in sposa la vostra fidanzata. Se pensate di cavarvela con un bel ristorante a lume di candela e un solitario, meglio che vi prendiate un momento per riflettere. Di fronte alla banalità della proposta, il sì non è più così scontato.

La giornalista riporta la notizia di una nuova professione nata in Francia (e non ancora approdata in Italia): lo sceneggiatore di domande di matrimonio.

(…) dal 2006 la sua Apoteo Surprise promette di confezionare, per ognuno, una proposta da sogno, dal successo garantito. «Abbiamo una base di trenta scenari tipo, su cui possiamo effettuare infinite varianti: si va dalla pioggia di petali di rose su un ponte al tramonto, alla limousine diretta al luogo del cuore, a un aereo affittato in esclusiva per sorvolare un paesaggio da sogno», spiega. Difficile stimare un costo preciso: per una consulenza basic si parte da 300 euro, che possono diventare diverse migliaia in base alla spettacolarità della proposta.

Viene in seguito lasciata la parola alla direttrice del sito Lemienozze.it, guarda caso partner di D Repubblica. È un sito dedicato al matrimonio (quindi rivolto solo alle donne), al cui interno vi è il forum “Come ti ha chiesto in sposa”, a detta della direttrice, tra i più frequentati,

segno di un potenziale interesse, per chi volesse tentare di replicare l’esperimento anche da noi. «C’è spazio per proposte nuove e originali, anche all’interno di riti che la maggior parte delle spose vuole mantenere e vivere nella tradizione», spiega ancora Barbara.

Il dibattito si infittisce e una wedding planner spiega che nonostante il romanticismo da fiaba rimanga ancora l’opzione preferita, anche da noi iniziano a vedersi proposte particolari. Si accenna, giusto in due righe (d’altronde Repubblica mica è un giornale conservatore, o no?), al fatto che anche le donne possano fare proposte di matrimonio, per poi passare in rassegna un’ampia carrellata di proposte di matrimonio che uomini pazzi d’amore hanno fatto alle loro donne per prenderle in sposa. Perché si sa, il matrimonio è cosa da donne, ma la proposta è maschia. E allora, ecco la storia di Marco, Giuseppe, Andrea, Luca, Luca 2.

L’articolo finisce poi splendidamente.

Tutte, oltre al sì, non hanno detto molto. Anche A. che si è vista portare al castello di Neuchwanstein, quello che Disney ha usato come come modello per Cenerentola. E lì, tra i giardini, lui si è inginocchiato porgendole la scatolina tanto attesa. «Piangevo così tanto che non riuscivo nemmeno a parlare». Ed è qui che torna in gioco lo sceneggiatore: «Tra pianti e singhiozzi, spesso le future spose non si godono in pieno il momento. Ecco perché vale la pena di renderlo davvero spettacolare».

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Nei ghetti rosa si parla alle donne di cose da donne e non si mettono in discussione i ruoli di genere. L’articolo ci tiene infatti a precisarlo immediatamente. Consigli per lui. Attenzione: anche se l’argomento è “da donne”, questa volta è indirizzato agli uomini, perché sono loro che chiedono le donne in sposa, le quali, notoriamente, vivono nell’attesa perenne di accasarsi, attendendo pazientemente l’iniziativa dal loro uomo.

Mi ha sempre inquietato la retorica delle proposte matrimoniali. Ricordo che da ragazzina ero terrorizzata dalla mitologia del fidanzamento. Le donne erano rappresentate come docili creature passive, in attesa della decisione dell’uomo. Il momento della proposta di matrimonio poi era così carico di aspettative, accompagnato da pianti e singhiozzi, che lo vedevo come sacro, intoccabile. Sembrava sempre che la donna fosse sorpresa e meravigliata. Come se si fosse trattato di un dono, assolutamente inaspettato e finalmente piovuto dal cielo. Nessun accordo prima, eppure tutte accettavano subito e con gioia. Pensavo: ma se io non volessi? come potrei dire di no in un momento così solenne? Sarei sprofondata dalla vergogna e mi sarei sentita in colpa.

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Lo stereotipo della proposta di matrimonio è rimasto, seppur con qualche variante, ancora inalterato, come ha dimostrato bene l’articolo di Repubblica.it.

Un tempo l’uomo chiedeva la mano della futura sposa al padre della donna, come in una sorta di passaggio di proprietà. Oggi non è più così, ma buona parte degli stereotipi sono rimasti. L’uomo è la parte attiva, la donna la parte passiva. Anche il linguaggio lo conferma: “come ti ha chiesto in sposa”. Un linguaggio in cui non c’è reciprocità, bensì subalternità di una parte rispetto all’altra. Si da per scontato che la donna sia sempre disponibile ad “essere sposata”.

L’articolo descrive le donne come viziate che non si accontentano, che vogliono essere stupite dal romanticismo e dalla grandiosità della proposta (se pensate di cavarvela con un bel ristorante a lume di candela e un solitario, meglio che vi prendiate un momento per riflettere. Di fronte alla banalità della proposta, il sì non è più così scontato.). E quando ciò avviene, balbettano un sì per poi ammutolire (Tutte, oltre al sì, non hanno detto molto) o tuttalpiù scoppiano a piangere a dirotto se vengono portate nel castello di Cenerentola.

Eppure ci saranno casi in cui non vi sono formali proposte di matrimonio, in cui una coppia semplicemente sceglie di comune accordo di sposarsi, senza inginocchiamenti di turno, flash mob, cartelloni e castelli di Cenerentola. Ci saranno anche casi in cui le donne fanno la loro proposta agli uomini. Eppure la rappresentazione che ancora oggi impera è quella donna passiva, da sposare, tra sorprese e pianti a singhiozzo.

D’altronde questi stereotipi sono redditizi. Creano desideri e bisogni da soddisfare. Alimentano un mercato vasto, quello del matrimonio, che per sopravvivere al calo delle unioni, ha un disperato bisogno di immaginari stereotipati e consumisti.

Secondo i dati ISTAT ci si sposa sempre meno: 230.613 matrimoni nel 2009; 216.000 nel 2010; 208.702 nel 2011 e 207,138 nel 2012.

Ciononostante, l’immaginario matrimoniale sembra essere in forma: manuali sul matrimonio, riviste specializzate, nuovi professionisti di settore (wedding planner, floral designer, speech maker, il nuovo sceneggiatore di domande matrimoniali, etc.), programmi televisivi (Abito da sposa cercasi, Matrimonio all’italiana, Wedding night) siti internet ad hoc (oggisposa.it, matrimonio.it, lemienozze.it – il partner di D Repubblica citato proprio in questo articolo (che coincidenza!) – e tanti, tanti altri). Leggo (dal libro “Di mamma ce n’è più d’una” di Loredana Lipperini) che nei primi mesi del 2011 l’industria del matrimonio in Italia registra un +2% rispetto al primo tremestre del 2010, con oltre 157.000 imprese attive. I wedding planners sono aumentati del 75% negli ultimi 5 anni  e, secondo una rilevazione del Sistema Moda Italia, nel 2010 il fatturato del settore vestiti da sposa è cresciuto del 2% e le esportazioni sono aumentate di oltre il 7%.

Secondo Adoc e Federconsumatori, per sposarsi si spendono, di media, almeno 30.000 euro (ma si può arrivare a molto di più.) Stando a una ricerca di Confesercenti Eurispes, uno dei motivi per cui ci si indebita e si ricorre all’usura è il matrimonio dei figli. Per un rito nuziale il debito medio che viene contratto è attorno ai 16.000 euro, con punte più alte (fino a 25.000 euro) nelle regioni del Sud.

Ed è proprio questo immaginario stereotipato, costituito anche dal mito del matrimonio quale destino e realizzazione di sé, a cui vengono educate le bambine fin dall’infanzia, che va ad alimentare, in un circolo vizioso, la rigida distinzione dei ruoli di genere, assegnando alle bambine adulte il ruolo della subalternità, della dolce attesa del principe azzurro.

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Il “sessismo benevolo” di RealTime

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Riceviamo, e molto volentieri condividiamo, i risultati di un’interessante ricerca universitaria svolta da uno studente di Psicologia Sociale.

Analisi dell’immagine della donna veicolata dal canale televisivo RealTime

di Gianpaolo Contestabile

1 – Donne meravigliose, e di successo

Questa ricerca ha lo scopo di analizzare la programmazione del canale televisivo RealTime per cercare di capire quali sono le rappresentazioni di genere (in particolare l’immagine della donna) veicolate dai diversi format. La scelta di analizzare questo canale è stata fatta sulla base di due diverse motivazioni: il grande successo ottenuto negli ultimi anni e la forte caratterizzazione di genere. RealTime è una rete televisiva lanciata in Italia il 1° ottobre 2005 sulla piattaforma di paytv SkyItalia, con il nome Discovery RealTime. Nel giro di 5 anni è diventato il canale di non-fiction più visto del pacchetto di intrattenimento di Sky. Nel settembre del 2010 ha cambiato il nome in RealTime ed è diventato visibile gratuitamente sia sul digitale terrestre che sul satellite in chiaro (si è aggiunto inoltre un secondo canale RealTime+1 che ripropone la stessa programmazione in differita di un’ora). Dopo solo 6 mesi dallo sbarco sul digitale terrestre, nel 2011, si è incominciato a parlare di RealTime come dell’ottava rete nazionale in termini di ascolti. [1] [2] RealTime è proprietà del network Discovery che recentemente è diventato il terzo editore televisivo italiano (dopo Rai e Mediaset) in termini di share e di audience [3]. Il 95% dei programmi di RealTime Italia sono prodotti localmente mentre il resto del palinsesto è preso dalla versione statunitense del canale. Gli ascolti negli anni sono andati sempre aumentando fino a diventare una delle novità principali della televisione italiana:

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Il format che ha reso famosa questa rete è il “factual-entertainment”, ovvero una tipologia di programmi molto semplici, nei quali vengono mostrate delle persone mentre ‘fanno delle cose’ e insegnano agli spettatori come farle: dal mettersi uno smalto, all’organizzare un matrimonio o vendere una casa. Secondo il sito ufficiale del canale “Real Time è il canale dedicato all’intrattenimento femminile che mette al centro della propria programmazione la vita reale delle donne, attraverso storie ed esperienze vere e combinando evasione e informazione, racconto e suggerimenti pratici“. Come si può evincere facilmente da questa definizione, il canale è pensato e costruito con una forte caratterizzazione di genere. Per quanto riguarda gli ascolti le donne costituiscono il 70% del pubblico, con un’età compresa tra i 25 e i 54 anni. Essendo un canale giovane, RealTime, è in cerca di una propria identità che sembra costruirsi facendo soprattutto leva su un certo pubblico femminile. Secondo Laura Carafoli, responsabile della programmazione di tutti i canali del gruppo Discovery “è assolutamente importante lavorare sull’entità di genere per dare un volto preciso al canale“. Sempre secondo Laura Carafoli “il vero momento di grandi ascolti è quello del day-time, precisamente nella fascia dalle 14:30 e le 18:00. Una fascia con un pubblico prevalentemente femminile” [4]. E’ interessante questa dichiarazione perché presuppone che il pomeriggio sia la porzione della giornata in cui le donne (tra i 25 e i 54 anni) preferiscono guardare la televisione, e quindi che siano a casa in quelle ore. Un altro personaggio di spicco nell’amministrazione del canale è Marinella Soldi, amministratrice delegata dell’intero network Discovery Italia. Anche Marinella Soldi ci tiene a precisare la caratterizzazione di genere del canale, non solo dei contenuti ma anche dello staff “RealTime è un canale che appassiona perché c’è una coerenza tra il prodotto che mettiamo in onda e i valori in cui crediamo. È una bella squadra composta da donne, ma anche da un paio di maschi” [5]. Il terzo personaggio che compare spesso in articoli e interviste, e che viene spesso associato all’identità del canale, è Paola Marella, agente immobiliare e conduttrice del programmi di successo Vendo casa disperatamente e Cerco casa disperatamente. Secondo Paola Marella il segreto del successo di RealTime consiste nel “aver scelto programmi semplici, molto facili, intelligenti ma che non impegnano intellettualmente. Noi facciamo factual entertainment, ovvero intrattenimento concreto” [6]. Un altro personaggio importante è Benedetta Parodi che a fine 2013 è passata da La7 a RealTime creando non poco scalpore. La conduttrice commenta così il suo cambio di network “Sembro disegnata per Real Time. La7 invece mi calzava sempre meno, prima era un canale con una programmazione più femminile, con il tempo invece è diventata una rete sempre più al maschile, dedicata alla politica, non era più una realtà tanto comoda per me”. [7]

2 – Mogli, Madri, Casalinghe, Cuoche

Per cercare di capire le rappresentazioni di genere proposte dalla rete televisiva RealTime è stata effettuata un’analisi del palinsesto. Sono stati presi in considerazione tutti i programmi trasmessi su RealTime Italia (dal 2010 ad oggi). Per ricostruire l’elenco dei programmi trasmessi si è fatto affidamento alla pagina Wikipedia del canale. La prima fase dell’analisi è consistita nel cercare di categorizzare i vari format. Da una prima codifica sono emerse quasi 25 categorie o temi: cucina, trucco, malattie, astrologia, cultura, questioni di genere, decorazioni, costruzioni, corpo, chirurgia, spesa, psicopatologie, matrimoni, gravidanza, figli, cronaca, abbigliamento, maternità, galateo, viaggi, vendite-acquisti, animali, disturbi alimentari, peso, sessualità.

Nella fase successiva dell’analisi si è cercato di accorpare le categorie simili o ridondanti e di creare delle macro- categorie che racchiudessero diversi sotto-temi (per la tabella delle codifiche finale si veda l’appendice). Da questa codifica successiva sono emerse quattro dimensioni principali con le quali è possibile descrivere più del 90% della programmazione di RealTime.

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La prima dimensione riguarda la “cura della casa”. Di questa categoria fanno parte programmi in cui la casa è intesa come bene immobiliare (Vendo casa disperatamente), in cui si visitano case di lusso (Cerco case disperatamente), in cui ci si dedica alla decorazione degli ambienti interni (Paint your life, Paint your day, Paint your Xmas, Million dollar decorators), in cui si effettuano riparazioni o si costruisce parte dell’arredo (Craft war: sfida all’ultima creazione, Il giardiniere, L’aggiustatutto a domicilio), in altri programmi la casa è il posto dove vengono accolti gli ospiti o si organizzano delle feste (Cortesie per gli ospiti, Party Mamas, Feste da TIffany, Feste al risparmio, Welcome Style) ed infine la casa diventa anche il luogo dove si sviluppano vere e proprie manie ossessivo-compulsive (Sepolti in casa, Malati di pulito).

La seconda dimensione riguarda la “cura della famiglia”. In questa definizione rientrano programmi che insistono sul tema della maternità e della gravidanza (Mamma mia, Reparto Maternità, 24 ore in sala parto, Emozioni in vitro, Mamme che amano troppo, Mamme al liceo, Non sapevo di essere incinta, Transgender e incinta), programmi focalizzati sul corteggiamento, sulla celebrazione del matrimonio e sulla scelta dell’abito nuziale (Sing Date, Randy: Sos matrimonio, Quattro matrimoni USA, La guerra delle spose, Il mio grosso grasso matrimonio gypsy, Due abiti per una sposa, Abito da sposa cercasi versione Beverly Hills/Outlet/XXL, Abito da damigella cercasi, Wedding Planners, Se balli ti sposo, Matrimonio all’Italiana, Dimmi di sì), la cura della famiglia può voler dire gestire i figli e occuparsi della spesa (Baby party esagerati, Jo Frost SOS genitori USA, Storia di un Bebè, Pazzi per i premi, Pazzi per la spesa), esiste poi un programma, Mob Wives, in cui “Quattro donne di Staten Island mandano avanti le famiglie mentre i loro mariti o padri sono rinchiusi in prigione per mafia [...] Con il capofamiglia dietro le sbarre, non è semplice riuscire a mantenere lo stile di vita a cui erano abituate“. [8]

La terza dimensione individuata ha a che fare con la “cura di sé”. Di questo filone fanno parte i programmi che affrontano l’attenzione verso la salute fisica e il proprio corpo (Vita al pronto soccorso, Sex Hospital, My shocking body, Malattie misteriose, Malattie imbarazzanti, King’s Cross ER, 24 ore al pronto soccorso, Life Shock), programmi che descrivono il percorso per raggiungere la bellezza attraverso la chirurgia, i cosmetici o la scelta dell’abbigliamento (Clio Make up, Diario di un chirurgo, Hairstyle, Nail lab, Re-fashion, Come tu mi vuoi, Dire fare baciare, Extreme Makeover, Fashion Star, Il mondo di Honey Boo Boo, Incidenti di bellezza, Little Miss America, Mad fashion, Nude e Belle, School Mum Makeover, Tobatha mani di forbice, Shopping Night, Ma come ti vesti?, Guardaroba perfetto: kids and teen, L’eleganza del maschio), infine esistono una carrellata di programmi che insistono sui problemi del peso corporeo e dei disturbi alimentari (Non solo magre, 290 chili vergine, Adolescenti XXL, Desperate Hungry Housewives, Grassi contro magri, Grassi contro magri teenager, Obesi: un anno per rinascere, Obbiettivo peso forma).

La quarta dimensione racchiude tutti i programmi di cucina. Questo tipo di format è diffuso non solo su RealTime ma è parte di quell’esplosione di programmi culinari che negli ultimi anni ha invaso l’intero panorama televisivo nazionale. Su Wikipedia sono indicati ben 44 programmi eno-gastronomici trasmessi attualmente sulle tv italiane. Questa dimensione racchiude decine e decine di programmi di RealTime e spesso può essere sovrapponibile alle altre tre dimensioni. In particolare l’attività di cucinare è spesso associata al focolare domestico. Inoltre cucinare potrebbe essere una di quelle azioni che rientrano nel prendersi cura della propria famiglia (cucinare per i figli, per i partner o per gli ospiti). In alcuni programmi il cibo è presentato in un’ottica salutista che rientra nella prospettiva della cura della propria salute. Ad esempio il programma Food Hospital spiega come utilizzare determinati cibi per curare specifiche malattie. In generale, però, questi programmi sono spesso condotti da chef professionisti che presentano piatti sofisticati che non posso essere riprodotti in cucine tradizionali, che non si adattano ad un menù di una normale famiglia e che non hanno nessun intento curativo. Per questo ho ritenuto opportuno riunire queste tipologie sotto una quarta dimensione, distinta, ma con delle continuità e degli ibridi con le altre dimensioni.

In sintesi, da questa analisi emerge che le dimensioni fondamentali attraverso cui è rappresentata la vita delle ‘donne reali’ sono la cura della casa, del proprio aspetto, della famiglia e il cucinare. Si può dire che l’immagine della donna veicolata da RealTime ricalca lo stereotipo della moglie (che deve essere bella e apparire piacevole per trovare un marito), della madre (per cui la donna si definisce tale in quanto mette al mondo dei figli e si occupa di accudirli) e della casalinga (e quindi tutto l’immaginario legato al focolare domestico e alla casa come ambiente femminile). Questo modello di femminilità è tipico di una visione tradizionale e paternalistica delle rappresentazioni di genere. Le dimensioni che definiscono questa rappresentazione della donna sono accomunate da una propensione alla cura (di sé, degli altri, della casa), un tratto spesso associato allo stereotipo di genere femminile. L’attenzione alle relazioni è infatti uno dei tratti stereotipici maggiormente attribuito alle donne, in particolare si parla di communal per riferirsi alle capacità interpersonali, i tratti di calore, la moralità, il sentimento di affiliazione e l’espressività ‘tipiche’ delle donne. Ritornando all’analisi, guardando i singoli programmi difficilmente ci si imbatte in situazioni degradanti o svalorizzanti della donna. I personaggi femminili sono molto spesso i protagonisti principali dei format e non vengono mai relegati a ruoli decorativi, come a volte accade nella tv generalista. Quasi sempre le donne sono valorizzate per le loro competenze e apprezzate per le loro qualità. Questa tendenza ad idealizzare la figura femminile, e a presentarla come particolarmente positiva, è legata a un pregiudizio denominato Wonderful Women – Effect. Questo effetto è stato riscontrato in ricerche cross-culturali che hanno dimostrato come le donne vengano percepite più positivamento rispetto agli uomini. Questo effetto all’apparenza innocuo, è in realtà il frutto dell’attribuzione di quei tratti communal che fanno percepire la donna come sicura, accogliente e disponibile a svolgere quelle mansioni di cui gli uomini non vogliono occuparsi. Questa visione iper-positiva della donna è legata quindi a una visione tradizionale dei ruoli di genere e può essere un’arma a doppio taglio: “essere poste su un piedistallo può rivelarsi una trappola, soprattutto se si tratta di un piedistallo tutto interno alle mura domestiche”. [9]

Osservando il palinsesto di RealTime, nel suo insieme, ci si accorge che ad avere visibilità e apprezzamenti sono solo un certo tipo di donne, ovvero quelle che rimangono all’interno del ruolo subordinato e predefinito di mogli, madri e casalinghe. E’ difficile che venga data visibilità a donne che non rispecchino lo stereotipo femminile, ad esempio lesbiche, poliziotte, matematiche, scrittrici, carcerate, operaie, politiche o semplicemente donne anziane. Anche quando vengono rese visibili donne fuori dai canoni (soprattutto estetici) la prospettiva con cui le si guarda è quasi sempre patologizzante e compassionevole. In conclusione si può affermare che l’immagine della donna veicolata dal canale RealTime rientra nei modelli proposti dall’ideologia sessista, in particolare possiamo parlare di sessismo benevolo. Per sessismo benevolo si intende quel sistema di credenze che riconosce alle donne una serie di qualità positive che le rendono preziose e meritevoli di essere adorate e protette. Nonostante questa forma di sessismo venga considerata socialmente più accettabile è in realtà complementare (e quindi compresente) all’ideologia del sessismo ostile (ovvero il disprezzo diretto verso le donne in quanto gruppo subordinato). Il sessismo benevolo è quindi molto insidioso perché dietro ad una maschera di romanticismo contribuisce a mantenere la gerarchie tra i sessi e allo stesso tempo indebolisce le difese femminili. Se da una parte le donne che decidono di conformarsi alle aspettative delle prescrizioni di genere vengono premiate e ricevono potere e visibilità, dall’altra parte le donne che escono dai canoni del modello sessista vengono emarginate e subiscono rappresaglie da parte del gruppo dominante (backlash- effect). Quest’ambivalenza è stata misurata in diverse ricerche cross-culturali (da Susan Fiske e Peter Glick) tramite l’Ambivalent Sexism Inventory. I risultati delle ricerche hanno mostrato come il sessismo benevolo sia solitamente più accettato, rispetto a quello ostile, dalle donne. In particolare, nei paesi con una forte ostilità verso le donne, sembra che queste cerchino un rifugio all’interno dell’ideologia benevola, in modo da garantirsi la protezione individuale. Viene da chiedersi se la rappresentazione benevola della donna promossa da RealTime non sia un tentativo di mettersi al riparo dall’ostilità sessista che ha dominato in Italia negli ultimi decenni.

3 – Lezioni di Auto-oggettivazione

Leggendo il lungo elenco di programmi prodotti e proposti da RealTime, salta all’occhio la spregiudicatezza dei titoli delle trasmissioni. I toni che vengono usati sono molto forti e sensazionalistici, il linguaggio è simile a quello degli slogan pubblicitari o degli annunci promozionali. Il contenuto delle trasmissioni viene veicolato in maniera diretta e concreta, più che i titoli di programmi televisivi sembrano nomi di prodotti o di ricette. Se i programmi di RealTime sono delle ricette allora le istruzioni che vengono date, le azioni che vengono prescritte, sono quelle giuste da seguire per essere una ‘vera donna’. Una donna apprezzata. La domanda che sorge spontanea è: “una donna apprezzata da chi?”. Per cercare di rispondere a questo quesito verranno analizzati tre programmi: Dire, fare, baciare, Come tu mi vuoi e Nude ma belle.

In Dire, fare e baciare “la presentatrice e cantante britannica Jenny Frost usa il POD, un computer revisione personale, per cercare di trasformare ragazze e ragazzi dallo stile finto e costruito in bellezze naturali” [10]. In sintesi vengono scelte delle vittime (come le definiscono nel programma stesso) con un look troppo eccentrico o aggressivo (troppo trucco, troppa abbronzatura, taglio di capelli troppo trasgressivo…) e vengono portate al cospetto di un enorme computer parlante che esprime un suo giudizio e impone un trattamento per restituire alle vittime un aspetto meno artificiale. Per convincere le vittime a sottostare al trattamento gli viene mostrata una serie di interviste nelle quali viene chiesto a giovani del sesso opposto di esprimere un giudizio sulla vittima (basandosi su una sua foto). Le tre risposte disponibili sono: la vorrei baciare, la vorrei sposare, la vorrei evitare. La vittima viene spesso denigrata facendogli vedere che la maggior parte delle persone vorrebbe evitarla. La missione si conclude quando, dopo il trattamento, le risposte alle interviste cambiano in positivo, e le vittime vedono finalmente le persone rispondere “la vorrei baciare” o “la vorrei sposare”. La gran parte delle vittime sono ragazze ancora adolescenti che vengono addestrate a modificare il proprio aspetto in riferimento al giudizio dei coetanei maschi, vengono istruite a interiorizzare lo sguardo desiderante dell’uomo e ad adattarsi alle sue aspettative per diventare finalmente meritevoli di essere sposate.

Lo spot promozionale del programma Come tu mi vuoi recita “sono mogli e madri, ma hanno dimenticato di essere anche donne. Saranno i mariti a svuotarne i cassetti e a rifarne il guardaroba”. In questa trasmissione, alcuni mariti stanchi dell’aspetto trasandato delle loro mogli, hanno a disposizione cinquemila sterline per cambiare completamente il loro guardaroba. Nello stesso spot una di queste donne spiega sconsolata “non sono più come quando (mio marito) si era innamorato di me”. In questo caso le mogli vengono letteralmente vestite dai propri partner per diventare, o tornare a essere, esattamente come loro le vogliono.

In Nude ma belle le protagoniste sono alcune signore insoddisfatte perché “da quando sono diventata mamma sono diventata bruttissima” oppure perché “tutte le donne che vedo sono più magre”. A correre in loro soccorso c’è un fashion stylist che insegnerà alle mamme insicure del loro corpo come “spogliarsi di ogni inibizione” [11]. In pratica le aiuterà a realizzare un servizio fotografico con addosso solo la biancheria intima oppure completamente nude e in pose da calendario. Al termine della puntata la donna avrà imparato a mostrare il suo corpo erotizzato e oggettivato. Il traguardo verrà raggiunto e una donna insicura avrà avuto l’occasione di sentirsi come un’icona sexy per un quarto d’ora. Anche in questo caso, alla domanda: da chi devono sentirsi apprezzate le donne? La risposta è lo sguardo maschile, quello che osserva i calendari, che desidera baciare una ragazza o che vuole avere una moglie con un abbigliamento impeccabile.

Possiamo concludere che in questi format è decisamente presente una tendenza all’oggettivazione. I corpi vengono spogliati, truccati e rivestiti da esperti di moda, di make-up o dagli stessi partner. Le donne subiscono passivamente il giudizio e il volere altrui come se non fossero dotate di autonomia e capacità di agire. Ciò sembra coerente con le sette dimensioni dell’oggettivazione individuate da Nussbaum [12] : strumentalità, negazione dell’autonomia, inerzia, fungibilità, violabilità, proprietà, negazione della soggettività. Molte ricerche hanno cercato di indagare le conseguenze dell’oggettivazione e hanno mostrato come le donne oggettivate vengano percepite come meno umane, meno competenti, con meno capacità morali e intellettuali. Inoltre l’oggettivazione rende silenti in quanto inibisce l’interazione interpersonale. Abbiamo visto che nei programmi analizzati l’oggettivazione avviene attraverso l’interiorizzazione della prospettiva dell’osservatore. Questo processo viene chiamato auto-oggettivazione e si manifesta attraverso una continua sorveglianza del corpo, che provoca vergogna, stati d’ansia e riduce la consapevolezza verso i propri stati interni. Inoltre interferisce nelle prestazioni cognitive, aumenta gli stati depressivi, diminuisce le esperienze ottimali, favorisce la diffusione delle disfunzioni sessuali e dei disordini alimentari. [13] Infine l’esposizione a modelli fisici irraggiungibili promossi dai media provoca disturbi dell’umore, abbassamento dell’autostima e un’analisi costante e ossessiva del proprio aspetto.

4 – Educarle da piccole

Questa influenza all’auto-oggettivazione diventa più inquietante quando si rivolge ad un pubblico molto giovane o quando usa delle bambine per veicolare i suoi modelli. Anche in questo caso verranno riportati due esempi emblematici, uno più classico: Little Miss America, e uno meno conosciuto e più controverso Il mondo di Honey Boo Boo.

Little Miss America è un gara di bellezza per bambine molto rinomata, nata in America ma trasmessa in tutto il mondo. Spesso è al centro di dibattiti che mettono in luce la tortura a cui sono sottoposte le piccole concorrenti, l’adultizzazione e l’erotizzazione dei loro corpi messi in mostra sulle passerelle. Su RealTime sono state trasmesse le selezioni al concorso. Durante le puntate viene mostrata la preparazione delle bambine (da parte dei genitori) che a soli 5 anni indossano ciglia finte, spray abbronzante e smalto per le unghie dei piedi.

Nel Mondo di Honey Boo Boo la protagonista è una bambina di 9 anni che si è affermata in diversi concorsi di bellezza per bambini, nell’ambiente dei cosiddetti beauty peagent. Il programma consiste nel raccontare la vita di Honey mentre viene portata in giro per diversi concorsi di bellezza, mentre si atteggia a modella, attrice e ballerina di lunga esperienza. La famiglia di Honey Boo Boo è composta da altri 5 membri con diversi problemi alimentari (dal sovrappeso all’obesità). Un personaggio chiave è la mamma di Honey, che la imbottisce di energy drink (per aiutarla a sopportare lo stress delle sfilate) e la porta da una gara di bellezza all’altra.

Se le conseguenze dell’oggettivazione, come abbiamo visto, sono particolarmente pesanti sulle persone adulte, possiamo immaginare la gravità degli effetti su un pubblico di bambini. Emma Rush e Andrea La Nauze [14], due ricercatori dell’Australian Institute, hanno coniato il termine corporate pædophilia per indicare la tendenza attuale dei media a mostrare sempre più corpi di bambini (soprattutto bambine) erotizzati. Secondo i due ricercatori una strumentalizzazione di questo genere può essere tranquillamente ricondotta alla sfera degli abusi. Altri ricercatori come Neil Postman [15] hanno denunciato la scomparsa dell’infanzia, una cancellazione sistematica perpetrata dal sistema mediatico e dalla società consumistica. Ferraris e Stevani [16] hanno invece parlato di adultizzazione precoce, sempre riferendosi a quelle inquietanti strategie commerciali che impongono ai bambini modelli comportamentali che non gli appartengono, facendo spesso leva su stimoli erotici.

5 – La medicalizzazione del corpo

Il corpo è sicuramente una presenza centrale all’interno di gran parte dei programmi trasmessi da RealTime. Il corpo viene curato, viene abbellito, viene modificato, viene migliorato o mostrato nel suo orrore, nella maggior parte dei casi viene osservato con uno sguardo clinico e indagatorio. Lo scenario entro cui spesso viene mostrato il corpo è il reparto maternità di un ospedale, il pronto soccorso (24 ore al pronto soccorso) o la clinica di un chirurgo. Sono numerosi i programmi che inoculano insicurezza riguardo la propria salute fisica minando l’autostima dei telespettatori (Malattie imbarazzanti, Malattie pericolose, Malattie XXL). La questione del peso corporeo viene spesso affrontata presentando casi estremi e situazioni emergenziali (Obesi per un anno, Obbiettivo peso forma, 360 chili vergine). In Grassi contro magri vengono presentati casi di grave obesità o di anoressia. Anche quando si affrontano temi legati alle questioni di genere, come in Donne: il volto della violenza, l’ottica è quella medicalizzante. In questo caso la violenza di genere viene affrontata prevalentemente da un punto di vista chirurgico. Le donne sfigurate dai propri ex-compagni si sottopongono a una plastica facciale che cancella le tracce visibili della violenza. Gli aspetti legati alle differenze di genere, all’ideologia sessista o alla violenza di genere come forma di controllo vengono totalmente ignorati. Tutto si risolve in una sala operatoria privata. Anche le questioni legate alla transessualità (Transgender e incinta, Mia figlia cambia sesso) sono affrontate mettendo in risalto le trasformazioni corporee e gli interventi di chirurgia, piuttosto che gli aspetti culturali, politici e sociali che li determinano. Questa tendenza alla medicalizzazione della vita delle persone è una caratteristica della società contemporanea, e spesso comporta la “la traduzione in termini medici di problemi che dovrebbero essere affrontati con misure sociali; la strumentalizzazione a scopo di dominio della dipendenza dall’aiuto del medico; l’uso del sapere in termini di potere sul malato” [17]. Nello specifico, il controllo medico esercita il suo potere soprattutto sul corpo della donna, secondo Montali “è il controllo medico sul corpo della donna in gravidanza, connesso a una rappresentazione della gravidanza stessa come evento anomalo e a rischio, che sembra determinare un vissuto di estraneità della donna rispetto ai propri cambiamenti corporei e depotenziarne la libertà di scelta” [18] e ancora “una modalità di dominio nei confronti delle donne passa ancora, pur se in forme diverse rispetto al passato, attraverso il fatto che il corpo femminile è rappresentato, definito e agito da soggetti diversi dalle donne stesse” [19]. La medicalizzazione del corpo, e della sessualità, è stata studiata anche nell’ambito dei corpi maschili. In particolare Boni [20] ha analizzato la rivista per uomini Men’s Health, da cui è emersa una visione della sessualità che induce il lettore a guardare il proprio corpo con distacco. Il corpo maschile viene percepito come una specie di macchina per fare sesso, i cui organi sono trasformati in oggetti o strumenti indispensabili per una buona performance. La medicalizzazione, quindi, spinge verso una percezione di sé in termini sempre più oggettivanti. Secondo Stefano Rodotà questo insieme di tendenze medicalizzanti conduce il corpo “in una dimensione che ne esalta solo l’immediata materialità, fisica o elettronica che sia, riduce la possibilità stessa di una sua integrale conoscenza, fatta di processi biologici complessi e di relazioni con l’ambiente, di rapporti con gli altri esseri umani. Il corpo esce dalla vita, la vita abbandona il corpo” [21].

5 – Conclusioni

RealTime è sicuramente un canale di grande successo che, oltre ad accumulare ascolti sempre crescenti, ha creato nuovi modelli televisivi che vengono oggi ripresi da altri canali (Lei, Leonardo, Lady Channel, La5, La7D). Sia la produzione dei contenuti che la dirigenza amministrativa ed editoriale è guidata da donne leader e di successo. Nonostante si presenti al pubblico con una maschera progressista e attenta alle esigenze delle donne, in realtà i modelli culturali che propone ricalcano gli stereotipi di genere più tradizionali. L’ideologia di riferimento è quella del sessismo benevolo. Il sessismo benevolo è già di per sé più insidioso di quello ostile in quanto mantiene la supremazia del maschile cercando di premiare le donne che rimangono al loro posto, e anzi ammirandole e innalzandole a modello per tutte. In questo caso, il modello sessista proposto, è ancora più mistificato dal fatto che viene presentato da un’organizzazione con una leadership femminile. Anche se è più difficile da riconoscere di quello ostile, il sessismo benevolo non è innocuo, infatti contribuisce a mantenere la gerarchia tra i sessi, rafforza l’idea che le donne rappresentino il “sesso debole” ed è correlato con le credenze legate al mito dello stupro. Le donne meravigliose che trovano visibilità sono, infatti, solo quelle che rientrano nelle quattro dimensioni di mogli, madri, casalinghe e cuoche. Le donne (ma anche gli uomini) che deviano dal modello sessista vengono mortificate, ridicolizzate, patologizzate e spesso convinte a rientrare all’interno dei confini del proprio ruolo attraverso percorsi dolorosi. Il corpo viene spesso trattato come un oggetto su cui lavorare continuamente, anche con strumenti chirurgici o in contesti clinici. In più vi è una sorta di educazione alla modificazione del proprio aspetto per adeguarsi alle aspettative dell’uomo e della società. Questa formazione invade anche il campo dell’infanzia e dell’adolescenza, lo dimostrano anche le versioni teen-ager di alcuni programmi (Guardaroba perfetto: kids and teen, Grassi contro magri teen ager). Questi processi di auto- oggettivazione portano a conseguenze che vanno dai disturbi dell’umore, ai disturbi alimentari, fino all’abbassamento dell’efficienza cognitiva, carenze nell’autostima e disfunzioni sessuali. Il quadro generale che emerge da questa analisi è piuttosto pesante, ed è inquietante l’enorme successo che questo canale ha ottenuto, e continua ottenere su un pubblico sempre più giovane. Proprio in queste settimane è iniziata la messa in onda su RealTime del format televisivo Amici condotto da Maria de Filippi. Secondo la responsabile dei contenuti di Discovery “Di Amici manderemo in onda la scuola, ovvero il sogno, la fatica, il dietro le quinte” [22]. Viene da chiedersi quale sia l’idea di scuola, e quali siano gli intenti educativi, che si vogliono portare avanti attraverso questo genere di programmi.

 

Note:

[1]           Alex Fiacco, ‘Amici’ di Maria De Filippi va sul digitale: la scommessa del fenomeno Real Time,  Il Fatto Quotidiano, 12 gennaio 2014; http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/01/12/amici-di-maria-de-filippi-va-sul-satellite-nuova-scommessa-per-il-fenomeno-real-time/840475/

[2]           Paolo Giordano, Il boom a sorpresa di Real Time È ormai l’ottava rete nazionale, IlGiornale, 8 maggio 2011; http://www.ilgiornale.it/news/boom-sorpresa-real-time-ormai-l-ottava-rete-nazionale.html

[3]           Discovery Italia terzo editore televisivo nazionale, grazie a un 2013 da record, PubblicitàItalia, 9 gennaio 2014; http://www.pubblicitaitalia.it/2014010920543/media/discovery-italia-terzo-editore-tv-nazionale-grazie-a-un-2013-da-record

[4]           Intervista col direttore: Laura Carafoli, TvBlog.it, 2 ottobre 2012;  http://www.tvblog.it/post/84589/intervista-col-direttore-laura-carafoli-discovery-a-tvblog-da-real-time-in-poi-ecco-la-mia-tv

[5]           Maria Volpe, Discovery il terzo polo della tv, 27esimaora (corriere.it), 28 gennaio 2013;  http://27esimaora.corriere.it/articolo/discovery-il-terzo-polo-della-tvpremiata-la-forza-delle-donne/

[6]          Un grande successo… disperatamente, FamigliaCristiana.it, 15 ottobre 2011; http://www.famigliacristiana.it/articolo/casa_151011122814.aspx

[7]           Franco Renato, Benedetta Parodi cambia tv: le mie ricette su RealTime e Corriere.it, Corriere della Sera, pagina 39, 9 luglio 2013; http://archiviostorico.corriere.it/2013/luglio/09/Benedetta_Parodi_cambia_cucina_mie_co_0_20130709_fbe69014-e85b-11e2-92e7-0480f46b17dd.shtml

[8]           http://www.realtimetv.it/web/mob-wives;

[9]           Chiara Volpato, Psicosociologia del Maschilismo, Editori Laterza, 2013, pag. 36;

[10]         RealTImetv.it/web/dire-fare-baciare;

[11]         Video promozionale del programma Nude ma Belle Uk;  http://www.youtube.com/watch?v=xsjN8JxLcog‎

[12]         Martha Nussbaum, Sex & Social Justice, New York: Oxford University Press, 199;

[13]         Chiara Volpato, Psicosociologia del maschilismo, Editori Laterza, 2013, pag.89;

[14]         Emma Rush; Andrea La Nauze, Corporate Paedophilia. Sexualisation of children in Australia, 2006;

[15]         Neil Postman La scomparsa dell’infanzia. Ecologia delle età della vita. Armando Editore, 1991;

[16]         A.Ferraris; J.Stevani, ‘L’erotizzazione dei bambini nella pubblicità’. Psicologia Contemporanea, 205, 2008;

[17]           F. Ongaro Basaglia, G. Bignami, ‘Medicina/medicalizzazione’, in F. Ongaro Basaglia, Salute/Malattia. Le parole della medicina, Einaudi, Torino 1982, p. 158;

[18]         Lorenzo Montali, ‘Il corpo tra processi di cambiamento e dinamiche di controllo’, in Studi sul corpo in psicologia sociale, a cura di Elisabetta Camussi e Nadia Monacelli, atti del convegno delle Giornate di Studio GDG, Università degli studi di Milano-Bicocca, 7-8 maggio 2010, p.89;

[19]         Ivi;

[20]         Federico Boni, ‘Framing Media Masculinities: Men’s Lifestyle Magazines and the Biopolitics of the Male Body’, in European Journal of Communication, December 2002 17: pag. 465-478;

[21]         Stefano Rodotà, La vita e le regole, Feltrinelli, 2006, pag. 98;

[22]         Giorgia Iovane, Amci porterà l’emozione che manca a RealTIme, sabato 7 dicembre 2013, http://www.tvblog.it/post/459797/amici-13-su-real-time-portera-lemozione-che-manca-alla-rete-parola-di-laura-carafoli

 

Appendice:

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