Miss Italia: il valore sociale della bellezza?

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Proprio mentre si dibatteva con la Senatrice del Partito Democratico Silvana Amati della assoluta necessità di salvare Miss Italia dalla chiusura, proprio mentre noi scrivevamo una lettera aperta e la Senatrice preparava una risposta davvero poco soddisfacente, abbiamo perso l’occasione di seguire un evento proprio sul tema. Per fortuna però, anche grazie alla segnalazione di una lettrice, non ci è sfuggito, anzi, in rete si trovano anche report abbastanza dettagliati (leggete ad esempio QUI).

amatiCome si apprende dalla locandina, il Senato della Repubblica ha patrocinato ( traduciamo: finanziato ) l’incontro dal titolo “Miss Italia: il valore sociale della bellezza“, presieduto e coordinato proprio dalla nostra interlocutrice di questi giorni, Amati, e tra i cui relatori vi erano ovviamente Patrizia Mirigliani, Lucia Bosè, vincitrice del concorso nel 1947, Daniele della Valle in rappresentaza dell’Associazione Utenti dei Servizi Radio Televisivi, Tiziana Luxardo, la fotografa che Amati cita nella sua risposta e con la quale sembra aver sostenuto il progetto di calendario, Giampiero Mughini, dal cui curriculum non capiamo bene l’attinenza con il tema, Isabella Rauti, la cui presenza in nome delle donne è più che contraddittoria.

Isabella Rauti è infatti grande sostenitrice del concorso, tanto da accogliere Miss 2012 con il marito Alemanno in pompa magna a Roma l’anno scorso e prodigarsi molto anche lei per la salvezza del programma in nome della libertà delle donne di unire bellezza e intelligenza.
E’ anche però seconda firmataria della proposta di Legge Tarzia nella Regione Lazio sotto la giunta Polverini, quella dello smantellamento dei consultori pubblici, quella dei cortei fondamentalisti cattolici, quella della criminalizzazione dell’aborto. La collaborazione di una Senatrice del PD con una donna che si augura la chiusura dei consultori pubblici e l’abolizione della legge 194, non stupisce, dato che la posizione del partito democratico sembra quella di appiattire ogni posizione politica in un’unica grande melma fatta di proclami e parole d’ordine, in cui si annulla il passato, il presente e purtroppo il futuro della politica italiana.
Quando però si parla di donne, dei loro corpi, della sperata emancipazione, dei sacrifici e magari si cita anche la “violenza sulle donne” non si possono stringere alleanze a cuor leggero con chi, di fatto, propaganda la violenza sul corpo delle donne, supportando l’obiezione di coscienza e minando alla libertà di scelta.

Come se non bastasse, durante il convegno sono giunti messaggi del Cardinale Gianfranco Ravasi, quello che nel 2008 spiegò che la teoria dell’evoluzione darwiniana e la religione cristiana non sono in alcun caso compatibili

In una società in cui bellezza è sinonimo di apparenza, è necessario riproporla in tutta la sua forza perché è attraverso di essa che si può giungere ad orizzonti più alti

( Ravasi è confuso riguardo a bellezza e apparenza, però l’importante è riproporla. )

e di Monsignor Libero Andreatta,Vice Presidente Opera Romana Pellegrinaggi, recentemente impegnato a rivendicare la necessità di chiese e cappelle nei centri commerciali

La bellezza e’ qualcosa che trascende l’umano apparire, la vera bellezza sta dove sant’Agostino ha indicato la sede dell’intimo colloquio fra Dio e l’uomo: nel cuore

( ma purtroppo non è il cuore delle ragazze quello che sfila in bikini sotto l’occhio vigile delle giurie )

Durante il convegno è stata resa nota l’interrogazione parlamentare per salavate Miss Italia ( un’altra? ) in cui, questa volta, Fucsia Nissoli di Scelta Civica chiede spiegazioni al Ministro dello Sviluppo Economico, chiedendo anche alla RAI di riesaminare la decisione presa rifacendosi alla retorica per eccellenza: le migliaia di persone che perderanno il lavoro con la cancellazione del programma.

Sorvolando sul fatto che chi fosse davvero interessato alla questione del lavoro forse porterebbe interrogazioni più utili al Paese ad un Ministro della Repubblica, ci chiediamo se quelle professionalità rimaste senza impiego non possano per caso essere impegnate in altri programmi, magari in qualcosa che vada proprio a colmare il profondo vuoto lasciato dalle Miss.

Citiamo poi dal report del convegno:

“La senatrice Silvana Amati ha definito “inaccettabili” le dichiarazioni fatte al quotidiano “La Stampa” dalla presidente della Rai Anna Maria Tarantola, secondo la quale “Miss Italia non rientra nella linea editoriale Rai, ”aggiungendo: «se è vero che le miss sono un prototipo di immagine femminile così negativo, che cosa propone in risposta il Servizio Pubblico?».”

Quindi invece di proporre modelli nuovi e di cogliere uno spiraglio di cambiamento, di evoluzione culturale, Amati propone di rimanere fissi nei modelli stereotipati che formano la società italica, finchè le cose non muteranno da sole?
“Se è vero che le miss sono un prototipo di immagine femminile così negativo”, non potreste mettere le stesse energie e gli stessi “patrocini” per realizzare rappresentazioni migliori?

La vice presidente del Senato Valeria Fedeli, sempre del Partito Democratico, partecipa al dibattito ricordando che

grazie alla presidenza di una donna, Miss Italia sta portando avanti importanti campagne sociali, riuscendo a far crescere nelle piazze l’attenzione verso temi che ci stanno molto a cuore

Non vale la pena mettersi a disquisire su quanto la presidenza di una donna di un simile programma possa essere un valore positivo, ma immaginiamo che tutte le realtà che operano nel sociale e che da anni cercano anche l’aiuto delle istituzioni siano gratifcate dal veder ringraziare un concorso di bellezza per l’impegno che mette per far crescere il Paese.

La principale arma di difesa del concorso ad opera di queste ed altre donne è l’accusa di “falso moralismo” a chi vuole cancellarlo. Insomma, svilendo le argomentazioni, anche le più articolate, di chi vuole qualcosa di nuovo e di migliore, usano le stesse retoriche dei peggiori maschilisti e dei sessisti impenitenti.

Stupisce vedere come tante donne, soprattutto di centro sinistra a quanto pare, sentano la necessità di difendere una rappresentazione che forse, anche solo per fattori anagrafici, le riguarda culturalmente, un concorso che devono apparentemente preservare dall’attacco di chi non vuole cosce nude su RAI1 o da chi vuole impedire alle donne di esibire e valorizzare la propria bellezza.
Come fossero ancora gli anni ’60 e desse scandalo l’ombelico della Carrà. Oggi tutto ciò è retrogrado, conservatore, vecchio, stantio.

Il tema centrale del dibattito rimane quindi l’esaltazione della bellezza quale “valore sociale”. Ma noi ci chiediamo che cosa significhi questo costrutto e come il concetto di “bellezza”, probabilmente interpretato in un contesto particolare, possa considerarsi un valore assoluto. Ci chiediamo quale sia la bellezza intesa in queste parole e quali i canoni che la definiscono, chi li stabilisca e perché. Ci chiediamo come mai solo la fantomatica “bellezza femminile” sia considerata un valore sociale. Forse perché il rispetto delle norme socialmente accettate è richiesto solo alle donne, in una sorta di moralismo della bellezza? Forse perché è solo e sempre la femminilità ( e di conseguenza i nostri corpi ) a dover essere controllata e virginizzata, intesa quale veicolo di ciò che è socialmente ammissibile? Come se corpi non conformi non possano essere strumento di comunicazione sociale e civile. Si parla inoltre di “tutelare la bellezza”, come fosse qualcosa di raro in via di estinzione. E in effetti così forse si saranno sentile le “rivoluzionarie” taglia 44, quando è stata ideata la campagna parallela contro l’anoressia dal nome anacronistico, denominata “miss curve morbide“, portata come cavallo di battaglia all’incontro quando sottolinea, invece, quanto i canoni estetici possano arrivare a stigmatizzare.

Seguendo infine il sillogismo che si viene a creare, chi non segue il canone della bellezza non ha valore. La bellezza è intesa, nella più arcaica delle accezioni, come sinonimo di virtù, e per questo diventa quasi un canone di moralità, attraverso il quale promuovere anche le “campagne sociali” tanto agognate. Ma la “bellezza”, così intesa, non toglie quindi dignità a chi non si conforma? Non dà forse spazio al rischio che tutto ciò che non è “socialmente bello” possa essere stigmatizzato e di conseguenza bistrattato?

Concluderemmo ribadendo l’inutilità, se non la pericolosità, di ben due interrogazioni parlamentari sulla questione. Per obbedire a logiche economiche e lobbistiche interne all’azienda Rai, la bellezza la stanno uccidendo: la bellezza dei diritti, delle relazioni, delle scelte libere, facendo diventare l’Ialia un posto brutto dove vivere, per le donne e per tutti. Altro che valorizzazione della bellezza.

Miss Italia, il concorso “vecchio” che (non) riempie il vuoto di modelli femminili

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Pochi giorni fa c’è stato un flash-mob davanti alla sede della Rai di Milano. Hanno partecipato tantissime donne stufe di un servizio pubblico che non  ancora in grado di rappresentare il femminile nella sua interezza e di offrire modelli di riferimento per le giovani generazioni di donne.

Questo concorso, trampolino di lancio per quelle che desiderano un modo piu’ veloce per fare successo in tv, va avanti sulla Rai da ormai sessant’anni e ha privato di un forte modello femminile di riferimento intere generazioni di donne . Questo danno ha contribuito al problema della rappresentanza femminile nel nostro Paese: discriminate (o autodiscriminate) perché non percepite

Ogni Paese del mondo organizza un concorso di bellezza nazionale, ma nessuno di loro dedica cinque serate in tv né lo esalta come se fosse una manifestazione importante. Questo accade nel nostro Paese che non a caso è  il più arretrato per quanto riguarda questioni di genere, un Paese che ancora identifica il femminile con la bellezza estetica lanciando due messaggi pericolosissimi: il primo è rischiare di lanciare un modello estetico unico caratterizzato da canoni estetici rigidi, fascisti, il secondo ancora più grave è il messaggio che lancia alle nuove generazioni: tu puoi fare successo solo se sei bella o in campi (o mansioni) che hanno a che richiedono la bellezza: come la velina o donna dello spettacolo.

Ciò significa che noi non siamo contro Miss Italia in sè ma contro l’importanza che il nostro Paese dà ad un concorso di bellezza come un altro. La gravità del fatto è che per dare visibilità all’esibizione annuale di corpi femminili come merce da esibire, si utilizzano i soldi pubblici dei cittadini che invece andrebbero spesi per una programmazione non solo gender friendly ma anche meno faziosa.

E gli indici Auditel non contano. Nessuno ha chiesto se agli italiani piace quello che vedono in tv. Vedo spesso in giro gente sempre più stufa di questa televisione così vecchia. E Miss Italia fa parte di una programmazione preistorica, dove da una parte si esibisce il corpo femminile come oggetto del desiderio, dall’altra viene “coperto” perché è peccaminoso, dando un’idea-sopratutto quest’anno- di sapore anni ’50.

A questo stile televisivo siamo abituati da anni, un processo schizofrenico di immagini iper-sessualizzate contrastate dall’eccesso di bigottismo che proviene dai salotti televisivi targati Rai, LA7 e Mediaset, i quali ricordano alle ragazze che fare la velina, avere il nome uguale ad una pornostarperdere la verginità o vestire in abiti succinti è immorale (come ricorda la Mirigliani a Belen) e dall’altra ti propinano quei modelli, coprendoli e scoprendoli a loro piacimento in base all’interpretazione che hanno avuto sulla nostra indignazione generale verso i modelli proposti.

Insomma, bigotte, moraliste, femministe anni ’70, come afferma la Mirigliani dopo la manifestazione che si è tenuta prima della finale Miss Italia. “Un femminismo anni 70′ senza senso”parole di chi non ha mai letto i nostri blog per scoprire che la condizione femminile dagli anni settanta è cambiata poco, come dimostra la presenza del suo concorso in tv (su cui lei guadagna palate di soldi), vecchio ma proposto assurdamente ogni anno, come se resuscitassero la salma di Mike Bongiorno per riproporci il Rischiatutto.

FLASH MOB #nonsolomiss. Noi c’eravamo!

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#nonsolomiss

Ieri sera è partita su Rai 1 la sequenza di puntate di Miss Italia che incoronerà la più bella d’Italia. Consueto appuntamento settembrino a cui sono dedicate ben cinque giornate mandate in onda sulla tv pubblica. Ma come, ci si chiede, dopo tutto il disquisire sull’immagine femminile nei media ci troviamo per l’ennesima volta di fronte a questo programma sessista, noioso e vetusto? Gli organizzatori hanno pensato bene quest’anno, dopo il clamore suscitato dalla presa di coscienza del modello unico di donna proposto anche in Rai, di far indossare alle ragazze il costume da bagno intero.

No, non ci siamo. Oltre al danno la beffa? Gli organizzatori non hanno proprio capito di cosa si stia parlando, di quale sia il problema e che delle azioni a valle non ci importa proprio nulla. Non capiscono che ci battiamo contro un sistema, contro un modo di pensare arcaico e maschilista e che censurare con malizia le miss, rendendo così il corpo femminile qualcosa di peccaminoso, va a braccetto con il becero moralismo che strizza l’occhio al patriarcato.

E’ per questo che non parlereremo di Miss ma di “Non solo Miss“.

Ieri pomeriggio, infatti, alle ore 17 si è tenuto in Corso Sempione, davanti alla sede Rai di Milano, un Flash Mob organizzato dall’associazione DonneinQuota. L’invito ad aderire circolava già da qualche giorno sulla rete ed è rimbalzato da una pagina facebook all’altra con queste parole:

L’Associazione DonneinQuota organizza un flash mob davanti alla Sede Rai di Milano (Corso Sempione angolo Riva di Villasanta) per protestare contro l’eccessivo spazio dedicato all’elezione di Miss Italia

una passerella di adolescenti da soppesare e premiare in funzione di un modello unico di donna

In effetti sono ben 5 gli appuntamenti previsti su Rai 1, di cui 2 in prima serata il 9 e 10 settembre.

Il servizio pubblico televisivo avrebbe il dovere (nonché l’opportunità) di riservare altrettanta visibilità anche ad altri modelli di donna: quelle che vanno nello spazio, siedono in cattedra e nei tribunali, coordinano ricerche, operano negli ospedali, dirigono film e aziende, fanno politica, vanno in ufficio e contemporaneamente si occupano dell’organizzazione e del bilancio familiare.

Cosa si propone l’Associazione DonneinQuota con questa mobilitazione di domenica?

Chiediamo con forza alla nuova Presidente della Rai Anna Maria Tarantola di applicare immediatamente i 13 nuovi emendamenti sull’immagine della donna contenuti nel Contratto di Servizio Pubblico 2010/2012 sottoscritto in data 6.4.2011 tra la Rai e il Ministero dello Sviluppo Economico. Citiamo in particolare l’art.9/L’offerta televisiva in cui la Rai ha l’obbligo di produrre:
“trasmissioni idonee a comunicare al pubblico una più completa e realistica rappresentazione del ruolo che le donne svolgono nella vita sociale, culturale, economica del Paese, nelle istituzioni e nella famiglia”.

Donne, e anche uomini ovviamente, sono invitati domenica pomeriggio davanti alla Sede Rai di Milano alle ore 17.

DonneinQuota è un’associazione nata a Milano nel 2006 che si occupa di rappresentazione e rappresentanza femminile. Che cosa significa? Leggendo il loro opuscolo ci viene spiegato che:
Rappresentanza e rappresentazione sono temi strettamente collegati, perché la strumentalizzazione dell’immagine della donna la relega a ruoli subalterni, ostacola il raggiungimento della parità nel lavoro, in politica e in generale nei luoghi dove si decide.
Due lati della stessa medaglia insomma. Se la donna è male rappresentata nei media, e nella nostra società in genere, sarà di conseguenza discriminata quando si tratta di rivestire ruoli decisionali di rappresentanza.
Perciò è lecito chiedersi “Questa Rai di che genere è?” Quale messaggio vuole mandare a uomini e donne che pagano un servizio pubblico?
A prescindere dall’intento il risultato è quello che si perpetua un’immagine discriminatoria del genere femminile, attraverso investimenti in programmi che non fanno altro che mantenere invariato lo status quo, contro qualsiasi tipo di emancipazione per entrambi i sessi.
Un flash mob, quindi, contro Miss Italia e le ragazze? Assolutamente no, precisano le “donne in quota”. La manifestazione è stata organizzata per portare all’attenzione della Rai il mancato rispetto di accordi presi per quanto concerne una rappresentazione poliedrica della figura femminile. Se i principi di uguaglianza e partecipazione sanciti dalla Costituzione non erano sufficienti, la RAI aveva infatti provveduto a ribadire con 13 emendamenti il diritto delle donne a ricoprire ruoli paritari e non lesivi della dignità di genere, nell’ambito delle trasmissioni televisive e della pubblicità nel Contratto di Servizio pubblicato il 27 giugno 2011.
NON SOLO MISS. Lo slogan spiega in tre parole la posizione presa da donne in quota. L’intenzione non è quella di eliminare la figura della miss, ma piuttosto rendere giustizia della moltitudine di figure femminili e reali che non vengono mai prese in considerazione nella società, poiché le donne nell’immaginario collettivo vengono racchiuse all’interno del classico modello unico.
E’ utile precisare che questa presa di coscienza non contempla una divisione tra le miss e le non-miss. Non è certo questo l’asse, lo spartiacque, attraverso cui incanalare le diverse figure femminili poiché siamo tutte per prima cosa donne.
Il messaggio che si è voluto mandare viene esplicitato dai cartelli esposti. Il flash mob, a cui ho avuto il piacere di partecipare in prima persona, intendeva mostrare la natura trasversale della figura femminile, in modo tale da uscire da quelle gabbie sociali che vogliono decretare se una donna è una miss o una non-miss.
Ecco alcune delle nostre non solo miss, modelli alternativi di donna rispetto a quello unico proposto dai media:
Perché dare tanto spazio ad un evento come quello di Miss Italia quando nei media non si parla di donne reali? Perché investire tempo e denaro per questo tipo di rappresentazione mentre importantissimi eventi contro la violenza alle donne vengono ignorati dalle reti televisive?
Quando si discute a livello europeo della rappresentazione della donna nei media e di discriminazioni di genere l’Italia ne esce sempre malissimo e sappiamo bene che gli stereotipi di genere veicolati dai media investono tutto il nostro modo di agire e pensare. Perché allora non occuparci di questo invece che perpetrare una cultura che ripete sempre daccapo gli stessi errori?
Chiediamo che ci sia una presa di coscienza anche dall’alto e che Anna Maria Tarantola, nuova presidente Rai, prenda posizione a riguardo.
La nostra battaglia avviene attraverso l’analisi del contesto culturale in cui siamo tutt* inserti* e cerca di scavalcare le semplificazioni. Non dimentichiamoci che la Rai è per tutte le donne! O almeno dovrebbe esserlo.
Vi lascio col servizio andato in onda durante l’edizione serale del Tg3 regione Lombardia, con la speranza che sia solo una delle tante occasioni che avremo per fare rete e farci sentire!
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