La ministra Boschi e il bikini. Regole d’immagine per donne serie e professionali.

Libero

Come scrivemmo qualche tempo fa (in questo post ) da un po’ di mesi a questa parte,  da quando si è formato il governo Renzi,  l’attenzione dei media è tutta incentrata sulla ministra per le riforme Maria Elena Boschi.

Si sprecano le copertine di settimanali e periodici che ci raccontano della sua vita in maniera dettagliata, estrapolando dettagli inutili e spesso ridicoli: dalla tazza di latte che beve quando torna a casa la sera  fino alla ricerca del principe azzurro con cui sfornare numerosi pargoli.

L’interesse maggiore dei media però si è concentrato soprattutto sull’aspetto fisico della giovane ministra. Fotografata da ogni angolazione, nessun dettaglio viene tralasciato : capelli, piedi, gambe occhi, bocca, etc .

Una delle pagine che più mi capita di seguire su fb e che si occupa in modo ironico del ridicolo voyeurismo della stampa italiana, ha infatti riportato con varie schermate i numerosi articoli voyeuristici dedicati alla Ministra.

Dal look al sorriso fino ad arrivare all’anulare sinistro

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Ogni occasione è buona per pubblicare qualche foto di Boschi, dove da una parte si attirano click dall’altra si vanno ad alimentare stereotipi e linciaggi sessisti. Come più volte abbiamo detto, i media giocano un ruolo determinante nella società perché non si limitano a informare ma anche a formare opinioni e spesso pregiudizi –tra i quali sessismo e razzismo.

E come dimenticare i fantastici sondaggi di Libero?

La preferite con o senza occhiali?

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E cosa ne pensate del suo sedere, è grasso o sexy? Sondaggio eliminato subito dopo– si presume per le numerose proteste

Nei mesi estivi poi, questo report de “La Ministra Boschi fa cose”, è diventato maniacale e gran parte delle testate giornalistiche italiane ci hanno deliziato con decine di gallery de “La ministra in bikini”, come se stessero fotografando un orso polare nel deserto.

Le scuole di pensiero sono due :

quelli che pensano che il lato B di Boschi sia ok

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e quelli che pensano che sia poco in forma e abbia la cellulite sul fondoschiena

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E voi con chi state?

Come crede di occuparsi di riforme con quella cellulite sul sedere?

E ancora:  “Scandalo a un passo dal topless!!!!11″. Pizzicata in spiaggia mentre si sistema il costume.  

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Se provate a fare una ricerca su google troverete migliaia di giornali che riportano la falsa notizia con titoloni acchiappaclick del tipo “Hot topless della Boschi”

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Insomma, quando non bastano o non esistono le immagini per attirare lettori (o forse sarebbe più corretto definirli “guardoni”) i giornali costruiscono notizie con stupidi titoloni, tra l’altro.

Poi è arrivato l’articolo di “Diva e Donna” che riportava, pensate un po’, immagini di Maria Elena Boschi mentre, sdraiata sul lettino, divaricava leggermente le gambe. Che scandalo, signora mia!

Le foto sono state riprese da vari quotidiani e pubblicate con il banale e imbarazzante gioco di parole “l’onorevole poco onorevole”

Beh, certo, signore care, non è decoroso per una donna stare al mare con gambe rilassate, non è “onorevole” per una donna, figuriamoci per una ministra.

Le donne al mare dovrebbero assumere una posizione un po’ più formale, le  gambe non dovrebbero rilassarsi ma bisognerebbe tenerle ben serrate. Anzi, se si potesse evitare di andare al mare sarebbe la scelta più giusta,  così nessuno avrebbe da ridire circa il vostro conto e la vostra moralità.

Cara ministra Boschi, se non vuoi che in giro si dica che non sei professionale e seria  dovresti adottare un abbigliamento più consono, da donna seria, insomma. Un perfetto outfit per ogni occasione, anche al mare, potrebbe essere : un tailleur rigorosamente nero con pantaloni ampi, un bel paio di decolletè raso terra accollate fino alla caviglia, calze coprenti color brodo o nero 70 den.

Le donne vengono ancora giudicate in base all’aspetto e a quello che indossano e questa spazia dalla loro presunta immoralità fino alla professionalità. Insomma se indossi un pantalone aderente o una gonna non puoi essere considerata né una donna seria né una professionista seria.

E non di certo questo si limita solo ai personaggi della politica o dello spettacolo, che sono più esposti ai giudizi, lo stigma sull’aspetto fisico –che sia avvenente o poco avvenente—purtroppo lo abbiamo subito in tante.

Non sono mica i fotografi e i giornali che si comportano in modo bieco, spione e moralista,  è lei che attira tutta questa attenzione su di sé,  se fosse un pochino meno carina, se si vestisse in maniera un po’ più castigata nessuno oserebbe darle della poco professionale.

Come le molestie per strada, ad esempio: se metti un paio di jeans sformati, un maxi-cappottone e un paio di doposci al posto delle scarpe, anche in pieno agosto, vedrai che nessuno proverà a molestarti o a rivolgerti commentacci. Certo, come no.

Mai però avrei pensato di leggere questo post sulla pagina fb de “Il corpo delle donne”

Dopo un’ampia introduzione fatta di lunghe premesse dove si precisa che in nessun modo si sta giudicando l’aspetto della ministra, dopo un’ampia parentesi sul voyeurismo acchiappaclick dei giornali il post si conclude con queste parole

La consapevolezza della propria immagine per una donna di potere diventa dunque arma fondamentale. Proprio perchè siamo in un Paese arretrato dal punto di vista della considerazione femminile, consiglierei alla Ministra Boschi di gestire la propria immagine in modo da impedire che i nostri arretrati media stravolgano la sua immagine e ce la propongano in modo molto diverso e molto più banale

Ho letto e riletto le parole di Lorella Zanardo sperando di aver male interpretato e di aver dato un giudizio affrettato al post, ma più rileggevo più in quelle parole non mi ci ritrovavo –né come donna né come femminista. Conosciamo Lorella Zanardo, abbiamo più volte avuto modo di collaborare con lei, di confrontarci  e questo non è di certo un attacco al suo lavoro o alla sua persona, ma non posso negare che leggere quelle parole sulla sua pagina sia stato davvero deludente.

Mai e poi mai su una pagina femminista si dovrebbero dare, con toni paternalisti tra l’altro,  lezioni di comportamento ad altre donne. Di quale femminismo parliamo allora?

Quale sarebbe poi il profilo da mantenere al mare? Come dicevo più sopra, mettere il tailleur castigato anche in vacanza? Usare i doposci al posto delle infradito?

L’aspetto fisico piacevole diventa quasi una colpa e siccome l’Italia è un paese maschilista,  dove un signore ad una festa dell’Unità si rivolge ad una ministra con “Bella ragazela, vieni qui che facciamo una foto insieme”, siccome la nostra stampa usa il corpo femminile anche per parlare di verdure o animali allora le donne –in questo caso la ministra Boschi– dovrebbero adottare un comportamento consono, non attirare l’attenzione su di sé per evitare che l’opinione pubblica possa (s)parlare e avere dei pregiudizi.

Ma la gente sparla e giudica comunque, e il femminismo, da che mondo è mondo, ha sempre tentato di sfatare certi pregiudizi e non di bacchettare le donne dando loro delle dritte su come una donna si dovrebbe comportare.

Ricordiamo il caso inverso di Rosy Bindi, quante volte l’aspetto poco avvenente di quest’ultima è stato giudicato prima delle sue competenze? Il problema di fondo è un altro : bella o poco avvenente l’aspetto delle donne viene prima di tutto il resto, e tutto quello che c’è intorno –dall’abbigliamento all’atteggiamento– è solo un alibi, una scusa per sentirsi giustificati nel  giudicarle in modo sessista.

Avete mai sentito qualcuno consigliare ad Alfano, Renzi o Grillo di mettere le gambe in un certo modo invece che in un altro e di mantenere un certo profilo anche in vacanza? Avete mai sentito che un politico sia stato giudicato sempre, solo e unicamente per l’aspetto avvenente? No. Ecco, il problema è solo e unicamente questo; come scriveva Oriana Fallaci, tutto cambia a seconda di chi ha la coda e chi no.

Capifamiglia: L’Italia si rifiuta di offrire strumenti per lo smantellamento dell’assetto patriarcale della società

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Sabato è avvenuta l’ennesima “strage famigliare”. Un uomo ha ammazzato la moglie e i suoi figli. Ne ha parlato ogni tg che non si è risparmiato di sottolineare la disperazione di un uomo il cui figlio soffriva di una disabilità e la salute dell’uomo che stava peggiorando.

Il giorno prima della strage il TG2 e altri numerosi tg e giornali nazionali hanno diffuso la notizia del calo di essi dovuti alla legge di Alfano.

Al TG2 di venerdi Alfano si vanta di come stia funzionando la nuova legge. Lo fa in tono propagandistico. E noi non abbiamo prove se questi delitti siano diminuiti se non abbiamo nemmeno un osservatorio che li registri. Quanto è facile censurare la stampa affinché dimostri che quella legge funzioni?

Abbiamo già parlato di quella legge e di quello che non va poiché non abbiamo letto nessuna volontà di smantellare le radici patriarcali del fenomeno. Una legge fatta da un sistema patriarcale con una concezione patriarcale del ruolo della donna.

Anche Espresso parla di calo dei delitti ma sottolinea che in Italia non c’è alcuna protezione per le vittime di violenza né considerazione del fenomeno.

Un’ informazione importante che al TG2 è stata omessa:

Calano i delitti [...]Ad occuparsi di quest’ultimo punto, nella Ue, è il Concilio d’Europa. Che oggi ha pubblicato una lunga relazione sull’attività, per l’appunto, istituzionale, di più di quaranta paesi. Dal rapporto emerge che anche l’Italia si è mossa per contrastare le botte di genere. Ma non abbastanza. Perché veniamo dopo il Portogallo, la Slovacchia, l’Albania, l’Irlanda e l’Estonia ad esempio per numero di letti a disposizione delle vittime per le emergenze: 560 nel 2013, contro i 9000 della Gran Bretagna, che ha una popolazione di poco superiore alla nostra.[...]. Ed è solo uno dei ritardi che abbiamo. Gli altri riguardano la formazione degli operatori (magistrati e poliziotti che intervengono sul posto), il coinvolgimento delle associazioni, la pubblicazione di dati e statistiche ufficiali (attraverso le informazioni delle forze dell’ordine ad esempio) sulla violenza: in Italia esistono ma non sono accessibili.[...] Solo misure immediate, processi rapidi, risposte concrete di protezione nei confronti delle vittime possono fermare i violenti. Uno degli esempi citati è l’Austria, dove gli agenti – che seguono corsi dedicati – possono imporre subito obblighi di allontanamento, e sono chiamati a controllare che i divieti siano rispettati. Funziona? Secondo i dati riportati da Redattore Sociale , i femminicidi in Italia si sarebbero dimezzati, in questi primi sei mesi dell’anno, rispetto allo scorso. Ma è un risultato ancora non ufficiale e difficile quindi da verificare. 
[...] il governo Renzi ha stanziato 17 milioni di euro. Soldi che dovrebbero servire ad aumentare la disponibilità di posti nei centri d’accoglienza e i punti di contatto con le vittime di abusi. Ma sul “come” sono stati distribuiti questo fondi è scoppiata la polemica. Il piano infatti – approvato poche settimane fa dalla Conferenza delle Regioni – prevede che la maggior parte dei finanziamenti vadano alle Regioni, che apriranno delle gare per scegliere a chi inviare i contributi. Ai centri anti-violenza esistenti, 67 solo quelli riuniti nella rete “Di.re” , non andranno che le briciole: seimila euro ciascuno se va bene. E sì che questi sono i luoghi dove negli ultimi decenni si è affrontato, nel silenzio dei governi, il problema: offrendo supporto legale, psicologico, e dando spazio alle donne che avevano la forza di allontanarsi dagli orchi. Da Bologna a Roma, sono iniziate così le proteste di volontari ed esperti del settore, preoccupati all’idea che i fondi (necessari, vista la mancanza di protezione che le strutture pubbliche possono dare oggi alle vittime) finiscano in rivoli e progetti secondo interessi più politici che ideali.

 Fonte qui

L’altro problema fondamentale é il contrasto degli stereotipi di genere nei media, che tramandano e consolidano una visione patriarcale nella nostra società. Affianco a pubblicità che raffigurano ruoli tradizionali, c’è la stampa italiana che ancora oggi utilizza toni giustificatori verso l’omicida e il movente dell’atto compiuto presentando articoli che assomigliano più a romanzi che notizie di cronaca nera.

Il tg2 sabato ha parlato delle stragi famigliari affermando che spesso avvengono per disperazione, depressione o per motivi passionali. L’anno scorso abbiamo realizzato un corto per denunciare l’utilizzo di toni giustificatori da parte della stampa italiana. Usare, ad esempio, il suffisso omicidio passionale è già una giustificazione verso il fenomeno perché secondo i dizionari:

delitto p., che ha per movente una violenta passione (nel diritto penale è considerato degno di un’attenuante di pena, anche se, per disposizione esplicita, gli stati emotivi e passionali che inducono il reo a commettere il delitto non escludono né diminuiscono l’imputabilità); dramma p., provocato dallo scontro delle passioni. ◆ Avv. passionalménte, in modo passionale, con grande passione: amare passionalmente. (treccani)

d. passionale, omicidio motivato da una violenta passione amorosa (fonte: il corriere dizionario, quello che i giornalisti consultano?).

L’omicidio passionale è quello a cui spesso la giustizia italiana dà un attenuante ma costituiscono più della metà degli omicidi che hanno come vittima una donna, i cosiddetti femminicidi che secondo la corrente mentalità italiana sono ancora atti di vero amore (o di amore malsano). L’omicidio passionale non esiste è una costruzione sociale come lo è ogni sua giustificazione quale la depressione, la malattia mentale (in assenza di una diagnosi medica) o la disperazione.

L’altro problema ricorrente è l’uso di suffissi che sembrano dare consenso ad una visione patriarcale della famiglia e al dominio dell’uomo sulla donna, causa delle violenze domestiche.

Perché anche per narrare l’ultima strage molti giornali e telegiornali hanno usato il suffisso capofamiglia proprio per l’uomo che ha preso in mano l’arma e ha fatto fuori tutti membri della famiglia e poi si è ammazzato.

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E’ il capo famiglia quindi può decidere della vita dei suoi membri in quanto subordinati a lui e alle sue cure. In quanto capofamiglia quindi si sentiva anche in qualche modo in diritto di esercitare una sorta di autorità e possesso nei confronti della famiglia sterminata?

Perché considerare ancora oggi l’uomo come un capofamiglia se sono 40 anni che il “diritto di famiglia” si è ammodernato?

Sarà per lo stesso motivo che il governo ha rimandato (causa discordie) la legge che prevede l’ultimo baluardo per abolire l’idea del capofamiglia?  (l’abolizione dell’obbligo del cognome paterno).

Perche non è strano che uno in quanto capofamiglia si senta in diritto di ammazzare tutta la famiglia in quanto proprietà?

 Per capofamiglia si intende il membro di un nucleo familiare cui si riconosce giuridicamente e socialmente autorità sugli altri membri.

In Italia, il capofamiglia è sempre stato riconosciuto come l’uomo del nucleo, marito e padre, cui si attribuiva patria potestà e potestà maritale.
Quest’ultima è in effetti la condizione di superiorità e il ruolo predominante riservato al marito rispetto alla moglie.
Secondo la potestà maritale, l’uomo ha il diritto di impartire ordini e divieti alla moglie, come anche il diritto di punirla.

fonte:Qui

Perché non possiamo non vederci un problema di tipo culturale se questo tipo di reati sono così frequenti e se un uomo “disperato” ammazza tutti e poi si suicida perché non è più in grado di prendersi cura di una famiglia dipendente economicamente da un uomo.

Sul fatto che parecchie donne vivono dipendendo economicamente dal proprio marito è dovuto dalla mancanza di politiche che favoriscono l’indipendenza economica delle donne e che quindi le espone doppiamente al pericolo di cadere vittime di stragi famigliari e di violenze domestiche oltre a quelle carenze già citate all’inizio del paragrafo.

Quello che dicevo è che le leggi securitarie non servono in mancanza di un sistema che prevenga queste stragi, che aiuta le donne ad uscire dalla sottomissione e dalla dipendenza ossia dal rischio di vittimizzazione. Non è un caso che la maggior parte di chi compie stragi e femminicidi poi si suicida e allora a cosa serve l’inasprimento delle pene?

#IoStoConGretaEVanessa

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Da qualche giorno, ormai, i quotidiani parlano della vicenda di Greta Ramelli e Vanessa Marzullo, rapite in Siria, mentre si trovavano in un territorio di guerra, tanto pericoloso quanto “dimenticato”.

Ma chi sono Greta e Vanessa?

Sono due ragazze, poco più che ventenni. Due ragazze italiane che hanno deciso che essere nate “dalla parte fortunata del mondo” non può far loro dimenticare che in altri luoghi si soffre, si patisce, si muore.

Non so come mai abbiano scelto la Siria, perché mai abbiano deciso di spendere le loro ore libere, la loro intelligenza e la loro capacità per il popolo siriano. I motivi non importano. In un Paese dove si sente sempre parlare di “ragazzi e ragazze senza valori”, di giovani senza prospettive, di bamboccioni ecc, che ci siano al mondo una Vanessa e una Greta non può fare che piacere.

Non è un paese per giovani e non è solo la disoccupazione giovanile a dimostrarlo. Basta leggere articoli che hanno come protagonisti giovani. Ogni cosa che fa un giovane è sempre sbagliata.

Io, che sono la più vecchia del gruppo che scrive su questo blog, ammiro moltissimo le ragazze e i ragazzi che, notando avvenimenti e fatti che a loro paiono ingiusti e intollerabili, invece che infischiarsene, o fare del facile populismo condividendo frasette sui social network, decidono di spendersi in prima linea. Di attivarsi, nel modo che ritengono più opportuno, più vicino alla loro sensibilità, alle loro idee. Sono, Vanessa e Greta, due ragazze che “fanno”.

La strada che hanno scelto, la battaglia che combattono può essere condivisibile o meno, ma dar valore all’attività di volontariato (soprattutto giovanile), alla spendita di sé per gli altri che sta alla base di questo impegno, è giusto, doveroso e imprescindibile.

Chi sono Greta e Vanessa?

Vanessa ha 21 anni e, dal 2012 si interessa a quel che sta succedendo in Siria. Per questo suo interesse ha persino appronfondito la sua conoscenza della lingua araba. E’ volontaria dell’Organizzazione Internazionale di Soccorso e a Bologna, un paio di anni fa, ha organizzato una manifestazione in supporto del popolo siriano.

Greta ha 20 anni, e nel maggio del 2011 trascorre alcuni mesi in Zambia, lavorando come volontaria presso 3 centri che si prendono cura di malati di AIDS. L’anno dopo trascorre 3 settimane a Calcutta, in India, sempre con un’associazione di volontariato.

Non ho scritto queste informazioni per creare il mito dell’eroina, per elevare le due ragazze (io personalmente penso che non abbiano affatto bisogno della parole di una blogger per ergersi, alte, per i loro ideali), ma per sottolineare che le due ragazze, già da anni e già da giovanissime hanno dimostrato la loro capacità di empatia nei confronti di chi soffre e che avevano già avuto esperienze di volontariato all’estero, in territori “difficili”.
Veniamo alla Siria. Le due ragazze erano già state in Siria, per portare aiuti e medicinali e avevano anche fondato il progetto Horryaty, che in arabo significa libertà. La missione era acquistare kit di pronto soccorso e pacchi alimentari da distribuire al confine. Greta e Vanessa hanno fatto dei corsi di infermieria e avrebbero istruito i ragazzi in materia di pronto soccorso.
Ora le due amiche sono state rapite e posso solo immaginare come si sentano le loro famiglie, i loro amici, le loro amiche, tutti i loro cari.
La stampa ovviamente si è occupata tantissimo della vicenda. Io – pessimista – pensavo che avrei letto pezzi pieni di pathos, quasi al limite del romanzesco, con punte liriche finanche a sfiorare il morboso e lo strappalacrime e invece le mie nere prospettive sono state deluse…… in peggio.
Ecco come Luciano Gulli, de “Il Giornale.it” parla della faccenda (e facciamoli i nomi di questi giornalisti!)
… Bello, vero? Essere pronti a gettare idealisticamente il cuore oltre l’ostacolo, sacrificarsi per gli altri.

Meno bello – e questo è l’aspetto che varrà la pena sottolineare, quando tutto sarà finito – è gettare oltre l’ostacolo anche i soldi dei contribuenti per pagare riscatti milionari o imbastire complesse, rischiose, talvolta mortali operazioni di recupero di certe signorine che oltre alla loro vita non esitano a mettere a repentaglio anche quella degli altri. Greta Ramelli e Vanessa Marzullo, sparite nel nulla sei giorni fa ad Aleppo, sequestrate da una banda di tagliagole torneranno, ne siamo certi. Ma quando saranno di nuovo tra noi qualcuno dovrà spiegarle che la guerra, le bombe, quei territori «comanche» dove morire è più facile che vivere sono una cosa troppo seria, troppo crudele per due ragazzine. Che sognare di andare in battaglia «per dare una mano», per «testimoniare», come troppe volte abbiamo visto fare a tante anime belle, dalla Bosnia all’Irak di Saddam, è una cosa che si può sognare benissimo tra i piccioni di piazza del Duomo, un selfie dopo l’altro, abbracciate strette strette, quando il rischio maggiore è di beccarsi un «regalo» dai pennuti. Ma senza i nervi, la preparazione, il carattere, l’esperienza che ti dice cosa fare e cosa non fare; senza quel rude pragmatismo che ti viene dopo aver battuto i marciapiedi di tante guerre è meglio stare a casa.
 
A parte che questo giornalista non conosce la grammatica italiana, leggo nelle sue parole una disistima totale condita di sarcasmo cattivo e misogino nei confronti delle due ragazze, definite, ma certo non in modo positivo  “ragazzine” ,”anime belle” e “certe signorine”.
Il riferimento alla “moda” dei selfie, anche questo accompagnato da crudele ironia, come a dire “poverine, sono due ragazzine impreparate, buone solo a mettersi in mostra su facebook, una foto dietro l’altra” non è molto meglio. Così come tagliente e cattivo risulta l’accenno al “pagamento che noi Italiani dovremmo sobbarcarci per riportare a casa certe signorine”.
 
Che significa “certe signorine?” Non sarà mica un sinonimo dell’essere di facili costumi? C’è da rimanere senza parole.
E magari fosse stato il giornalista  a restare zitto!
No, continua dicendo che sarebbe meglio che se ne fossero rimaste a casa.
E poi infila un esempio dietro l’altro di “certe altre ragazzine” che, anche loro, avrebbero fatto meglio a stare chiuse in casa (ma non è che questo giornalista per caso sia uno di quelli che sostiene che una donna, per il solo fatto di essere tale, debba limitare le sue attività alla cura della casa e della famiglia? Il dubbio è più che legittimo)

 Sono le stesse cose che scrivemmo nel settembre di dieci anni fa, quando a Bagdad vennero liberate Simona Torretta e Simona Pari. Le «due Simone» uscirono incolumi da un’avventura durata tre settimane. Non così andò l’anno dopo, quando sempre a Bagdad rapirono la giornalista del Manifesto Giuliana Sgrena.

Per liberarla, quella volta, morì l’agente del Sismi Nicola Calipari. Che dire di più, in queste ore? Niente. Fermiamoci qui. Intrecciamo le dita, sperando di rivedere presto queste altre «Simone».

Leggere che le stesse cose le scrisse 10 anni fa, mi fa quasi tenerezza. Non si è evoluto nemmeno un po’, nel suo pensiero  (Gulli, o il Giornale.it che dir si voglia)!

E se ne compiace pure….

Simona Torretta e Simona Pari, rapite all’epoca a Baghdad per lui uscirono incolumi di un'”avventura” e Giuliana Sgrena, addirittura, ha causato la morte di Nicola Calipari.

In poche righe sminuite 5 donne, quasi dipinte come delle povere incapaci, cancellando con “un colpo di penna”, il passato, le esperienze, le capacità e il coraggio delle stesse.

Meno male che Gulli si ferma qui e intreccia le dita.

Ma ci pensa un suo collega, Giuseppe Marino, oggi, sempre dalle pagine de “Il Giornale.it” che ci invita a salvare le due ragazze in Siria, ma non ad esaltarle.

E continua:

Sondaggio istantaneo in redazione. Quesito: dov’eri tu all’età delle ragazze rapite in Siria? Le risposte dei più incoscienti: nell’Afghanistan invaso dai russi, in Libano tra i cristiani sotto attacco, nella Russia profonda durante il colpo di Stato anti Gorbaciov.

Ma quando, come e perché chi si spende, in giovane età per gli altri è diventato “incosciente”? Ma che è? Il rovesciamento dei valori? Ma come? In un Paese cattolico, dove si deve sempre porgere l’altra guancia e dove ci insegnano a sacrificarci per il prossimo, oggi si leggono parole come queste? Io sono allibita.

 è difficile scagliare la prima pietra sui peccati di avventatezza di due ragazze che hanno seguito l’istinto e inseguito l’avventura.

In ogni caso, dire che le Greta e Vanessa hanno violato ogni regola di prudenza è altrettanto lecito quanto dire che bisogna fare di tutto per riportarle in Italia.

Le due ragazze hanno peccato. Avventate, creature senza ragione, hanno seguito l’istinto e si sono buttate nell’avventura (il fatto che fossero già due anni che Greta e Vanessa lavoravano per il prossimo, in Paesi non facili pare non interessare nulla al giornalista). Hanno anche violato ogni regola di prudenza. Ma che ne sa lui? Ci sarà stato mai, lui, a distribuire farmaci in una zona di guerra? Avrà mai visto la Siria sotto le bombe? C’era, quando le hanno rapite?

Per comprendere il resto del pezzo, ho dovuto, lo ammetto, rileggerlo 4 volte.

Paragoni sminuenti con la Croce Rossa, colpe “politiche” delle due ragazze che “non erano neutrali”, essendosi schierate con i cattivissimi islamici e sul finire…. il complotto! Ma allora, è un romanzo! Non un pezzo di cronaca. Peccato che sia scritto su un giornale che dovrebbe fare informazione ad un popolo dove l’analfabetismo funzionale colpisce il 47% degli Italiani.

Come se fossero due crocerossine. Ma non è così, perché fin dai tempi di Florence Nightingale l’impegno umanitario della Croce Rossa si svolge all’insegna della più totale neutralità tra le parti. Si soccorrono i feriti, di qualunque parti essi siano. Greta e Vanessa invece avevano una convizione politica evidente e negarla significa far torto anche a loro: lo testimoniano senza ombra di dubbio i messaggi su Facebook e le foto in cui posano con la bandiera dei ribelli e scritte che esaltano la «rivoluzione siriana». Anche questo è legittimo. Ma, e lo sanno bene i volontari della Croce Rossa, se indossi i colori di una parte, anche soccorrere i feriti diventa un atto politico. E i rischi aumentano.

Meglio che le ragazze non facciano politica. Anche facendo politica si cacciano nei guai. Insomma, ogni volta che una giovane fa qualcosa che non sia starsene a casa a far la calza, le accade qualcosa di male..malgrado abbiamo più volte visto che sono le mura domestiche ad essere il luogo più pericoloso per le donne!

Ma non è tutto: una recente inchiesta del New York Times ha ricostruito l’incredibile giro d’affari generato dai sequestri di occidentali. Secondo i dati del quotidiano liberal americano, i rapimenti sono diventati la prima fonte di finanziamento per al Qaeda, che ha incassato dal 2008 a oggi la rotonda cifra di 125 milioni di dollari a forza di riscatti pagati soprattutto dai governi per riavere indietro propri cittadini. Nonostante ciò, l’Italia deve comunque fare la propria parte per riavere indietro Greta e Vanessa. Senza però nascondersi che i proventi dei riscatti servono a gruppi estremisti attivi in Siria come al Nusra, per portare avanti una battaglia fatta anche di attentati terroristici, vittime dei quali sono stati anche centinaia di bambini. Accusare di cinismo chi sottolinea questo lato della medaglia ed esaltare l’idealismo di Greta e Vanessa e il loro progetto per curare i bambini, significa compiere una disonesta operazione di semplificazione buonista, che può servire a illudere altri ragazzi. A meno di non essere tra colore che ritengono i bambini uccisi dai ribelli islamisti meno innocenti delle vittime di governativi.

Complottista, razzista e misogino.

Veniamo a Michele Serra, su Repubblica.it che ci fa la grazia di parlar male di coloro che disprezzano Vanessa e Greta, ma non ci risparmia la “paternale”, quel sessismo “buonista” (e razzismo “buonista”, anche) che sminuisce le donne (non solo quelle giovani), viste come “creature di buon cuore, del tutto disarmate e impreparate alla vita”. 

Si trema pensando all’impatto che le due ragazze italiane Greta e Vanessa, libere, gentili e con i capelli al vento, possono avere avuto su certe canaglie bigotte che girano per l’Islam, maschi carcerieri di femmine, giudici di femmine, proprietari di femmine, predoni di femmine. Chi è padre e madre, naturalmente, ha un sussulto protettivo. E anche un moto spontaneo di rimprovero, benedette ragazze, andare in quei posti, e con quei sorrisi, e con quelle volonterose intenzioni, come se la mitezza potesse, da sé sola, bastare a difendere chi solo quella indossa, senza palandrane nere o altre divise che ne occultino la persona. È un ben misero salvacondotto, la volontà di aiuto. Quanto al sorriso, tra quei truci miliziani di Dio, parrà certamente un’aggravante. Ma già si intende (chi ha le orecchie disposte all’ascolto) la risposta che le due ragazze vorrebbero e potrebbero dare, i vent’anni da spendere per qualche nobile ragione, il coraggio da vendere anche se il prezzo è il rischio, non vale rinfacciare ai ragazzi l’indolenza se poi li si rimprovera anche quando partono alla ventura, si aprono al mondo, lo considerano finalmente affidato a loro e non ad altri.

Il pubblico che legge questi pezzi (ed altri) non è certo meglio, a dimostrazione che questicattivi maestri” del giornalismo fanno moltissimi danni, lasciando che emergano i lati più razzisti e misogini degli Italiani.

I cattivi maestri della penna abbiamo avuto occasione di notarli parecchie volte nel descrivere i giovani ma soprattutto le giovani donne che escono dai modelli che gli stessi media hanno preconfezionato per loro.

Forse perché Vanessa e Greta non hanno scelto di affollare i provini per diventare Miss Italia o Veline? Forse perché non sognavano il principe azzurro?

Peccato avrebbero potuto starsene a casa comodamente a cazzeggiare su Facebook , a sognare di diventare concorrenti del “Grande Fratello” a popolare la massa inetta costruita grazie ad un ventennio capeggiato da tv commerciali e da giornali schierati da chi ha forato una generazione di aspiranti soubrette da consumare nelle intense notti di Arcore. Forse avrebbero dato meno fastidio.

Ma cosa hanno fatto di male queste ragazze? Perché non meritano la stessa solidarietà che si è formata attorno alla vicenda dei due marò?

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sessismo

Immagine presa dalla pagina FB: "Raccolta statistica di commenti ridondanti"

Immagine presa dalla pagina FB: “Raccolta statistica di commenti ridondanti”

 

Questi sono i tanti commenti che sono spuntati sotto gli articoli e nelle pagine facebook ufficiali dei quotidiani.

E si commentano da soli, sono terribili.

 

Molti le descrivono come “troie” e questo testimonia quanto siano radicati i pregiudizi sulle donne anche quando lasciano il nostro paese e si occupano di chi è considerato il nostro nemico. La donna come una proprietà del nostro paese, come oggetto sessuale o potenziale vittima per natura, magari sono gli stessi che diffondono luoghi comuni sul presunto trattamento riservato alle donne di quei paesi.

Oppure se sei una donna ti accusano di volerti mettere in mostra e cercare notorietà.

Perché in questo paese ( che non è certo islamico) se sei nata donna devi stare a casa tua e fare la buona moglie.

E’ difficile non leggere del razzismo anti-islamico e sessismo nell’opinione pubblica che ha appreso della notizia del rapimento di Greta e Vanessa, due ragazze che meritano soltanto solidarietà!

 

 

 

 

Fonti: qui, qui, qui, qui, qui

Strega dello Sciliar e Mary

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