Fuck you Lily Allen?

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“Hard out here” è il titolo del nuovo singolo di Lily Allen. Obiettivo quello di criticare il mondo pop machista e sessista, identificato in questo periodo storico principalmente nella figura di Miley Cyrus, ex creatura disneyana rea di essersi ribellata all’immagine di angelo del focolare – sulla quale mai nessun* ha avuto alcunchè da ridire – e aver iniziato a leccare martelli.
Su Miley Cirys sono già state dette tante, troppe cose, principalmente banalità, ad eccezione dell’ottimo intervento di Amanda Palmer, con cui la cantante prendeva le parti della scostumata ragazzina contro il predicozzo paternalista rivoltole da Sinead O’Connor; ma la Cyrus non è l’unica vittima dell'”ironia” di Lily Allen, c’è pure Rihanna, Robin Thicke, i video hip hop e in generale un po’ tutto l’immaginario sessista della cultura pop.

Riesce Lily Allen nell’obiettivo di attaccare ironicamente questo mondo fortemente machista e stereotipato?
A mio parere risulta ben riuscita la decostruzione del passaggio dell’ormai tristemente famoso video di Robin Thicke  in cui il cantante si vantava di avere un pisello grande, a questo orgoglioso sfoggio di machismo Lily Allen risponde, con altrettanto orgoglio, di avere una vagina larga “Lily Allen has a baggy pussy”

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Per quanto riguarda invece il resto credo che Lily Allen non riesca nell’operazione attaccare ironicamente il sessismo dello showbiz, anzi personalmente ritengo che le numerose accuse di razzismo che sono state mosse al video non siano del tutto infondate.
Il video di “Hard out here” è stato raggiunto da numerose critiche per la rappresentazione stereotipata e colonialista delle ballerine nere.

La donna bianca, vestita, viene contrapposta alle ballerine nere, svestite. La donna bianca è posta in una posizione dominante, questo è evidente nel passaggio del video in cui Lily Allen sculaccia una ballerina nera impegnata nel “twerking”, ovvero lo scuotimento di natiche, tipico ballo della cultura hip hop afroamericana, riproposto ultimanente anche da cantanti bianche, in primis proprio Miley Cyrus, responsabile principale di questo processo di appropriazione culturale.

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Mi chiedo però dove finisca l’appropriazione culturale e inizi lo stereotipo razzista.
Dove il processo di assimilazione di culture considerate “altre” si appiattisce su una rappresentazione limitata e razzista di quelle stesse culture, o presunte tali.

Il modo in cui le ballerine nere vengono presentate nel video di Lily Allen alimenta lo stereotipo della donna nera come donna dalla sessualità più accentuata, dal carattere più “animalesco”, dalla corporeità che domina sulla parte razionale.
“I don’t need to shake my ass for you because I got a brain”, non ho bisogno di scuotere il sedere perchè ho un cervello, canta Lily Allen, questo però non vale per le donne nere che nel suo video non fanno altro che scuotere le chiappe, perchè? Perchè la donna nera è rappresentata sempre in maniera ipersessualizzata? Perchè di questa è sempre e solo la corporeità che viene messa in scena?

I corpi neri sono solitamente corpi invisibili, ad esempio raramente compaiono nelle pubblicità, a meno che non si debba pubblicizzare la nuova collezione di abbigliamento “animalier”, allora ci metto la donna nera, magari per lei allestisco un set fotografico esotico e selvaggio.  La rappresentazione delle culture considerate “altre” da quella occidentale vengono spesso assimilate attraverso stereotipi, orientalismi e letture colonialiste. (Qui , dal mondo del make-up tutorial, esempi di appropriazione culturale che sfociano nel vero e proprio razzismo)

Risponde così Lily Allen alle accuse di razzismo: “Non mi scuserò, perché implicherebbe che io sia colpevole di qualcosa. Il messaggio è chiaro, anche se non voglio offendere nessuno. Io lotto per provocare pensieri e dialogo. Il video vuole essere una satira spensierata che affronta l’oggettizzazione della donna nella moderna cultura pop. Non ha niente a che vedere con il razzismo, per niente”.

Affronterà pure l’oggettivizzazione della donna nella cultura pop, ma a me pare che parli esclusivamente alla donna bianca, è questa che si vuole liberare dalla oggettivizzazione a costo anche di passare sui corpi, oggettivati, delle donne nere, delle donne “altre”, delle donne “non bianche”.

Denigrare e rinchiudere i corpi delle donne nere in stereotipi razzisti per esaltare il ruolo della donna bianca, non è così che si fa ironia.

E poi basta contrapposizione donne per bene che usano il cervello e donne per male che sculettano, non se ne può veramente più di questo binarismo sessista, basta!

Per approfondire:

Qui una lettura che condivido

Qui un punto di vista differente

 

 

 

 

Si chiamano razzismo, sessismo, omo-lesbo-transfobia no “la tua opinione”

commenti

“Le persone omosessuali possono fare quello che vogliono ma senza disturbare”

“A quando un minuto di silenzio per gli italiani che si suicidano a causa della crisi?”

Non sono omofobo, non sono razzista. E’ la mia opinione. Avrò pure il diritto di dire la mia opinione?
Vuoi limitare la mia libertà di espressione? Vuoi per caso censurarmi?

Guido Barilla ha pronunciato la prima frase, quella sui gay che “disturberebbero”, le critiche sono state tante, anche a livello internazionale. Tanti sono stati anche coloro che lo hanno difeso. Chi lo ha fatto si è appellato alla cosiddetta “libertà di espressione”.

La seconda frase l’ha pronunciata una donna in un gruppo facebook dedicato agli/alle insegnanti, si lamentava dell’ora di silenzio per le persone morte ieri a Lampedusa (me ne lamento anch’io, ma per motivi diversi), si chiedeva perchè non si riservasse cotanto ipocrita rispetto anche alle vittime ITALIANE della crisi economica. Io e altre persone abbiamo chiesto a chi amministra il gruppo di cancellare il commento e la pagina razzista a cui rimandava il link che lo accompagnava. Ci è stato risposto che si trattava di una libera espressione di un’opinione personale.
Questo è successo in una pagina di educatori ed educatrici, di persone che hanno il compito di formare ragazzi e ragazze, che entrano tutte le mattine nelle scuole e trasmettono anche questo.

Non sono razzista, ma non c’è lavoro per gli italiani e arrivano gli immigrati a rubarci quel poco che c’è.

Ho tanti amici gay, ma a me vedere due uomini che si baciano fa proprio schifo, è contronatura.

Io credo nella parità, ma la donna dovrebbe pensare prima di tutto alla famiglia.

Queste tre frasi sono esempi, molto comuni purtroppo, di sessismo, razzismo, omofobia. Ci sono degli elementi oggettivi che li inquadrano come tali. Se tu discrimini una persona basandoti sul suo genere è sessismo, non si scappa. Se tu offendi, giudichi un essere umano in base al suo orientamento sessuale è omolesbofobia. E’ così, è un dato di fatto.

Lo stesso concetto lo spiega benissimo Lorenzo Gasparrini qui: <<Decenni di studi sociali, inchieste, statistiche, leggi di ogni tipo, dibattiti su ogni media – ma qualunque nerchiapensante si permette di dire che “è la tua opinione”>>

No, non puoi appellarti alla libertà d’opinione, perchè non si tratta di opinioni. No non puoi dire che voglio censurare il tuo pensiero, perchè nella tua testolina, piccola piccola, tu puoi rimanere ignorante quanto vuoi e continuare a pensare che gli omosessuali siano contronatura, ma nel momento in cui tu usi queste tue becere convinzioni per offendere e/o valutare delle persone allora sei un/una omofob*, e non me ne frega niente di quanti amici gay hai, sei omofob* lo stesso. Se tu attacchi le ministre Boldrini e Kyenge non dal punto di vista politico, sul quale io stessa avrei molto da ridire, ma perchè donne e la seconda perchè donna e nera, allora sei un/una sessista, e non mi interessa che hai molto da ridire anche su Alfano e Letta, loro non li critichi in quanto uomini, ma in quanto politici inetti.

Sì, ma c’è quella citazione, aspettà com’era?“io non approvo quello che tu dici, ma darei la vita perchè tu possa esprimere la tua opinione”.
Volevi fare la citazione dotta? E invece fai una figura di merda, perchè sei rimast* l’ultim* idiota a credere che Voltaire, persona in fondo intelligente, abbia potuto pronunciare una assurdità simile, una frase priva di alcun senso logico, una formuletta a cui ricorri, attribuendola erroneamente al povero filosofo illuminista, per infiocchettare con tanto di erudizione spicciola e pure sbagliata, le tue “opinioni” che rimangono nonostante tutto razziste, sessiste e omofobe.

Ieri sono morte più di cento persone. Una insegnante, non Povia, una educatrice, si lamenta del fatto che si pensi troppo agli immigrati a danno degli italiani; un “giornalista” de Il Foglio scrive forse le righe più brutte che abbia mai letto in tutta la mia vita, anzi senza forse, la Lega non perde occasione per inveire contro la Ministra Kyenge, perchè a loro non va proprio giù che sia donna e che sia nera.

E poi il lutto nazionale, Napolitano che parla di immane tragedia e tutti che sono molto dispiaciuti.
Ma la Bossi-Fini non si cambia, la stessa Ministra Kyenge non si sbilancia “il punto non è cambiarla” dice la Ministra. A no? e qual è il punto allora?  “va cambiato l’approccio con cui si fa una legge” ah capisco l’approccio.
E il Nobel a Lampedusa, e i CIE, e le sfilate dei Ministri sul luogo, e il minuto di silenzio, e le responsabilità politiche e collettive, e la rabbia, il senso di colpa, l’impotenza. E gli uomini, le donne, i bambini e le bambine morti. Uccisi.

E la banalità del male, quella che si nasconde dietro a “è la mia opinione”, che crea mostri.

Eccole le vostre “opinioni”

commenti

Non è più possibile commentare questo post. Dopo la pubblicazione sono arrivati moltissimi commenti offensivi e razzisti, abbiamo deciso di conseguenza di chiudere la possibilità di commentare perchè leggere e moderare quei commenti per noi era un impegno troppo gravoso, non per una questione di tempo, ma per la violenza e l’aggressività gratuita e crudele di molti di questi.

A Bergamo, una interessante ricerca sulle coppie miste del comune.

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Il tema di cui parlerò oggi si lega solo parzialmente alle nostre tematiche “classiche”, ma la società italiana è caratterizzata da una sempre maggiore presenza di cittadini “stranieri” e le iniziative volte a combattere e prevenire fenomeni di razzismo vanno a braccetto con il nostro quotidiano impegno verso la rimozione del sessismo e dell’omofobia.

In questi ultimi giorni, ho avuto l’occasione di poter ascoltare una conferenza di Cecilia Edelstein, psicologa, terapeuta familiare, social worker (MSW), supervisor counselor e trainer counselor, mediatrice familiare, formatasi in Israele e in Italia, anche se nata e cresciuta in Argentina.

Con la collaborazione di molti giovani psicologi e studenti di psicologia, in quegli anni studenti presso il Centro Shinui, coordinati dalla dottoressa Sara Sandrini, ora psicologa, la dottoressa Edelstein ha curato una ricerca della quale ha fatto una presentazione alla conferenza. La stessa ricerca è stata pubblicata nel testo “Le trasformazioni dei Servizi sociali, nell’era dei flussi migratori” (Ed. Carrocci, 2011). Successivamente sarà pubblicato sulla rivista “Storie e geografie familiari”, un articolo che riguarderà solo le coppie miste, nel quale sono approfondite alcune tematiche che la Dottoressa Edelstein ha trattato nella sua conferenza.

Ringrazio moltissimo la dottoressa Edelstein che mi ha permesso di scrivere questo articolo per fare una sintesi della sua ricerca e dell’approfondimento ancora inedito e la dottoressa Sandrini per la sua disponibilità e per i dati utilizzati nella ricerca.

Il tema della conferenza era, dunque,  “La conflittualità nella coppia mista”.

Innanzitutto, occorre dare una definizione di “coppia mista”, specificando che essa è mutabile, variabile nel tempo, anche se ogni definizione data di volta in volta, ha come concetto comune la differenza culturale tra i membri della coppia.

Attualmente “coppia mista”  è una unione tra due individui che appartengono a contesti culturali e nazionali diversi di cui almeno uno dei due è stato coinvolto in un processo migratorio.

 Fino al 2009 le coppie miste in Italia sono state in grande e costante aumento. Dal 2009 in avanti questo aumento si è arrestato, anche se non c’è stato un calo significativo. La ragione la possiamo trovare nell’entrata in vigore di una legge che vieta il matrimonio con una persona che non sia in possesso di un permesso di soggiorno.

La maggior incidenza di coppie miste, si registra al Nord Italia, dove esse sono ben il 24% delle coppie.

La percentuale delle coppie composte da uomo italiano e donna straniera è del 7,2%, mentre le coppie nelle la donna è italiana e il marito straniero sono solo l’1,6% del totale nazionale.

La differenza è una ricchezza, ma nel quotidiano, nella vita di ogni giorno della coppia, c’è spesso bisogno di una mediazione. Si registrano, così, parecchi conflitti. Questi conflitti, tuttavia, ed è interessante notarlo, più che dalle diversità culturali intrinseche della coppia, nascono dall’ambiente sociale circostante alla coppia. Infatti, il componente della coppia mista che percepisce pregiudizi e stereotipi negativi sulla sua cultura di provenienza, sente di doversi difendere, di dover difendere la propria famiglia di origine, il suo popolo e sente anche la necessità di non deludere il partner. Anche il partner appartenente alla “cultura dominante”, ovvero quella legata al territorio nel quale si vive, sopporta tensioni, in caso di ambiente “ostile”. Se “si allea” con  il proprio partner, rischia di spezzare i suoi propri legami familiari e/o sociali. Se, viceversa, cerca si mediare, entra in ulteriori conflitti con il partner e con la sua famiglia di origine.

Molti sono gli stereotipi razziali che colpiscono le coppie miste e che concorrono a creare tensioni, ansie e atteggiamenti difensivi.

La ricerca della quale ho i risultati, è relativa al solo Comune di Bergamo, dunque non ha la pretesa di fotografare l’intera situazione italiana, ma è comunque uno spunto di riflessione interessante e indicativo di una certa realtà sociale italiana.

I dati sono stati tratti andando a studiare gli accessi ai Servizi Sociali del Comune, in quanto, in caso di conflittualità, sono proprio i Servizi Sociali che “prendono in carico” le diverse persone e le loro situazioni problematiche.

Come scrive la dottoressa Sandrini:

“La ricerca condotta dall’Associazione Shinui (fondata e presieduta dalla Dottoressa Edelstein) è di tipo esplorativo ed ha per oggetto i minori in carico nel 2008 ai Servizi Sociali del Comune di Bergamo, che siano stati o meno oggetto di provvedimento da parte del Tribunale Minorile di Brescia.

L’obiettivo era quello di consegnare alla Consulta per le politiche familiari del Comune di Bergamo (della quale l’Associazione fa parte) un documento che fotografasse la situazione dei Servizi, fornendo informazioni riguardo le caratteristiche degli utenti, le modalità di accesso, le richieste di aiuto, le motivazioni della presa in carico e gli interventi attuati, mettendo a confronto i dati riguardanti gli utenti italiani e quelli stranieri, allo scopo di verificare l’esistenza di particolari differenze e/o somiglianze.”.

All’interno delle famiglie di riferimento, sono stati creati tre gruppi:

 1) famiglie composte da due persone straniere

 2) famiglie composte da due Italiani

 3) Famiglie composte da una persona straniera (la moglie) e da una italiana (il marito). Ricordo che la percentuale di coppie miste con questa composizione è assai predominante rispetto a quella delle coppie nelle quali è la parte femminile ad essere italiana.

I motivi che inducono alla segnalazione e poi alla presa in carico sono diversi.

Nelle coppie formate da due Italiani, prevalgono segnalazioni che avvengono nell’ambito di separazioni giudiziali. In quelle formate da due stranieri, le segnalazioni arrivano prevalentemente dal Tribunale dei Minori, perché riguardano per lo più casi di maltrattamento di minori (segnalazioni che arrivano quasi sempre da persone estranee alla coppia). Una curiosità sulle segnalazioni nei riguardi delle coppie miste riguarda il fatto che spesso esse, quando riguardano i figli della coppia, giungono dai nonni.

I conflitti di solito iniziano a presentarsi quando la coppia mette al mondo dei figli.

Molti sono i nodi potenzialmente problematici. Ad esempio, anche la lingua con la quale rivolgersi e parlare ai bambini: che lingua parlo con i mie bambini? – si chiede spesso la madre – Parlare nella propria lingua comporta che gli altri non capiscano e laddove non si capisce quel che viene detto, possono nascere anche sospetti, dubbi sul contenuto dei messaggi. D’altra parte parlare in una lingua che non si padroneggia bene, che non è la propria, toglie incisività ed autorevolezza. Altri conflitti scaturiscono da questioni del quotidiano, come la gestione del denaro o della casa.

Ed ecco l’anticipazione interessante, dell’articolo di prossima pubblicazione.

La dottoressa Edelstein, parlando delle coppie miste, segnalate e prese in carico dai Servizi Sociali di Bergamo per violenze del marito italiano nei confronti della moglie straniera, ha provato ad individuarne i motivi.

Generalmente, anche confrontando i dati con altre ricerche svolte nel cosiddetto “primo mondo” o mondo occidentale (anzi, leggendo soprattutto le ricerche fatte all’estero, visto che in Italia non sono ancora così diffuse), ha potuto notare che l’uomo occidentale ha una visione riduttiva della donna straniera, anche dal punto di vista economico. L’uomo occidentale ha un sentimento di superiorità nei confronti della donna straniera (se essa proviene da una “cultura minoritaria”, da un Paese del c.d. “Terzo mondo”) e questa superiorità è legata sia al genere (il genere maschile viene visto come superiore rispetto a quello femminile), sia alla cultura. I concetti di “schiavitù”, “sottomissione”, “sfruttamento” e quindi violenza, serpeggiano in questo sentimento di superiorità che prova l’uomo occidentale nei confronti della moglie straniera (per ulteriori approfondimenti, bisogna aspettare che l’articolo con tutta la biografia di riferimento venga pubblicato. Sarà mia cura darne notizia, appena avverrà).

Nell’ambito della sua professionalità e della sua esperienza, la dottoressa Edelstein ha indicato, in breve, alcune risposte ai problemi emersi.

La base di ogni intervento deve essere l’educazione, bisogna diffondere cultura e sensibilizzazione. L’integrazione non coincide con l’assimilazione che è un processo dannoso. L’integrazione è reciproca, è un mutuo avvicinamento. Bisogna incontrarsi e parlare, dialogare, ascoltare.

Bisogna essere consapevoli che le persone stesse al loro interno sono molteplici, sono “identità miste”. Ragionando in questo modo, si potrà costruire una società pluralista e non normativa, laddove per la seconda si intende una società che individua “modelli ideali” ai quali adeguarsi, altrimenti si viene ignorati, o giudicati in modo negativo, o privati di diritti. Ad esempio, una società normativa, come la nostra individua un modello “ideale” di famiglia: eterosessuale, sposata. Le altre “famiglie” (omosessuali, con partner non sposati, ecc.) vengono giudicate meno “degne” di tutele e diritti.

Invece, in una società pluralista, non esiste un “modello ideale” di famiglia, esistono tante tipologie che si mettono una accanto all’altra, libere di dialogare e di confrontarsi alla pari.

Anche nel rapporto tra i generi sessuali, la base di tutto, per raggiungere rispetto e parità è, appunto, il dialogo e il “mettersi uno accanto all’altro”, sullo stesso piano, senza pregiudizi, liberi da stereotipi.

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