Il privilegio di essere bianche, le mutande “color carne” e l’Orsa Daniza.

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La nostra società si basa su alcun norme che regolano la percezione di noi e degli altri.
La norma prevede un amore etero e un’esistenza tale. Prevede di essere magri e perfettamente abili, pena la squalifica immediata da ogni rappresentazione non stigmatizzata.
Prevede però soprattutto, di essere bianche.

La norma della società occidentale è bianca, tutto il resto è un’eccezione. E tutta la società si organizza e produce e vende in funzione della pelle bianca dei suoi principali rappresentanti.

Un esempio banale, ma rilevante è quello degli abiti e soprattutto dell’intimo “color carne”.

Che colore vi è venuto in mente leggendo “color carne”? Forse persino a chi la pelle ce l’ha nera sarà venuto in mente qualcosa di rosa e pallido.

color carne

Intimissimi. Il colore naturale Skin ( color pelle ).

 

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Color carne secondo Yamamay

Il color carne, è il colore della pelle dei bianchi di questa nostra società occidentale.
Raramente un prodotto “color carne” ha una variante per tutte le carni, che sia della lingerie, dei cerotti o un abito da sposa.

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Non solo i produttori, ma anche i media usano l’espressione “color carne” o “color nudo” per intendere questo beige rosato che si mimetizza sulle pelli chiare.

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Usare questi significanti per questo significato, denota, se mai ci fosse bisogno di conferme, la totale centralità della persona bianca come “persona base” di cui chi ha la pelle scura, nera, olivastra o che, è una derivazione, una variazione.

Il linguaggio riflette la cultura di una società più di quanto lo status quo e le nostre pretese di libertà e diritti possano fare.
Così capita che persino riferendosi alla first lady USA, Michelle Obama, i giornali, forse nemmeno coscientemente, tradiscano l’alterità di quella donna nera, sebbene potente, dal vero modello, bianchissimo.

Michelle Obama all’ Administration State Dinner indossa un vestito”flesh colored”, color carne. Ma non la sua.

color carne5Barack Obama, Manmohan Singh, Michelle Obama, Gursharan Kaur

Scrive Lisa Wade, professoressa di sociologia al Occidental College, su Sociological Images

Questo è quello che succede quando le persone bianche sono considerate persone e le persone nere sono considerate uno speciale tipo di persone, le persone nere. “Color carne” diventa il colore associato con i bianchi e le persone con la pelle più scura sono lasciate fuori dal quadro. Succede ogni volta.

 

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“Normal to darker skin” Normale è bianco.

Sono sottigliezze, non sono cose gravi, queste. Rispondono in coro le donne bianche e normali.

Proprio mentre questo post prendeva forma, su una nota pagina fb, “Il corpo delle donne”, l’autrice femminista Lorella Zanardo pubblicava questo stato e tutto quello che avevo scritto finora mi è sembrato ancora più necessario. Se persino una donna intellettuale e femminista usa argometazioni simili.

corpo delle donne

L’orsa Daniza è stata uccisa nella sua cattura e i media e i politici italiani hanno parlato solo di quello, perchè si sa che è più semplice schierarsi in favore degli animali che dire qualcosa di sensato sul welfare o la riforma della scuola.

Vale la pena specificare che noi tutte ci auguriamo sempre maggiore spazio alle tematiche femministe sui media.
Ci augureremmo anche che il femminismo trasmesso e comunicato fosse vario, non semplice espressione di antisessismo.
Ci piacerebbe che oltre a parlare di femminicidio ci si preoccupasse anche di come se ne parla e che se ne ricercassero le cause e si chiedessero misure di prevenzione, non solo punitive.
Vale la pena anche ricordare che in realtà contro il femminicidio e contro la violenza sulle donne in tante e tanti sono sces* in piazza e ogni giorno si continua a lavorare, educare, scrivere per combattere questa realtà.

Sebbene d’accordo con la voglia di maggiore visibilità per il femminismo, Zanardo però decide di unire la sua  perplessità per lo spazio mediatico riservato all’animale a quella per l’attenzione riservata al RAGAZZO NERO.
Si riferirà, immaginiamo, a Michael Brown, il diciottenne ucciso nel Missouri il 9 agosto scorso da un agente di polizia.
La sua morte ha portato alla ribalta mediatica il tema del razzismo negli Stati Uniti, le condizioni di gestione dell’ordine pubblico da parte della Polizia, molt* sono scesi in piazza, la notizia ha occupato a lungo le prime pagine dei quotidiani di tutto il mondo. GIUSTAMENTE, aggiungerei.

Strano come ci si ricordi il nome dell’orsa e non quello di un ragazzo nero.

Altrettanto strano che le rivendicazioni femministe siano ormai dimentiche di non cadere a loro volta nella discriminazione. Ed il razzismo forse è talmente interiorizzato che non ci rende conto dell’assurdità di chiedere attenzione sul femminicidio paragonando un diciottenne nero a un’orsa.

Per la seconda volta in pochi giorni ci ritroviamo a leggere su una delle pagine femministe più ricche di contatti qualcosa che ci lascia veramente perplesse.  Verrebbe da chiedersi poi perchè stupirsi di quelle giovanissime che dicono di non aver bisogno del femminismo, quando il femminismo più fortunato, quello che riesce a parlare in prima serata e sui giornali, veicolando a sua volta forme di discriminazione o di paternalistico giudizio, fa tentennare anche le più convinte.

Se il femminismo non si preoccupa di non essere ( o sembrare, o scoprirsi ) razzista, che femminismo è?
Più volte da questo blog abbiamo rivendicato di aderire a un femminismo intersezionale e plurale, che lotta contro il razzismo con la stessa forza con cui ci ribelliamo a sessismo e omofobia.
Perchè scrivere post su come l’immagine femminile sia svilita e rappresentata secondo stereotipi, sarebbe del tutto vano per noi se queste discriminazioni non potessero essere inserite in un quadro economico-sociale più ampio, che contempla al suo interno discriminazioni per colore della pelle, religione, orientamento sessuale.

Se il femminismo è scisso da questo tipo di riflessione più grande, che collega tutte le categorie discriminate ad un’unico oppressore, se il femminismo cade e inciampa nel discriminare esso stesso, forse femminismo non è, somiglia di più al girl power e da fare politica si passa a fare solo costume.

 

 

#IoStoConGretaEVanessa

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Da qualche giorno, ormai, i quotidiani parlano della vicenda di Greta Ramelli e Vanessa Marzullo, rapite in Siria, mentre si trovavano in un territorio di guerra, tanto pericoloso quanto “dimenticato”.

Ma chi sono Greta e Vanessa?

Sono due ragazze, poco più che ventenni. Due ragazze italiane che hanno deciso che essere nate “dalla parte fortunata del mondo” non può far loro dimenticare che in altri luoghi si soffre, si patisce, si muore.

Non so come mai abbiano scelto la Siria, perché mai abbiano deciso di spendere le loro ore libere, la loro intelligenza e la loro capacità per il popolo siriano. I motivi non importano. In un Paese dove si sente sempre parlare di “ragazzi e ragazze senza valori”, di giovani senza prospettive, di bamboccioni ecc, che ci siano al mondo una Vanessa e una Greta non può fare che piacere.

Non è un paese per giovani e non è solo la disoccupazione giovanile a dimostrarlo. Basta leggere articoli che hanno come protagonisti giovani. Ogni cosa che fa un giovane è sempre sbagliata.

Io, che sono la più vecchia del gruppo che scrive su questo blog, ammiro moltissimo le ragazze e i ragazzi che, notando avvenimenti e fatti che a loro paiono ingiusti e intollerabili, invece che infischiarsene, o fare del facile populismo condividendo frasette sui social network, decidono di spendersi in prima linea. Di attivarsi, nel modo che ritengono più opportuno, più vicino alla loro sensibilità, alle loro idee. Sono, Vanessa e Greta, due ragazze che “fanno”.

La strada che hanno scelto, la battaglia che combattono può essere condivisibile o meno, ma dar valore all’attività di volontariato (soprattutto giovanile), alla spendita di sé per gli altri che sta alla base di questo impegno, è giusto, doveroso e imprescindibile.

Chi sono Greta e Vanessa?

Vanessa ha 21 anni e, dal 2012 si interessa a quel che sta succedendo in Siria. Per questo suo interesse ha persino appronfondito la sua conoscenza della lingua araba. E’ volontaria dell’Organizzazione Internazionale di Soccorso e a Bologna, un paio di anni fa, ha organizzato una manifestazione in supporto del popolo siriano.

Greta ha 20 anni, e nel maggio del 2011 trascorre alcuni mesi in Zambia, lavorando come volontaria presso 3 centri che si prendono cura di malati di AIDS. L’anno dopo trascorre 3 settimane a Calcutta, in India, sempre con un’associazione di volontariato.

Non ho scritto queste informazioni per creare il mito dell’eroina, per elevare le due ragazze (io personalmente penso che non abbiano affatto bisogno della parole di una blogger per ergersi, alte, per i loro ideali), ma per sottolineare che le due ragazze, già da anni e già da giovanissime hanno dimostrato la loro capacità di empatia nei confronti di chi soffre e che avevano già avuto esperienze di volontariato all’estero, in territori “difficili”.
Veniamo alla Siria. Le due ragazze erano già state in Siria, per portare aiuti e medicinali e avevano anche fondato il progetto Horryaty, che in arabo significa libertà. La missione era acquistare kit di pronto soccorso e pacchi alimentari da distribuire al confine. Greta e Vanessa hanno fatto dei corsi di infermieria e avrebbero istruito i ragazzi in materia di pronto soccorso.
Ora le due amiche sono state rapite e posso solo immaginare come si sentano le loro famiglie, i loro amici, le loro amiche, tutti i loro cari.
La stampa ovviamente si è occupata tantissimo della vicenda. Io – pessimista – pensavo che avrei letto pezzi pieni di pathos, quasi al limite del romanzesco, con punte liriche finanche a sfiorare il morboso e lo strappalacrime e invece le mie nere prospettive sono state deluse…… in peggio.
Ecco come Luciano Gulli, de “Il Giornale.it” parla della faccenda (e facciamoli i nomi di questi giornalisti!)
… Bello, vero? Essere pronti a gettare idealisticamente il cuore oltre l’ostacolo, sacrificarsi per gli altri.

Meno bello – e questo è l’aspetto che varrà la pena sottolineare, quando tutto sarà finito – è gettare oltre l’ostacolo anche i soldi dei contribuenti per pagare riscatti milionari o imbastire complesse, rischiose, talvolta mortali operazioni di recupero di certe signorine che oltre alla loro vita non esitano a mettere a repentaglio anche quella degli altri. Greta Ramelli e Vanessa Marzullo, sparite nel nulla sei giorni fa ad Aleppo, sequestrate da una banda di tagliagole torneranno, ne siamo certi. Ma quando saranno di nuovo tra noi qualcuno dovrà spiegarle che la guerra, le bombe, quei territori «comanche» dove morire è più facile che vivere sono una cosa troppo seria, troppo crudele per due ragazzine. Che sognare di andare in battaglia «per dare una mano», per «testimoniare», come troppe volte abbiamo visto fare a tante anime belle, dalla Bosnia all’Irak di Saddam, è una cosa che si può sognare benissimo tra i piccioni di piazza del Duomo, un selfie dopo l’altro, abbracciate strette strette, quando il rischio maggiore è di beccarsi un «regalo» dai pennuti. Ma senza i nervi, la preparazione, il carattere, l’esperienza che ti dice cosa fare e cosa non fare; senza quel rude pragmatismo che ti viene dopo aver battuto i marciapiedi di tante guerre è meglio stare a casa.
 
A parte che questo giornalista non conosce la grammatica italiana, leggo nelle sue parole una disistima totale condita di sarcasmo cattivo e misogino nei confronti delle due ragazze, definite, ma certo non in modo positivo  “ragazzine” ,”anime belle” e “certe signorine”.
Il riferimento alla “moda” dei selfie, anche questo accompagnato da crudele ironia, come a dire “poverine, sono due ragazzine impreparate, buone solo a mettersi in mostra su facebook, una foto dietro l’altra” non è molto meglio. Così come tagliente e cattivo risulta l’accenno al “pagamento che noi Italiani dovremmo sobbarcarci per riportare a casa certe signorine”.
 
Che significa “certe signorine?” Non sarà mica un sinonimo dell’essere di facili costumi? C’è da rimanere senza parole.
E magari fosse stato il giornalista  a restare zitto!
No, continua dicendo che sarebbe meglio che se ne fossero rimaste a casa.
E poi infila un esempio dietro l’altro di “certe altre ragazzine” che, anche loro, avrebbero fatto meglio a stare chiuse in casa (ma non è che questo giornalista per caso sia uno di quelli che sostiene che una donna, per il solo fatto di essere tale, debba limitare le sue attività alla cura della casa e della famiglia? Il dubbio è più che legittimo)

 Sono le stesse cose che scrivemmo nel settembre di dieci anni fa, quando a Bagdad vennero liberate Simona Torretta e Simona Pari. Le «due Simone» uscirono incolumi da un’avventura durata tre settimane. Non così andò l’anno dopo, quando sempre a Bagdad rapirono la giornalista del Manifesto Giuliana Sgrena.

Per liberarla, quella volta, morì l’agente del Sismi Nicola Calipari. Che dire di più, in queste ore? Niente. Fermiamoci qui. Intrecciamo le dita, sperando di rivedere presto queste altre «Simone».

Leggere che le stesse cose le scrisse 10 anni fa, mi fa quasi tenerezza. Non si è evoluto nemmeno un po’, nel suo pensiero  (Gulli, o il Giornale.it che dir si voglia)!

E se ne compiace pure….

Simona Torretta e Simona Pari, rapite all’epoca a Baghdad per lui uscirono incolumi di un'”avventura” e Giuliana Sgrena, addirittura, ha causato la morte di Nicola Calipari.

In poche righe sminuite 5 donne, quasi dipinte come delle povere incapaci, cancellando con “un colpo di penna”, il passato, le esperienze, le capacità e il coraggio delle stesse.

Meno male che Gulli si ferma qui e intreccia le dita.

Ma ci pensa un suo collega, Giuseppe Marino, oggi, sempre dalle pagine de “Il Giornale.it” che ci invita a salvare le due ragazze in Siria, ma non ad esaltarle.

E continua:

Sondaggio istantaneo in redazione. Quesito: dov’eri tu all’età delle ragazze rapite in Siria? Le risposte dei più incoscienti: nell’Afghanistan invaso dai russi, in Libano tra i cristiani sotto attacco, nella Russia profonda durante il colpo di Stato anti Gorbaciov.

Ma quando, come e perché chi si spende, in giovane età per gli altri è diventato “incosciente”? Ma che è? Il rovesciamento dei valori? Ma come? In un Paese cattolico, dove si deve sempre porgere l’altra guancia e dove ci insegnano a sacrificarci per il prossimo, oggi si leggono parole come queste? Io sono allibita.

 è difficile scagliare la prima pietra sui peccati di avventatezza di due ragazze che hanno seguito l’istinto e inseguito l’avventura.

In ogni caso, dire che le Greta e Vanessa hanno violato ogni regola di prudenza è altrettanto lecito quanto dire che bisogna fare di tutto per riportarle in Italia.

Le due ragazze hanno peccato. Avventate, creature senza ragione, hanno seguito l’istinto e si sono buttate nell’avventura (il fatto che fossero già due anni che Greta e Vanessa lavoravano per il prossimo, in Paesi non facili pare non interessare nulla al giornalista). Hanno anche violato ogni regola di prudenza. Ma che ne sa lui? Ci sarà stato mai, lui, a distribuire farmaci in una zona di guerra? Avrà mai visto la Siria sotto le bombe? C’era, quando le hanno rapite?

Per comprendere il resto del pezzo, ho dovuto, lo ammetto, rileggerlo 4 volte.

Paragoni sminuenti con la Croce Rossa, colpe “politiche” delle due ragazze che “non erano neutrali”, essendosi schierate con i cattivissimi islamici e sul finire…. il complotto! Ma allora, è un romanzo! Non un pezzo di cronaca. Peccato che sia scritto su un giornale che dovrebbe fare informazione ad un popolo dove l’analfabetismo funzionale colpisce il 47% degli Italiani.

Come se fossero due crocerossine. Ma non è così, perché fin dai tempi di Florence Nightingale l’impegno umanitario della Croce Rossa si svolge all’insegna della più totale neutralità tra le parti. Si soccorrono i feriti, di qualunque parti essi siano. Greta e Vanessa invece avevano una convizione politica evidente e negarla significa far torto anche a loro: lo testimoniano senza ombra di dubbio i messaggi su Facebook e le foto in cui posano con la bandiera dei ribelli e scritte che esaltano la «rivoluzione siriana». Anche questo è legittimo. Ma, e lo sanno bene i volontari della Croce Rossa, se indossi i colori di una parte, anche soccorrere i feriti diventa un atto politico. E i rischi aumentano.

Meglio che le ragazze non facciano politica. Anche facendo politica si cacciano nei guai. Insomma, ogni volta che una giovane fa qualcosa che non sia starsene a casa a far la calza, le accade qualcosa di male..malgrado abbiamo più volte visto che sono le mura domestiche ad essere il luogo più pericoloso per le donne!

Ma non è tutto: una recente inchiesta del New York Times ha ricostruito l’incredibile giro d’affari generato dai sequestri di occidentali. Secondo i dati del quotidiano liberal americano, i rapimenti sono diventati la prima fonte di finanziamento per al Qaeda, che ha incassato dal 2008 a oggi la rotonda cifra di 125 milioni di dollari a forza di riscatti pagati soprattutto dai governi per riavere indietro propri cittadini. Nonostante ciò, l’Italia deve comunque fare la propria parte per riavere indietro Greta e Vanessa. Senza però nascondersi che i proventi dei riscatti servono a gruppi estremisti attivi in Siria come al Nusra, per portare avanti una battaglia fatta anche di attentati terroristici, vittime dei quali sono stati anche centinaia di bambini. Accusare di cinismo chi sottolinea questo lato della medaglia ed esaltare l’idealismo di Greta e Vanessa e il loro progetto per curare i bambini, significa compiere una disonesta operazione di semplificazione buonista, che può servire a illudere altri ragazzi. A meno di non essere tra colore che ritengono i bambini uccisi dai ribelli islamisti meno innocenti delle vittime di governativi.

Complottista, razzista e misogino.

Veniamo a Michele Serra, su Repubblica.it che ci fa la grazia di parlar male di coloro che disprezzano Vanessa e Greta, ma non ci risparmia la “paternale”, quel sessismo “buonista” (e razzismo “buonista”, anche) che sminuisce le donne (non solo quelle giovani), viste come “creature di buon cuore, del tutto disarmate e impreparate alla vita”. 

Si trema pensando all’impatto che le due ragazze italiane Greta e Vanessa, libere, gentili e con i capelli al vento, possono avere avuto su certe canaglie bigotte che girano per l’Islam, maschi carcerieri di femmine, giudici di femmine, proprietari di femmine, predoni di femmine. Chi è padre e madre, naturalmente, ha un sussulto protettivo. E anche un moto spontaneo di rimprovero, benedette ragazze, andare in quei posti, e con quei sorrisi, e con quelle volonterose intenzioni, come se la mitezza potesse, da sé sola, bastare a difendere chi solo quella indossa, senza palandrane nere o altre divise che ne occultino la persona. È un ben misero salvacondotto, la volontà di aiuto. Quanto al sorriso, tra quei truci miliziani di Dio, parrà certamente un’aggravante. Ma già si intende (chi ha le orecchie disposte all’ascolto) la risposta che le due ragazze vorrebbero e potrebbero dare, i vent’anni da spendere per qualche nobile ragione, il coraggio da vendere anche se il prezzo è il rischio, non vale rinfacciare ai ragazzi l’indolenza se poi li si rimprovera anche quando partono alla ventura, si aprono al mondo, lo considerano finalmente affidato a loro e non ad altri.

Il pubblico che legge questi pezzi (ed altri) non è certo meglio, a dimostrazione che questicattivi maestri” del giornalismo fanno moltissimi danni, lasciando che emergano i lati più razzisti e misogini degli Italiani.

I cattivi maestri della penna abbiamo avuto occasione di notarli parecchie volte nel descrivere i giovani ma soprattutto le giovani donne che escono dai modelli che gli stessi media hanno preconfezionato per loro.

Forse perché Vanessa e Greta non hanno scelto di affollare i provini per diventare Miss Italia o Veline? Forse perché non sognavano il principe azzurro?

Peccato avrebbero potuto starsene a casa comodamente a cazzeggiare su Facebook , a sognare di diventare concorrenti del “Grande Fratello” a popolare la massa inetta costruita grazie ad un ventennio capeggiato da tv commerciali e da giornali schierati da chi ha forato una generazione di aspiranti soubrette da consumare nelle intense notti di Arcore. Forse avrebbero dato meno fastidio.

Ma cosa hanno fatto di male queste ragazze? Perché non meritano la stessa solidarietà che si è formata attorno alla vicenda dei due marò?

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sessismo

Immagine presa dalla pagina FB: "Raccolta statistica di commenti ridondanti"

Immagine presa dalla pagina FB: “Raccolta statistica di commenti ridondanti”

 

Questi sono i tanti commenti che sono spuntati sotto gli articoli e nelle pagine facebook ufficiali dei quotidiani.

E si commentano da soli, sono terribili.

 

Molti le descrivono come “troie” e questo testimonia quanto siano radicati i pregiudizi sulle donne anche quando lasciano il nostro paese e si occupano di chi è considerato il nostro nemico. La donna come una proprietà del nostro paese, come oggetto sessuale o potenziale vittima per natura, magari sono gli stessi che diffondono luoghi comuni sul presunto trattamento riservato alle donne di quei paesi.

Oppure se sei una donna ti accusano di volerti mettere in mostra e cercare notorietà.

Perché in questo paese ( che non è certo islamico) se sei nata donna devi stare a casa tua e fare la buona moglie.

E’ difficile non leggere del razzismo anti-islamico e sessismo nell’opinione pubblica che ha appreso della notizia del rapimento di Greta e Vanessa, due ragazze che meritano soltanto solidarietà!

 

 

 

 

Fonti: qui, qui, qui, qui, qui

Strega dello Sciliar e Mary

Sessismo, razzismo e violenza: tutto in un unico spot

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Fa discutere il video di uno spot di un’azienda di Treviso che produce abbigliamento.

Nel video si mette in scena la lapidazione di una donna da parte di un gruppo di uomini e già solo questo basterebbe per definire questo spot come violento.

Uno spot che rappresenta una violenza è esso stesso una violenza. E’ violento nei confronti di tutte le donne, di tutte le donne che hanno subito una violenza, di tutte le persone che hanno subito violenza, specialmente se messo in onda in Italia dove  il femminicidio e la violenza domestica sono sempre una dura realtà e vengono sempre più spesso strumentalizzati e utilizzati “per vendere”.

Ma non è solo violento nei confronti delle donne, è anche estremamente, duramente e senza ombra di dubbio, uno spot razzista.

Infatti, chi agisce violenza è un gruppo di uomini di religione islamica, lo si capisce chiaramente dall’abbigliamento che portano e dalla lingua che utilizzano.

E la donna che deve essere lapidata, lo si vede sul finire dello spot, è bianca.

Ed ecco dunque l’odioso stereotipo razzista che vede nello “straniero”, e precisamente nello straniero di religione musulmana, un violento. E’ come si legge spesso nei nostri quotidiani, quando si sottolinea la nazionalità di chi compie una violenza, come per voler dire a chi legge che il problema della violenza contro le donne non è un problema degli uomini italiani, ma solo degli stranieri. Sono loro “i cattivi”, quelli che stuprano, picchiano, uccidono, rinchiudono le donne.

D’altronde, in Italia, questo sentimento di odio, questo razzismo diffuso nei confronti di persone appartenenti a Paesi diversi dal nostro è dilagante e appare continuamente in molti discorsi. Gli “zingari” che rubano i bambini, gli “zingari” che rubano la casa agli Italiani, i “marocchini” che violentano le donne, i pakistani che puzzano e che ammazzano le donne… discorsi come questi sono, ahimé, tristemente comuni.

Così come comuni sono i commenti razzisti, anche quando capitano disgrazie come le “tragedie del mare” che coinvolgono barconi di migranti in viaggio verso il nostro Paese. Ci sono persino persone che fanno la “classifica delle disgrazie” dicendo frasi come: “Si piange tanto per l’immigrato morto in mare, ma dell’Italiano che si suicida perché ha perso il lavoro non si dice mai niente”.

Eccone alcuni:

commenti

Recentemente abbiamo assistito a commenti razzisti anche per il caso dei bambini adottati da famiglie italiane in Congo e rimasti a lungo “congelati” (vicenda risoltasi poi, per fortuna, positivamente, sebbene dopo molti mesi di attesa e di dolore). “Ma perché adottano in Congo? Non esistono bambini italiani da adottare?” domande cretine come questa e molte altre considerazioni non molto più intelligenti si sono sentite e lette un po’ ovunque.

Questi, in uno dei tanti Forum di discussione che si trovano in rete:

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O come queste immagini che circolano su Facebook che, davvero, si commentano da sole.

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Tornando all’oggetto del post, appare evidente come questo spot sia violento nei confronti di tutti coloro che appartengono alla religione islamica e, visto il razzismo che permea grandi fasce della nostra società, il messaggio di odio che porta avanti è ancora più pericoloso, soprattutto in questi giorni, nei quali oltre 1000 persone, a Gaza, hanno perso la vita sotto i bombardamenti israeliani nell’immobilità quasi completa dell’Occidente.

Occidentali che creano uno spot che esprime tutta la loro ignoranza, il loro razzismo e il loro maschilismo.

La lapidazione di una donna usata per vendere è decisamente violenta, tanto più che questa condanna a morte spesso viene eseguita per punire una donna che si “macchia” di comportamenti “sessuali” (e non ) che vengono giudicati “immorali” dalle leggi del patriarcato.

Ma sono davvero solo gli appartenenti alla religione islamica a lapidare le donne quando compiono “atti immorali”?

Non sono forme di “lapidazione” seppure simbolica anche le parole che troppo spesso si leggono sui nostri quotidiani quando si parla di donne uccise, picchiate, violentate? 

Chi punta il dito bacchettone contro gli shorts delle ragazzine dalle pagine di un giornale nazionale non sta “lapidando” le stesse ragazzine?

Chi suggerisce alle ragazze e alle donne di non uscire di casa la sera per evitare di essere violentate, non le sta rinchiudendo, non sta gettando loro addosso (come tante pietre) la responsabilità di un’aggressione?

Non è una sorta di lapidazione simbolica anche indicare la vittima di un femminicidio come una donna “troppo bella”, che suscita “gelosia” nel suo compagno/assassino?

E tutti coloro che si scagliano contro “la troia” di turno, famosa o meno che sia? Non la stanno “lapidando” in pubblico? E, per inciso, sempre per comportamenti sessuali che non si piegano alle leggi del patriarcato che vogliono che una donna non possieda una sessualità libera, autonoma e attiva.

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E di esempi ce ne sarebbero molti altri.

Per completare, come si diceva all’inizio, la donna dello spot, quando toglie il niqab, si rivela una donna bionda, bianca, perfettamente aderente alle regole della bellezza socialmente imposta.

Balla, in modo sensuale: oggetto, chiaramente, del piacere maschile che non può, però, permettersi di avere una sua vita sessualmente attiva, pena la lapidazione.

Ed infatti, che c’è scritto sulla maglietta che ella indossa? “Sono ancora vergine”.

Vergine e pura, dunque non merita nessuna lapidazione. Ma bella e bianca, sensuale, per strizzare l’occhio all’uomo occidentale e per ribadire, ancora una volta che chi ammazza e priva di libertà le donne sono loro, gli stranieri di religione islamica e che le donne, le “nostre donne” sono bellissime e sensuali, sì, ma pure, caste, come le “brave ragazze” di un tempo.

 

 

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